
Che matti.

Che matti.
Questo il colpo d’occhio dell’Arena in fase di riempimento per il concerto qui sotto.
Ieri sera appuntamento-nostalgia all’Arena di Verona con il concerto dei Black Sabbath (il mio video di Into the Void):
Che dire? Io avevo comprato i biglietti sperando di farne mercimonio ma, poi, la vicenda Axl/DC ha fatto crollare la borsa del bagarinaggio e fatto scoppiare la bolla speculativa dei biglietti dei concerti di seconda mano e, così, complice l’Arena, ho deciso di andare.
Temevo, in effetti, di trovarmi di fronte dei simpatici vecchietti tremolanti alle prese con numerose pause prostatiche (solo una, in effetti, anche se bella lunga): è invece tutto sommato no, Ozzy ha ancora una bella voce, ha fatto pure un paio di corsette e tende solo un poco a ripetersi, Tommiommi (si rassegni, signore: nessuno la chiamerà mai Toni) un bel piglio elettrico, Geezer Butler tiene abbastanza, e il batterista è più giovane e pestone per cui ha tenuto ottimamente il palco durante la sosta-anziani (quasi dieci minuti, voglio dire).
Buon suono, potente e pieno, ottimi posti, l’Arena d’estate ha un fascino irresistibile, diciamo che il movimento sul palco non è stato granché (come sempre, la dimensione dello schermo dietro il palco è inversamente proporzionale alla motilità dei suonatori) ma il pigiama di Ozzy era davvero strepitoso.
Certo, non è che ci si sia ammazzati di risate, quello no: i testi scritti da Foscolo, con levità sepolcrale, mantengono intatti la carica. Ma è un po’ quello che i devoti volevano, ieri sera, e che hanno raccolto a piene mani.
Piazza Venezia, all’angolo con via del Plebiscito, due giorni fa un vigile dirigeva il traffico. Chiaramente un direttore d’orchestra mancato, ero estasiato.
Verrebbe da scrivere un titolo più appropriato: Mozart in the jungle.
Il che mi offre il destro per segnalare, appunto, Mozart in the jungle, serie tv (tratta dal libro di Blair Tindall e visibile in streaming) sul mondo della musica classica newyorkese – tutti vogliono suonare nella New York Symphony Orchestra – e più in generale del mondo della musica, con un direttore d’orchestra, Rodrigo De Souza, azzeccatissimo (fa un po’ il verso a Dudamel). Molto riuscita.

Questo per dire che si può fare una serie divertente sul mondo della classica, sull’impegno, sulla dedizione e sullo studio. Si-può-fare. «Hear the hair».
Banksy è entrato nottetempo in una scuola (non è ben chiaro se gli alunni gli avessero dedicato un’aula e, quindi, sia una forma di ringraziamento) e ha regalato agli scolari un mural, lasciando anche una bella letterina il cui succo è che è più facile ottenere il perdono che il permesso. Va da sé, quindi, che è meglio fare le cose che aspettare.

Qui, nei suoi out (nel senso di fuori).
Lisbona è città di tram perché, oltre al fatto che i tram c’erano in tutte le città d’Europa, è piena zeppa di salite e discese ardite (sette colli anche qui): il tram, data la sua natura elettrica, funziona benone in quelle situazioni (vedi San Francisco). E sono i tram, come a Milano, degli anni Trenta, i Remodelado.
Una delle linee di tram più interessanti della città è il 28, che va da Graça a est fino a Campo Ourique e alla Basilica di Estrela a ovest. In particolare, passa attraverso l’Alfama, uno dei quartieri più belli della città. Per farla breve, il 28 è sempre pieno di turisti, perché tutte le guide riportano la cosa (per esempio, la lonely planet).
Come che sia, al capolinea ovest, alla Basilica di Estrela, si può scendere e attraversare la strada, entrando nel Jardim de Estrela, un bellissimo parco ricco di fontane, vasche, piante esotiche, palchetti per la banda e ogni altra amenità. Ben tenuto, tra l’altro.
Davanti al bar del giardino, come davanti a tutti i bar di tutti i giardini europei fino a qualche anno fa, c’è un gioco per i bimbi, tipo una macchinina elettrica (o un elicottero, per dire) che inserendo la moneta si agita e si muove per un po’.
A Lisbona, ovviamente, c’è questo:

Ed è proprio il 28 Estrela. Commovente, secondo me.

Grazie a iddio l’hanno rinnovato per un’altra stagione.

Un Banksy senza impegno, per staccare un momento.
Leggo oggi con piacere che al termine del processo di primo grado durato sette anni e trenta udienze, per l’ex parlamentare dell’Udc Cosimo Mele è scattata la prescrizione. Ma chi era costui? Costui era il più celebre battutista del mondo politico contemporaneo e io lo ricordo nel mio cuore con un posto speciale: beccato il 31 luglio 2007 in un hotel di via Veneto a Roma con un paio di prostitute e una camionata di cocaina, dichiarò prontamente:
“Io non ho fatto altro che andare a cena con un amico che mi ha presentato una ragazza che, siccome era tardi, è venuta a letto con me” (La Stampa).
Forse che i parlamentari dell’Udc non fanno l’amore? (Anche questa è sua, non potrei mai prendermi il merito). Certo che sì, oltre a tutto:
“Certo che mi riconosco con i valori cristiani, ma che c’entrano con l’andare con una prostituta? E’ una faccenda personale” (La Stampa).
Nel 2009 avevamo già apprezzato il grande Mele, avevamo gioito alla sua elezione a sindaco di Carovigno nel 2013, e gioiamo ora che è stato prescritto per quell’episodio spiacevole. Che poi era una faccenda personale, che c’entravano la politica, il buongusto, l’antidroga, la legge, il buoncostume, i valori cristiani, la decenza, il rispetto per gli elettori, il rispetto per la moglie e i figli?

Meno memorabile ma da ricordare fu il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa, pregiudicato, che propose in occasione dell’arresto di Mele di istituire un compenso ulteriore per i parlamentari fuori sede, così da poter avvicinare la famiglia e mettersi al sicuro dalle pericolose tentazioni.
Fortunatamente fu mandato cordialmente affanculo da un coro unanime.
Poniamo un americano che nel 1972 venisse per la prima volta in Europa.
Tra le sorprese che avrebbe, cose mai viste, ci sarebbero – e chi l’avrebbe detto? – le strisce pedonali. Ebbene sì, sarà che la civilità dell’auto non contempla l’attraversamento umano, oppure che sono più liberisti di noi anche nell’attraversamento, è comunque un fatto che fino ad allora non li avevano. Pìtorésco.
Mi sono chiesto, allora, chi abbia inventato le strisce pedonali o, per dirla corretta, gli attraversamenti pedonali. Gli inglesi, mi sono risposto, figurati se non furono loro. E invece no, inventarono solo il primo semaforo pedonale, nel 1868.
Gli attraversamenti, signori miei, sono romani. Ebbene sì, ecco Pompei:

Perfino più intelligenti di quelli odierni. M’alzo in segno di rispetto, inorgoglito.