viene uccisa spesso la gente da queste parti?

E Castle ha chiuso, accidenti. Enuaipidìopenàpp.

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Dopo otto piacevolissimi anni di consuetudine (a casa mia ce lo godevamo ogni volta come fosse la prima), pare che Beckett (e Lanie) non abbiano chiuso l’accordo economico e siano state escluse dal prosieguo della serie; la rivolta dei fan all’idea di andare avanti senza Beckett sembrerebbe essere alla base della decisione di chiudere, nonostante i milioni di spettatori che ancora si trascinava dietro a ogni puntata (noi due non siamo compresi, diciamo che usufruivamo di visione privata). Per me, potevano andare avanti.

Peccato, molto peccato, mi mancherà. Mi mancherà la risposta al telefono a ogni inizio puntata («Béchett», che ricorda quell’altra, «Dànam», di quell’altra serie), ovvero quando c’è l’omicidio, e soprattutto mi mancherà quello che definirei il motto della serie, quel «enuaipidìopenàpp» (NYPD open up!) che veniva gridato ogni volta prima di abbattere una porta.

La particolarità della serie (che, in supersintesi per chi non lo sapesse racconta le avventure di uno scrittore in crisi creativa che si aggrega al dipartimento di polizia di New York per ritrovare l’ispirazione e, invece, diventa parte integrante del gruppo di investigazione) è che ha generato un universino parallelo fatto di libri, editi per davvero a nome del protagonista, Richard Castle, citati spessissimo nella serie, e alcuni fumetti, anch’essi oggetto di riferimenti nelle puntate. Il protagonista, ogni volta, presentava libri appena terminati nella serie che poi erano effettivamente in libreria, cosa che io ho sempre trovato piuttosto geniale. Qui in vendita i romanzi delle serie Derrick Storm e Nikki Heat da Barnes & Nobles, ma si trovano anche in italiano.

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Peccato, toccherà trovare un altro piccolo rito. Enuaipidìopenàpp.

vivere nel magico mondo di Barbie

Prima una foto in rete, probabilmente un bel giorno d’estate (seeee, l’estate della fantasia imbarazzante):

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Poi la foto reale, in un giorno normale di primavera:

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Il punto è, a parer mio, che non è possibile far finta di vivere in un mondo di aurore boreali perenni. Non che la realtà sia deludente, anzi. Piuttosto, tende a fare quello che deve: essere reale. Tendiamolo anche noi, altrimenti è davvero stressante.

le parole che scoppiano

Parlava, parlava, parlava, parlava e parlava e parlava. E seguitava a parlare. In casa mia la padrona sono io. Ma quella domestica grassa non faceva che parlare, parlare ed ancora parlare. Dovunque io fossi, quella arrivava e cominciava a parlare. Parlava di tutto, di qualsiasi cosa, per lei era lo stesso. Licenziarla per questo? Avrei dovuto darle i suoi tre mesi di paga. Inoltre sarebbe stata capacissima di buttarmi addosso il malocchio. Veniva persino in bagno: e questo, e quest’altro, e quest’altro ancora. Le ficcai un asciugamano in bocca perché la smettesse. Non morì mica per questo, ma perché non riusciva più a parlare. Le scoppiarono le parole dentro.

Un pezzo memorabile da un delizioso libretto dei miei sedici anni (penso sia noto): Max Aub, Delitti esemplari.