ricevere mail dal me stesso del futuro

Anzi, del fiucia. Avviso: questo è un raccontino che implica cose dell’informatica, sebbene a basso livello. Quindi abbandonare subito se la cosa dà normalmente tedio.

Bene, per chi è rimasto. Uso la comoda funzione di gmail per posporre l’invio di una mail (scheduling), scegliendo di inviarla il prossimo 17 gennaio alle ore undici e qualcosa, operazione che ovviamente va fatta via web.
Poi scarico la posta con un client, thunderbird in questo caso ma varrebbe con qualsiasi programma di posta, e lui scarica anche questa mail, con la data del futuro, 17 gennaio, appunto. E non fa una piega, io però ho in elenco una mail del fiucia e un po’ di apprensione in effetti questo me la dà.
Per motivi miei, dopo, cambio la pianificazione della mail anticipando l’invio al 16, alle dodici. E thunderbird ne scarica un’altra, ovviamente con la stessa data ma sempre del futuro. Uh.

Ora io so due cose certe: la prima è mai invadere la Russia, la seconda è tocca niente nei viaggi nel tempo. Se, quindi, leggo le mail? Cosa succede? Creo una frattura insanabile nel tessuto spazio-tempo, apprendendo qualcosa dal futuro che non dovrei mai sapere? Chi sono io, John Titor? Sei me cioè io? Sono il leader della resistenza che ancora non è nato? E se stasera viene un saiborg a casa mia dal futuro per uccidermi?

La leggo. Per fortuna mia e della linea temporale che abitiamo, è uguale a quella che avevo scritto io nel passato. E ovviamente non resisto e rispondo. Perché voglio andare al livello successivo, fare Inception con le mail. Naturalmente la risposta parte ora ma nel passato rispetto alla mail cui rispondo, che è del futuro. Thunderbird non fa una piega, gmail invece crea una discussione con la mail originale e la risposta, entrambe piazzate tra le schedulate. Le invierà entrambe il 16? Non le posso più aprire né cambiare l’orario di invio, le vedo ma non le posso toccare. Thunderbird invece scarica un’altra risposta, uguale. Oddio, è davvero insepscion. Poi capisco, gmail ha copiato le due mail anche nelle inviate, trascinato dalla risposta, e quindi io ho scaricato quella. Ma le ha tenute anche nelle schedulate, facendo bordelletto.

Occhei, tanto il pasticcio già c’è, cerco di fare più confusione. Cambio la data del pc, metto il 25 gennaio prossimo venturo. Rispondo alla mail del futuro con una mail ancor più del futuro, il che ha una propria coerenza, se non altro. Non succede niente, purtroppo, i server di posta ora non si fanno più ingannare come una volta, quando bastava cambiare la data del computer per creare casini inenarrabili e paradossi insanabili. Uhm. Non riesco ad andare a un terzo livello di incepzione di tempo, perché una seconda risposta gmail la interpreta replicando il meccanismo di prima.

Mi hanno scritto dal futuro e questo già non è male. Vediamo se mi viene in mente altro, qualche modo per usare la falla appena scoperta.
Oggi è stato un pomeriggio davvero impegnativo.

see, ciao, le twitter rules

Twitter sospende definitivamente l’account di Trump.

Ora, per quanto niente possa contare, ci sono almeno due motivi per cui la cosa mi dà fastidio. Primo, perché è un rigore peloso, Trump ha violato le regole di twitter, della netiquette e della decenza mille e mille volte in questi quattro anni, ma evidentemente solo adesso che è in uscita dalla Casa Bianca può essere sanzionato. Perché prima non conveniva farlo. Secondo, perché oggi è Trump e allora va bene, tutti contenti o quasi, ma domani può essere chiunque, anche qualcuno che conduce una battaglia sacrosanta. Perché i social sono aziende e ragionano in termini di profitto e di convenienza, spesso ipocrita, per cui non bisognerebbe usarli per dibattiti pubblici o comunicazioni istituzionali o quasi. Ma questa cosa pare non capirla quasi nessuno. Vogliamo imporre delle regole (anche fiscali) a questi o continuiamo a farci del male?

Nel frattempo…

cose che non capisco: la scelta dell’intrattenimento video casalingo

Il catalogo di Netflix offre, al momento, 2.490 film, 1.295 serie tv e 531 documentari. Quello di AmazonVideo consiste in 6.469 tra film e serie tv. Disney+ ha un catalogo approssimativamente di circa settemila episodi di serie tv e all’incirca cinquecento film. E questo per stare ai competitori più ingombranti dello streaming video, perché poi ci sono RaiPlay, Infinity, DAZN, Now TV, TIMVision, YouTube Premium, Chili, Apple TV+ e così via, solo per stare all’Italia. Una marea.
Certo, poi gira e rigira buona parte dei contenuti offerti è sempre quella, che spunta un po’ di qua e un po’ di là, e un’altra fetta non piccola è fatta di prodotti francamente scadenti, ciò nonostante tra produzioni originali e cataloghi acquisiti ciascun servizio di cui sopra offre un catalogo ampiamente superiore alla capacità di intrattenimento di una persona durante una vita di durata media. Considerando poi che un certo numero di famiglie ha Netflix per le serie, Disney+ per i bambini e per guerrestellari, Amazon perché ha Prime comprando le ciabatte, RaiPlay perché è gratis, l’offerta si allarga ancor più. Una bella scelta, no?

Sì, in teoria sì. Ma in pratica no, perché poi alla fine guardate quasi tutti le stesse cose. Lo so, sono passato al ‘voi’ chiamandomene fuori. Vero. Ma lo posso fare, credo, perché non ho nessuno di questi servizi, non pago abbonamenti per farmi intrattenere e, spesso, perdere tempo, a meno che non sia musica. Quello sì, la pago, ma non la considero intrattenimento allo stesso modo. Comunque, essendone fuori, mi capita di notare (e quasi chiunque abbia a che fare con le piattaforme me lo conferma di volta in volta) come alla fine le persone tendano a guardare ciò che le piattaforme stesse promuovono come novità o scelte adatte al cliente. Perché le dimensioni amplissime dell’offerta fanno sì che la scelta richieda molto tempo, ricerca e selezione, di fatto vanificando l’offerta stessa. Le compagnie lo sanno benissimo e, infatti, una bella fetta del catalogo è lì solo per far quantità, perché costa poco e per ingolosire gli abbonandi.

Quindi, tanta tanta scelta e molte piattaforme e, alla fine, sembra di stare ai tempi di Rai Uno. Infatti, nelle ultime settimane moltissimi utenti hanno visto ‘L’incredibile storia dell’Isola delle Rose’, ‘La regina degli scacchi’ e, negli ultimi giorni ‘Sanpa’. Le persone ne parlano durante la pausa caffè, i giornali ne discettano ampiamente, la tv in un qualche modo autoreferenziale pure, da fuori colpisce. E non è un caso che siano tutte proposte di Netflix che, in questo, ha preso abbastanza il posto di Rai Uno.
Perché non sono film o serie eccezionali, sono prodotti medi, ben costruiti per il pubblico con trama non troppo complessa ma nulla più, potrei citare seduta stante cinquanta serie tv migliori di queste, tutte a portata di telecomando. Eppure? Tutti a guardare le ultime novità proposte. Come ai bei tempi del monocanale o del monopolio televisivo. E poi mi chiedono: ehi, hai visto Sanpa? E io mi devo pure giustificare, ma che mi frega di San Patrignano? Oppure commentano la serie in rete o al bar dando per scontato l’universalità della visione. Ed è proprio così, nei fatti.

Alla fine, questa cosa di guardare tutti le stesse cose, evidentemente, piace. Perché se no non si spiega. Piace probabilmente il non dover decidere, il fatto che un servizio a pagamento proponga cosa vedere, il poterne parlare con chiunque il giorno dopo, avere la sensazione di non perdersi nulla di importante. Naturalmente non è così, là fuori è pieno di film, serie tv, documentari meravigliosi che, però, in buona parte vanno scovati. ‘La casa di carta’ è l’esempio eclatante: scadente, al limite della presa per il culo nella seconda stagione, vera fotocopia della prima (ah no, beh, certo, là era la Zecca qua la Banca di Spagna, diversissimo), tutto piuttosto copiato da ‘Inside man’ di Spike Lee di dieci anni prima. Eppure, un trionfo. E le persone che la consigliano, pure, sacrificando tempo ed energie proprie nella promozione di Netflix. Mah.

Vabbè, il mainstream e il conformismo non li scopro certo io oggi.
E no, Sanpa non lo guardo né lo guarderò. Di San Patrignano mi basta ricordare gli abusi e le violenze negli anni Ottanta, il ruolo tremendo di Muccioli, vero padre-padrone e santone, quasi che la legge non potesse entrare nella comunità, l’appoggio incondizionato della politica, la Moratti su tutti (eccola là, di nuovo), i suicidi, le botte, i soprusi e un sacco, ma davvero un sacco di soldi che finivano là. E il dolore delle famiglie, lo sfruttamento dello stesso, l’affare del recupero dei tossicodipendenti.

Tra le cose che Sanpa non dice, c’è il PART di Rimini: un polo museale sovradimensionato rispetto alla città che lo ospita e costituito da una ricchissima collezione di arte contemporanea. Che è la collezione di San Patrignano. Beecroft, Chia, Hirst, Isgrò, McCarthy, Paladino, Pistoletto, Schifano, Schnabel, Vezzoli, per dirne alcuni. La presidente della Fondazione San Patrignano, Letizia Moratti (ancora!), spiega che «abbiamo intrapreso la via della collezione di opere d’arte contemporanea come riserva patrimoniale». Alla faccia. E la collezione girerà, diventando mostra itinerante in molti altri musei d’Italia. Non male per una comunità di recupero di tossicodipendenti, no?

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: gennaio, il piacere del tampone, gli sveglioni di capodanno, il bianchino fatale

Buon anno nuovo. Sì? Alle otto e trenta ricevo il messaggio, Tiziocaio è positivo. Ah bene, ottimo. Ha appena fatto un tampone rapido, sta aspettando i risultati di quello completo. Io però l’ho visto poco, abbiamo mangiato insieme una fetta di pizza a pranzo in ufficio il 29 dicembre, venti minuti al massimo. Già. E quindi? Basta? No, non basta. Io avrei anche fatto un tampone il 22 dicembre, la cosa comincia a diventare ripetitiva. Trivigante, c’è poco da fare: altro tampone. Altrimenti, ti conosci, poi resti col pensiero e oggi devi portare le spese a casa delle persone, non si scappa. D’accordo, però: tampone rapido. Un po’ perché dovrebbe essere più che sufficiente, un po’ perché vorrei provare, un po’ perché domani è festa e ciao, poi. Rifletto, 8:37: cosa so, io, dei tamponi rapidi? 8:38: niente. Ho letto però che nelle regioni civilizzate – l’Emilia – li fanno gratuitamente nelle farmacie. Vado a chiedere nella farmacia sotto casa, suscitando peraltro un po’ di agitazione negli altri clienti, ma niente, non li fanno. E, mi dicono, forse c’è una farmacia in un comune limitrofo che li fa ma sa più di diceria e leggenda che di fatto dimostrato e, comunque, di sicuro in città no. 8:45: faccio una breve ricerca in rete, trovo un poliambulatorio, casualmente vicino a casa, che pare li faccia. Non prenoto, non telefono, vado. 8:51: passo all’isola ecologica, lo dovevo fare, sono uscito con i sacchi pieni di carta. Ore 9:02, entro nell’ambulatorio. Eeeeh, salve, lo so, non ho prenotato, vorrei fare un test rapidooo, ecco, mmm. Me lo fanno. Ma pizzicata-al-dito o tampone rapido, mi chiede la signora allo sportello? Non so, qual è il più affidabile e, insieme, il più piacevole? Tampone-dritto-nel-naso, va bene. 9:07: pago quaranta euro – Fontana, sappi che tengo i conti, ci vedremo alla fine – e non faccio in tempo a sedermi che vengo chiamato nella stanzetta. Ci credo, non c’è nessun altro. Mi siedo, solito stecchino ficcato nel cervello, due volte per simmetria, ore 9:09 sono in sala d’aspetto in attesa del responso. Ore 9:17: negativo.

Bravo, trivigante. Crisi risolta a tempo di record, isolamento evitato e, non ultimo, bravo perché anche stavolta, pare, non ti sei contagiato. E hai pure buttato i rifiuti in scioltezza, poi dicono degli uomini. Che poi, mi avrebbe dato più fastidio ammalarmi da Tiziocaio, che francamente sopporto poco, piuttosto che pigliarlo in sé. Anzi, mi avrebbe proprio scocciato, preferirei, se proprio, prendere il virus da persona simpatica e civile, piuttosto che da uno che non so dove sia stato o cosa abbia fatto. Metti che ha fatto il mona a capodanno in una festa abusiva, in barba alle regole, se poi infetta me mi girerebbero parecchio le balle. Quella festa sul lago di Garda, per esempio, a ballar da stronzi e credersi migliori e più furbi, pubblicando poi foto e video in rete, nonostante sul tavolo ci fosse un bel foglio grande che invitava, appunto, a non farlo. Svegli, proprio. O, metti, al bar. Due giorni fa entro timidamente in un bar per acquistare un caffè da asporto, apro la porta di una vetrina tutta appannata e dietro un tavolino, che serve a far barriera per gli avventori, almeno dieci ultrasettantenni, tutti chiaramente senza mascherina, impegnati in: compilazione della schedina del superenalotto; grattamento di ‘turista per dieci anni’ non vincente; sorseggiamento di bianchino di modesta qualità; partitina alle macchinette truccate; mano di briscola; tempo lieto di belle battute da bar. Giurerei anche di aver visto in un angolo, là in fondo, la Morte ghignante con la falce ma potrebbe essere una suggestione, in effetti. Tanto, anche se vincete danaro è inutile.

La barista, giovane, non si rende conto che sì, così sta incassando qualche misero euro in un momento difficile ma che sta, anche, sterminando la propria clientela futura, condannando così il bar al fallimento sicuro. Ma non basta: il marito della barista, lo so per certo, lavora in una residenza per anziani. Magnifico, e così il cerchio si chiude. Game-set-match. Resta da vedere da che parte prenderà fuoco la miccia, in questo caso. Andrà dal bar all’RSA o viceversa? O si scontreranno a metà, a casa della barista e dell’operatore? Magari si scambieranno due varianti diverse, facendo così doppio contagio e bingo su tutta la linea? Basta restare sintonizzati.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: dicembre, fatti imprevedibili che mandano a monte un piano ben oliato, novecentotrentamilioni di tedeschi, c’è alla porta il Signor Lamorte

Ed è poi arrivato il 27 dicembre, il giorno europeo della vaccinazione. In Germania vaccinata una signora di centoun anni o giù di lì, in Spagna un altrettanto matusalemme, in Italia una giovane operatrice sanitaria. Son scelte. Non male la coreografia del furgoncino con le prime dosi del vaccino – poco meno di diecimila – che valica il Brennero innevato con la scorta dei carabinieri per arrivare allo Spallanzani di Roma. Da lì, poi, alla base militare di Pratica di mare e ai principali ospedali selezionati. Poi volano i numeri: un milione di vaccini al mese, no, quattrocentomila a settimana, no, tutti vaccinati per settembre, no, sì, boh. Ma i conti, si sa, vanno fatti con l’oste, che deve essere d’accordo: dopo tre giorni già si parla di ritardi, in Italia, l’UE poco fa annuncia che non darà l’autorizzazione al vaccino Oxford-Astrazeneca prima di febbraio, proprio mentre la Gran Bretagna annuncia di averlo fatto, vedi le coincidenze, e questo fa sballare i già precari conti. Domanda: su quale vaccino lo Stato italiano ha investito di più? Dai, non è difficile. Esatto, Oxford-Astrazeneca. Quindi, tocca rifare i conti, correre ai ripari, riformulare i piani con una certezza: ci saranno dei ritardi su quanto programmato. Impossibile prevedere.
Altri numeri. Per il giorno della Grande Vaccinazione, all’Italia vengono date 9.750 dosi, alla Germania 151.125. Eh? Ma è ovvio, spiega il commissario all’emergenza Domenico Arcuri, «le dosi sono in base alla popolazione» (e se metto il virgolettato vuol dire proprio quello, testuale). Che faccio? Mi felicito con i novecentotrentamilioni di tedeschi? Poi salta fuori pure che proprio la Germania ha acquistato privatamente, cioè al di fuori degli accordi presi dall’UE per tutti gli Stati membri, oltre trenta milioni di dosi. Il che non va per niente bene, perché o le cose si fanno insieme con accordi alla luce del sole, come l’Unione europea dovrebbe fare per statuto e regolamento, oppure ognun per sé. Così mica vale, stavolta male.
Nel frattempo il virus non sta fermo ma si ingegna per creare scompiglio: prima si scopre una variante inglese, vedi penultimo minidiario, poi ne salta fuori una sudafricana (neocolonialismo?), poi è una gara a chi ne ha di più e a chi le ha avute prima. Un medico di Brescia sostiene che la variante inglese invece derivi da una bresciana, nota fin da agosto. Ma certo. Quindi stronzi gli inglesi per non aver detto nulla per tre mesi della loro variante e noi no, bravi e ammirevoli perché quella originale è la nostra. D’accordo, capisco perfettamente.

Nel frattempo, io ho fatto l’ennesimo tampone. Poiché ogni volta che si è parlato di ‘asintomatici’ io mi sono figurato me stesso, ho preso la decisione di fare un tampone ogni mese, mese e mezzo, così da avere un’idea ragionevole del mio stato di contagio o meno. Vezzo costoso, devo dire, e che presenta almeno un aspetto particolarmente curioso: il referto dell’esame viene comunicato solamente a me e non alle autorità sanitarie. Infatti, non risulta nel mio fascicolo sanitario regionale. Certo, io l’esame l’ho fatto privatamente, chiaro, ma non vedo un solo motivo utile per cui non ne sia reso pubblico, cioè comunicato all’ente pubblico, l’esito. D’accordo che si è rinunciato a qualsiasi velleità di tracciamento da mesi, purtroppo, trovo tuttavia che così sia davvero un po’ troppo: io avrei potuto essere positivo (parlo in teoria, eh, chiedo per un amico) e tenermi la cosa per me, procedendo con le mie cose esattamente come prima. Sarò l’unico ad averla pensata così? Mi parrebbe strano.
Ora devo tornare ai numeri. Purtroppo. Ogni giorno vengono comunicate valanghe di numeri, il Ministero stesso condivide ogni sera una tabella con i dati del giorno in molte colonne. Non è un problema di oggi, è un problema da quasi un anno, secondo me. Io vorrei sintesi e pareri autorevoli, intendo di una e una sola voce qualificata e non di virologi, governatori, chiacchieroni a caso, un commento chiaro e fermo sulla situazione e l’andamento del giorno. Così non accade, arrivano numeri e poi ogni statistico da pianerottolo è libero di dire la propria (eccomi). Tre tipologie di numeri sulle quali mi interrogo. La prima: il numero dei contagiati. È quasi sempre attorno ai quindicimila-ventimila al giorno e, se non erro di memoria, questi erano numeri che due mesi fa ci destavano grandissima preoccupazione. Ora no, molti commentano che la curva sta scendendo e che ci sia da ben sperare. Piuttosto, se c’è una curva che sta sicuramente scendendo è quella del numero dei tamponi, che sono sensibilmente meno che qualche tempo fa. Non so perché accada questo ma è un dato ormai percepito da chiunque, beh, certo, ma adesso ne fanno molti meno, sì, certo. Ma perché? Il terzo dato, e bisogna immediatamente andare oltre i numeri e pensare alla realtà, è che i morti sono tantissimi. Ieri 659, oggi 575. Ma la cosa non è messa in risalto in nessun modo, oso dire che è proprio messa da parte, non ne parla quasi nessuno. Eppure i cimiteri, le camere mortuarie, i forni crematori, i depositi sono pieni come e più di marzo e aprile, chi ha voglia di rendersi conto di quale sia la situazione lo può fare facilmente, eppure non se ne parla. Come se nella cosiddetta ‘seconda ondata’ i morti non ci fossero. Eppure, da febbraio al 31 agosto (sette mesi), i morti sono stati 35.491. Da settembre a natale (quattro mesi), 36.190. Ben di più.
Chi si è preso la briga di raccontare le cose, e sono pochi giornalisti, descrive situazioni al margine della sostenibilità, bare ammucchiate nei depositi o lasciate negli sgabuzzini, sepolture frettolose e ravvicinate, sepolture temporanee in attesa di tempi migliori. Dice il report Istat al riguardo: «In molte regioni del Nord l’eccesso di mortalità totale del mese di novembre supera quello del picco di marzo-aprile» ma non c’è preoccupazione, non c’è movimento, non c’è pausa, non c’è riflessione.

Il cimitero di Musocco a Milano, foto Radio popolare.

I morti sono morti e sono una questione personale, della famiglia, dei parenti, di coloro che sono segnati dalla perdita. Degli amministratori, che devono gestire la situazione, degli operatori funebri e di pochi altri. Sono un numero riportato quotidianamente come si riporta una temperatura, una larghezza, un fatturato, tutti numeri che hanno un rapporto abbastanza privo di conseguenze sulla realtà. Perché accade questo? Forse ci siamo stufati? Forse ci siamo, peggio, abituati?
Non siamo dei cattivoni insensibili, non credo, almeno non tutti. Di certo bisogna, collettivamente, sopravvivere, bisogna riprendere sprazzi di vita normale, senza dubbio, molti sono i fattori che di certo ci portano a ignorare la situazione attuale, non tutti forse deprecabili. La morte è un fatto che, culturalmente, in effetti tendiamo a ignorare da ben prima della pandemia e a ricordarcene quando riguarda qualcuno a noi vicino, spesso facendone una tragedia incommensurabile rispetto al diffuso disinteresse di prima. Però bisognerebbe ricordarsene, in generale, magari ancor più oggi per riuscire a valutare il pericolo reale e a dare il giusto peso ai rischi che corriamo durante il giorno, penso sarebbe necessario almeno in chiave utilitaristica. Anche se, non ultimo, bisognerebbe parlarne per condividere, per partecipare, per farsi carico almeno un poco del dolore che affligge migliaia di noi, ogni giorno, e per mantenere viva la nostra umanità di fronte ai nostri simili, così vicini e così uguali.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: dicembre, la variante inchiappona, trangugiare il panettone entro le dieci, il natale al nord

La migliore che ho sentito al riguardo: «Questi inglesi sono extracomunitari da due giorni e già portano le malattie» [@MantovanAle]. Eh sì, perché il fatto di questi giorni è la scoperta della variante inglese del covid, scoperta a settembre, pare, e resa nota solo ora. Fatti rilevanti, per quanto ne sappiamo al momento, della variante inglese? Che è molto più contagiosa. Bene, benissimo. Nient’altro? Quindi, ricapitolando: gli inglesi scoprono che da loro il virus ha deciso di evolversi, tengono la cosa per sé per tre mesi – ottima scelta, grazie a nome di tutti – e, solo quando se ne sono accorti gli altri, abbozzano; a quel punto il mondo chiude le frontiere con la Gran Bretagna (inglesi, preparatevi, è solo l’anteprima dell’hard Brexit, godetevela) ma ormai i buoi sono fuori. La domanda principale, cui non abbiamo ancora risposta, è: i vaccini saranno efficaci anche contro questa variante? Ottima domanda. Il mondo scientifico, in assenza di dati, sostanzialmente tace. Quindi parla tutto il resto del mondo, a sproposito. Conclusione: da tutta la pandemia, l’unico a uscirne migliore sarà proprio il virus. Amen, urrà, allonsanfan.
Ma no, dai. Dice il virologo del mio bar: ogni virus muta in continuazione, quella inglese sarà la novantesima variante, stiamo a vedere. E ogni virus tende a evolvere verso stadi in cui è molto più contagioso ma molto meno grave. Questo perché le varianti peggiori uccidono i propri ospiti e non possono così evolversi. Sarà questo il caso? chiedo io dal flipper. Eeeh, beve il bianchino, saperlo… Speriamo sia una non notizia, tutta ’sta faccenda. E che tra tutti i vaccini nuovi di trinca che abbiamo ce ne sia almeno uno efficace, a esser sfortunati.

A ben guardare, il DPCM di natale è meno restrittivo di quanto potesse sembrare. I negozi saranno aperti fino al 24, nonostante i giorni rossi – vedi il calendario-regina qui sotto -, sarà possibile andare nella seconda casa se nella stessa regione, una volta sola ma è possibile, si potrà fare la tombolata. Noi abbiamo fatto la cena di natale ieri sera ed è stato curioso. Per rispettare il coprifuoco alle 22, ci siamo riuniti in modestissimo numero alle 18:30, abbiamo iniziato a mangiare alle sette, alle nove abbiamo tagliato il panettone con una certa urgenza, alle 21:40 ci siamo diretti ciascuno a casa propria. Alle 22:05 a casa ho fatto qualche scherzo telefonico, assunto droghe varie, cucinato un cappone, pulito il bagno, dipinto le pareti per far arrivare l’ora di andare a letto. E non era ancora mezzanotte.

Ma certe cose non cambiano, non basta una pandemia per evitare l’immancabile trasmissione di “Natale in casa Cupiello”, per carità in nuova versione con Castellitto (seee), la granitica immutabilità di certe cose è per molti la sicurezza che permette di vivere decentemente. Come “Tutti insieme appassionatamente” o “Una poltrona per due” il giorno di natale, quel che per me è ripetizione mortale è per parecchi una piacevole consuetudine. Senza voler protrarre luoghi comuni regionali ormai triti, vicino a dove lavoro c’è un bar-mercatino di prodotti napoletani e oggi fuori c’è una coda che non ve la immaginate. Ogni anno mi chiedo cosa debbano comprare che non si trovi negli altri negozi e non ho risposte. Le friselle? Le mozzarelle di bufala? Gli sciarraqquoni? I mostardelli? I cammanelli? Non capisco. Due anni fa, sotto natale, mentre bevevo lì un caffè, introvabile nei bar della mia città, una signora con accento napoletano entrò e disse con tono sinceramente preoccupato: «Devo comprare [non ricordo cosa], aiutatemi, è il mio primo natale al nord» e io mi sentii in un perenne film con Claudio Bisio, una commedia circolare senza fine. Avrei voluto tranquillizzarla, povera signora, non le avremmo rubato il senso del vero natale, noi bruti del nord.
Certe cose non cambiano, non possono cambiare, qui, nemmeno una pandemia e un numero spaventevole di morti può cambiare il natale italiano. La sua osservanza travalica l’emergenza ed è l’ancora di normalità più importante, il governo ha dovuto trattare sui cenoni, le visite, le vacanze, le spese, i regali, poco da fare. Ecco, io questo non l’avrei immaginato, non così. Ma è il mio angolo di osservazione a essere limitatissimo, a me non importa un fico secco del natale e, quindi, faccio supposizioni errate. Ma mi atterrò senz’altro al consiglio del dottor Signorelli, professore di Igiene e salute pubblica: «I canti di Natale vanno rimandati all’anno prossimo. Cantare è un’attività pericolosa». D’accordo, non canterò. Ma siete in debito con me.


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la musica delle stagioni, autunno 2020

È finito l’autunno e, quindi, anche la mia compila musicale della stagione.
Eccola, bella pronta. Essendo autunno e mi aveva preso un che di riflessivo, questa è meno rocchettara e un po’ più sperimentale, almeno la prima metà, ci sono dei bei bassi e dei ritmi interessanti, secondo me andrebbe sentita in cuffia.
Durando tre mesi, cambiano nel tempo, le compile arrivano in un posto diverso da quello da cui sono partite e questo mi piace molto. Penso sia un bel giro di dieci ore, per chi ne ha voglia o, magari, un viaggio in Calabria.

Poi ci sono quelle passate, le undici stagioni precedenti, altro che serie tv.

Eccole, tutte: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (94 brani, 6 ore) | estate 2018 (82 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (133 brani, 9 ore) | primavera 2019 (51 brani, 3 ore) | estate 2019 (107 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (127 brani, 8 ore)| primavera 2020 (102 brani, 6 ore) | estate 2020 (99 brani, 6 ore) | autunno 2020 (153 brani, 10 ore).


L’indice delle compile

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: dicembre, sfoglia i colori del giorno, dieci anni di vaccinazioni, essere i migliori ogni tanto

Ed ecco il DPCM delle feste di natale e capodanno. Secondo la catalogazione in uso nelle regioni, saranno giorni gialli fino al 23, poi rossi 24, 25, 26 e 27, poi tre giorni arancioni, poi di nuovo rossi dal 31 al 3, poi un giorno solo arancione, il 4, poi due rossi fino all’epifania e poi chi vivrà vedrà. Sarà permesso ricevere a casa due persone non conviventi per natale e i ragazzi sotto i quattordici non fanno numero, ci si potrà spostare dal proprio comune a un comune confinante ma solo se entrambi sono sotto i cinquemila abit… ecco, a questo punto il mio spirito collaborativo è già andato a farsi friggere. Eh no, così non va, ancora una volta ci vorrebbero patti chiari così che sia chiaro a tutti cosa fare e cosa no. E invece gente che parte per destinazioni esotiche, gente che si riunisce a go-go, gente che si assembra nei centri commerciali e nelle vie dello shopping, gente che fa cene, che parte, che torna. Perché se il principio è quello del «teniamo i negozi aperti ma è meglio se non ci andate», allora lasciamo perdere. Il governo dichiara lo schieramento di forze ingenti a controllo di vie, stazioni, strade e luoghi di assembramento, facendo un po’ di terrorismo preventivo, ma se «dal 21 dicembre 2020 al 6 gennaio 2021 è vietato, nell’ambito del territorio nazionale, ogni spostamento in entrata e in uscita tra i territori di diverse regioni o province autonome» e «è comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione», significa che nella seconda casa nella stessa regione ci si può andare, idem a casa di amici, e tornare quando si vuole o quasi, escluse «le giornate del 25 e 26 dicembre 2020 e del 1°gennaio 2021». E quindi? A Londra e a Berlino, intendo i paesi per estensione, chiudono tutto, ma proprio tutto, non tralasciando di usare toni piuttosto catastrofici, poche norme molto restrittive, tutto è chiaro. E talvolta hanno dati di contagio e decessi migliori dei nostri. E, sacrilegio!, buona notte al natale. Ma ovvio, quelli son pagani, figuriamoci che senso del sacro hanno, quelle bestie, che quando noi s’ammazzava un Giuliocesare loro andavan vestiti di pellidipecora. O forse è solo a vederli da fuori ma temo di no.
Ricordo, con voluta vis polemica, che i musei sono ancora chiusi e che lo saranno per decreto almeno fino a metà gennaio. Anche quelli all’aperto. Quindi io il mio desiderio di cultura lo devo sfogare in un centro commerciale i giorni non festivi, benissimo. Grazie. Le biblioteche hanno riaperto da pochissimo (e durerà poco).

Come avevo preannunciato una settimana fa nell’ultimo minidiario, essendo possibile farlo, ho fatto la trottola – poco lavoro permettendo – tra luoghi non contigui: i colli Berici, l’appennino piacentino, il lodigiano, la pedemontana e la val d’Astico nel vicentino. Ho viaggiato in sicurezza, interagito poco o punto con gli indigeni, non ho comprato souvenirs, non ho alloggiato da altrui, ho mangiato qualcosa qua e là. Tutto lecito, forse un po’ deboline le motivazioni agli occhi dei custodi del fuoco della legge, in effetti. Tolta la voglia? Macché, anzi, torno sì contento ma le braci che ero riuscito a sopire sotto la cenere in questo mese e mezzo ora si fanno sentire, se mi proponessero un giro attorno al mondo al costo di cento frustate nella pubblica piazza del paese e la damnatio memoriae, giuro che ci penserei serissimamente.
Vaccinazioni. Pare che il 27 sarà la giornata europea della vaccinazione e si comincerà a vaccinare qualche operatore sanitario qua e là, si vocifera di un’infermiera veneta, chissà. Io partirei dalla persona più vecchia d’Europa, magari un contadino uralo residente nei Sudeti di centotrenta anni, immortale già di suo, con fanfare e squilli giornalistici, ma capisco che potrebbe essere scelta incauta. Il complesso organizzativo, poi, non è affatto banale: essendo che tutti i paesi in grado di pagare hanno stretto accordi con molte aziende produttrici di vaccini – dato che nessuna sarà in grado di coprire da sola il fabbisogno e la scommessa su una sola sarebbe stata cosa improvvida – ne arriveranno a rate, in formati e quantità diverse; si comincerà con gli operatori sanitari, i matusalemmi, coloro che hanno altre patologie toste, le persone essenziali al paese, per poi scendere nelle graduatorie; per complicare le cose, ciascuno dovrà fare un richiamo dopo tre settimane e sarebbe preferibile farlo con lo stesso vaccino della prima iniezione, immagino. Se queste sono le regole, vista l’importanza, io mi aspetto di essere vaccinato tra otto anni.
Una battuta? Non tanto, in realtà, per quel che ne so ora. Stando a una dichiarazione di ieri del direttore generale dell’Aifa saranno effettuate un milione e centomila iniezioni dal mese da gennaio. D’accordo, e così siamo a cinque anni per vaccinare tutto il paese. Ma se è necessario fare i richiami, a parte il primo mese dal secondo bisogna dimezzare le quantità e, quindi, si va a dieci anni di tempo, entro il 2030 saremo tutti adulti e vaccinati. Certo, ovvio che fatta la prima tornata di «operatori sanitari, matusalemmi, coloro con altre patologie toste, persone essenziali» saremo già a buon punto e la pandemia avrà tutt’altro corso ma, insomma, io dalla mia cameretta dell’Ignoranza pontifico che bisognerebbe farne di più ogni mese.
Che poi… i vaccini han senso se li si fa quasi tutti, no? E quel «tutti» va dal minimo di casa mia, il mio quartiere, la mia città, la mia regione al massimo del paese, del continente, no? Gli è però che i paesi con capacità di spesa si sono accaparrati il 53% delle dosi dei vaccini in produzione da ora a tutto il prossimo anno e questi stessi paesi ospitano, complessivamente, il 14% della popolazione mondiale. Tornano, i conti? Non molto. Tutti gli altri, quindi, si mettano dietro e aspettino, arriverà il loro momento quando noi saremo tutti vaccinati. Non andrò in Africa l’anno prossimo, pensa il presidente di Confindustria del Molise e si rimbocca tranquillo le coperte. Ma caro il mio pistola, lasciare che permangano ampie zone senza vaccinazione significa – oltre ai morti! – permettere al virus di prosperare e, soprattutto, mutare, così da poi mettere in crisi tutta la faccenda di ritorno. Anche in Molise. È il significato profondo che è insito nell’aggettivo «collettivo», non comprensibile a tutti nonostante riguardi tutti. Il problema è collettivo, va risolto collettivamente, dobbiamo curare anche il Molise se vogliamo essere tutti al sicuro. È la differenza tra farsi davvero carico di un problema e pensare di risolvere il proprio, di problema, avendo la testa miope. Per fortuna, i migliori tra noi hanno l’ammirevole abitudine di farsi carico dei problemi, collettivamente. Ma non possono mica essere sempre gli stessi i migliori, no? Toccherà un po’ anche agli altri o no? Un po’ a turno, a seconda?


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre |


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: dicembre, vaccinate il bardo, la fortuna di essere cacciatori, pandemia e lotterie

Vaccinazioni. Sono cominciate quelle contro il covid in Inghilterra, prima assoluta una signora novantenne, poi un giovane uomo ottantenne. Meglio essere galanti anche in questi casi e poi, comunque, l’età l’imponeva la precedenza. Tutti e due stanno bene e nessun ultraottantenne è stato maltrattato durante i vaccini. Il punto interessante, oltre alla vaccinazione in sé, è che il signore vaccinato risponde al nome di William Shakespeare. Già. Detto ‘Bill’. Ora: o in Gran Bretagna è pieno di William Shakespeare – il che potrebbe anche essere – oppure è un bel tiro del caso, che anche stavolta si diverte e io con lui. Qualcuno correttamente butta lì: si chiama William Shakespeare o, almeno, sostiene quello sia il suo nome dopo aver ricevuto il vaccino.
Leggo poche ore dopo alcuni post di negazionisti in rete, i quali ovviamente sostengono che la vaccinazione sia una recita ad arte e che la signora sia un’attrice, ancora, che impersona anagraficamente una novantenne ormai deceduta anni fa. Cari negazionelli svergognati, potrà anche essere, ma vogliamo allora parlare di quell’altro, che è deceduto addirittura nel 1616?
Dopo i primi vaccinati al mondo, alcune amenità, tutte schifosette o quasi. Da oggi in Lombardia una delibera del presidente della Regione, sempre lui una-più-di-Bertoldo, assicura ai pescatori sportivi la libera circolazione per la provincia e ai cacciatori per la regione. Bene, cioè no, ma quanti saranno sti accidenti di voti dei cacciatori? Io nel dubbio giro con un fucile a tracolla. Le persone civili e militari ma non pescatori nel frattempo non possono circolare al di fuori del comune di residenza. Da domenica, pare, anche la Lombardia diverrà regione gialla, così da uniformare quasi tutto il territorio italiano per lo stop delle feste, il 20. Ma se così fosse c’è un buco di una settimana, dal 13 al 20 ed essendo libera la circolazione tra regioni gialle io diverrò una pallina da flipper impazzita, lo dico fin d’ora. Arrestatemi prima. Poi succede che alcuni cattolici di poco spirito aprano il Libro delle Lamentazioni anche solo all’ipotesi di anticipare la messa di natale, perché di sicuro Gesù si adirerebbe all’evenienza, ed ecco prontamente che il papa, bel bastian contrario anche lui, annuncia che dirà la messa della vigilia alle 19:30. Tàac, prontamente smentiti anche loro. Non si hanno notizie di ire da parte di Gesù, al momento. Ancora, da giovedì scorso sono sospesi i collegamenti ferroviari fra Svizzera e Italia. Lo ripeto specificando: il traffico ferroviario tra San Nazzaro e Luino/Gallarate è sospeso. S-o-ss-ppp-es–oo. La ragione sarebbe che le ferrovie svizzere non sono in grado di far rientrare nelle mansioni dei propri controllori la misurazione della temperatura dei passeggeri. E quindi ciao, Svizzera verde. Poi, dopo che il governo ha messo delle robuste briglie ai giorni di festa dal 20 dicembre al 6 gennaio, proibendo ogni spostamento e giro al di fuori dei comuni, ieri ha fatto un mezzo passo indietro, dando libertà il 25, il 26 e il 31, una cosa così. Tanto per semplificare la comprensione popolare dei divieti. 27 e 29 sarà proibito pagare con banconote da cinquanta euro, ogni giorno tranne il terzo dall’ultima lunazione tutte le persone con il cappello dovranno tenere la sinistra sui marciapiedi. Il pandoro è proibito sempre, tranne in provincia del Verbano e Cusio. Ossola no, resta proibito.

Due parole su alcune iniziative del governo in fine d’anno, nessun collegamento diretto con la pandemia. Sono state lanciate due iniziative, la lotteria degli scontrini e il cashback. La prima è una lotteria vera e propria, si vincono soldi se i numeri stampati sugli scontrini degli acquisti effettuati con carte vengono estratti. Il secondo è un processo per cui viene rimborsata una certa quota degli acquisti complessivi effettuati anch’essi con carte, con certi limiti. Le misure, è evidente, dovrebbero contrastare i pagamenti in contanti e gli incassi in nero, nelle intenzioni.
Essendo noi un paese avvezzo all’innovazione e incline all’elasticità, per le strade è pieno di persone stordite che chiedono rimborsi in contanti sugli acquisti di biglietti per la lotteria Italia o per la pesca, confondendo fichi, dadi e datteri. I commercianti sono inviperiti – capirai la novità – perché nessuno pare abbia pensato ad agevolare i costi della strumentazione per gli scontrini della lotteria e, come nel caso dei pagamenti con carte, delle commissioni delle banche sulle transazioni. A contorno, per un miglior sapore, l’app che dovrebbe permettere l’avvio del cashback non funziona, o funziona male, perché sorpresi dall’alto numero di richieste di registrazione e accesso. Incredibile visu. Chi l’avrebbe detto, in effetti?
Gli aspetti interessanti della faccenda, a parer mio, sono due. Il primo, rilevato da molti, è che l’app per il cashback, l’ormai famigerata ‘Io’, è stata installata da oltre sette milioni di persone, raggiungendo e superando in due settimane il numero complessivo di quelle che hanno installato ‘Immuni’ in sette mesi. Alla faccia della privacy, chiaramente, mentre là era essenziale, qui è accessoria, manco uno che abbia avanzato gli stessi dubbi di allora, temendo di fornire troppe informazioni su di sé. Centocinquanta euro è il costo della propria riservatezza? Avrebbe potuto essere anche meno? Sarebbe bello sapere quanto il gruppo degli immuniani abbia in comune o si sovrapponga con quello degli ioiani (egoiani?), non lo so dire, io faccio parte dei primi ma non dei secondi. Secondo me, poco. Il secondo aspetto, invece, che cerco di mettere a fuoco è perché la lotteria degli scontrini e il cashback non mi piacciano. Non sto sputando sui soldi, ci mancherebbe, è comunque molto difficile che io faccia qualcosa solo in nome di un guadagno. Più che altro, mi pare mi dia fastidio una forma di infantilismo nel meccanismo, da un lato quello di indurre a sfidare la sorte, pur sapendo delle percentuali del tutto sfavorevoli alla vincita, dall’altra incentivando un meccanismo di più-spendi-più-guadagni che va di certo bene nelle commedie con Richard Pryor con prova per acquisire il ricco lascito della zia stravagante ma ben poco bene per la vita reale. Indurre qualcuno a fare qualcosa – qualcosa che già dovrebbe fare, comunque, e che io come molti altri già facciamo – in nome di una promessa di remunerazione, un dolce, un regalino, è una cosa che reputo un filo infantile. Se c’è da fare, si fa, anche gratis. O no? Sbaglio?
Nel frattempo, «le spedizioni pre-natalizie saranno circa il 50% in più rispetto allo stesso periodo del 2019 con circa 70 milioni di pacchi in consegna nei 30 giorni prima del 25 dicembre» e i contatti con i call center di assistenza il 100% in più: arriverà in tempo? Entro natale? Dov’è il mio pacco? A ciascuno la propria ansia.

[Aggiornamento delle 7 del mattino: la Svizzera ha trovato un modo per misurare la temperatura dei passeggeri e i collegamenti ferroviari tra Italia e Svizzera sono stati ripristinati. Niente crisi del cioccolato, fiuuu].


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre |


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