e l’investimento comincia a rendere

Giocati quattro euro, vinti sei. Per me, prima vincita di sempre. Adios, amigos.

Perché giocare la sorte al gioco più difficile di tutti? Lo è, il SuperEnalotto è il gioco d’azzardo a premi più difficile al mondo, 1 probabilità su 622.614.630 di vincere il malloppone, in effetti non conveniente. Ma io ho un progetto e non mi servono migliaia, decine di migliaia o centinaia di migliaia di soldi, o rendite mensili, a me servono decine di milioni. A chi rivolgermi, dunque? O al caveau di una banca o a una lotteria scandalosa. Considerando poi che gioco sempre il minimo, due euro a cartella, ritengo di avere grandi e luminose possibilità. Ma sto studiando l’Eurojackpot, estrazione ogni venerdì sera a Helsinki, molto molto più facile: 1 probabilità su 95.344.200, quasi un gioco da ragazzi.
Oppure potrei mettere in piedi un ragionevole schema di Ponzi e darmi alla fuga prima del crollo, può essere. Qualcuno vuole sottoscrivere una bella somma che garantisco interessi del cinquanta per cento almeno?

la musica delle stagioni, inverno 2020

Finisce l’inverno e, anche, la mia compila dell’inverno. Stavolta è venuta più rocchettara, molto moderata, i brani son più di novanta per un totale di più di sei ore. Un Roma-Milano con calma, direi, forse Napoli. Essendo di stagione, all’inizio c’è certa frutta, alla fine altra, normale. Non si sanno mai le pieghe che si andranno a prendere nel corso del tempo, anche se curiosamente questa è partita dai Cream ed è finita a Tom Petty (tompetti), due classiconi, ma all’interno c’è tutt’altro.

Poi ci sono quelle passate, le dodici stagioni precedenti, altro che serie tv.

Eccole, tutte: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (94 brani, 6 ore) | estate 2018 (82 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (133 brani, 9 ore) | primavera 2019 (51 brani, 3 ore) | estate 2019 (107 brani, 6 ore)| autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (127 brani, 8 ore)| primavera 2020 (102 brani, 6 ore) | estate 2020 (99 brani, 6 ore) | autunno 2020 (153 brani, 10 ore) | inverno 2020 (91 brani, 6 ore)

Spero qualcuno si diverta, se no io, che va bene lo stesso.


L’indice delle compile

primavera non bussa, lei entra sicura (ancora ancora)

Alle 10:37 di oggi sarà primavera. L’equilonzio, variabile come ogni anno tra un giorno prima e un giorno dopo, è cosa di oggi ed è, appunto, primavera. Cioè quella stagione, come disse qualcuno, in cui è estate sotto il sole e inverno all’ombra.

Seconda primavera di pandemia, c’è da augurarsi che porti novità e miglioramenti per tutti. Così ne veniam fuori. Nonostante chi non ha ancora capito come stare al mondo. Ai leghisti, come sempre, niente. E poi c’è la Milano-Sanremo.

nella natura: il munuocchin’ uorldbag men contro il cambiamento climatico

Il munuocchin’ uorldbag men, m.u.m., ovvero l’uomo che tenta di fare moonwalking nel mondo sempre con la stessa borsa, l’uomo che scopre i posti e porta la bellezza della danza contemporanea alle popolazioni del mondo, il figuro che renderà celebre lui e me, l’uomo che potrebbe stare parimenti al museo di arte contemporanea di Zurigo o in una discarica lesothiana, senza sfigurare in entrambi.

Sempre attuale ma partecipe, pure, delle lotte tradizionali, è il potere della danza, della bellezza e della grazia contro la bruttezza e la sgrazia. Grazie m.u.m.


Tutti i m.u.m.

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auspicia, da aves specere

A scuola poi, a un certo punto del percorso, ci parlavano degli aruspici e degli àuguri nella Roma antica. I primi si occupavano dell’osservazione delle viscere degli animali, i secondi del volo degli uccelli, per fare divinazioni e previsioni. Se la questione delle viscere, diciamo, era intuibile, cioè uno osserva le trippe e siccome sono sempre diverse qualche cosa ne può trarre, la faccenda degli uccelli era sempre misteriosa.
Ma che ci sarà da vedere ex avibus, che sarà mai? Poi, come si fa spesso a scuola, niente domande e cercare di procedere a passi spediti verso la fine, tredici anni dopo, il più incolumi possibile. Ma il problema resta, perché io il volo degli uccelli lo vedo e lo immagino sempre così:

Capirai la divinazione: oh, è dritto, per me possiamo procedere. Mah. Invadiamo la Gallia.

Poi, se uno è fortunato e minimamente interessato alle cose del mondo, magari gli capita di osservare il cielo al momento giusto, magari in inverno, in una città europea oppure, e lì è il meglio, di trovarsi a Roma in questa stagione o a novembre e vedere il cielo oscurarsi improvvisamente e ricoprirsi di macchie nere enormi in continuo movimento, persino inquietanti: sono gli storni. Gli stormi di storni.
Ed è lì che uno capisce. È vero che gli storni sono abbastanza diffusi in Europa ma non dappertutto, non in tutte le stagioni e, soprattutto, in numeri minori che a sud. Questi sono a casa mia, ora.

Il filo brulicante sullo sfondo è meraviglioso. A ogni modo, dicevo, per quanto se ne vedano parecchi e anche stormi di una certa dimensione, non se ne ha un’idea precisa finché non li si vede a Roma o in nord Africa. Una cosa così:

FAYEZ NURELDINE/AFP/Getty Images

Ora sì che capisco di più, ora sì che potrei divinare qualche cosa persino io, ora sì che la cosa si spiega. Il volo degli stormi di storni è meraviglioso, ipnotico, imprevedibile, segue certe regole complicatissime che alcuni hanno studiato per decenni, stabilendo approssimativamente che ogni storno segue i movimenti dei sette che ha attorno, generando così deviazioni a cascata rapide e frequenti. Lo stormo assume quindi un aspetto inquietante che spaventa i predatori, di solito rapacetti.
Gli storni sono centinaia di milioni e gli agricoltori lo sanno, sono una sciagura per i campi, i raccolti e le piante: si posano in migliaia, centinaia di migliaia, spezzano i rami, scagazzano ovunque, portano distruzione. A Termini, intendo alla stazione, di questa stagione vendono gli ombrelli per uscire e percorrere a piedi il piazzale. In cinque minuti può succedere di tutto, ritrovarsi per esempio completamente da buttare. E si scivola, pure.

Ciò nonostante, sono meravigliosi da guardare e, dopo aver vissuto a Roma, capisco benissimo come il loro volo possa avere affascinato i romani e gli etruschi prima di loro fin dalla notte dei tempi. E le divinazioni ex avibus in questo caso sono del tutto comprensibili, altro che il passerotto che vedo io talvolta sorvolare le mie finestre, proprio altro tipo ed effetto. Qui un’idea in movimento della faccenda.
Ora è chiaro, per fortuna. E io dico, anche stavolta: ma perché a scuola nemmeno uno sforzino per farmi capire meglio la cosa? Bastava poco, una foto, un racconto, mi sarei evitato decenni di pensieri su quei mona dei romani, che non si capiva proprio che trovassero nel volo degli uccelli.

è ancora ancora quel giorno dell’anno

È ancora quel periodo dell’anno nel quale mi sento in dovere di sostenere economicamente il sito internet che consulto di più: wikipedia. Perché i server, la banda, le pulizie dell’ufficio, l’affitto e la macchinetta con le cialde costano.
Certo, poi mi ha scritto Jimmy, visto che stavo un pochino tergiversando, e ha usato un atteggiamento cui non ho potuto resistere:

E, quindi, anch’io con il massimo rispetto ho fatto il mio dovere.

I ragionamenti e le indagini li ho già esposti. Eddai. Pensateci un momento: un’enciclopedia, gratuita. Presente com’era un tempo?

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: marzo, i contagi che accelerano, un anno e non sentirlo, la vita già vissuta, il carattere dei paesi

Eh sì, ho subito il contraccolpo della zona arancione rafforzata. Non della chiusura in sé, una pandemia è una pandemia e per quanto uno lo voglia, è difficile imbrigliarla, quanto più per tutto il contorno, anche stavolta. È passato un anno e non sembra, per certi versi pare la riproposizione di vita già passata e di sorprese già avute, i tifosi che si accalcano fuori dallo stadio per Atalanta-Real Madrid sono la figurina già incollata dei tifosi che si accalcavano un anno fa per Atalanta-Valencia, la gente che si spinge e se mena sui navigli a Milano la stessa di un anno fa, stesso posto, senza l’aperitivo di Zingaretti, la schiera di virologi che dice che sia necessario un lockdown rigido, i dati che peggiorano, le terapie intensive che si riempiono, i respiratori che mancano. Perché sì, nel più grande ospedale della mia città, quello trasformato in un hub regionale specifico per i malati di covid, questa settimana un paziente di cinquant’anni si è sentito dire che, dovesse peggiorare, non ci sarebbe stato un respiratore libero. Un anno, dunque, a inventarsi respiratori dalle maschere da immersione di Decathlon, a ripeterci che non ci saremmo fatti trovare impreparati – ma l’inazione era già chiara dall’estate -, a stringere lucrosi contratti per i vaccini che ci avrebbero sommersi, ed eccoci qua: mi spiace, non c’è il respiratore, la dovremo mandare nel capoluogo, sempre che non peggiori anche là.
E così no, però. Così non mi sta bene, non mi sta bene affatto. Non è così che io affronto i problemi e non è così che vorrei vedere il mio paese affrontarli. Ogni paese, intendo ogni nazione, ha un proprio carattere, proprio come le persone. Nelle situazioni di tensione, il carattere emerge con più evidenza e così è stato anche per noi. Attendere, vedere, non farsi venire il malanimo in anticipo, procrastinare per poi, a cose avvenute, affrontarle con toni drammatici, con i mezzi dell’emergenza, con il pathos della crisi, della paura, dei toni gridati e delle accuse che volano a destra e a manca. Ignorare il problema per mesi e poi inseguire con l’elicottero e il megafono un tizio che cammina sulla spiaggia. Questo è il nostro modo, nazionale, di affrontare i problemi, che siano dissesto geologico, crisi climatica, debito pubblico, spread, pandemia o nuovo governo. L’entusiasmo al limite della devozione per Draghi è preoccupante, sia perché eccessivo e sintomatico di patologie umorali ben serie, sia perché passerà con la velocità con cui è venuto. E così i problemi, nulla all’orizzonte, poi la situazione drammatica e poi puf, spariti fino alla prossima crisi.
Ecco no, io per il mio benessere psicofisico ho imparato, nel tempo e con l’esperienza, che non è un buon approccio, per me. Io le cose le devo affrontare subito, quando ancora non sono preoccupanti, le devo lavorare, suddividere, analizzare e poi, se possibile, almeno parzialmente, risolvere. Per non doverci pensare poi, a cose peggiorate, o per non doverci pensare troppo a lungo o, anche, per non dovermi ritrovare di nuovo, magari un anno dopo, nella medesima situazione. E poi, se mi trovo in difficoltà, mi concentro sulle priorità e tralascio le sciocchezze, cosa che evidentemente non riusciamo a fare collettivamente: il destino dei Cinque Stelle, il futuro di Conte, l’espulsione di Pjanic nel 2018, il libro di Casalino, San Remo, perdio San Remo!, le feste di Genovese, i sottosegretari, la loro distribuzione e il governo dei migliori, l’autista Atac e i suoi video su TikTok, lo stadio della Roma, lo spareggio tra la Farfalla e l’Orsetto tra i cantanti mascherati, Ronaldo al Miami, gli amori di Bollani, Celentano su tutti, due ore di elenchi di Salvini per rilassarsi, il golden globe a Laura Pausini, Sgarbi prossimo sindaco di Roma e vabbè, giusto per attenermi alla prima pagina del Corriere di oggi. Per dire. E Zingaretti si occupa della D’Urso. A posto.

C’è da chiudere? Chiudiamo, ma per davvero. Serve acquistare respiratori in previsione, anche se magari non li useremo? Facciamolo, nella giusta misura. Vaccinare il paese sarà un’operazione molto complicata? Bene, destiniamo persone, luoghi e risorse in anticipo, così da essere pronti quando sarà. Potrei andare avanti molte righe, non è il caso, sono tutti esempi retorici riferiti al passato. Ma a pensare alle priorità poi si passa per pesantoni, cheppalle, vogliamo divertirci? Tiene banco, di nuovo, la pasqua, oddio come passeremo la pasqua?, come l’anno scorso e come natale due mesi fa. Vi prego no, non di nuovo. Non ce la faccio. Più passano le settimane e più mi convinco, non so bene nemmeno io perché, che la prossima estate non sarà come quella passata. Cioè, non vi sarà un crollo del numero dei contagi a maggio e giugno, che ci permetterà di passare svagati tre mesi, per lo più senza mascherina. Quello era il risultato di due mesi di lockdown vero, pesante, serio. Quest’anno, ho l’impressione, sarà più un tira e molla, come questi mesi. Ed è un errore fare calcoli sulla mitigazione dei contagi per merito del clima, non avverrà, come dimostrano gli Stati Uniti la scorsa estate: faceva caldo e fu un disastro. Allo stesso modo, è un errore contare sui vaccini se poi le vaccinazioni non si fanno. È vero che in Inghilterra come in Israele i contagi sono crollati del 40% e i deceduti di un terzo ma loro hanno e stanno facendo fatto due cose che noi non stiamo facendo: un lockdown duro e prolungato e le vaccinazioni, anche se una sola a persona. Ecco, il carattere delle nazioni, l’Inghilterra non è certo stata meglio di noi, non ha pianificato alcunché ma, almeno, nell’emergenza reagisce e si concentra sulle priorità. La Germania va dritta per la propria strada, lockdown pesante e vaccinazioni con richiamo per tutti, più lento ma sicuramente più efficace.
Noi no, dichiarazioni eclatanti per provare a prendersi il posto di ministro, o di sottosegretario o, almeno, superconsulente, risse per strada e gente assembrata per gli aperitivi, a differenza di chiunque non ci siamo fatti mancare una crisi di governo, tanto opportuna quanto al momento giusto. Quanto tempo negli ultimi mesi abbiamo parlato di strategie per affrontare il covid e quanto di Renzi?
Ancor più di un anno fa, mi è chiaro che devo vivere in un paese, in una nazione, che si comporta come mi comporterei io. In generale, diciamo, come approccio. Se io fossi uno che reagisce sul piano fisico, che si rinchiude, uno che affronta di petto con i pugni chiusi le situazioni e per cui gli altri sono tutti potenziali nemici, andrei in Russia o in Corea del nord. Se fossi un ottimista sereno, avessi un buon carattere sociale e pensassi sempre collettivo, probabilmente andrei in Svezia. Se fossi una persona concentrata su di sé, dedita alle remunerazioni per compensare le delusioni, se mettessi al primo posto gli affetti e la famiglia contro tutti, se preferissi l’uovo oggi, se volessi acquistare una villetta costruita di fresco a sessanta chilometri dal centro e un suv bello grande così non mi faccio male, allora dovrei andare in Italia.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: febbraio, le bestemmie, l’«arancione rafforzato», una difficile convivenza, devo trovarmi un posto

Bestemmie, ostie, madonne, santi, da ieri sera sto tirando giù di tutto. Adesso siamo in zona arancione, «arancione rafforzato». Dopo un anno, ancora lì siamo. Prima un focolaio in un asilo, poi un paio di feste di compleanno e poi, ad allargare il giro, domenica c’erano almeno duemila adolescenti in piazza in città senza alcuna protezione. Sì, in questo momento ho voglia di prendermela con qualcuno, cerco la rissa, vanno bene anche duemila gnarelli, sono qua. Checcoglioni. Poi ce l’ho con i miei corregionali, dio li fulmini!, che hanno votato lega e forzaitalia, regalandomi la tutela di Fontana, Moratti e Bertolaso. Che poi io dico: quando c’è un’emergenza, una situazione critica, uno fa due conti e poi si affida, perché bisogna affidarsi, ai migliori che trova in giro, medici, operatori, amici e parenti. Ma non ci si affida ai più ritardati, trafficoni, affaristi, stronzi che ci siano in giro, no? E invece sì. Grazie.
Domenica nella mia città sono stati vaccinati cinquantanove ultraottantenni. 59. Lunedì la Regione Lombardia ha sottoscritto il protocollo d’intesa con le strutture private e le farmacie per la somministrazione dei vaccini, ma guarda te che sorpresa. Oltre alla beffa, il danno per cui non solo i vaccini saranno a pagamento per chi ha urgenza o per chi desidera farli prima di dieci anni ma il protocollo autorizza anche le farmacie a somministrare il vaccino antinfluenzale, di cui la Regione ora è piena. A novembre e dicembre erano introvabili, abbiamo pagato quasi tutti per farli o farli fare e adesso sono dappertutto. Non bastasse, sempre la Regione annuncia che sarà possibile chiedere il rimborso, ancora non si sa come, per i vaccini antinfluenzali fatti privatamente in fine d’anno e così si compie il giro: attraverso di me, la Regione – anche stavolta – ha finanziato le strutture private. È un regalo continuo.
Vero che le aziende produttrici stanno rallentando la produzione di vaccini – è di oggi la notizia che AstraZeneca ha tagliato ulteriormente del cinquanta per cento la fornitura, succede quando non c’è più la leva economica delle penali a far da pungolo – e di conseguenza certe regioni (Lombardia) stanno già accampando scuse per i ritardi ma è altrettanto vero che dei cinque milioni di dosi già consegnate ne sono state utilizzate finora solo tre milioni e mezzo, cioè la campagna vaccinale va comunque più lenta delle pur lente forniture. Perché tanto si sa sempre a chi giova, no? Rallenta, paralizza il pubblico e la magia riuscirà sempre senza nemmeno doversi sporcare le mani. E così al momento l’unica soluzione, di tipo medievale, è richiudere tutto e aspettare, facendo finta di avere delle ideone da mettere in pratica.
Che, poi, chiudere. A me andrebbe anche bene un patto chiaro, chiudiamo per davvero per tot mesi e nel frattempo vacciniamo seriamente, isoliamo, tracciamo, e facciamo dei patti chiari che ci permetteranno di essere amici, poi. Ma la chiusura dettata da Confindustria no, perdio, non mi sta bene. Perché si chiudono le scuole, si limitano i movimenti ma solo dei semplici cittadini, non parliamo delle strutture di cultura e spettacolo, dei centri sociali, delle palestre, ma per carità, i negozi, i centri commerciali, le industrie guai a chi le tocca, al massimo nel fine settimana. Lavora, consuma e poi sta’ a casa. Il paradiso dei miserabili, con la pizza a domicilio. Dopo un anno, ancora la stessa solfa, non ci siamo mossi di un ciapello, i furgoncini delle impresine ancora lanciati a mille sulle autostrade perché il PIL è tutto nostro.

Non c’è niente da fare. Inquinamento, pandemia, affarismo, cementificazione, clientelismo, assenza di prospettive che non siano il fatturato di oggi, individualismo spintissimo, non c’è niente da fare: siamo i peggiori in tutto. E continuiamo a esserlo, qui in un certo pezzo di val padana tra il Piemonte e il Veneto. E con orgoglio, pure.
Per carità, moltissime brave persone, tutte frustrate e intristite peraltro, che è un po’ il motivo per cui poi si resta, senza sbattere la porta dietro di sé. Ma non basta, non può bastare. Perché sono trent’anni che si attribuiscono poteri alle regioni e sono trent’anni che qui la maggioranza vota il peggio, se non si è eletto Ambrosoli, uno dei pochissimi candidati di valore nei decenni, c’è ben poca speranza. E il prossimo giro, azzardo, sarà la Moratti, o se non lei analoga o analogo. In ogni caso, proni a Confindustria, agli esercenti, complici del popolo delle partite iva che non emette fattura, di chi intasca i ristori e poi comunque vota a destra, di chi è perennemente alla ricerca della gabola per non fare il proprio dovere, fisico, etico ed economico, di chi non fa assolutamente nulla per gli altri e per la comunità ma che pretende sempre ogni tipo di aiuto e risarcimento, per poi blaterare contro i vaccini.
Ma non è una lotta tra cattivi e buoni. È peggio. È uno scontro tra maggioranze variabili, di cui facciamo di volta in volta parte tutti. Ho adattato anch’io le norme anticontagio a mio piacimento, riducendo i giorni di isolamento anticipando il tampone, o superando qualche confine che non sarebbe stato lecito superare, ho rotto le balle anch’io sulle cose che mi interessavano facendo finta di non vedere quelle a mio vantaggio, ho approfittato anch’io dell’elasticità e spesso dell’assenza delle sanzioni, lo schifo della faccenda sta, appunto, nel fatto che si sguazza tutti nello stesso recinto e ci si sporca tutti, prima o poi, dando un colpetto di qua e uno di là.
Per carità, un motivo c’è sempre, la burocrazia, i lacci, la lentezza dell’amministrazione, anche solo il sopravvivere, la giustificazione si trova e, comunque, quasi nessuno la chiede mai. È il Berlusconi fuori e dentro di me, entrambi, che mi fanno impazzire. E là fuori è pieno.
Occhei, d’accordo, avete vinto, sarà la stanchezza, sarà la frustrazione. Farò i miei piani per migliorare la situazione e farò le mie cose appena sarà possibile farlo, al momento però sono talmente smarronato che non collaborerò più, almeno finché l’idraulico dell’alta Val Brembana non lo farà. Infantile? Certo. Ci picchiamo? Volentieri.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: febbraio, basta conservarlo al freschetto, al 3%, magari esistessero solo fare e non fare

Con il cambio di governo, pare di avvisare qualche minimo cambio di impostazione: forse sarà adottata una politica di chiusure localizzate, zone rosse comunali, e i colori delle regioni, annuncio di ieri, saranno comunicati almeno una settimana prima. Beh, è già qualcosa, l’effetto suspans in certi settori produce perlopiù effetti nefasti e nessuna tensione positiva. Sul fronte delle vaccinazioni, nessuna nuova e nessuna accelerazione, purtroppo. Il brusio di fondo è insopportabile: c’è chi propone di produrre i vaccini in Italia, e qui il profano come me fa l’espressione del «ma sul serio?», in Regione Lombardia cominciano a buttar lì che mancano le dosi e, di conseguenza, non si potrà rispettare il piano previsto di un milione di vaccinazioni ogni ora (vabbè, qui era facile esser profeti), oggi si scopre che il vaccino che andava conservato a ottanta gradi sotto zero si può conservare anche a meno quindici, e qui il profano come me fa la faccia da «ma davvero?», e che il richiamo può tranquillamente essere fatto anche dopo tre settimane, anzi meglio dopo tre mesi, e qui i punti interrogativi sulla testa del profano diventano folti (eufemismo, potrebbero essere bestemmie). Le prenotazioni per gli ottantenni, almeno in Lombardia, hanno avuto alcuni aspetti curiosi – il risponditore automatico: «la invitiamo ad attendere, ci sono decentodiciottomila persone in attesa davanti a lei», e le virgolette non sono a caso – però poi la prenotazione è andata a buon fine, forse. Che poi si traduca in una vaccinazione vera è tutta da dimostrare. Con le storture del caso, il vicino settantenne è stato vaccinato, la dirimpettaia novantenne no. Chissà, in ogni caso i numeri dei vaccinati restano molto bassi. Ora siamo al 3,6% della popolazione alla prima somministrazione, poco più del 2% quella già richiamata, insomma, percentuali da lotteria. In Israele e in Inghilterra, paesi che si sono buttati sulla vaccinazione di massa anche a costo, gli inglesi, di fare solo la prima somministrazione, le cose paiono migliorare rapidamente, con i contagi a picco. Esistono alcuni stati che non contano alcun caso di infezione, dopo le restrizioni: in Nuova Zelanda, per esempio, in cui accettano anche visitatori ma solo dopo aver trascorso quindici giorni, a proprie spese, in un albergo a fianco dell’aeroporto e dopo un tampone finale; in Australia, e le immagini della finale degli Open di ieri con il pubblico, con mascherina ma nemmeno troppo distanziati, mi hanno colpito.

In generale, rilevo in me e attorno a me stanchezza e un po’ di frustrazione. Nessun progetto, nemmeno a breve termine, poche e prive di entusiasmo le proposte di ‘far qualcosa’, spesso limitate a un caffè se la zona è gialla ed è permesso e senza particolare goduria. Che, poi, di che si parla? Sempre di quello. Sono sparite anche le domande, cosa farai?, cosa farete?, dove andrete?, ci vediamo?, sostituite da quelle per sapere se i negozi di vestiti per adulti sono aperti, se settimana prossima saremo rossi o arancioni, per sapere dove fare un tampone rapido o cosa bisogna fare se si è contatto di un contatto di un positivo. Più difficili, se possibile, alcuni aspetti legati alla convivenza collettiva. Per fare un esempio concreto, un mio collega si mette in isolamento fiduciario perché la figlia risulta positiva. Il medico, correttamente, gli prescrive quattordici giorni di isolamento e un tampone alla fine del periodo. Tutto giusto e tutto legale, per carità, ma noi colleghi che abbiamo pranzato con lui tre giorni prima, in zona gialla, tutto in ordine, non sappiamo come comportarci. Glielo facciamo presente, con tatto, spiegandogli che sarebbe molto utile per noi sapere se sia positivo o meno, traducendo eventualmente noi da contatti di contatto a contatti diretti. E, magari, saperlo rapidamente, non dopo due settimane. Lui ci risponde, come molti, che non ci aveva pensato e che sì, magari, adesso vedrà e poi ci farà sapere. Naturalmente poi non accade più niente e a noi non resta che prenderne atto o, semmai se proprio, andarci a fare un tampone a spese e iniziativa nostra. Qualcuno ha sbagliato? Formalmente no. È un labile confine attorno al legale, ciò che è consentito e ciò che non lo è, per lui è stato sufficiente rispettare le norme, per me no, perché mi sarebbe stato utile saperne di più, così da comportarmi socialmente in modo più responsabile. Era lecito andare entro il 21 dicembre alle Maldive, visto che c’erano pure degli sconti pazzeschi? Sì, era permesso. Aveva senso farlo? No, per me no, ma qui siamo nel campo dell’opinabile. Ed è difficile, perché anche le persone più vicine, quelle con cui crediamo di condividere anche i valori fondanti dell’esistenza, si comportano in modo differente, a volte lievemente a volte radicalmente, di fronte a questo tipo di situazioni e questo genera conflitto, fraintendimento, soprattutto là dove i comportamenti sono lasciati al volere o all’interpretazione individuale.
Il che, almeno per quanto riguarda me, lascia ancora un po’ più soli in questo momento, già, di non banale solitudine. Passerà, sì, passerà. Amen.
Ah, e Immuni? Ahah.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre | 6 gennaio | 15 gennaio | 19 gennaio | 26 gennaio | 1 febbraio | 15 febbraio | 22 febbraio |


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: febbraio, sono stato attentissimo, mi senti?, Lui ce l’ha con Noi

Due settimane di blackout sulla questione pandemia. Non io, non il mio minidiario, proprio il paese tutto. Perché c’era la crisi di governo e buonanotte pandemia. Tre giorni fa era persino difficile trovare su un qualsiasi giornale notizie riguardo i colori delle regioni, chissà, o l’andamento delle vaccinazioni. Ora c’è Draghi, forse ricominciamo a occuparci della questione. Bene, tra parentesi, la conferma di Speranza al ministero della Salute, non tanto per lui – che comunque non è stato certo il peggiore – quanto perché così non si perderà tempo a spiegare al nuovo ministro dove sta la scrivania.
Mentre, come tutti, ero in attesa che le cose ripartissero, ho letto alcuni articoli interessanti sugli errori che, comunemente, facciamo in tema di pandemia. Ma io no, mi son detto andando a leggere, figuriamoci, sono attentissimo. Che poi è la stessa cosa che dicono tutti quelli che scoprono di essere positivi. Ma come può essere? Può.
Le persone mentono. Poiché mentono sui pesci pescati, mentono anche sul covid. Mentono sulle trasgressioni alle buone norme anti-contagio e mentono sui propri sintomi, qualora vengano loro richiesti. Stato tra la gente? Ma va’. Tosse? Mai. Febbre? Macché. Se poi lo dice un amico o una persona simpatica, o bella, dev’essere per forza vero. Il fatto che sia permesso non vuol dire che sia sicuro. Beh, ma se il DPCM lo permette, se si può fare, allora lo faccio. Grande fraintendimento. È chiaramente lecito andare al supermercato in ogni scenario ma ciò non significa che sia un ambiente raccomandabile, lo sappiamo in teoria ma in pratica ci comportiamo come se lo fosse. I termoscanner all’entrata, da questo punto di vista, aiutano poco. L’ho già fatto una volta e non è successo niente. Questa, magari, è una giustificazione più implicita, è più raro che venga espressa a parole, di fatto però costituisce un metro dei nostri comportamenti ripetitivi: aver trasgredito e non aver subito conseguenze falsa la nostra condotta generale. Ma siamo all’aria aperta. Certo, ciò non toglie che parlare un’ora con una persona a mezzo metro senza mascherine sia piuttosto rischioso, anche se ogni volta che si incrocia un podista per tre secondi si scuote la testa perché non ha bocca e naso coperti. Mi piace mettere mascherine eleganti o diverse dagli altri. Con la bandiera italiana, magari. Bene, benissimo, magari di stoffa fatte dalla mia sarta così brava con una fantasia floreale stupenda. Ottimo. Oppure una mascherina chirurgica perché la ffp2 tira un sacco le orecchie. Oppure, ed è il meglio, abbassarla quando si parla, al telefono o con l’interlocutore, perché si teme di non essere sentiti. Un anno e ancora la cosa non è chiara.

La confusione regna abbastanza sovrana, sia dentro che fuori di me. Più che altro, fuori, devo dire. Nell’arco di otto ore ho sentito dire da un’amica che ha un’amica che lavora in ospedale che la variante inglese del virus è sicuramente molto infettiva ma decisamente meno grave e da un funzionario della Regione che di variante inglese si muore molto di più. «Ormai serve il lockdown, le zone rosse non bastano per contenere le varianti, andava già fatto a dicembre». «È sotto gli occhi di tutti che la faccenda delle Regioni colorate non ha funzionato». «Il sistema dei colori ha funzionato, ci ha permesso una mitigazione dell’epidemia, regolando la velocità come fosse acqua che scende da un rubinetto». «Chiedere un lockdown generale è una misura barbara, senza razionale scientifico. Le soluzioni sono lockdown mirati, provinciali, localizzati, chirurgici e rapidi». «Il problema non si risolve con le chiusure che servono solo a guadagnare tempo. Si risolve con il vaccino». «Vanno applicate con severità le misure che abbiamo. Un lockdown severo non serve, ma occorrono chiusure chirurgiche». Potrei andare avanti per pagine. Una delle cose che prediligo è quando si parla del virus come se avesse volontà e intenzioni (e con ‘si parla’ intendo un virologo): «Attenti alle varianti. Ma da virologo vi dico: il Covid ha interesse a farci meno male», per dire, sul giornale di oggi. Ed è Giorgio Palù, virologo, presidente dell’agenzia italiana del farmaco Aifa, non Bislazzoni al Bar Sport, che avrebbe ben diritto di personalizzare ’sto rompimaroni di virus. Io, noi, lui, anzi Lui, senza ovviamente dimenticare Loro, che il virus l’hanno creato. Bene.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
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