Niente, va allenata, il 27 gennaio serve a quello: a mettere una scadenza in cui chi è scordarello o, peggio, vigliacchetto, magari tende a dimenticare. Mica perché ricordare sia giusto e dimenticare sbagliato, da un certo punto di vista dimenticare cosa significhi essere sotto le bombe è buon segno, vuol dire che si è al riparo da tempo, cosa buona. Ricordare è necessario perché certe cose non accadano più. Il che è difficile, perché le vite umane sono corte ed è inevitabile che figli, nipoti, pronipoti poi non solo non sappiano, ma non vogliano proprio sapere le storie ammuffite del passato. Il che è bene per molte cose, non per altre, il nazismo, il fascismo, l’olocausto sono alcune di queste. Se, dunque, i fascisti di Durham nel 1934, tutti impettiti e stronzi davanti alla loro sede, sono poi diventati un kebab è solo cosa buona, visto che il kebab si mangia pure ed è buono, anche se non sappiamo con cosa sia fatto. Ed è buon segno dei tempi, che con tutto ciò che si può dir di male non sono certo disgraziati come altri, ben peggiori.
Però i fascisti a Durham ci sono stati, eccome, e saperlo potrebbe evitare che riaccada. Perché avere un kebab invece dei fascisti è sicuramente molto, ma molto molto meglio.
L’11 gennaio si è aperto in Egitto, a Sharm el Sheikh, il World youth forum: una manifestazione in stile nordcoreano organizzata per celebrare il regime egiziano – il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi era in prima fila, raggiante – facendo finta di parlare di sviluppo, progresso, diritti umani, libertà, democrazia, cultura, climate change. Tutte cose impossibili nell’Egitto del dittatore criminale al Sisi e che suonano come irreali in questo frangente. Alla kermesse del regime è stata invitata anche l’attrice spagnola Itziar Ituño, una delle protagoniste de la Casa di carta, la cui consapevolezza è evidentemente scarsa, oppure se ne frega nonostante l’età e il ruolo che ha nella serie tv. Tra le cose paradossali, oltre al fatto che la serie è percepita come la rappresentazione di un’efficace ribellione al sistema, e non lo è affatto, è che nella sua colonna sonora ha Bella ciao, a dir poco impropriamente. E la canzone stessa, in un accostamento pop tra serie, canzone e festa dei giovani, è stata suonata e cantata di fronte allo stato maggiore egiziano, al Sisi compreso, i quali beati applaudivano a una bella canzone tradizionale dalla bella melodia. Il cui significato sarebbe, però, come molti sanno ma non certo gli sceneggiatori della Casa di carta o i papaveri egiziani, la rivolta proprio contro i tiranni come loro. La stampa di regime celebra, per esempio Youm al Sabaa scrive: «la cultura [ha] un grande ruolo nel curare le nostre ferite. Grazie a lei possiamo superare le sfide importanti di oggi con più determinazione», il che suona ancor più scellerato in un paese in cui le persone che si occupano di cultura sono tutte in carcere quando non eliminate fisicamente. Giulio Regeni è uno dei tanti. Partecipare alla celebrazione del tiranno rende senz’altro complici, contribuire a dare una patina di modernità e progressismo a un regime anacronistico e spietato è senz’altro una responsabilità di cui bisognerebbe essere chiamati a rispondere. Perché al Sisi sa benissimo quello che fa, e lo fa. Altri, che per soldi vanno ovunque senza porsi domande, invece? Citando Gramsci, odio anch’io gli indifferenti, sono il peso della storia: «Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime».
Qualche giorno fa ero a Occhiobello a guardare il Po.
Al di là della bellezza del momento, questo è più o meno il posto in cui si verificò una delle tre rotte del Po la sera del 14 novembre 1951, la cosiddetta alluvione del Polesine. In rapida successione, il Po sfondò gli argini in tre punti e riversò circa due terzi della sua portata del momento per le campagne e per i paesi del Veneto meridionale, le tre bocche rimasero aperte per trentasette giorni e, difficile farsene un’idea, tracimarono circa otto miliardi di metri cubi di acqua, sufficienti a ricoprire quasi tutta la provincia di Rovigo. Notevole il ben più antico proverbio polesano: «Dove no se crede, l’acqua rompe».
Oggi gli argini sono molto più alti e arretrati rispetto a un tempo, anche se – lo ricordo personalmente nel 1994 quando l’acqua arrivò quasi in casa e la mia libreria preferita fu sommersa – la questione del livello dell’acqua del Po è sempre di attualità. Era una giornata magnifica, qualche giorno fa, il fiume era placido e tutto invitava a stare. E contemplare. Mi raccontano una storia. Immediatamente, alla notizia della rotta del fiume, gli aiuti da tutto il nord Italia si precipitarono nel rodigino, per soccorrere persone e bestie, in particolare a Occhiobello si ricordano con riconoscenza i vigili del fuoco di San Benedetto Po, accorsi prontamente con barche e uomini ed efficaci nei salvataggi. Tra i ricordi, mi dicono – riporto come mi hanno raccontato – che a fronte dell’attivismo dei soccorsi, colpì una certa qual rassegnazione, mista o confondibile con indifferenza, degli abitanti di Occhiobello, i quali non si adoperarono più di tanto nel recupero di chi era rimasto prigioniero in casa o degli animali nelle stalle. Con le dovute eccezioni, ovvio. Le spiegazioni a tale atteggiamento sono state molte, nel tempo, tra cui il fatto che gli animali e le case non fossero di proprietà dei lavoranti, ecco l’indifferenza, oppure uno stato traumatico connesso all’evento catastrofico che toglierebbe in molti la voglia di fare. Sembra che proprio il caso di Occhiobello sia diventato di studio per una certa branca della psicologia post-traumatica che studia certe reazioni delle popolazioni in caso di, appunto, catastrofe. Dopo di che, è pur sempre qui che la saggezza popolare dice: «De quelo che i dixe o che se sente, credi gnente; de quelo che te sa, la metà de la metà» e io, ubbidiente, mi ci attengo e torno a guardare il fiume, meraviglioso.
Perché lo ricordo? Certo, per la grandezza musicale, ovvio, che però capisco fino a un certo punto, ma per molti altri motivi: fu genio e deficiente insieme, innovatore, progressista, libero pensatore e libero professionista in un’epoca in cui accasarsi a corte era l’unica via, innovò magistralmente, ne ebbe meriti e ne pagò le conseguenze. Un uomo profondamente libero, di quelli che piacciono a me.
«La gente si profonde in complimenti e tutto finisce lì. Mi si prenota per questo o per quel giorno; io suono, mi sento dire: – Oh, c’est un prodige, c’est inconcevable, c’est étonnant! – E buona notte».
Alle 7:15 del primo dicembre 1923, la diga sul fiume Gleno crollò. Sei milioni di metri cubi di acqua scesero per la valle, trascinando con sé qualsiasi cosa sul proprio percorso, arrivando al lago d’Iseo quarantacinque minuti dopo. Le vittime accertate furono 356 ma il numero è incerto.
I motivi del crollo furono sempre quelli: materiali scadenti, cambio di progetto in corso d’opera, un azzardato arco di diga – quello crollato – nemmeno aggrappato alla roccia, il profitto, in paese raccontano che molti che vi lavoravano portarono via le famiglie dal paese dritto dritto sotto, Beggio, ben prima del crollo. Forse son cose che si dicono sempre, dopo, o forse no. La diga è lì, cioè quel che ne resta, il posto è molto bello e la foto è mia, dell’autunno scorso.
Un agosto rovente di alcuni anni fa davo soddisfazione alla mia passione per Attila e Aquileia lungo le banchine del porto fluviale. Un amore di lunga data, sia per l’uno che per l’altra, espresso sia lungo i cipressi che portano alla basilica patriarcale che per le strade della Pannonia alla foce del Danubio alla ricerca della leggendaria tomba. C’ero stato molte volte ad Aquileia, fin da ragazzino, quelle colonne in fila dolce e militare insieme mi dicevano che la città era stata grande, e potente, e ancora giaceva, e giace, sotto terra, perché si vedon le gobbe nei prati che quello dicono, cioè che c’è storia, là sotto. Mentre quel giorno mi immaginavo le attività di un porto di una città importante, figurando favolose navi da trasporto con poco pescaggio cariche di anfore e di marmi e di chissà quali lingue e culture, e mi godevo prosasticamente le cicale all’ombra della cattedrale, un vecchio uomo mi fece segno di seguirlo e mi raccontò una storia.
Mi fece vedere un piccolo cimitero, dietro la basilica, con una ventina di croci bislacche di ferro battuto, storte e dimenticate, e mi disse che lì, appena dopo la guerra, quella grande, una madre afflitta dal dolore scelse un corpo tra quelli lì deposti perché lo mandassero nella capitale, tra grandi trionfi, ad aver sepoltura circondato da fiamme perenni, da guardie instancabili nel più grande altare che l’uomo del novecento aveva saputo costruire in Italia. Ed era vero.
La mattina del 28 ottobre 1921, e son cento anni tra poco, Maria Bergamas, madre di un soldato disertore dell’esercito austriaco disperso chissà su quale campo di battaglia sul Cimone, dovette scegliere tra undici bare contenenti le spoglie di altrettanti soldati non identificati quelle che sarebbero state poi portate a Roma, a far da milite ignoto. La cronaca ufficiale racconta che le bare furono disposte nella basilica, davanti all’altare, il che è vero perché abbiamo le foto, e che la donna «chiamando per nome il suo figliolo, cadde prostrata e ansimante in ginocchio, abbracciando con passione quel feretro» dice Augusto Tognasso nel suo Ignoti militi del 1922, forse enfatizzando un filo il senso del dramma della povera donna. «Il rito era compiuto», conclude lo scrittore senza far diminuire il pathos.
Le spoglie furono sistemate su un treno funebre, com’era stato alcuni decenni prima per Lincoln in America e sarebbe stato poi per Robert Kennedy, là, o Margherita di Savoia qui pochi anni dopo. Il treno, spesso a passo d’uomo, attraversò l’Italia fino a Roma, sfilando tra ali di veterani, vedove e orfani, finché la bara non fu poi deposta, con grandi onori, all’Altare della Patria il 4 novembre 1921, concludendo un’enorme liturgia nazionale che di fatto poneva onore e fine alla prima guerra mondiale e ai suoi seicentomila caduti. Dei duecentomila dispersi, uno a simboleggiare tutti, il milite ignoto, il «corpo mistico» che incarnava i morti di tutti, come ha scritto Laura Wittman.
Il copione era scritto, ogni dettaglio deciso: il treno avrebbe dovuto sostare non più di cinque minuti nelle stazioni piccole, di più in quelle grandi, i prefetti avrebbero dovuto garantire le folle plaudenti e piangenti, la sepoltura, colpo di genio, a fianco del padre della Patria Vittorio Emanuele II, facendo di fatto del Vittoriano il luogo della memoria nazionale. Copione non a caso, fu davvero tutto scritto perché di quei giorni ne fu girato un film di settantasette minuti, Gloria. Apoteosi del soldato ignoto (visibile integralmente qui), che fu poi proiettato in tutte le sale del regno, che erano già in gran numero. Alla cerimonia, tutti in prima fila, assenti solamente gli sconfitti, Cadorna, gli irregolari, D’Annunzio, coloro che temettero di far seconda fila, Mussolini. Tra pochi giorni, un treno storico ripercorrerà il percorso, giungendo a Roma il 2 dopo centoventi tappe, proprio come allora.
Trent’anni dopo quel 1921, la retorica patria per quanto oramai repubblicana ma sempre assetata di riti e di cerchi che si chiudono, esumò il corpo di Maria Bergamas e la seppellì nel cimitero di Aquileia, quel piccolo e povero sepolcreto dietro la basilica da cui era cominciato molto di questa storia e insieme a quei dieci militi ignoti che non erano stati scelti per la gloria, diciamo eterna anche se nel nome dell’ignoto.
Già Tucidide, alla vigilia della guerra del Peloponneso, individuava nell’uso ingannevole della parola il sovvertimento della vita civile: «pretesero persino di cambiare la consueta accezione delle parole in rapporto ai fatti, sulla base di ciò che ritenevano giustificato. La temerarietà sconsiderata fu ritenuta coraggiosa solidarietà di partito; la prudente cautela, speciosa vigliaccheria; l’equilibrio, ammantata codardìa; l’assennatezza in tutto, inerzia verso tutto; l’impetuosa impulsività fu accreditata a un temperamento virile; il riflettere con calma, in nome della sicurezza, a suadente, pretestuosa riluttanza» (La guerra del Peloponneso 3, 82, 4).
Da un ottimo librino di Ivano Dionigi, Osa sapere, che mi sento di consigliare caldamente, una boccata d’aria in questi tempi di pochi pensamenti.
È sempre un giorno che vale la pena ricordare, sia per la presa che per le conseguenze che per la storia dell’ebreo. «La porta Pia era tutta sfracellata». Ma siccome l’ho già raccontata, rimando là.
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