minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: novembre, i bar con il dentro, fatiche, ospiti natalizi

Mi accodo a chiunque abbia un lavoro da fare fuori comune. O visite, consegne, interventi urgenti, qualsiasi cosa, tutto pur di fare un giro e cambiare aria. Lunedì mi sono accodato a un mio collega che doveva fare un intervento in sede a un cliente, la cosa era molto allettante per svariati motivi, mi sono accollato. Primo, la destinazione: in un’altra regione. Che ebbrezza. Secondo, il colore della regione: giallo, santoddio, giallo. Nemmeno arancio, ogni libertà è dunque concessa. Terzo, il cliente: persona nota nel mondo dello spettacolo. Che mi serve d’altro? Nulla. Partiamo per la campagna a sud-est di Padova. In autostrada, da destra, due file ininterrotte di TIR, quindi le merci viaggiano, a differenza degli uomini. Che destino, eh? Sulla terza corsia, sfanalatori immancabilmente con Audi e le persone normali, un treno unico di veicoli, vista da qui la pandemia pare non esistere.
A Padova realizziamo cosa significhi davvero la zona gialla: lì hanno i bar come noi ma ci si può sedere dentro. Distanziati, certo, lontani dal bancone, ma dentro. E si può pranzare al ristorante, giuro. Non bisogna portarsi via gli scartocci di alluminio o di plastica, per dire, e mangiarli in auto, in cantina o segretamente il più delle volte.
Qui sotto un’immagine della zona gialla, ovvero come vivono là fuori:

Vivono meglio. Non molto ma meglio, diciamo. Lontano dalla normalità anche loro ma meno distanti, invidio la loro normalità zoppa rispetto alla nostra, monca. Come ci si abitua anche quando non ci si diverte. Per la città nessun turista, nessun pellegrino a baciare la lingua del Santo, molti negozi comunque chiusi, il quadro è abbastanza desolante anche qui. Ma noi la viviamo come una vacanza, facciamo un giro per la città – è permesso andare a spasso liberamente -, non riusciamo a vedere l’interno del Palazzo della Ragione, purtroppo è pur sempre zona gialla. Prendiamo un caffè e un tè seduti ed è come godere di un lusso, di una carta fortunata, di un giro in più passando dal via. Ed è quello che poi mi pesa di più oggi, mi rendo conto che faccio più fatica, le restrizioni ora mi vanno più strette. Non concretamente ma dal punto di vista dello sforzo di testa per fare il bravo, rispettare le regole, seguire le indicazioni ancora per mesi, vivere ancora a lungo in una situazione di emergenza sanitaria.
A me frega ben poco del natale e delle cene, quindi per quanto mi riguarda si chiuda pure e si riapra alla befana. E poco capisco tutto il menino attorno ai veglioni e ai cenoni, più di sei, meno di quindici, ma congiunti? Mi auguro non sia il solito casino, con decisioni sempre frutto di compromessi al ribasso e contrattazioni separate, invidio anche stavolta la Germania, che tra i pregi che ha possiede senz’altro la chiarezza: chiusi pesantemente fino al 22, dal 23 all’1 ci si può vedere a cena in dieci persone al massimo, chiunque esse siano, e dall’anno nuovo si richiude. Piste da sci chiuse. Punto fine. Patti chiari, amicizie lunghe e persone con le idee chiare su cosa si possa fare e cosa no. Da noi mai, avanti con le deroghe per i parenti «strettissimi», quelli «stretti», quelli «necessari», quelli «rompicoglioni» ma «invitabili». Che spreco di energie utili.


Indice del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre |

il venerdì successivo al Giorno del ringraziamento

Non sfugge nemmeno il Vaticano al Black friday.
Se i conti in rosso erano di segno negativo, quelli in nero, magari, indicano grandi guadagni. Perché dunque il Vaticano dovrebbe esimersi?

Come resistere dunque alla splendida riproduzione della scultura romana del Nilo in resina e polvere di marmo alla modica cifra di duecentocinquanta euro?

Consiglio l’ombrello «paradiso terrestre».