Come ormai la maggior parte di noi sa, tra una settimana si vota, diciannovesima volta da che abbiamo il piacere di votare in modo libero e universale. Come le altre volte, l’Ufficio Politico di trivigante (UPdt) ha faticosamente prodotto anche stavolta la schedina elettorale™, ovvero la risposta giocosa ai dubbi che attanagliano la politica e il dibattito nei bar del paese: come andrà? Sarà meglio? Peggio? Riuscirà Adinolfi a prendere tre voti? E L’Ape Di Maio che vola nelle pizzerie batterà i cattivoni Lupitotibrugnaro?
Giocare si gioca come le vecchie schedine del totocalcio, ci son le partite e bisogna dire chi vince, chi perde e chi pareggia, 1-2-X. Chi fa tredici e dodici vince e le percentuali di voto che fanno fede saranno quelle del proporzionale alla Camera. Se la differenza di percentuale è contenuta nello 0,2%, è considerato pareggio, esempio: 1,6% e 1,8% è pareggio. E per sapere chi accidenti siano quelli del Partito Comunista Italiano che non sono il Partito Comunista dei Lavoratori? Si va sul sito del Ministero, dove ci sono i programmi, ahah, e si capisce chi diavolo siano: qui. Uno più di tutti, secondo me. E non preoccupatevi di chi non conoscete, tanto anche sulla schedina calcistica non sapevate nulla della Sambenedettese, no?
Ma materialmente? Materialmente si commenta questo post qui sotto, scrivendo la propria previsione e usando un nome in cui vi possiate poi riconoscere (lo farò io per primo, giocando per fare un esempio). Oppure scrivete la previsione in una mail e la inviate a posta@trivigante.it e pubblico io. Stavolta non ci sono soldi in ballo, non si paga e si può giocare tutte le volte che si vuole, abbiate solo considerazione del me del futuro che nella grotta elettorale domenica notte spoglierà le schedine giocate.
Cosa si vince? Non si paga e si vincono ricchi premi: quarantanove milioni di euro (ma bisogna andare a pigliarseli in Russia); un week-end con Mario Draghi a cercar funghi senza però parlare di politica; una testata nucleare tattica da usare a proprio piacimento a seconda di come la si pensi; una bottiglietta da mezzo litro di gas – premio più ambito – per affrontare l’inverno; una cena a Windsor con la reg… ah no, una seduta di massaggio corporale effettuata dalle cicciose mani dell’iroso Carlo terzo. Insomma, mica male, no?
Le ultime cose: qui c’è la schedina in pdf, se volete stamparla, conservarla, studiarla con calma, inviarla, farne quel che vi va. Per qualsiasi controversia, l’Ufficio Politico di trivigante (UPdt) ha a disposizione una vasta schiera di assassini prezzolati. Se avete domande, chiedete, i commenti servono anche a cazzeggiare.
L’ultima volta, 2018, le schedine erano settantadue, sarebbe bello farne di più. Io attenderò i risultati elettorali seduto su una spiaggia di Ostenda, che non si sa mai e son già pronto. Che dire? Buon gioco a chi vorrà e speriamo non vada troppo male di là, nel reale. Nel mentre, tra le tante, vi invito a giocare con considerazione una tra le partite più appassionanti: Italexit per l’Italia contro +Europa, un dentro-fuori programmatico proprio niente male.
Gubbio ha una magnifica balconata sulla valle, la piazza principale, piazza Grande appunto, tra la cattedrale e il palazzo dei Consoli, si regge su archi enormi che reggono da secoli questo enorme terrazzone che tanto dà sulla valle quanto è visibile da essa. E fa signoria, comune, potenza e ricchezza, senza dubbio. Che fa, dico io, il viaggiatore errante dell’Europa quando arriva in piazza Grande? Contempla dalla balconata, ovvio. O, almeno, vorrebbe. Perché sul parapetto la lungimirante amministrazione ha piazzato un’ottupla fila di spuntoni mortali antipiccione che impediscono ogni contemplazione appoggiata e che darebbero del filo da torcere anche a truppe di lanzichenecchi all’assalto da fuori.
Come rovinare un contesto armonico ispirato alla bellezza. Nel palazzo sono conservate le tavole eugubine, le stele di Rosetta dell’umbro antico, che hanno permesso la decifrazione della lingua locale e come dimostrazione di grandezza al terzo piano, terzo!, hanno piazzato una fontanona di quelle da piazza nel bel mezzo di un salone, per far vedere ai foresti che loro l’acqua corrente la sapevan spingere fin su su, e dici niente.
Individuato un norcinaio di soddisfazione, mi faccio imbottire un panino di salume locale, formaggione e patè di tartufo che qui ci si lavano i denti e vado a sedermi nel teatro romano che, nella piana, offre la visione scenografica della piana e della gola del Bottaccione. Il cielo corre, si apre e chiude che è una meraviglia e io per oggi non potrei chiedere di meglio, davvero.
Avrei potuto essere qui per vedere Plauto duemiladuecento anni fa, non sarebbe stato molto diverso. Mi sarei trovato in mezzo a persone come me, impegnate a pensare al futuro, al passato, allo scopo di tutto, con la sola differenza delle bollette elettriche, poco altro. Non si colgono molte differenze dal posto in cui sono seduto. Allora mi tocca fare un esercizio di astrazione e far conto con le esigenze della vita nella realtà, il tempo che ho per star via ancora, un impegno domani, lo scorrere consueto delle cose. E poi ha cominciato a piovere. Opto per un rientro dritto ma lento, piglio la statalina che passa dal Parco Regionale del Sasso Simone e Simoncello, parallela alla E45 che ho fatto per venire ma più su, in cresta, ed enormemente più curvosa, e salgo, in direzione San Leo, San Marino, Romagna insomma. A tratti son solo boschi, nemmeno una casa in vista, qualche cantoniera qua e là, zone da linea gotica e da partigiani nella neve.
Bellissime, anche qui vorrei andare a piedi per giorni e giorni. Ma vado dritto, voglio dare un’occhiata a San Leo, quella rupona impressionante col castello sopra che si vede passando verso la riviera romagnola, quel castello della prigione di Cagliostro, e poi voglio passare da Novafeltria. È per un altro omaggio, più recente, quegli occhialoni rossi che lo contraddistinguevano e che oggi, sulla tomba, fanno tanto facciona da pareidolia.
Signore, è stata una svista, abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista. Sì. Poi piglio su per davvero e vado verso casa, perché bene così. È stato un bel giro, quattro giorni pieni di cose e luoghi, Ravenna, Cesena, Caprese, Anghiari, Sansepolcro, Città di Castello, Umbertide, Frasassi, Gubbio, San Leo, un bel ritmo e una vera immersione tra l’appennino romagnolo, toscano, marchigiano e umbro, in una delle zone più belle del paese. Sarebbe servito più tempo, servirebbe più tempo per ogni cosa, per la vita stessa, va bene così. Ora vanno bene anche le commissioni di casa, ho ristabilito un po’ di equilibrio, per un po’. Non durerà molto, mi conosco, ma adesso sono in ordine e la testa è piena di idee e fantasie, mi sono abbeverato e nutrito, mi serviva. Via, anche a finire tardivamente questo minidiario, non è che sono tornato ora.
Ah, sono poi ripassato alla biblioteca malatestiana, non potevo lasciar la cosa sospesa, non ci avrei dormito. Sempre commovente, che posso dire più che: «andateci»? Niente, appunto, lei sta lì ed è indifferente se noi ci si vada o meno.
Chissà perché mi aspettavo un treno – come quello di Bob Kennedy che percorse l’America o quello che portò la salma del milite ignoto da Aquileia a Roma, ovvero viaggiare a due all’ora per permettere il saluto delle persone – e invece no, la salma della regina viaggia in auto per la Scozia, poi in qualche maniera arriverà a Londra. È pieno di fotografie che ritraggono il corteo, come questa scattata a Banchory:
Photo by Peter Summers/Getty Images
Ma la migliore che ho visto finora, ed è il senso di questo post, è questa, su una panchina a Ballater, vicino ad Aberdeen:
Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images
Mi immagino non si tratti di un monarchico realista, visti i fiori e l’atteggiamento composto e in disparte mi pare più un omaggio personale nei confronti di Elisabetta. Forse un innamorato? Un giovane pretendente? Difficile stia su una panchina, oggi. Più che altro, mi piace immaginare, un mazzo di fiori in omaggio a un pezzo di gioventù che se ne va, a un pezzo di vita giovanile e non che scompare, a una figura emblematica di tutto questo ma, in fondo, a sé, un omaggio al proprio passato.
Tra l’altro, a Sansepolcro qualche anno fa infuriava il dibattito sulle origini della città, con il dottor Benini che ipotizzava l’accampamento romano e il dottor Ribalta (nomen) che ne contestava le premesse, con pubbliche interminabili discussioni tra i maggiorenti. Ma c’era un vizio di sostanza, nel senso che i due erano cognati, si sospetta che parte dell’acrimonia fosse per quella ragione. Chissà le cene di natale.
Comunque, riprendo. Scendo dal tempietto di Valadier, proseguo per la gola di Frasassi e vado a Fabriano. Esattamente, quella di tutti i nostri album da disegno. In realtà, a dirla bene, la cartiera che fa gli album che conosciamo tutti si chiama Milani ma è ormai per antonomasia ‘Fabriano’, perché nel tempo si è comprata tutte le altre cartiere della zona, centinaia. Poi, che al mercato mio padre comprò, a sua volta è stata comprata dalla Fedrigoni di Verona, stesso settore, e poi tutto il gruppo dal fondone Bain Capital di Boston, e ciao carta italiana prestigio nel mondo. Se lo stesso gruppo industriale della carta si è ridotto di parecchio, 550 operai oggi contro le migliaia di un tempo, il vero lavoro novecentesco a Fabriano veniva dal gruppo Merloni, un colosso degli elettrodomestici e primo produttore italiano, per citare un po’ di marchi Indesit, Scholtès, Philco Italia, Ariston Thermo Group, più interessi diversificati come la Benelli di Pesaro, motociclette, e via così. Parlo al passato perché nel 1975 il marchio ha cessato di esistere, i marchi scorporati in attività autonome quando non scomparsi, per poi entrare in crisi in anni recenti. Tanta era la ricchezza di questo piccolo borgo quanto lo è la crisi attuale, che si manifesta con la disoccupazione al venti per cento e poche opportunità in valle, se non il turismo più su. Ma il turismo degli stabilimenti abbandonati è ancora troppo di nicchia per contarci fino in fondo.
Venire qui, a Fabriano, e non imparare nulla sulla carta e sulla sua storia sarebbe proprio da stolti, allora mi ci metto e due cose le memorizzo. Tocca abbozzare ma anche questa cosa, la carta, l’hanno inventata i cinesi, e ben prima di Cristo, le ultime ipotesi parlano del secondo secolo prima. Mantennero il segreto a lungo, incredibilmente, perché mille anni dopo erano ancora gli unici a produrla, tutti gli altri a papiro e pergamena. Si ipotizza, poi, che la formula segreta sia passata a noi per via degli arabi, attorno al 750, ma gli studiosi non sono ancora concordi su come ciò sia avvenuto. Io non so niente, per carità, ma un paio di giorni fa sull’appennino tosco-emiliano sono passato da un paese che ha un nome significativo, Mercato Saraceno, secondo me qualche indizio qua e là c’è. Comunque, appreso il segreto, ovviamente poi il genio italico – ah, le narrazioni locali – ha perfezionato il prodotto, migliorato, inventata la filigrana, usato i magli verticali che sfibravano canapa e lino più velocemente e meglio e siamo diventati campioni del mondo nella carta. Va bene. Anche se ricordo in Cina certe carte che erano proprio difficili da battere. Ecco, ultima cosa: fino a metà dell’Ottocento, quando il monopolio della carta europea era in mano agli inglesi, la carta si faceva con gli stracci. Il passaggio alla polpa di legno si deve a loro.
Diluvia, ma come accade spesso d’agosto basta sedersi al riparo e aspettare. Con tutte le richieste d’acqua finora, sarebbe poi vergognoso lamentarsene. Quando spiove, saluto Fabriano e vado a Gubbio, pochi chilometri a est ma, di nuovo, passaggio di regione. La piana nella quale sorge è davvero strepitosa, coronata da colline e qualche monte un poco più alto, il monte Ingino, attraversata da due torrenti, Camignano e Cavarello che, essendo torrenti al momento non esistono, e cielo limpido. Una meraviglia. A dire Gubbio di solito viene in mente il santo Francesco e il lupo, ovvero il fatto miracoloso: «Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona» e quello buono. Io sono qui non per quello, non sto facendo il cammino di Assisi, bensì per i Montefeltro, ancora. Federico di Montefeltro, associato perlopiù e giustamente a Urbino, ne scrivevo anch’io qualche mese fa, in realtà nacque qui, a Gubbio, figlio di Guidantonio conte e di madre ignota. Ahi. Si ritrovò così ad avere davanti un altro erede, tale Oddantonio e, di conseguenza, a essere mandato via da Urbino e ad essere addirittura scambiato come ostaggio dai veneziani. Dopo un po’ di vagolamenti fruttuosi, condottiero persino a Milano, ecco arrivare l’opportuna congiura che elimina Oddantonio, chi l’avrebbe detto?, ed ecco spalancarsi le porte del potere, Urbino e il Montefeltro. Fe.Dux. Talmente bravo, Federico, da non risultare mai coinvolto nella congiura, quando è evidente che era quello che ne aveva più da guadagnare. Gubbio, insieme a Urbania, divenne un luogo di soggiorno e di esercizio del potere, oltre naturalmente a Urbino, per cui venne dotata di opportuno palazzo ducale, con gli stessi crismi del principale. Ovvero, cortile rinascimentale, architravi delle porte marchiati, studiolo meraviglioso tutto in legno intarsiato, gemello di quello urbinate. Il principio che sottintendeva tutto quanto, lo studio e la pratica delle arti nell’esercizio di governo, è ben riassunto nei versi dell’Eneide nello studiolo: «Fisso a ciascuno il suo giorno, breve e irrevocabile il tempo / Della vita per tutti: gloria allargar con le azioni, / questo ottiene virtù».
A fine Ottocento, sto correndo ma le cose da dire sarebbero moltissime, il palazzo fu acquistato dai ricchi Nonmiricordochi, e spogliato di ogni cosa vendibile. Compreso, horribile dictu, lo studiolo, smontato, venduto a Nemmenoquestomiricordo che lo fece rimontare nella propria villa di Frascati per poi, sciagurato anche lui, rivenderlo al Metropolitan Museum di New York. Beh, almeno è visibile e non privato, infatti io l’ho visto là. Alcuni anni fa, finalmente, il comune di Gubbio ha ingaggiato due ebanisti falegnami bravi e ne ha fatto fare una copia che sta dove dovrebbe l’originale. Visitare il palazzo e vedere il vuoto con lo spiegone “Qui una volta c’era…” sarebbe stato parecchio frustrante. A ogni modo, a voler vedere un lato positivo nella cosa, è stato grazie anche a episodi del genere che il nostro paese si è dotato, prima di tutti, di una legislazione appropriata che impedisce l’esportazione e la vendita di beni culturali senza l’approvazione dello Stato. Ma a volerlo, proprio, comunque bene anche la copia.
Il malfunzionamento, mi tocca dirlo: orario di apertura ufficiale del palazzo ducale, otto e trenta, sta scritto sugli enormi gonfaloni a fianco dell’entrata e, soprattutto, sul sito; a fianco della porta di entrata, come spesso accade, un A4 stampato e infilato in un ercole, cioè la busta di plastica, che dice le dieci. E sono le dieci, effettivamente, nonostante alle otto e mezza siamo in dieci davanti all’ingresso con aria interrogativa. Si fa, così? No. Almeno cambiarli sul sito, gli orari, vivaddio, che è la fonte primaria dei turisti. Eddai, che costa? Li avranno cambiati su facebook, gli scellerati. Certo, poi il trucco del viaggiatore sta nel far diventare l’inghippo occasione più propizia, quando è possibile, e stavolta è possibile: poco più in basso c’è una terrazzona-giardino pensile con caffetteria a baracchino che pare mandata dal signore, cappuccione e attesa con vista panoramica da cartolina. Ed è qui che, beandomi dell’occasione, concludo per oggi, avendone dette abbastanza.
Questa è un’appendicina per una cosa davvero notevole. In questo minidiario mi sono lamentato di alcuni disservizi e malfunzionamenti, Ravenna poi Cesena, ce ne saranno anche per Gubbio, e quelli restano. Però a Sansepolcro mi è capitato non un malfunzionamento ma un funzionamento talmente bello che mi ha entusiasmato. Il “più bel dipinto del mondo” di cui parlavo qui sotto è un affresco, si sa, e sta sul fondo di una sala cui hanno attorno costituito il museo. Sulla parete opposta c’è una portona che resta chiusa durante l’apertura del museo. Ma viene aperta quando il museo è chiuso.
Esatto, la Resurrezione di Piero della Francesca a vista, tutta la notte. C’è un cristallo anti-esplosione nucleare in mezzo, chiaro, ma questo è tutto. Chiunque, al ritorno da una pizza o completamente sbronzo, dopo aver ucciso il marito e prima della questura, o prima di lasciare Sansepolcro per sempre, può fermarsi e guardarselo per tutto il tempo che vuole. Alle dieci di sera come alle sei del mattino. Io questa cosa la trovo strepitosa, m-a-g-nn-i-f-ic-a-a, meravigliosa. La bellezza a disposizione, lì. E ci saranno anche turisti che si vedono la Resurrezione in questa maniera senza andare al museo il giorno dopo, e allora? Allora va bene così. È la realizzazione e resa concreta dell’idea del patrimonio comune, il bene è davvero a disposizione di chiunque ne voglia fruire, l’idea è talmente semplice e bella da essere avanzatissima, guardandosi attorno. Emozionante anche solo raccontarlo.
Ero ad Anghiari, sono a Sansepolcro. Ancora fuori dalle mura mi accoglie l’orrendo coso, che da un manifesto solitario celebra l’appuntamento di Pontida cercando di assumere un’espressione compresa, battendosi il pugno sul cuore. Niente da fare, pare sempre il cugino scemo cui tutti dicono di fare domanda per il reddito di cittadinanza e di smettere di mangiare bomboloni al compiuter. E io sarei qui per la bellezza, la bellezza di Piero della Francesca e l’ingegno di Luca Pacioli, meglio che entri in fretta.
Nessuna sorpresa, in fondo parecchie cittadine toscane, umbre e marchigiane sono amministrate da sindaci leghisti, tra cui appunto Sansepolcro, lista civica più lega. Il manifesto del ciula non è quindi campagna elettorale ma normale informazione delle attività culturali leghiste. Una in tutta Italia e nemmeno un granché. Nessun altro segno della campagna elettorale, come non ci fosse. Chiaro che sono qui per vedere la Resurrezione di Piero della Francesca, quell’affresco con Gesù che risorge dal sepolcro con quei due occhioni fissi e sotto di lui i soldati addormentati, tra cui uno con il volto del pittore. Aldous Huxley lo definì “il più bel dipinto del mondo”, ovviamente argomentando un po’ di più di quanto io riporti qui, se ne potrebbe discutere. Comunque, quando il generale Clarke, parole sue, pianificò il bombardamento di Sansepolcro nell’avanzata alleata, si ricordò delle parole di Huxley e decise di evitare. Ora, due considerazioni che mi vengono così: uno, che bello avere un generale in comando che ha studiato la storia dell’arte o comunque ne ricorda alcune valutazioni critiche al punto da modificare il piano di guerra per salvare un affresco; due, saranno stati poco contenti i proprietari del secondo più bel dipinto del mondo che, invece, si saranno visti piovere in capo le bombe, perché non all’altezza. E il terzo, quarto e così via. Peraltro, a pensar male, se avessero bombardato il primo sarebbero pure saliti in classifica, risparmiandosi magari le prossime bombe.
Mi sposto a un tiro di schioppo e sono a Città di castello. Qui si viene, e lo feci anch’io trent’anni fa, per vedere Burri, che donò la sua propria collezione alla città (di castello). Ma allora dovevo vedere e imparare tutto, oggi Burri mi interessa molto meno, anzi niente, quindi salto a cuor sereno. Io sono qui perché è una graziosa cittadina e poi vorrei vedere alcune cose di Raffaello, Signorelli e Vasari. Per esempio, la chiesa di san Francesco che contiene lo sposalizio della Vergine di Raffaello, l’adorazione dei pastori di Signorelli, la cappella Vitelli progettata da Vasari e la sua incoronazione della Vergine. Beh, Raffaello fu rubato dai soldati napoleonici e ora è a Brera, Signorelli finì sul mercato antiquario e ora alla National gallery di Londra, gli è rimasto Vasari, che bella la cappella ma la pala insomma. Ai tifernati – sì, si chiamano così i cittadini di Città di castello – le balle ancor gli girano: “lo sposalizio della Madonna (…) possiede ora Milano / invidiata ricchezza del suo ricchissimo Brera” c’è scritto su una grossa lapide sul muro esterno. Dentro, riproduzioni. Dei cinque quadri che Raffaello dipinse in città, ne è rimasto solo uno, molto rovinato e molto giovanile, inevitabile esser seccati.
La città (di castello) è comunque un paesone, senza offesa, la sera c’è la tombolona con l’istrionico Ottaviani, si canterà il paguro Bernardo e il divertimento è assicurato, se nun me voi scippà ‘r culo (citazione dovuta dalla più grande attrice di sempre, concittadina). Nella sede del PD in piazza non c’è nulla, nemmeno un manifesto, non sembra nemmeno essere coinvolto nella competizione elettorale. In città idem, nessun manifesto o striscione. Un sacco di scritte no vax, piuttosto, decine e decine, ma dopo un po’ mi rendo conto che la mano è sempre la stessa, servirebbe un calmante più che un vaccino. Per chiudere con Città di castello, vado a visitare palazzo Vitelli, anche qui la mano è di Vasari, con una facciatona istoriata bianco su grigio come i toscani ben sanno fare. I Vitelli fecero fortuna come condottieri al soldo di chi convenisse, cosa che si guadagna bene ma è pericoloso, specie se a un certo punto ci si mette al servizio di un gran filibustiere come Cesare Borgia, il duca di Valentino figlio di papa, e poi si ha la bella idea di ordire una congiura contro di lui. Finisce che si viene invitati a un banchetto e, alla fine, si viene strangolati. Machiavelli nel 1503 scrisse il trattato “Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini”, vualà. Riina poi copiò la cosa, trovandola interessante.
Mi sposto a Umbertide, graziosa cittadina fortificata sull’alto corso del Tevere cui venne in mente a un certo punto di ingraziarsi il re cambiando nome, che idee, e poi proseguo per le gole di Frasassi, che sono spettacolari per quanto sono ripide. Non vado alle grotte, già provvide una gita scolastica molto tempo fa, ma mi inerpico per una breve salita per vedere il tempio di Leone XII di Valadier. In una grottona in mezzo a una parete verticale si costruì un tempietto in onore del papa locale di rara grazia e proporzione (il tempietto, non il papa), in travertino opaco che fa proprio una gran figura. D’altronde, era Valadier, il suo villino sul Pincio a Roma è un’altra meraviglia, lo acquisterei volentieri. Perché Leone XII fu un bravo papa, dicono sulla lapide sul tempio, aprì vie, costruì case in paese – il resto dell’attività papale non pare interessi – ed “avrebbe più largheggiato se più avesse vissuto”.
In realtà visse abbastanza perché Pasquino scrivesse: “Qui della Genga giace, per sua e nostra pace”, e Genga è il paese natio, proprio qui dietro, ma non è la cosa interessante. La cosa interessante, almeno per noi ora, è questa: nel 1820 nello stato papale imperversò un’epidemia di vaiolo e il gonfaloniere Monaldo Leopardi, sì quello, nel 1822 istituì l’obbligo di vaccinazione. Eh sì. Ma attenzione: anche il fatto che la vaccinazione fosse gratuita. A fronte, però, del malcontento della popolazione contadina per l’obbligo vaccinale, che ritenevano pericoloso, il papa Leone XII cancellò la norma nel 1824: «Rimane obbligo a Medici e Chirurgi condotti di eseguirla gratuitamente [la vaccinazione antivaiolosa], a quanti vogliano prevalersene, essendo questa la cura ed il preservativo di una malattia alla quale, come a tutte le altre, essi hanno l’obbligo di riparare», dalla circolare legatizia. Forte, eh? Anche stavolta non abbiamo inventato un bel nulla. Né il rimedio né le idee sciocche. È deprimente e consolante allo stesso tempo, sono confuso.
Io però sono al fresco della grotta e mi sono portato un panino che ho chiesto di imbottire a una gentile salumaia. Non c’è ristorante o trattoria o cucina gourmet che tenga per me di fronte a un panino mangiato all’aperto, in montagna o davanti a un bel vedere, imbattibile. Il prosciutto diventa ancor più buono. Anche la frutta, devo dire, i mandarini sulla neve sono strepitosi. Quindi, io ho il mio panino con crudo e formaggio del posto, si sta bene, il posto è bello, la storia su cui riflettere l’ho raccontata, intendo quella dei vaccini obbligatori e no, direi che sono a posto anche se manca ancora mezza giornata o quasi. A domani, dunque, ripartendo da Fabriano. Sì, quella degli album da disegno.
Da Ravenna c’è una bella stradona che va giù dritta dritta a Roma, mi fa comodo. Fin dal centro le indicazioni sono per la capitale con tanto di chilometri, trecentocinquanta, è più vicina di quanto non pensi, e fa senz’altro da riferimento anche culturale, Roma più che Milano. Mi fermo subito a Cesena perché c’è la biblioteca Malatestiana, vivessi lì ci andrei tutti i giorni. Ci sono due biblioteche quattrocentesche perfettamente conservate in Italia, una è la Laurenziana a Firenze e una è a Cesena, la Malatestiana, la più intoccata, nemmeno il riscaldamento. La cosa speciale, oltre a tutte, della Malatestiana è che i manoscritti e qualche raro incunabolo sono incatenati ai banchi di lettura, così i malviventi non se li rubano. Quindi, è il lettore ad andare al libro e non viceversa. Giusto, alla fine è il percorso che si è già fatto andando in biblioteca, ha senso. Per dare una misura, un buon manoscritto, nemmeno troppo miniato, nel Quattrocento costava come un medio palazzotto in centro, capito le catene? Arrivo presto, è chiusa, un cartello dice che il lunedì mattina lo è. A fianco, un A4 stampato dice che in agosto è aperta tutta la settimana, dalle nove. Bene. Chiedo, per scrupolo, alle impiegate della biblioteca moderna, mi dicono che sì, è aperta, ma dalle dieci. Insieme a una coppia di viaggiatori aspettiamo che apra. Non apre. Alle dieci e un quarto, abbordo un impiegato di passaggio che mi dice che il lunedì è chiusa. Ma come? Spiego la pappardella, i cartelli, le indicazioni, niente, è chiusa, i colleghi non ci sono. Facciamo presente le contraddizioni incontrate ed ecco la risposta maledetta: mi rendo conto ma non è di mia competenza. Bravo risposta esatta. Non lo riguarda, non sa chi se ne occupi, non può parlare con nessuno. Rimpalla. Lo so cosa voti, accidenti a te. Però così son già due in due giorni, cominciano a essere degli indizi di qualcosa. Te pensa i turisti, magari francesi o tedeschi, quanto capiscono questo genere di cose. Mollo a malincuore la biblioteca, faccio un breve giro per Cesena, riuscendo così sotto la rocca a rivedere l’unica campagna elettorale disponibile al momento, ovviamente lei, Meloni. Stavolta appare da una vetrina di quei negozi affittati per quello e dentro vuoti, tristi, sedi di comitati fantasma, il manifesto si rivolge ai patrioti, con la pi maiuscola, santoddio, lei sorride in posa e fa il gesto della vittoria con le dita come fosse il selfie di una ragazzina. Nessun messaggio politico nemmeno stavolta, meglio non averne.
Di Cesena ricordo il Moretti (Marino) di ‘A Cesena. Piove. È mercoledì’, meravigliosa sintesi di assenza di significato e di scopo, mi fa sempre ridere pensando ai moti dell’universo; alcuni anni fa qui mangiai le tagliatelle al ragù più buone della mia vita. Mi muovo.
L’appennino a sud di Cesena è magnifico, aperto, largo e dolce, le colline sono di molti verdi e vorrei farle tutte a piedi, ogni tanto un calanco che mette del giallo qua e là, ogni tanto un paesino, bei posti davvero. Poi si alza un po’, il percorso si incupisce e si ingola, e appena di là si comincia a scendere ci sono le sorgenti del Tevere. La strada che sto percorrendo, la Ravenna Perugia Orte Roma, è infatti la E45 Tiberina, non a caso. La ‘E’ davanti significa che è una dorsale europea e comincia in Norvegia su su, quasi al Capo, per scendere giù giù fino in Sicilia, all’altro capo. Dev’essere degli anni Sessanta, con le auto attuali stiamo appena nelle corsie, fa un po’ scempio della valle ma in effetti velocizza. Dopo un po’ mi stufo di essere veloce ed esco, piego per Sarsina, che sta un po’ più sopra. A chi ha gli studi classici, dirà qualcosa, infatti: Plauto. Non che lui ci sia, nonostante una ridicola ‘casa di Plauto’ sì e no medievale, né la città romana, sebbene tracce di pavimentazione e la solita piazza che ricalca il foro. Sono qui più che altro per un omaggio ai suoi fanfaroni, potrei pure incontrare un sosia, anzi Sosia, che si chiede se è ancora lui, quanto mi divertono le commedie plautine. Qui ci son già stato, conservo una foto di mio padre appoggiato al muro della chiesa, eravamo qui per lo stesso motivo di oggi. Aveva una giacca a vento perché pioveva e aveva appena scoperto di aver perso un po’ di soldi a causa della Lehmann brothers, l’umore variava. Ma Plauto ci rallegrava, come tante altre cose. Prendo un caffè in piazza per scrivere un po’, le notizie alla radio citano qua e là la borsa di Amsterdam e il costo del gas come fossero concetti chiari, già mi vedo gli schemini di Corriere e Repubblica per comprendere i meccanismi di formazione del prezzo delle energie, alla mia destra, finalmente, un segnale politico comprensibile in questa campagna elettorale, era ora.
A questo punto, potrebbe pure passare Plauto che ne sarei quasi meno sorpreso. Proseguo per stradine perché voglio andare a Caprese, un borghetto cucuzzolato in cima al quale il babbo di Michelangelo faceva il podestà. Ed è infatti qui che, in una casa podestarile, nacque il figlio così dotato. Ahah, eh sì, non era fiorentino. Pensare che poi uno da qui vada a progettare la cupola di San Pietro pare veramente racconto di fantasia. Son boschi tutto attorno, pini, siamo ancora alti, ma in fondo si intuisce un lago artificiale, uno sbarramento in terra al corso del Tevere, che è ancora piccoletto, e una piana che si apre che par tirata con la bolla. Passo da Pieve Santo Stefano, nota nel paese per essere la sede dell’Archivio Diaristico Nazionale, su iniziativa di Tutino, e proseguo per la mia destinazione, Anghiari. Ovvio, voglio vedere il prete, se gli spuntano le ali e se sa fare scivolarello su ringhiere di scale rinascimentali, che bravo era Ivan Graziani. Anghiari è nota per la famosa battaglia del 1440 che si combattè nella piana sotto, tra milanesi e una lega tra papato, fiorentini e veneziani. Vinsero i secondi ma giova ricordare l’ironia di Machiavelli: “Ed in tanta rotta e in sì lunga zuffa che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì che un uomo, il quale non di ferite ne d’altro virtuoso colpo, ma caduto da cavallo e calpesto spirò”. La battaglia è all’origine anche di un’altra storia, che si dilunga fino a oggi ed è per sommi capi e nel più breve tempo questa: la repubblica fiorentina commissionò a Leonardo e Michelangelo due affreschi, rispettivamente la battaglia di Anghiari e quella di Càscina, per adornare le due pareti lunghe ed enormi del salone dei Cinquecento a palazzo vecchio; Michelangelo preparò il solo cartone e si dileguò, avendo ricevuto la parete in ombra, Leonardo come suo solito dipinse con tecnica fallace, olio su intonaco invece dell’affresco, fortuna ne abbiamo una copia credo di Rubens perché il dipinto durò poco e niente; bene, fu chiamato Vasari per ricoprire la parete rovinata, il quale dipinse il suo affrescone, aggiungendo un cartiglio in alto con la scritta ‘cerca, trova’; siccome l’aveva già fatto un’altra volta, alcuni suppongono che abbia salvato la parete leonardesca con un muro ed è per questo che qualche anno fa il sindaco Renzi, tra il disappunto generale, si mise a bucherellare il Vasari alla ricerca del Leonardo perduto. Renzi, è andato, su, sempre alla ricerca di notorietà personale. Uff, l’ho raccontata tutta d’un fiato. Vasari l’ho scoperto quest’estate, decisamente sottovalutato. Le Vite, certo, ma c’è molto molto altro, la figura è del tutto rilevante. Ricapiterà più avanti.
Da queste parti, dipende dalla strada che pigli, giri a destra o sinistra ed è Romagna, Toscana, Marche o Umbria, ci si mette un momento a essere di qua o di là. Attenzione alle scelte, dunque. Anghiari è molto piacevole, tutta abbarbicata al di sopra di una piana, lo dicevo, amenissima che si perde a vista d’occhio e che pare piallata, forse in parte dal Tevere. A un certo punto c’è un centro-logistica grosso come una regione ma da qui non lo vedo e, dunque, al momento non esiste. Se a Pieve Santo Stefano erano i diari, ad Anghiari ha sede la Libera Università dell’autobiografia, anche in questa c’è lo zampino di Tutino, non son coincidenze. Ma son belle cose, i diari e le autobiografie, generi da coltivare. Io prediligo il primo, in forma rigorosamente privata, raramente parlo di me. Ma le autobiografie delle vite interessanti son da raccogliere e tramandare, eccome. Mentre contemplo Anghiari, consumo la mia merenda in piazza e osservo la statua di un non mai abbastanza celebrato Garibaldi che, sopra la scritta “O Roma o morte”, indica buffamente col dito una direzione, immagino di Roma, con gesto atletico talmente ampio da risultare comico (Oh, hai visto dellà?). Io, come mio solito, guardo il dito e non Roma, anche perché ho il sospetto che stia dall’altra parte. Ah, gli scultori.
La mia giornata sarà ancora lunga e contempla Sansepolcro e Città di Castello, con tutto ciò in ivi contenuto, Piero della Francesca sopra tutto, ma mi rendo conto che sono andato abbastanza lungo per oggi, per cui chiudo qui e rimando alla terza parte, mica è un diario quotidiano. Impressionante quante cose si facciano in un giorno, quando sono seduto alla scrivania non riesco proprio a crederci, a volte per progettare un bel viaggio bastano pochissimi giorni, a volte due o tre. Tendo a dimenticarmene. A Sansepolcro son pochi chilometri, c’è una strada che scende e dritta dritta dritta ci va senza nemmeno provare a curvare. La vedo, sarà facile.
Dopo le vacanze vere, servono delle vacanze più piccole per riprendersi. Io ho un impegnino a Bologna, ci attacco un girino vagabondo dei miei. Piccoli centri o luoghi meravigliosi qua e là, niente grandi città o situazioni complesse, ovviamente serve la macchina e questo a me piace sempre meno del trasporto pubblico. È una strana bolla temporale, quella di questi giorni, la stagione estiva è finita, oggi l’A1 era una coda unica in ritorno, ma non è ancora il primo settembre, soglia psicologica della scuola, dei buoni propositi, delle diete, dei corsi di tedesco. Chi ha lavorato tutta l’estate è in pausa o sta chiudendo, pochi turisti rimasti in giro, ma ancora si respira l’aria d’estate. Fa caldo, si mangia fuori ma le calamite e i braccioli non si trovano più, ancora c’è una settimana, suppergiù, prima dell’inizio. Il che vale anche per le elezioni, non si percepisce granché, alla campagna elettorale, intendo da parte dei cittadini, ci si penserà tra qualche giorno.
Opto per Ravenna, per la notte. Se riesco ad arrivare a un’ora decente, forse ce la faccio a rivedere il complesso di san Vitale, cioè la basilica e il mausoleo di Galla Placidia, che gli sta accanto. Ripercorro i miei tre cicli scolastici, cioè quelli di tutti, in cui, dopo aver sofferto dalle guerre puniche alle catilinarie per almeno tre volte, si arrivava alla caduta dell’impero romano d’Occidente e succedeva questo: bah, poi c’era quello d’Oriente, sì, i bizantini, l’esarcato, i longobardi e in un batter di ciglia, cioè due ore di lezione, si era a Carlo Magno, Ottoni, e poi un altro saltone fino a Federico II di Svevia. Chi fossero costoro, non si sa. I bizantini, in particolare, oltre a far mosaici, stare a Ravenna, ignorare la terza dimensione, far cose proverbialmente complicate, alcuni corpus di leggi, avevano quell’aria emaciata e stanca che mi fa tanto ridere in Brancaleone, quando Volonté lo porta dalla sua famiglia. E invece son secoli ma per noi no, qualche menzione tra Giustiniano, Teodosio e poco altro, alla rinfusa.
Loro, invece, i bizantini, stanno lì e ci guardano tutti in fila, dai mosaici in alto, o nei tondi, come a Sant’Apollinare. Noi, niente. Ravenna è una magnifica città turistica, piena di tesori, e i ravennati sono abituati alla ricezione. Come mi sono ripromesso, punto il complesso di san Vitale e mi presento alla biglietteria unificata di Ravenna. Classica scena, saluto cordialmente, l’impiegata non alza nemmeno la testa, tace e continua a fare i conti sulla calcolatrice. Minuti. Aspetto perché voglio vedere fin dove arriva, io sono uno che sbotta subito ma resisto, dopo un po’ dice Dica, niente saluti. Vorrei un biglietto per san Vitale, dico, diecieuroecinquanta dice lei e bon, fine dell’amicizia. Entro nel complesso, che è tutto recintato, mostro il biglietto e vado dritto al mausoleo di Galla Placidia. Lì un’altra signora mi dice che il mio biglietto non è valido, cioè non comprende il mausoleo. Ma come? Guardo il biglietto, è valido per la basilica, il museo diocesano e un museo mai sentito. Simpatica, la bigliettaia. Mi godo la basilica, splendida, ottagonale, complessa e articolata, mi siedo contento e poi torno, son cose che non mi lascio sfuggire. Lei, di quel precisinismo che secondo me tanto male fa agli sportelli e al paese, mi dice Lei ha detto solo sanvitale. Eh, grazie, mica sapevo di dover specificare, è tutto nello stesso recinto, non poteva mica chiedermi se volessi anche il mausoleo?, chiedo. No, non rientra nelle sue mansioni, ritiene. Nessuno sforzo in più, l’avevo capito fin dall’inizio. Per come la vedo io, queste situazioni non solo solo dovute alla pigrizia, le classifico come piccoli esercizi di potere, là dove potresti essere utile ma ometti, perché lo puoi fare e decidi di farlo. Lo fai per e con chi e quando ti va. Spesso è una specie di rivalsa per i torti subiti da qualcun altro, ti rifai indirettamente. Micidiale, bastavano due parole in più. Non perdo l’occasione e faccio presente ad alta voce davanti a tutti, lei dice solo che io non l’avevo chiesto. Figurati un turista che, magari, nemmeno parla la lingua, ma non le importa. D’accordo, un episodio, niente di che.
In vista delle prossime elezioni, tendo a classificare questi comportamenti già alla luce di un meloniano liberi tutti, via libera al disinteresse, all’individualismo, al menefreghismo. Può darsi non sia così ma non posso farci niente, già li rivedo alzare la testa, mi preoccupa. Odio, gramscianamente, gli indifferenti. Per fortuna, a Ravenna c’è la festa dell’Unità. Torna l’emozione di stare insieme, dicono, ma certo. Ma il sentimento è quello di una ritrazione, di pigliare un sentiero per una lunga (?) marcia, solo che non ricordo: quand’è che si era vinto? Eh. Comunque sono elucubrazioni mie, come dicevo di segni della politica ce ne son pochi, qui, è più una questione di giornali e televisione, è ancora tutto fermo. Poi inciampo in un segno del passato, ben presente.
Ma porcocane. Gardini? Certo che era di Ravenna, ma una via? Pure il marmo col mosaico? A Parma c’è via Calisto Tanzi? Va ben pur tutto, d’accordo che Romolo Gessi poteva essere superato, ma la maxi tangente Enimont, il matrimonio furbesco con la figlia di Ferruzzi per dare inizio alla scalata, la strafottenza, il rifiuto delle regole, la truffa allo Stato, il craxismo sfrenato per chiudere con il vigliacco suicidio alla vigilia della convocazione in procura ce li si ricorda? O è solo il moro di Venezia? All’autogrill, proprio a un metro dalla porta scorrevole, c’è un manifesto di Meloni, uno di quelli che dice Pronti, finalmente con un uso dignitoso di photoshop, difficile non sbatterci contro. Anzi, bisogna proprio evitarlo, il che è efficace e molesto insieme. Oddio, non so davvero se funzioni, cioè se porti o meno qualche voto in più, il rischio è di venire confusa col Camogli e l’offerta per la colazione. Resto però convinto che l’effetto trainamento di chi parla come se avesse vinto sia in effetti sostanzioso. Temo addirittura che finirà peggio di come si dice ora, nei sondaggi. Comunque, un losco figuro ha provveduto a disegnare due baffetti hitleriani sotto il naso della ringhiosa candidata, disinnescando a dovere il manifesto. Bravo, lotta politica con argomenti, andiamo bene.
Ravenna è piacevolissima lo so fin dal 1993 quando in un bar qualsiasi, ahinoi, lessi mangiando il cornetto che Frank Zappa era morto, cioè la nostra è una frequentazione più che trentennale, con mia grande soddisfazione. Non so della città, credo sia indifferente, come quei bizantini che mi guardano, tutti in fila, tutti impettiti fuori dal palatium e io, bestia, non so nulla di loro. Saranno poco colpiti anche dalla mia partenza, quindi a cuor leggero domani piglierò una bella direttrice verso sud che tocca un posto più bello dell’altro e mi beerò di deviazioni a sorpresa ogni volta che un cartello mi stimolerà. Bello così, per me. Posti, arrivo.
Quattro anni e mezzo, a dire il vero, grazie all’ingenuità ancora dei cinque stelle e al totale disinteresse della destra per le sorti del paese. Silurato Draghi in favore delle elezioni, assurde a settembre, la legislatura va a chiudersi e restano pochi bei ricordi, molte macerie, una montagna di cretinate e di vergogna di tre governi in cinque anni. In attesa, ilsignoreabbiapietà, di un treno carico di pessime cose lanciato a bomba contro molti di noi il 25 settembre, giova fare una carrellatina di diapositive di ciò che è stato politicamente dal 2018 a oggi, per sommi capi e per discese azzardate e una sola risalita. Scelta mia, come al solito insindacabile. Andiamo.
Risultati del voto divisi in tre, il botto lo fece certamente il movimento cinque stelle, quello qui sotto rappresentato da uno che ora ne è uscito ed è andato a sinistra e un altro che ha fondato una listina propria caricando tutto il peggio di no vax, terrapiattisti, complottisti e dementi vari. Cioè quel che già c’era nel movimento, la bad company.
Resterà il vano tentativo di Bersani, l’unico alla fine con cui i cinquestellini non siano andati, quelle assurde dirette di Grillo e compagnia bella ai tavoli delle trattative, sceneggiate, e tutto il cosare di cervello che Di Maio, Salvini e scherani vari insieme misero nel “contratto per il governo del cambiamento”. Che non ci voleva mica uno statista a capire già allora che roba era.
Poi, nella fretta e furia di dimostrare quanto si stesse facendo, uno dei momenti più belli: quando sconfiggemmo la povertà. Che momento. Infatti, da allora essa non esiste più, la si pensa come un concetto astratto, appartenente al passato, una cosa come le pitture rupestri. Che epoca.
Poi, dopo una sequela infinita di navi bloccate, porti fintamente chiusi, cause, torti inenarrabili verso coloro che erano in balia delle onde, un fiume di sciocchezze e volgarità, venne puntuale l’estate dello svago, della spensieratezza, del potere esercitato alla consolle, dei mojito, presumibilmente della cocaina, del sudore, del grasso e dell’imbecillità sovrana che poi portò al suicidio politico.
E venne uno dei momenti più raccapriccianti che io ricordi. Uno, il sorteggiato a capo del governo, mai visto né sentito prima del 2018, che insultò per una mezz’ora buona l’altro, il ministro dei porti e capo politico della destra, il quale non riuscì a fare di meglio che scuotere la testa tutto il tempo e baciare, in favore di telecamera, il crocifisso e rosario che teneva sul tavolo. Sembrava di guardare un documentario zavattiniano sull’Italia degli anni Cinquanta, rappresentata da una famiglia con figlio grande, grosso e ciula, dallo sguardo bovino che, inabile al lavoro che non sia nel campo, si unisce nel gesto a un paese vacuamente religioso, scaramantico, suscettibile, fino su al presidente della repubblica che fa le corna e tributa benemerenza al capo mafioso in visita. Orrendo, tutto.
L’abilità dell’uomo venuto dal nulla fu poi quella di rimanere in sella e dare il due (II) a un altro governo a proprio nome. Non sapeva, però, lo sciagurato che poco dopo sarebbe arrivata una pandemia coi controfiocchi, cosa che avrebbe saputo gestire al minimo sindacale. Ne trasse, invece, orgogliosa occasione di apparire di continuo, far pendere dalle proprie labbra un paese, ingarbugliare le cose a forza di regolamenti e decreti bizantini comunicati via social dopo la mezzanotte, senza riuscire a contrastare il potere locale dei governatori, ebbri dello stesso medesimo potere.
Nel bel mezzo del secondo inverno di pandemia, con tempismo discutibile, un’azzardata crisi di governo portò a ciò che io pronosticai due anni prima, sbagliando di due mesi, ovvero al governo della più rispettabile e convincente personalità che ci fosse nel paese. Le chiacchiere andarono a zero, le vaccinazioni cominciarono a essere fatte con regolarità, finiti i doppi comunicati di governo e regioni, fine dei supercommissari e degli hub faraonici senza scopo, arrivarono in regalo molti mesi di governo serio, lavoro, risultati e soprattutto silenzio. Come mi mancheranno.
Venne poi il momento di eleggere il nuovo capo di Stato. Quello vecchio era ormai un anno che andava in giro a salutare, ringraziare e specificare ogni volta che aveva finito, basta, a posto, voleva fare il nonno. E più lui lo diceva, più noi qui sapevamo che l’avrebbero incastrato. Prese pure casa – non comprare, gli dissi, affitta, ascolta me – e fece girare le foto, fece gli scatoloni per far capire e poi cosa successe? Ovvio.
Quel che lui, e anche noi, non sapeva è che un paio di settimane dopo la ri-nomina a capo delle forze armate sarebbe pure scoppiata una guerra dell’accidenti in Europa, oltre alle rogne che aveva potuto intuire da solo. Quello del suicidio politico, dei porti, dei cocktails colse l’occasione per farsi sbeffeggiare in giro per l’Europa per le sue posizioni filoputiniane ma, incurante come sanno fare gli oggetti, proseguì la sua vita fatta di dichiarazioni a caso e azioni ancor più casuali.
Il resto, poi, è storia recente. Come detto, l’avvocato venuto dal nulla e desideroso, evidentemente, di tornarci, cascò nel trappolone tesogli dalla destra, il governo cadde con sette mesi di anticipo, si decise per la prima volta nella storia della Repubblica di votare nella seconda metà dell’anno, scelta improvvida e con tempi strettissimi, ci fu un fuggi fuggi generale e un riassestamento complessivo delle pedine in campo, e poi via, verso una campagna elettorale come sempre vuota di qualsiasi contenuto – e sì che ce ne sarebbero, acqua, covid, guerra, finanze, lavoro, quarta stagione di Boris – ma ricca di dichiarazioni rilanciate con eco ovunque. In attesa dell’articolo, perché arriva, che ci comunicherà che il parlamento, nonostante sia stato ridotto di un terzo, costa allo Stato più di prima, aspetto il treno carico di rifiuti pericolosi che fa già sentire il suo fischio, lanciato verso di noi a settembre e per il tempo a venire.
Un pronostico? Un anno e mezzo di sciagure, due forse visto l’inedito voto a settembre, tutte le scemenze possibili e ancora non immaginabili, e poi di nuovo commissariati, ovvero una figura di garanzia sostenuta da tutte le opposizioni che metta una toppa, ancora, allo scempio dei conti pubblici e del funzionamento dello stato che il prossimo governo inevitabilmente farà.
Un album più esteso e completo di didascalie l’ha fatto il Post qui, da cui ho pescato a mio piacere.
facciamo 'sta cosa
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