Con la riforma appena approvata, Putin potrebbe stare al potere fino al 2036. Considerando che lo è dal 1999, fa un bel calcoletto complessivo che lo avvicina più a certi dittatori padri della patria africani che a un paese occidentale. Beh, certo, non è un paese occidentale. Venendo a questi giorni, e non è certo la prima volta (Brexit, Trump, sovranismo e così via), un rapporto dell’Unione Europea visto dal Financial Times e non ancora diffuso sostiene, a ragione, che la Russia stia diffondendo false notizie sul coronavirus. Facile capirlo, basta vedere le ultime cretinate che girano su wapp con il farmaco russo miracoloso. Fa parte della strategia complessiva, intuibile anche dai meno avvisati come me, che vuole un’Unione Europea il più debole possibile, per motivi che è facile comprendere. Obbiettivo condiviso con gli Stati Uniti, tra l’altro. «Il rapporto cita almeno 80 casi di informazioni false diffuse da account o media legati al governo russo a partire dal 22 gennaio», riporta un breve articolo del Post. Consiglio, per un whatsapp più consapevole.
Oggi spesa. Frutta e verdura, non supermercato, perché vivaddio non è possibile credere alle notizie che la vitamina C guarisce dal virus e non avere le arance. Parto con lo zaino da trenta litri, due borse giganti della coop, un bauletto, pronto al trasporto perché ho da rifornire almeno cinque persone/nuclei familiari, il che fa un sacco ma un sacco di frutta e verdura. Perché l’imperativo del periodo non è solo andare a fare la spesa uno per tanti ma è anche prendere un po’ di roba in modo da andarci il meno possibile. Il segno di come il messaggio sia stato ben compreso è una telefonata che arriva al mio amico fruttarolo appena entro: una persona anziana che richiede consegna a domicilio, salveee, vorreeeeei una mela… un pomodorooo… una testa d’aglio. Può venire subito? Il fanculo è sospeso nell’aria ma è palpabile, se ne sente il profumo. Ovviamente il signore chiama tutti i giorni per lo stesso tenore di ordine e come lui sono frotte, legioni, stormi, greggi sterminate. Ma verrà, mioddio, un virus che colpisce tutti tranne le persone anziane e dovranno andare loro a fare le cose? Accadrà? Guarda giù, o signore. Vorrei però vedere la scena, perché il fruttarolo resterebbe lo stesso, almeno fino al momento del plateale suicidio. Serve anche in questo caso raziocinio e pianificazione: pare, per fare un esempio, che tra un po’ di tempo possano arrivare meno arance, sembra ci sia un problema con la raccolta, troppo vicini l’uno all’altro. Posso capire, immagino ci possa essere anche una soluzione agevole, nel dubbio prendo quaranta arance (se paiono tante ricordo che agisco per cinque nuclei oltre a me) e siccome io e i fruttaroli siamo amici, mi avviseranno per tempo e me ne terranno via qualcuna. Sì, privilegi, esatto! Come la parte migliore del macellaio di Moretti, esattamente. Ma me lo sono guadagnato a colpi di arance, non provo rimorso.
Poi il giro della consegna, breve ed efficace. Molta polizia, carabinieri, vigilanza in giro ma non ho ancora visto fermare quasi nessuno, in effetti i comportamenti in città mi paiono disciplinati e attenti, tendenzialmente. Chiaro che se una persona anziana gira in auto dà nell’occhio, se poi ha su un’altra persona e sono entrambe sedute davanti senza mascherina, allora la fermata è assicurata. A proposito: come noto, serve l’autocertificazione per uscire di casa (lo sto rispiegando al me del futuro che non ricorderà) e poiché a me serve, raramente, per a) fare le spese per me e congiunti vari, b) andare occasionalmente in ufficio a prendere qualcosa che mi serve per lavorare a casa, c) andare in farmacia e quasi null’altro, allora ho diligentemente compilato tre certificazioni già pronte, cui mancano solo data e firme, e una generica compilata con la parte anagrafica. Ne ho stampate varie copie – andando appunto in ufficio, non essendo io dotato di stampante a casa – e così mi sono premunito. Quando il governo l’ha modificata, io ho rifatto tutta la pappardella, ristampando il tutto. Oggi siamo alla terza versione, quindi dovrei uscire di nuovo, andare in ufficio, stampare le quattro versioni in alcune copie. Lo farò, per carità, e come me molti altri. Siamo sicuri sia una buona idea ogni volta? Siamo sicuri che resti quella? Se no aspetto direttamente la quarta versione, per fare economia. Comunque, ieri sono state denunciate ottomila persone uscite di casa senza un valido motivo, in aumento rispetto al giorno prima. C’è in giro parecchia gente che non ha capito con cosa abbiamo a che fare. Ma non solo stolti, anche avveduti. Non stavolta, però. Ne parliamo domani, magari.
Oggi c’è più movimento per strada. Devo fare i calcoli o controllare: certo, è lunedì. Giorno lavorativo, comprensibile ci sia più gente in movimento. Che poi, lavorativo… Io ci ho messo poco a organizzarmi per lavorare a casa, documenti, pc, connessione, vpn, cose così, alla fine abbiamo chiuso l’ufficio ormai quasi due settimane fa e tutti a casa, a lavorare. Il problema è che la prima settimana sono saltati tutti gli appuntamenti – consulenze, incontri per lavori nuovi, preventivi eccetera – e la seconda il lavoro è proprio svanito. Puf. Nel senso che non è entrato assolutamente nulla di nuovo. Ovvio, tutto chiuso, nessuno investe o promuove alcunché. Occhei, di buzzo buono esaurisco gli arretrati, aggiungo qualche cadò non richiesto, sistemo cose che son lì da sistemare da un bel po’ e, mmm, niente. Non entra niente. Che è un bel paradosso, a pensarci: in ospedale e in tutto il settore sanitario non sanno da che parte girarsi, porelli, fanno turni massacranti, travolti dalla marea di ricoverati, lavorano bardati che nemmeno i cosmonauti, e io – come molti altri, direi – sono costretto a casa a domandarmi se guardare una serie tv o sbrinare il freezer. E noi agli arresti domiciliari siamo la maggioranza (in questi giorni silenziosa, sì). Che poi, pensando alle persone investite da superlavoro o da lavoro esposto al contagio in questo periodo, ci sono anche i signori delle consegne di alimentari a domicilio, i dipendenti dei supermercati, i farmacisti, gli addetti alle pulizie stradali (a proposito: sì, adesso sanificano anche le strade ma non è perché il virus si attacca all’asfalto, non si sa bene nemmeno se serva ma le persone sono più tranquille se vedono l’operazione), i negozi di alimentari in generale, le edicole, i tabaccai, tutta la logistica della grande e media distribuzione alimentare, i produttori di mascherine e il signor Amuchina, insomma eccetera. Un sacco di gente. E noi a casa, a trascinarci dal divano alla sedia con una bottiglia di vino in mano, senza ormai nemmeno sapere che giorno sia. Esagero ma non poi tanto. In questo momento, il ministro ha annunciato che da ora basterà la laurea in medicina per essere abilitati, così dovrebbero esserci diecimila medici in più a breve. Bene, fatto bene. Poi a buriana passata ne riparliamo con calma, che il chirurgo che mi opererà vorrei avesse fatto tutto per bene.
Oggi è formalmente il giorno nove dalla chiusura della Lombardia, dò per scontato che i primi giorni non siano stati del tutto utili, ma insomma se da ignorante conto quattordici giorni di incubazione del virus posso immaginare che, diciamo, tra una settimana o giù di lì la reclusione qualche risultato, seppur minimo, dovrebbe darlo. Per ora no, anzi, ieri c’è stato il più alto numero di morti in assoluto dall’inizio dell’emergenza, e un numero di contagiati in calo (complessivamente, qui invece è un disastro, aumentano vertiginosamente). Che vuol dire? Niente, per il momento, significa che i dati sono ancora altalenanti e non sono interpretabili come una tendenza. Occhio a non farsi prendere dalla fretta.
Tornando alla questione lavoro evaporato, è uscito oggi il testo del decreto con le misure economiche di sostegno durante la crisi dovuta al virus, si chiama ‘Cura italia‘, che buffoncelli. E io, ancora una volta, ringrazio il cielo che tutto ciò non sia accaduto un anno fa, con quel governo, quella ministra della salute, e quello là, oltre a tutto. Oggi avremmo l’esercito in strada con proiettili di gomma e idranti. Ancora lavoro: da oggi nella farmacia di fianco a casa mia non si entra nemmeno più: si sta sulla porta o allo sportellino per le notturne e si grida ciò che si desidera acquistare, da dentro fanno le cose e consegnano a distanza. La coda è sulla strada. Noto che le persone, in generale, sono più tranquille se indossiamo tutti la mascherina. Non importa se serva o no, anche in questo caso, sono più tranquille. D’accordo.
E poi è primavera, dura stare in casa. Si vede che scalpitiamo, sono anche ottimi giorni di sole e a parte mattina e notte fa un caldino sempre più interessante.
Ho appena scoperto che la macchina fotografica del mio telefono va in tilt fotografando fiori colorati, come il giallo qui sopra. Una macchia di colore. Ah, ma i cinesi mi sentiranno anche per questo, una volta libero! Una notizia molto interessante: in una sola settimana l’acqua dei canali di Venezia è tornata limpida. Cioè si vede il fondo. E i pesciolini. E i cd di Rondò Veneziano gettati via. E i mantelli di Casanova. Lo so, roba da non credere. E tutta la situazione inquinamento, satellite testimoniante (abl. ass.), è migliorata di molto. Che bello sarebbe se imparassimo davvero qualcosa da tutto ciò.
Secondo Bryan Walsh di Axios gli indizi per capire per tempo che sarebbe arrivata una pandemia di coronavirus c’erano tutti. Almeno negli Stati Uniti.
A Berlino c’è la discoteca più piccola del mondo, un metro quadrato di felicità, una grande idea di Benjamin Uphues. È la Teledisko. Se ancora non avete preso il virus e volete essere sicuri di non perdervelo, è il posto giusto.
Informazione utile prima di partire: il Regno Unito ha bisogno di ballerine, biochimici e saldatori. Così almeno si sa prima. Perché non faranno più distinzione in base alla provenienza ma in base, appunto, alla qualificazione e alla professione esercitata. Perché ballerine? Ballerini ne hanno già? E se c’è un ballerino in grado di fare saldature perfette? Mah. Lo so, ritorno ancora alla pandemia ma, d’altronde, è l’argomento principe nelle vite di tutti. Sullo smart working, la migliore è di ‘fotografie segnanti’ (temporaneamente ribattezzata ‘epidemie’ e ora ‘pandemie segnanti’), una pagina spassosa che consiglio:
L’artista 3d (non nel senso che è tridimensionale lui) Filip Hodas – non nuovo a cose interessanti – ha disegnato una serie di immagini che ha chiamato «Cartoon Fossils». Ecco Canis Goofus, Canaria Tweetea e Homo Popoculis.
Anche quest’anno al lago Erie ha fatto bel freddo.
La foto è di john_kucko e, anche se sembra un modellino, sono vere case di villeggiatura sul lago. Chissà come ha fatto quello della casa in alto. Ricordo a tal proposito, per prevenire i soliti commenti, che non si parla più di ‘riscaldamento globale’ ma di ‘climate change’. A proposito: l’artista georgiano Tezi Gabunia ha realizzato un video intitolato «Breaking News: The Flooding of the Louvre», un finto servizio informativo sull’allagamento di una sala del Louvre, presumibilmente dovuto al cambiamento climatico più che alle inondazioni della Senna (vedi 2018). Interessante, perché evidentemente abbiamo bisogno di vedere le cose, la nostra capacità di astrazione non ci arriva. ‘Classic Blue’ è il colore Pantone del 2020, calmante, deciso e intenso. Nel frattempo, l’azienda americana ha messo in commercio 315 nuovi colori, tra i quali sarà sufficiente citare il rosa Sangria Sunset, il marrone Chocolate Martini, l’azzurro Frozen Fjord e, infine, il nero Unexplored. Non esploro oltre.
Non si sottovaluti la faccenda, la scelta del colore dell’anno ha moltissime ripercussioni commerciali, dappertutto. Se terrete a mente la cosa, vedere qualche sfilata quest’anno o osservare le vetrine, per dire, avrà qualche significato in più. Il 4 marzo, ma io l’ho saputo ora, da alcuni rubinetti in una frazione di Castelvetro di Modena è uscito lambrusco. Alcuni si saranno convertiti istantaneamente. Volgendosi alla prosa, un silos con vino ad alta pressione ha letteralmente dato fuori e parecchio ne è finito nell’acquedotto. Merito della neoamministrazione Bonaccini? Inizia il processo a Robert Durst: se la storia non la sapete, ne vale la pena. Omicidi, soldi, tanti, una lettera, molti misteri, due mezze confessioni e lui al centro. E una serie tv su di lui. Questa è utile: nel 1666 a Londra ci fu una pestilenza, una pestibubbonilenza, cui seguì il famoso incendio, insomma erano tempi brutti e così Isaac Newton, poiché anche l’università era ovviamente chiusa, se ne andò in campagna, nella sua casetta dov’era nato, Woolsthorpe Manor. Qualcuno tra i più sagaci coglierà il parallelismo. Bene, senza nulla da fare e con tanto tempo a disposizione, si mise nella giusta disposizione d’animo e un giorno vide, ebbene sì, cadere una mela. Sì, è un invito a me stesso per primo e a chiunque a fare qualcosa di costruttivo e utile in questo tempo di reclusione. Per chi fosse curioso, questa è la casa di Newton, visitabile:
#StateACasa. Una buona battuta letta in questi giorni (sic!): «Tra un po dovremo andare a cacciare x mangiare e io non so nemmeno dove vivono le lasagne». Un gruppo internazionale di astrofisici ha scoperto Wasp-76b, un pianeta sul quale piove ferro fuso. Ma solo di notte, perché fa più freddo e quello che è evaporato di giorno ricade. Dopo alcuni giorni recluso a casa mi pare persino meno disagevole di prima. Questione di prospettive. La serie dei viaggi sulla luna si arricchisce di un nuovo capitolo: «Moon’s milk». Un cortometraggio in stop motion di Ri Crawford, voce narrante Tom Waits, che racconta la bizzarra avventura del Capitano Millepiedi che, insieme alla sua ciurma, decide riportare a casa un po’ del latte che sgorga dai crateri della luna. Tutto fatto a mano. Un po’ di cose ancor più sparse: mentre noi siamo qui davanti ai pc, un tizio ha camminato su un filo sopra un vulcano: Nik Wallenda ha attraversato il vulcano Masaya in Nicaragua; a New York ha aperto The Edge, la più alta in assoluto; Nayib Bukele, presidente di El Salvador, ha chiuso tutte le scuole, stabilito la quarantena per chiunque entri nel paese e proibito gli assembramenti. Anche se a El Salvador non vi sono casi di contagio. Ma mica ha proprio torto: «So che questa decisione verrà criticata, ma proviamo a metterci nei panni dell’Italia: l’Italia oggi vorrebbe aver deciso queste misure prima»; anch’io da adesso lo farò alla maniera di Gloria Gaynor o, magari, così, che preferisco:
Otto giorni fa ero fuori a cena. Dio, era bellissimo, in pratica funzionava così: c’erano dei posti in cui le persone, chiunque, poteva andare a mangiare. No, senza portarsi le cose da casa, le cucinavano loro, meglio di solito di come si fanno a casa, potevi addirittura scegliere tra diverse opzioni e poi mangiavi lì. Avevano anche dei vini e dei dolci buoni, di solito. Aspetta, aspetta: e si stava in compagnia. Con le altre persone, al tavolo, di solito a quaranta centimetri l’uno dall’altro, a volte meno. E ci si poteva toccare, sfiorare, baciare alla fine. Eh, lo so, ma era così ed era bello, perché si mangiava insieme e si stava bene. E lo potevi fare tutte le volte che volevi. Sì, anche a mezzogiorno. Sì, soprattutto il sabato e la domenica. Poi pagavi e andavi a casa. E la volta dopo cambiavi posto, a volte anche in altre province o, tieniti forte, regioni. O stati. Pazzesco, eh? Lo so, stento a crederlo pur’io.
Oggi ho visto l’autostrada più trafficata d’Europa nel tratto più trafficato dell’autostrada più trafficata d’Europa.
Ora: tutte quelle belle volte in cui mi sono detto aspetta aspetta senti che silenzio… Già, ma non era il silenzio, il supersilenzio di questi giorni, era un silenzio con il rumore di una macchina di fondo, qualche voce, un aereo, una sirena, un cacchio di coso che facesse qualche tipo di rumore. Adesso no. Stamattina, poi, non c’era davvero anima viva in giro e il silenzio era totale. Ecco, quando è così io ho un po’ paura. Forse paura no, sono inquieto. Perché un conto è stare da solo quando sei in mezzo alla folla, giusto, sacrosanto, e un conto è stare da solo perché sei da solo. Tutta un’altra cosa. Prima erano tutti dei rompimaroni e ora – è bastata una sola settimana di arresti domiciliari – mi mancano. E poi ti odio e poi ti amo. E poi ti odio.
Mi sono fatto la giustifica, dicendo nient’altro che la verità, e sono andato a lavorare in giardino. Ho scavato, ho tagliato, ho potato, ho strappato, ho divelto, ho ostiato, ho cesoiato, solo chi non ha mai lavorato davvero in giardino pensa che la natura sia una nostra graziosa compagna: la natura va stroncata, altroché. Il giardino con le rose in natura non esiste, non esiste l’erba, non esistono i fiori, in natura esistono gli infestanti, i rampicanti, le erbacce, i cosi che crescono come degli indemoniati appena mi giro un momento. Questa è la natura. Altro che Leopardi. Anzi no, ovviamente lui aveva ragione ma volando un pelo più basso si comprende di più l’atteggiamento dell’agricoltore professionista: se non pulisci con la scopa l’aia tutti i giorni, entro otto mesi troverai tutto coperto di terra ed erbacce. E in cinquant’anni le città diventano città sepolte e poi Machu picchu. Una delle mie letture preferite a questo proposito è Gardenia, una rivista in cui delle signore che hanno sposato un erede Medici vivono in residenze secolari, hanno stuoli di paesaggisti, architetti del verde e giardinieri al loro servizio e dicono: adoooro l’odore della terra (tevva) sulle mani. Certo.
Ho un’amica ucraina che quasi quotidianamente mi gira degli audio che le hanno a sua volta girato su (indovina?) esatto: whatsapp. L’altro giorno era la vitamina C, una roba tipo: mangiate arance, perché ancora non lo sa nessuno tranne noi cinesi ma il virus muore con la vitamina C. Ed è andata anche bene che erano arance e non, che so?, pezzi di sterco. Oggi invece è l’asfalto e il virus che, tenace, resiste per nove giorni incollato alla strada. Complimenti. Ovviamente smentisco il tutto e la mia amica è sollevata perché, effettivamente, non riesce a capire cosa sia reale e cosa no, causa la lingua complicata. Mi sfugge il divertimento di mettere in giro delle bufale di questo tipo, davvero non capisco. Fosse: per sconfiggere il virus dovete spogliarvi, vestirvi da arcieri nottinghamiani ma solo dalla vita in su, spalmarvi la testa di mostarda, imparare a memoria il discorso di fondazione dell’Udeur e gettare dalla finestra il mobile più pesante della casa, ecco così capirei. Se no non ne vale la pena.
Oggi è una settimana che siamo chiusi in casa, o quasi. Stare all’aperto oggi mi è servito, l’umore è migliorato, si vede dal diarietto. Bisogna farne un pezzetto alla volta, imparare passo passo a convivere con questa cosa per un po’. Sarà lunga? Eeeeeh, saperlo.
Devo essere l’unico rintronato che non ha la mascherina. Nel senso che non ne possiedo nemmeno una. Ci ho provato a prenderle, ho chiesto al supermercato, in farmacia, in tutti i luoghi in cui è possibile farlo. Ho quelle del brico per la polvere, ne ho centinaia, non credo siano di grande utilità. Eppure, le hanno tutti, addirittura in molti hanno quelle con il buco centrale, il filtro, che da quanto ne so sono efficaci per otto ore. E non mi spiego: o ne hanno tantissime ciascuno, il che potrebbe essere, oppure la usano anche se è ormai sfiatata. Comunque ce l’hanno proprio tutti e io non riesco a capire dove le abbiano prese, è un vero mistero. Dappertutto ci sono cartelli in vetrina che dicono che mascherine e disinfettanti sono finiti, ci dev’essere un mercato nero, un luogo segreto, un commercio sotterraneo di cui non sono a conoscenza. Nella zona dove vivo, che è piena di immigrati, ce l’hanno tutti e io mi dico che se un domani dovessi trovare rapidamente una cosa che mi garantisce la sopravvivenza, probabilmente ci resterei secco in poco. Poi, alla fine, una persona gentile me ne regala una, di quelle sanitarie blu con i legacci. Grazie. Almeno ce l’ho anch’io, mi dava fastidio non possederne una a mia volta. Per averla.
Si fanno tante telefonate. Io, almeno, che non convivo con molte persone. Ovvio, almeno ci si sente, ci si scambiano informazioni sulla salute reciproca e sulla situazione, ci si rassicura, si scambiano pareri e idee, per fortuna lo si fa. Poi a un certo punto della telefonata ci si dice entrambi, con convinzione, che sarà lunga. Già. E si annuisce, facendo così con la testa. Ovviamente entrambi speriamo che non lo sia ma temiamo che lo sia. Il punto è che ci diciamo che sarà lunga, siamo d’accordo, ma nessuno dei due sa quanto sarà lunga. E, quindi, non lo esplicitiamo. Ma resta un dubbio: magari io sto pensando a giorni e il mio interlocutore di là pensa a settimane. Quanto è lungo? Per me già adesso è un periodo lungo. Già dire ai primi di aprile lo è. Mesi? Anni? Non scherziamo! Non ce lo diciamo e restiamo col dubbio. Perché cozza con la speranza che, invece, non sia un periodo davvero lungo. E poi nessuno sa come avverrà che si riprenderanno le cose come prima, perché d’accordo a un certo punto i casi cominceranno a calare ma che si farà a quel punto? Si ricomincia e si rischia che il contagio riparta? Dovremo aspettare di essere gregge? Ricominceremo pianin pianino? Ma soprattutto: sarà come prima? Quel che è certo è che sarà lunga. Già.
Tempo fa, Guccini disse che «dopo la guerra la gente aveva una voglia di ballare che faceva luce». Bellissima espressione, dice tutto.
A che ora è Conte, oggi? È sabato e quindi decreto?
Esco alle otto e mezza di sera, perché non ho voglia di rifare la coda fuori dal supermercato, a un metro da quello prima e da quello dopo, che ci si guarda in tralice di continuo per far mantenere la distanza, con il serpentone che si allunga finché il supermercato non lo vedi nemmeno. Fuori, vuoto.
Ma vuoto vuoto. Che ho un primo attimo in cui dico ah, però, bello, mai visto così e poi mi scopro inquieto, perché le montagne, le vallate, il mare sono belli quando non ci sono le persone, le città no: se sono vuote sono città morte. Un ragazzo in bicicletta con la mascherina che consegna del cibo a chissà chi tira dritto, una prostituta appoggiata a una casa: allargo io, per non metterla a disagio, e faccio una mezza circonferenza attorno a lei ma la faccio larga, per non farla accorgere. Non credo di esserci riuscito. Ehi, non è perché sei prostituta. Al supermercato non c’è coda, i guanti li ho, quelli che uso per fare i lavori, la mascherina no, non mi va, sto lontano da chiunque, tanto pago sempre alla cassa robò. E poi non ce l’ho. Sono l’unico con la sportina, hanno tutti degli enormi carrelli pieni di roba: venti pizze surgelate, buon dio!, ma che freezer ha, signora? È che son venuto a piedi, non posso portar via un carrello di roba e comunque non saprei cosa prendere. Sono venuto per prendere il silicone, non ho il silicone, mi serve il silicone. Ma ci sarà il silicone all’esselunga? E se non ce l’hanno, dove posso trovare del silicone in questo periodo? Da nessuna parte, devo provare. È che non ho un cane da pisciare, nemmeno di peluche e non lo vorrei, mi piaceva l’idea di fare due passi ma l’atmosfera da thedayafter mi ha fatto passare la voglia, vorrei uscire dal supermercato, che è tutto silenzioso e le persone nelle corsie si evitano comunque, schiacciandosi contro le scatolette. Compro cose rapidamente, il silicone non lo trovo e dopo cinque minuti di ricerca ho solo voglia di essere all’aperto. Stasera il silicone non mi serve più, forse domani. Esco e mi rendo conto, fuori, di aver comprato dei peperoni grigliati (mai comprato nella vita peperoni grigliati), quattro bottiglie di detersivo ecologico per i piatti (una mi basta per due mesi), degli spaghetti integrali (ho sbagliato a prenderli dallo scaffale, bravo) e due confezioni di uova. Che mi piacciono, figurati, ma quando ’sta cosa finirà avrò bisogno di un dietologo, un gruppo di alcolisti anonimi e di un trapianto di fegato. Saremo in tanti. Io reggo bene, so che magari cederò di schianto, quello sì. Torno mestamente verso casa, rifaccio il semigiro attorno alla signorina con lo stesso esito, mi spiace, ripenso al fatto che almeno in questi giorni facciamo delle belle chiacchierate con i vicini, alcuni alle finestre e altri da basso, e che oggi le simpatiche figlie dei vicini hanno suonato il flauto in cortile per tutti. E che ho ricevuto una porzione di ottime lasagne fatte da vicini gentili. Ne sono grato. Mi vengono in mente le scene descritte, che so?, da Nuto Revelli che racconta le persone nei fienili a cantare, ballare e tenersi compagnia la sera durante la guerra. O i racconti sentiti, per cui pensavo che sì, in fondo erano persone più semplici. Scemo. E stupido. Oggi l’Eco di Bergamo aveva undici pagine di necrologi, che delizia per gli anziani al bar, se solo ci fossero. Così tante anche perché non c’è modo di far visita e di portare di persona il cordoglio. E ovviamente perché, accidenti, i morti sono tanti. È solo il 13.
facciamo 'sta cosa
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