minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 99

Siamo agli sgoccioli: a novantanove giorni dalla chiusura della Lombardia e a novantatre dall’inizio di questo diario, le cose procedono su due binari poco paralleli, uno di normalità e uno di anormalità, si intersecano di continuo, condizionandosi a vicenda, domani riaprono teatri e cinema ma la mascherina resta obbligatoria almeno fino al trenta giugno, i voli aerei possono viaggiare pieni purché il ricambio dell’aria sia efficace ma fuori dagli aerei restano immutate le prescrizioni di distanziamento, due metri fuori ma uno nei ristoranti, uno e mezzo nei luoghi che cominciano per ‘c’, nel mondo la pandemia galoppa ma in Europa no, avendo noi cominciato prima, insomma la vita normale ha tracimato dentro l’emergenza, per fortuna, anche se la normalità, purtroppo, si porta dietro la farsa Di Battista. Mille volte meglio una normalità sbilenca e sguaiata che l’emergenza fatta di strade vuote e diari scritti dentro casa chiedendosi che sarà. E se normalità dev’essere, allora sia, i diari tornino personali, registrazione di fatti comuni, si parli anche di altro, magari di più edificante e piacevole, divertente, ognuno riprenda la propria direzione e i propri interessi, ognuno si sposti dove crede e interpreti l’estate imminente come desidera. Due mesi, marzo e aprile, in cui ci siamo stretti tutti, ci siamo tenuti compagnia e ci siamo parlati come bisognerebbe fare sempre ma che non si fa, perché?, abbiamo parlato tutti delle stesse cose per cercare di capire e prevedere, per non aver troppa paura, un curioso periodo in cui tutti sono stati disponibili, ogni telefonata è andata a segno, ciascuno ha avuto un sacco di tempo, le lamentazioni sono state messe da parte, andiamo avanti con la Fase 3, o 4, non so bene dove siamo. Se dovessimo tornare alla Fase 1, e si spera di no, con tutto il cuore, si tornerà anche ai diari e alla registrazione del presente per non dimenticarsi. Non vuol dire che non continueremo a parlare della pandemia e di ciò che si porta dietro, direi che lo faremo in maniera meno strutturata e puntuale, esattamente come stiamo già facendo nella quotidianità. Il virus, da cui anche il titolo di questo diario, è stato fin dall’inizio una disgrazia, una menata colossale, una sciagura, quindi il fatto che ora passiamo oltre è solo positivo.

(Cecilia Fabiano/ LaPresse)

Per come la vedo io, ora, non siamo andati bene nella gestione della pandemia. Abbiamo ignorato per alcuni mesi i segnali, chiarissimi, del contagio, in nome dell’idea che «tanto da noi non può accadere» e che «non si può mica chiudere un paese» – ora lo sappiamo: si può – causando un vero disastro: oltre trentamila morti in Italia e, secondo uno studio dell’Imperial College di Londra pubblicato in questi giorni, se l’Italia avesse attuato il lockdown anche solo una settimana prima si sarebbero potute evitare ben tredicimila vittime. La risposta al contagio, a quel punto in emergenza, è stata medievale, nel senso che non è stata diversa da quella della peste del 1348: siamo scappati in casa. Non abbiamo mai avuto un’altra opzione, razionale, scientifica, perché non ci avevamo mai pensato prima, perché i nostri piani al riguardo, quando esistevano, erano teorici, ridicoli, insensati, e quindi abbiamo dovuto fare l’unica cosa, a quel punto, possibile. Nasconderci. Avrei voluto un approccio aperto, pensato, sistematico, come cerco di affrontare ogni cosa della vita e invece no, non eravamo pronti. Speriamo di esserlo ora, almeno di più, speriamo di aver messo a fuoco qualche procedura più utile. La maggior parte delle persone preposte alla gestione della pandemia, elette invece per gestire al massimo qualche appalto stradale e qualche fornitura di attrezzature, si è rivelata del tutto inadeguata e le scelte sbagliate questa volta hanno avuto come conseguenza diretta i morti, non pastoie burocratiche. Non «ci sono stati degli errori», come dice Fontana oggi, è stato un disastro. Può anche nominare un suo gruppo di lavoro «che entro metà agosto indicherà le cose da fare e quelle da evitare», ottimo modo per rimandare a divinis qualunque ragionamento, ma i fatti restano. E ci è andata bene, sia che il contagio si è fermato grazie alla quarantena sia che, per il momento, l’infezione pare essere meno violenta e aggressiva, nonostante noi non abbiamo messo in azione alcun tracciamento né altra indicazione fondamentale per il contenimento di cui si è tanto detto negli ultimi mesi, se non metterci una mascherina, nemmeno tutti, e sperare in bene. Amen, medievali anche qui, anche se il termine è davvero improprio, a favore del Medioevo e sfavore nostro. Il piano al momento pare sia stare a vedere e se torna il male cattivo richiudere tutto. Di solito, osservare un incendio per vedere da che parte tira il vento non è una grande idea ma tant’è, di solito siamo fortunati.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 98

Se devo pagare le tasse, allora mi ritengo libero. Voglio dire, ho per le mani gli f24 dell’IMU e della TASI da pagare entro il 16 e mi dico che siamo tornati alla normalità, nessuna proroga, quindi tutto come una volta. Certo, non è che di soldi ne entrino molti, anzi, diciamo che per testare con efficacia il senso monetario del mio lavoro dovrò aspettare dopo l’estate, temo, ma se le tasse e le scadenze sono tornate a regime allora considero che anche tutto il resto lo sia. Se no, non vale. Quindi, se tasse allora anche viaggi, cene, amici e concerti, mi pare un patto onesto. Consideratevi vincolati. Che non sia chiaro a nessuno cosa succederà nei prossimi mesi mi pare acclarato, l’intervento di Bruce Beutler, premio Nobel per la Medicina 2011, lo dimostra: «La popolazione non è così vulnerabile come all’inizio, quando nessuna di queste misure era stata intrapresa. Questo è vero, anche se attualmente solo una piccola percentuale della popolazione è stata infettata. Ma tutto ciò mi porta a pensare che non ci sarà una seconda ondata». Mi piace osservare, peraltro, e questo minidiario serve anche a quello, che ben poche delle previsioni lanciate nel mucchio negli ultimi tre mesi si sono avverate, sarà la vicinanza con il papa, fatto sta che a molti piace pontificare, più che altro a sproposito e senza elementi plausibili. Qualche considerazione che io ritengo utile: come si convive con una pandemia? Bella domanda, ovviamente come stiamo facendo ora anche se non è detto che tutte le nostre strategie siano le più efficaci, più che altro perché non suffragate da evidenza scientifica, piuttosto da quella empirica dei reparti di terapia intensiva in questo momento. In attesa del vaccino, che ormai è il mantra che ci piace ripetere, mentre io credo di più nell’esperienza medica che sarà in grado di curare con efficacia l’infezione, evitando almeno la degenerazione in forme gravi, esistono alcune strategie più utili di altre, per gestire la propria vita ai tempi del covid-19. Eccole. La prima strategia richiede alcuni condizionali, purtroppo: prestare attenzione a come procede la pandemia nel luogo in cui si abita, osservando l’andamento dei dati di contagio. Abitare in un luogo in cui il contagio ancora procede richiede, com’è intuitivo, più attenzione rispetto ad abitare in un posto in cui l’infezione non c’è. È chiaro. È però altrettanto chiaro che per chi vive in Lombardia tenere d’occhio i dati non è operazione semplicissima, perché come vediamo da ormai tre mesi arrivano, non arrivano, si contraddicono, sono aggregati, non lo sono, a volte sono la somma di giorni precedenti, a volte no. In teoria, per chi non vive in Lombardia, due buoni indicatori dell’andamento sono la percentuale dei tamponi positivi sul totale e la curva dei contagi. Nel primo caso, se il dato si attesta per qualche settimana sotto o attorno il cinque per cento è buona cosa, significa che la pandemia è sotto controllo. Nel secondo, basta osservare la curva e vedere se è in salita o in discesa. A seconda di questi due indicatori, basta adattare la propria condotta, allargando o stringendo le occasioni di libertà che ci si concede. Una seconda buona strategia è, come ho detto qualche giorno fa, frequentare anche in modo stretto alcune persone simili a sé, per comportamento, prudenza e abitudini, e limitare questo tipo di cerchia a un numero abbastanza ristretto. Va da sé che anche le persone frequentate devono attenersi al medesimo principio. Questa strategia dà ottimi risultati ed è particolarmente utile per coloro che hanno figli piccoli, permettendo loro così di frequentarsi con assiduità riducendo il rischio al minimo.

La terza è bilanciare le occasioni di rischio. Andare a una tombolona in una RSA ha un certo grado di rischio, correre in montagna un altro, dormire una settimana in tenda con un plotone di esploratori ancora un altro. Come se si fosse a dieta, quando ci si prende un rischio maggiore, perché magari tocca andare dal medico, in ospedale a fare un esame, in un ufficio a rinnovare la patente, allora è buona cosa ridurre le altre occasioni di esposizione per un po’ di tempo, bilanciando come dicevo il rischio complessivo e spalmandolo nel tempo. Poiché ci si ammala solo quando si riceve una certa dose di particelle virali, e questa è la quarta strategia, riducendo il tempo di esposizione si riduce drasticamente anche il rischio di contagio. Non vi sono dati certi, perché l’esposizione dipende da persona a persona, da chi ci si trova davanti, da quanto sia la sua carica virale, dalle condizioni dell’ambiente eccetera, ma il fatto inequivocabile è che se invece di stare dal barbiere in una stanza chiusa per un’ora vi si sta un quarto d’ora, è molto più improbabile ammalarsi. La quinta, che pare la più banale e lo è ma è anche la più facile da dismettere, è di continuare a usare le precauzioni efficaci in questi casi, distanziamento, mascherina, lavarsi le mani, evitare se possibile il contatto fisico, evitare le superfici in luoghi pubblici e così via, le abbiamo imparate a forza in questi cento giorni. Vualà, un bel corimbo di suggerimenti utili.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 97

Beh, se alla fine di marzo, il periodo più critico del lockdown sia per me che, a occhio, per molti, visto che i contagi non rallentavano e non si capiva se avremmo avuto a che fare con mesi di reclusione o con l’esercito per strada, mi avessero detto che a giugno saremmo stati messi come siamo messi oggi, avrei chiesto dove firmare. Sgombero il campo dai fraintendimenti, non è né normalità né una vita auspicabile in condizioni normali ma lo è date le premesse, tragiche, irrazionali, casuali che si sono viste nei mesi scorsi. Resta l’incognita, su tutto, del fatto che ancora non sappiamo come andrà nei prossimi tempi, ma ora va bene: i dati dicono che il contagio rallenta, anche se non in maniera omogenea, i fatti dicono che gli ospedali e le terapie intensive sono sgombre, il dito di san Tommaso dice che possiamo fare molte delle cose che la pandemia ci aveva proibito, seppur in maniera condizionata. Dunque, non male, cincin. E questo per quanto riguarda il contesto generale e i piccoli aspetti della vita di ciascuno, poi c’è il là fuori, quell’indistinto mondo in cui accadono cose di cui abbiamo sentore e che leggiamo qua e là, facendo fatica a capirne la consistenza reale. Ecco, lì adesso comincia a essere il tempo di alcune rese dei conti. È innegabile che negli ultimi mesi in molte situazioni si sia agito ai limiti della legalità, a volte ben oltre, a volte in maniera necessaria a causa dell’emergenza, a volte meno, a volte per nulla. Se la politica sta già facendo i propri conti, la testa di Gallera è già sul piatto, cambi ai vertici della Regione, le variabili della maggioranza lombarda si sono già mosse, Conte convocato dai PM, adesso anche ciò che è accaduto a livello individuale in molti casi richiede una spiegazione: i molti che non sono stati portati in ospedale, i molti che sono usciti in ambulanza e sono tornati in un’urna, i molti che non hanno ricevuto aiuto o ne hanno ricevuto poco, i molti che sono stati lasciati soli – anche medici di base e operatori sanitari, sia chiaro – adesso chiedono chiarimenti e indagini, se ciò che è avvenuto fosse legittimo. Come sempre, c’è chi si prepara a sguazzarci, inevitabile nei grandi numeri, ma capire, a fondo se possibile, è necessario, a costo di lasciare spazi per le iene e gli avvocati delle iene. Ne cito uno solo: un imprenditore veronese residente a Brescia ha presentato ieri un esposto-denuncia nelle Procure di Brescia, Bergamo, Napoli, Torino, Venezia, Bolzano e Milano (Tunisi, Tel Aviv e Bangkok no?) sostenendo di aver perso circa tre milioni a causa del lockdown e che le condizioni di emergenza sanitaria fossero note fin dal 31 gennaio. «Dal giorno successivo avrebbero dovuto essere presi ed adottati tutti quegli interventi precauzionali immediati e diretti a tutela della libertà ed interessi personali della popolazione italiana con riguardo anche a tutte le attività di qualsivoglia genere, natura e qualità», scrive l’imprenditore. Cosa vuole, signore? Faccia il bravo, su. Già le procure erano intasate prima, figurarsi.

In questi giorni capita di parlare, finalmente, con persone che sono state ricoverate per covid-19. Dai casi più semplici, diciamo, che sono finiti in reparti normali o quasi, qualcuno in qualche sgabuzzino, uno addirittura in mensa, causa mancanza di spazio, e che la sono sfangata con terapie farmacologiche e tanta tanta pazienza, raccontando di grandi dolori e di fame d’aria, ai casi più sconvolgenti, quelli che sono finiti dritti in terapia intensiva, con i respiratori tolti a qualcun altro. Si vede che non raccontano tutto, spesso non trattengono le lacrime, hanno visto cose che nessuno dovrebbe mai vedere e che popolano le loro notti senza sonno. Per tutti loro c’è un prima e un dopo covid-19, la vita non sarà più la stessa: sia perché ora vivranno in modo diverso – molti di loro, raccontano, si sono dimessi, fanno scelte di vita differenti che prima non avevano il coraggio di fare – sia perché i danni, fisici e psicologici, della malattia li segneranno a vita. Sono vicende che, più passerà il tempo, più diventeranno singolari e personali, purtroppo. Chi non ha vissuto questo periodo in Lombardia non se ne può rendere conto, e nella stessa regione non tutte le zone hanno vissuto il dramma in maniera uniforme, a Bergamo e Brescia è stato molto diverso rispetto a, che so?, Como o Varese o la stessa Milano, per fortuna loro. E si vede, gli atteggiamenti sono proprio diversi. Noi sobbalziamo ancora a ogni sirena d’ambulanza, giorni e giorni a sentirne una via l’altra, e anche questo passerà, ma è quasi tutto, diverso è il caso di chi ci è finito dentro dritto, testa e piedi, o chi ha avuto familiari stretti e amici coinvolti. Qui conosciamo tutti diverse persone che, porelle, ci hanno lasciato le penne in questo disastro ma son per la maggior parte conoscenti, la distanza c’è. Abbiamo vissuto tutti storie diverse, con gradazioni infinite, anche per questo gli «andrà tutto bene» e i «saremo tutti migliori» sono solenni cazzate, non resterà un ricordo condiviso, resterà un’immagine che è il risultato di una media involontaria tra i ricordi di tutti e siccome, per fortuna, la maggior parte delle persone ha vissuto la pandemia solo come reclusione in casa e poco più, quello resterà. Ed è per quello – faccio psicologia da minimarket – e non per insensataggine, che molti si comportano con frivolezza, ora, come se nulla fosse stato. Non lo sanno.

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«E, quindi, vorrei prenotare un tavolo per due per domani». «Sì, siete coppia o amici?». Ma senti questo che sfacciato, fatticazzituoi, no? «È per il distanziamento, scusa, non è per farmi gli affari tuoi». «Ma certo, figurati, avevo capito, amici» ed è così che, ormai, vanno le cose: tavolo più grande per amici, tavolo più ravvicinato per coppie. Ma uscire a cena è bellissimo, penso lo farò tutte le sere d’ora in avanti, anzi, ristoratori! Tranquilli, ci penso io a risollevare il settore: eccomi! Sono proprio contento delle piccole libertà riacquistate, vedere qualche amico, mangiare insieme, parlarsi a una ragionevole distanza senza mascherine, mi fa talmente piacere che trasgredisco volutamente e mi concedo qualche buffetto, una pacca, un maddai sulla spalla per il puro piacere del contatto e di, appunto, normalità. E poi un caffè al tavolino, all’aperto, andare con qualcuno da qualche parte, piccole cose di grande importanza, per me, che mi rendo conto mi fanno davvero piacere. Mancavano, eccome. Un compleanno di un’amica: fuori a cena. Un amico che non vedo da tempo: a lavorare insieme in giardino. Una persona simpatica in cortile: chiacchiere a volontà. È il bello delle persone, mi mancavano, posso prendere il meglio e in quantità, magnifico. Poi il fruttarolo, il ferramenta, il bar, il fornaio, i cinesi, mi siete mancati tutti, dove siete stati? Nei mesi scorsi ne abbiamo lette tantissime, notizie false create ad arte per aumentare la confusione e la disinformazione, non ne ho parlato molto perché ho preferito attenermi ai fatti e ai fatti positivi, più che altro. Ma ce ne sono state tante, di notizie false: la Commissione europea ha per la prima volta indicato la Cina come una fonte di disinformazione collegata al coronavirus. Bene, posso immaginare la solita Russia in aggiunta e già un paio di nomi li abbiamo. Il New York Times ha contato centotrentacinque progetti di vaccino al covid-19 al mondo, chi lo becca svolta per sempre. Sarebbe bello se un esito di questa pandemia fosse il rafforzamento e il consolidamento dell’Unione Europea: probabilmente la diffusione del contagio ha già agito come catalizzatore sul governo europeo, accelerando alcune decisioni di condivisione economica e sanitaria che altrimenti sarebbero state di là da venire. Chiaro che oggi vediamo con maggior chiarezza le differenze che si sono manifestate in questi mesi, la distanza che c’è stata tra noi e gli altri paesi nelle prime fasi del contagio, quando siamo stati lasciati soli e, anzi, allontanati, quando non derisi. Sono però convinto che nei prossimi tempi vedremo invece i risultati positivi di una situazione che ci ha costretto a fare i conti con la realtà, ovvero che nessun paese è autonomo, che le decisioni di uno influiscono su quelle degli altri, che una strategia comune costa meno ed è più efficace di molte strategie, spesso contrastanti. Tutte cose che sapevamo già ma per molti serve sbatterci la faccia, solito problema.

Lunedì prossimo potranno riaprire parchi giochi e centri estivi, sale giochi e centri termali, cinema e teatri. Rinviati al 25 invece gli sport di contatto, al 14 luglio fiere e discoteche, le udienze giudiziarie potranno riprendere dal 1° luglio. Per poi richiudere subito, se faranno le ferie lunghe ad agosto, come ogni anno. Perché abbiamo bisogno di vacanze, no? Tutto ’sto panificare a casa con i figli rompicoglioni, lamentarsi che non si poteva proibire la ripresa del lavoro, tutto ciò ha creato molto affaticamento, servono vacanze, lunghe, riposanti, al mare. E domani gioca il Milan.

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Fatti vari: dopo la morte di George Floyd parte il furore in difesa degli afroamericani prima, poi dei diritti dei neri sfruttati e poi, con tutte le modalità già viste nel #metoo, la protesta diventa movimento, Black Lives Matter, e giù con il furore iconoclasta contro le statue. A Bristol viene divelta quella di Edward Colston, mercante anche di schiavi, e viene gettata nel canale. Negli Stati Uniti se la prendono di nuovo con quelle che sono rimaste di Colombo, una decapitata, una tirata in mare, a Milano con quella di Montanelli, reo di sfrontato possesso di dodicenne durante le guerre coloniali, fatto grave e per nulla nuovo. Vari gli arruffapopoli che cercano di mettere la firma sul movimento e che prevedono, finalmente, la fine di ogni ingiustizia. Bene, dico io, ma se esercito la memoria so che la pazienza umana è sempre inferiore al tempo e alla costanza che ci vogliono per queste cose, che immancabilmente finiscono per distrazione e altro interesse. Non che non servano, per carità, ogni passaggio è un pezzettino di ingiustizia in meno e di consapevolezza collettiva in più, ma certe cose le sento ormai ripetere a ogni assassinio di un nero negli Stati Uniti da parte della polizia. E nemmeno: uno ogni tanto, un po’ a caso, chissà com’è che avviene. E come per il già citato #metoo, la faccenda dilaga in ogni direzione, HBO ieri ha tolto «Via col vento» dal proprio catalogo perché espressione dell’America colonialista. E da noi, il Negroni? Lo vogliamo cassare? Nella furia vengono prese di mira le statue di Churchill, Hume, Jefferson e sa dio chi, da noi bisognerebbe cambiare tutta l’odonomastica delle strade, non per razzismo ma per insipienza (Bixio, Cadorna, Vittorii Emanuelii eccetera). Qualche bestialità al riguardo l’avrà scritta pure la Bibbia o Dante o Darwin. Al rogo. Perché racconto tutto ciò? Per dire che, essendo ormai il covid-19 dappertutto come prima ma ormai relegato, nelle teste, in sudamerica e in paesi che non ci interessano, ora ci occupiamo di altro. Sfogliando un giornale o scorrendo una pagina online, per le notizie della pandemia bisogna avanzare parecchio e se ne parla solo il relazione a un qualche fatto diverso: «Italiani. Tre su quattro andranno in ferie nonostante il virus». Meno male. Oppure in relazione al PM di Bergamo che ha convocato Conte, Lamorgese e Speranza per spiegare la questione della zona rossa di Alzano e Nembro, quando gli Interni mandarono soldati e poliziotti per provvedere e poi, chissà perché, non se ne fece nulla. Con meno clamore, Regione Lombardia ha rimosso il direttore generale della Sanità, Cajazzo, in quota Lega, per sostituirlo con Trivelli, uomo di CL. E tutto comincia a tornare a posto in Regione, com’era una volta il sistema formigoniano. Giova segnalare che il primo, rimosso, era un ex poliziotto della squadra mobile di Lecco, e qui gli interrogativi nella mia testa sorgono come funghi (mmm, poliziotto mobile direttore sanità mmm mmm), il secondo quanto meno era fino a oggi il direttore generale degli Spedali civili di Brescia. Da sempre CL fornisce uomini lottizzatissimi ma, almeno, con una competenza specifica, a differenza della Lega.

(Claudio Furlan – LaPresse)

Venendo alla pandemia vera e propria, la diffusione globale non rallenta, raggiunti i 7,2 milioni di positivi e 409 mila decessi, secondo la Johns Hopkins University. L’immunologo Anthony Fauci, intervistato da La Stampa, dice: «In autunno ci saranno nuove infezioni, l’Europa farebbe bene a sviluppare un vaccino», ma che vuole questo? Noi dobbiamo stabilire le regole del mare e delle discoteche, perché non guarda a casa sua? Che poi, tanto in autunno si sta già a casa, capirai. L’OMS ha fatto un certo casino, affermando ufficialmente prima che i contagi da asintomatici sono molto rari e poi affermando esattamente il contrario, avrà parlato uno stagista. I ricercatori e l’Accademia dei Lincei hanno avanzato una richiesta ufficiale per ottenere i dati di Regione Lombardia sui contagi per fare legittima e sacrosanta ricerca, dati che la Regione fornisce in modo già aggregato e, quindi, inutile o quasi per un ricercatore. Pare strano ma così è. In Europa, si può ormai dire che il caso di eccellenza nell’aver affrontato la pandemia è sicuramente la Germania, che non solo è andata meglio di noi ma di praticamente tutti, con misure di isolamento relativamente allentate. Con più di 184.000 casi di coronavirus confermati, ma solo 8.736 decessi, da metà maggio i tedeschi vivono in modo pressoché normale, sconsiglio di cercare immagini perché viene la verde invidia, ovvero a bere le birrette insieme sulle sponde dell’Elba e a guardare le partite di campionato. Grande sistema sanitario (loro sì, non quello lombardo sbandierato ai quattro venti), grande efficacia degli interventi della Merkel, di formazione scientifica e quindi capace di comunicare serietà e tranquillità, comunicazione chiara e razionale del governo ai cittadini, da cui discende il rispetto generalizzato delle regole, nel momento peggiore della crisi hanno messo in piedi un sistema nazionale che può eseguire fino a un milione di test diagnostici per covid-19 al giorno, patapum!, e portato i posti di terapia intensiva da dodicimila a quarantamila. Di cui ne hanno usati la metà. Peccato che son tedeschi.

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Ora i guanti è meglio non metterli. Una fatica improba per trovarli, comprarli a un costo doppio o triplo rispetto a tre mesi fa, una fatica superimproba per metterli, specie la seconda volta, o toglierli, fare tutte le cose con ’sti benedetti affari, ricordarseli, riempire la borsa di nuovi perché si rompono e ora si scopre che è meglio non averli? Ma andéadarviaiciàpp. In Lombardia i ricoverati in terapia intensiva sono scesi sotto quota 100, ed è un po’ l’unico valore oggettivo di cui tener conto, compreso l’affollamento fuori dal pronto soccorso, anch’esso per fortuna inesistente: quindi, bene. Errezero, Erreti, tamponi, test sierologici e compagnia bella li lascio agli esperti. Come si gestisce la situazione attuale, ovvero come si monitora e quali elementi è necessario tenere d’occhio con attenzione? Molti li abbiamo imparati, li ho appena citati, di sicuro ci sono due elementi nuovi rispetto a febbraio-marzo, quando colpevolmente lasciammo (uso la prima persona plurale per carità cristiana) passare tre mesi senza fare nulla: ora dovremmo essere (condizionale di carità cristiana) più preparati a cogliere le variazioni e intervenire e (elemento più certo) ora in ospedale hanno sicuramente individuato trattamenti più efficaci. Un recentissimo studio pubblicato su Nature suggerisce con chiarezza che il contagio potrebbe essere contenuto gestendo il network delle relazioni interpersonali, per dirla come la dicono loro. Segnalo questa cosa perché, oltre a contenere indicazioni utili e interessanti, sono pressapoco il contrario di quanto avrei detto io (prossima crisi non date il comando a me, se ve ne fosse dubbio): tre strategie che paiono dare buoni risultati sono avere contatti solo con gente simile (gruppi di amici o parenti), avere contatti di comunità (gruppi di amici che hanno molti altri amici) e avere interazioni tra gruppi limitati. Questi tre comportamenti paiono dare effetti molto migliori rispetto ad avere poche relazioni ma scelte casualmente, come per esempio al bar o nei luoghi pubblici. Io, pensando al naturale distanziamento dagli estranei, avrei detto il contrario. La Regione Lombardia, che è fonte di trovate insensate ogni giorno di più, stabilisce le nuove linee guida per l’accesso alle residenze per anziani, a quelle per disabili, centri diurni, servizi di salute mentale eccetera: prima di poter entrare, un nuovo ospite deve sottoporsi sia al tampone nasale che all’esame sierologico. Adesso fate le regole? Detto da chi non ci ha pensato due volte a mettere i contagiati nelle RSA decimando i ricoverati nelle residenze è a dir poco incredibile e vergognoso. Non c’è davvero limite, alla realtà e all’impudicizia di questa giunta.

In merito all’immagine qui sopra, mi duole sottolineare ancora una volta (vedi giorno 76) che il poco giustificato orgoglio lombardo, prima, e la reazione a un presunto odio rivolto ai lombardi, ora, è del tutto trasversale all’arco costituzionale politico. Non solo Libero, infatti, sostiene questa colossale scemenza, lo stesso De Bortoli, ex direttore del Corriere afferma a Il Giornale: «Uno spirito anti-lombardo è emerso nel paese. Non è più accettabile. Bisogna reagire. Dire basta». Bortoli, non è emerso, io ce l’ho da moltissimi anni. «Ascolto racconti di amici che sono andati fuori dalla Lombardia e sono stati accolti da battutine, insinuazioni, cattiverie» e ha ragione: perché fare le battutine, le insinuazioni, le cattiverie a una regione che sicuramente ha subito una pandemia molto violenta e drammatica e la cui guida, la Regione, ha gestito le cose nel peggior modo possibile? «Invidia» dice Libero, «schadenfreude» dice De Bortoli, dimostrando anche lui di non aver capito una fava. La spiego io in supersintesi: se storroni l’universo per anni dicendo di essere il più bravo di tutti con il miglior sistema sanitario di sempre e poi accade che prendi decisioni da criminale ritardato e il tuo sistema sanitario risulta essere medio, perché smantellato nel tempo, il minimo che ti puoi aspettare sono battutine, insinuazioni, cattiverie. Chiaro? Perché non è che qui la Regione ha fatto errori «soprattutto nella comunicazione», e insiste pure, qui è stato un disastro su tutta la linea, una sequela di decisioni improvvide e insipienti che, ancora una volta, hanno messo il fatturato, del tutto immaginario, davanti alla salute pubblica. Come hanno fatto negli ultimi decenni. Ha perfettamente ragione Ascanio Celestini a essere inviperito, quando fa notare che i teatri sono stati chiusi, gli attori a casa, e le 230 fabbriche di armi nel paese hanno continuato a lavorare per tutto il periodo di lockdown con il beneplacito di regioni e governo.
Le prostitute che lavorano nella via in cui abito indossano la mascherina. Mi pare normale, è obbligatorio e, comunque, conviene per non dare nell’occhio – la pattuglia di passaggio noterebbe e si fermerebbe, magari, a creare problemi all’attività – però la cosa mi colpisce comunque, sarà che non sono ancora del tutto abituato alle mascherine e per me continuano a contraddistinguere il personale sanitario. Vista moooolto alla larga potrebbe non essere inappropriata anche nel caso meretricio ma ci vuole immaginazione. Quanto influirà, se influirà, avere il viso nascosto sul lavoro della prostituta? Vorrei pensare molto ma temo, invece, poco. Non saprei proprio, e immagino che ci sia gente che ci va, e ci è andata, in tutto questo periodo, avendole viste per strada quasi sempre, tavolta anche durante i periodi più duri del lockdown.

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Si fa presto a dire Austria, in realtà la situazione confini europei interni è ben più complessa: quasi tutti i paesi sono chiusi fino al 15 giugno, alcuni ben oltre tipo la Norvegia fino al 20 agosto, alcuni richiedono motivi di lavoro o di urgenza per entrare, vedi il Belgio, altri la quarantena per chi entra, vedi Bulgaria, Regno Unito, Polonia. Ma la situazione è più complicata, perché se in Germania la riapertura del 15 sarà senza condizioni, la Danimarca, per esempio, accetterà da quella data solo persone provienienti da Germania, Norvegia e Islanda; le tre repubbliche baltiche, Estuonia, Letuania e Littovia, danno e prendono solo tra loro e chi è fuori è fuori; la Francia accetta ma con autocertificazione; i Paesi bassi accettano chiunque fin da ora meglio se multinazionale con intenzione di stabilirvi la sede fiscale; la Croazia accetta anche italiani purché abbiano in mano la prenotazione per una qualsiasi struttura ricettiva; l’Austria, come abbiamo visto, ha riaperto i confini a tutte le nazioni confinanti per cui, essendo l’Italia non conf… ah no, confina eccome, vigliacchi austriaci (dal 15 si parla forse di una graduale riapertura per le regioni italiane più sicure, che detta così vuol dire che saranno le regioni di cui gli frega qualcosa, il Trentino); la Grecia, come scritto qualche giorno fa, vuole il test per lombardi, piemontesi, veneti ed emiliano-romagnoli; ai repubblicocechiani piacciono solo le persone di Germania, Austria e Slovacchia e agli sloveni solo gli ungheresi; la Spagna aprirà a tutti solo dal primo luglio ma anticiperà per Portogallo, Francia e per alcuni voli con l’Italia; la Svizzera, apparentemente, aprirà dal 15 ma solo per motivi di lavoro. Insomma, Europa unita anche stavolta, noi abbiamo aperto a tutti in un afflato di accoglienza turistica interessata e ohibò, ci schifano. Ma il nostro vispo ministro Di Maio, già in viaggio per Atene, spezzerà ben le reni alla Grecia, facendole aprire tutte quelle cazzo di isolette dell’Egeo, perdio! Infine, il Lussemburgo ha aperto tutto già da giorni, purché si portino valigette ricolme di soldi, incredibilmente invece la questione della riapertura o meno dei confini portoghesi importa poco o punto a nessuno. Che dire? Maleducati.

Ma com’è la situazione economica italiana al momento? Scrive l’Istat: «Il COVID-19 si è manifestato in una fase del ciclo economico italiano caratterizzata da segnali di debolezza», il che non dice molto, dato che poteva manifestarsi in un momento qualunque dal 1987 a oggi. L’Istat prevede per quest’anno una discesa del Pil dell’8,3%, comunque valori mai visti, un ribasso dei consumi delle famiglie del -8,7% e una contrazione degli investimenti del -12,5%. La disoccupazione al 9,6% completa il quadretto desolante ma sempre l’Istat prevede che nel 2021 l’economia si riprenderà, con un aumento del Pil del 4,6%. Benissimo, più perdiamo quest’anno e più enorme sarà la crescita dell’anno prossimo, caldaie a tutta forza. Con lo sciopero odierno dei lavoratori dell’ILVA verrebbe da dire che siamo tornati alla piena normalità, Alitalia era già entrata nel dibattito almeno un mese fa con il rifinanziamento delle perdite quotidiane, Emanuele Filiberto ha detto qualcosa, che cosa vogliamo di più della nostra bella vita di prima? Sì, avrete anche il mare e il Papeete, tranquilli.

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Immuni: da domani l’app esce dalla fase di test per quattro regioni, parecchi italiani hanno deciso di scaricarla e sono, felicemente, riusciti a farlo, un bel po’ di altri no. Questi ultimi sullo store hanno individuato l’app Immune System, che è un’app formativa inglese per comprendere il funzionamento del sistema immunitario, l’hanno scaricata come se e poi hanno fatto piovere recensioni scandalizzate (e del tutto sgrammaticate per la gran parte, Raffaella: «Ne anche una parole in italiano», Gianluca: «app per Italia peccato che è scritta tutta in inglese non hò la più pallida idea di cosa c’è scritto» e avanti per pagine e pagine di questo tenore) perché l’app non funziona e non è nemmeno in italiano. Errore mio? Nemmeno considerato. Altri italiani si provano a mettere una toppa avvisando: «Messaggio per gli italiani: questa NON è l’ app Immuni, possibile che dobbiamo sempre farci riconoscere? È imbarazzante leggere le vostre recensioni qui sotto! I do apologise for all the Italian dumb comments. They believed this was the italian app called IMMUNI to track COVID-19. I am speechless», «ITALIANI: NON È L’APP IMMUNI DEL MINISTERO, È UN’ALTRA APP SUL SISTEMA IMMUNITARIO! Sorry for all the Italian bad reviews» e così via. Naturalmente, anche tra coloro che sono riusciti a installare quella giusta, che è già una bella selezione preventiva, ci sono virologi ed epidemiologi laureati: «App inutile se non si fanno i tamponi» (Gianni), certo, «Una delusione, 7 giorni per poterla installare. Non da alcuna informazione» (Daniele, chi glielo dice che parte domani?), «La configurazione inizia con l’invito a dare un certo codice “a un operatore sanitario…”. Ma che significa in tradotto in termini concreti? Dove vado, a chi mi rivolgo?» (Santo, che ha difficoltà a comprendere le istruzioni) e così via. A difesa di qualche sciagurato, va detto onestamente che il messaggio di avviso «notifiche di esposizione non attive», che significa semplicemente che l’app non è ancora attiva, induce invece a pensare che vi sia qualcosa che non va. Comunque, cercando «Immuni» sul Play store tra i film viene suggerito «Io sono leggenda» e la cosa non è priva di senso, se sapete di che parla o conoscete Matheson.

Friuli Venezia Giulia, Calabria, Molise, Basilicata e Puglia oggi non hanno rilevato nuovi positivi, Veneto, Toscana e Umbria uno solo e in dieci regioni nessun decesso (per covid-19, s’intende). Buone notizie. Altre meno: Fontana si è molto arrabbiato col Fatto quotidiano e Report che hanno dato notizia di come Regione Lombardia abbia dato con incarico diretto una commessa da mezzo milione di euro a Dama Spa, società gestita dal cognato di Fontana e col 10% del capitale in mano a sua moglie, sempre di Fontana. Nonostante la fornitura sia avvenuta e sia stata pagata, Fontana sostiene si sia trattato di un errore e che fosse una donazione, peraltro avvenuta «a sua insaputa», Scajola e Raggi nel frattempo ricevono le royalties ogni volta. La centrale unica acquisti regionale ARIA spa non è nuova a questo tipo di, mmm, come chiamarli?, pasticci: in piena pandemia ha ordinato 18 milioni di mascherine alla ditta di pannolini di Rho Fipp (15 milioni sono ancora nei magazzini); ha affidato direttamente alla Diasorin la fornitura esclusiva di test sierologici a più di tre euro al pezzo, quando altri gruppi internazionali ne chiedevano la metà. La destra urla alla campagna d’odio contro Fontana e io confermo: sì, lo odio. Senza la campagna.
In ospedale riprendono le visite normali, o quasi, si calendarizzano lentamente gli appuntamenti, piano piano le cose paiono ripartire anche lì. È un sollievo, come ho già scritto penso ai malati che in qualche modo sono stati abbandonati nei mesi scorsi, lasciati soli di fronte alla malattia e a tutti i pensieri oscuri notturni. Domani anch’io andrò dal medico per una visita, banale, che avrei dovuto fare a fine febbraio.

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Tra le tante riaperture di questo periodo – ed è un piacere sentire ogni giorno che qualcosa riparte quanto era stato spiacevole a marzo vedere le chiusure avanzare come una mareggiata improvvisa – ci sono quelle del comparto culturale, musei, pinacoteche, biblioteche, esposizioni, teatri, cinema e così via. Naturalmente si è discusso moltissimo sulle modalità delle riaperture dei ristoranti, distanze dei tavoli, capienze, servizio, sicurezza eccetera, e molto poco su quelle dei musei, l’interesse generale pende sui primi e non sui secondi. Ciò nonostante, anche sui luoghi pubblici dedicati alla cultura il dibattito è stato vivace, le proposte molte, alla fine si è optato per soluzioni che garantiscano insieme ove possibile la sicurezza dei visitatori e l’attrazione dell’offerta. La seconda più penalizzata, specie nei musei piccoli. Per fare un esempio, ieri ha riaperto il Prado, come molti musei spagnoli. È ora necessario acquistare il biglietto in anticipo, scegliendo una fascia oraria per la visita, farsi provare la temperatura all’entrata, indossare la mascherina per tutta la durata della visita, osservare i distanziamenti. Per dire, non è possibile tornare indietro nel percorso della visita che, ora, si svolge in una direzione precisa e non permette più di scegliere le sale secondo estro. Per rendere questo possibile, la capienza del museo è stata ridotta da circa novemila visitatori a milleottocento, esattamente un quinto. Di conseguenza, anche le opere visibili sono passate da millequattrocento a duecentocinquanta, più o meno una proporzione simile. Essendo un po’ smembrato il criterio di visita consueto, e non potendo non lasciare visibili alcune opere di grande attrazione, i dipinti sono stati accostati secondo criteri tematici per quanto avventizi, senza tenere conto, per esempio, del criterio cronologico e geografico cui siamo abituati. Il biglietto costerà la metà fino a settembre – e qui spiace dirlo ma la percentuale non torna, offerta al venti e costo al cinquanta per cento – e le perdite del museo sono consistenti, poiché tre quarti del bilancio del museo sono costituiti dalle entrate derivanti dalla vendita dei biglietti. Il periodo di lockdown è costato complessivamente sette milioni.

(Carlos Alvarez/Getty Images)

Come per i ristoranti, i musei più grandi e più strutturati sono destinati a soffrire meno di quelli più piccoli e con opere che destano meno l’interesse del grande pubblico. Tra quelli più grandi, da noi, la Pinacoteca di Brera riaprirà martedì prossimo, seguendo alcuni criteri simili: prenotazione obbligatoria, registrazione dei dati, visite ridotte a cento persone all’ora, rilevazione della temperatura, percorso di visita a senso unico, uso di mascherine per i visitatori e per i custodi. La direzione non comunica dati sulle opere in esposizione, segnalando solo la chiusura delle sale più piccole, e il dato più evidente è che l’accesso sarà gratuito per tutta l’estate, fatto davvero meritorio. Cercando di arricchire la proposta, hanno poi pensato a un’offerta preparatoria alla visita, ovvero a seguito della registrazione e dell’acquisto dei biglietti viene inviato in posta elettronica un pacchetto personalizzato propedeutico alla visita. Se la comunicazione del Prado è amichevole, il «Reencuentro», quella di Brera è più battagliera, si parla di «resistenza culturale», e mistica, il visitatore dopo aver ricevuto materiali online in anticipo avrà il momento della «rivelazione» durante la visita vera e propria. Quanto vale per la visita a Brera vale anche per le esposizioni milanesi, per esempio la mostra di Georges de la Tour a Palazzo Reale, riaperta anch’essa da qualche giorno, e la segnalo perché tra le indicazioni di visita viene specificato di non presentarsi in anticipo, almeno non prima di cinque minuti dall’orario della prenotazione, «per non creare assembramenti». Anche a Roma i musei nazionali e comunali hanno riaperto da pochi giorni, dal 2 giugno, con gli stessi criteri – prenotazione obbligatoria, orari fissati in anticipo, numeri contingentati, ingressi ogni trenta minuti, chiusura delle biglietterie e dei guardaroba, rilevazione della temperatura – e l’uso delle mascherine, che nel Lazio non sono obbligatorie all’aperto ma al chiuso sì. Diversa la comunicazione del Palazzo delle Esposizioni di Roma che scrive con evidenza: «Ogni singolo individuo si assume la responsabilità di contenere il contagio», per essere chiari fin dal principio. Tutti i maggiori musei offrono audioguide disponibili con app scaricabili, di modo che sia possibile ascoltarle sul proprio telefono, risolvendo così un’altra questione non banale, la distribuzione e la sanificazione degli apparecchi usati dal pubblico.
Se l’offerta culturale declinata sul versante museale comincia a trovare una propria consistenza, quella teatrale e cinematografica stenta maggiormente, sia perché è sospesa per decreto fino al 15 giugno sia perché comporta qualche problema in più, come evidente. La riflessione al riguardo pare stia portando all’adozione di criteri simili a quelli dei musei per gli accessi e alla riduzione significativa dei posti a sedere: Ascanio Celestini sarà il primo a inaugurare questo nuovo corso, portando in scena il suo «Radio Clandestina» al teatro Sperimentale di Pesaro il 15 giugno alle ore 00:01, il primo attimo possibile, con una platea anche in questo caso ridotta al venti per cento, da cinquecento a cento. Celestini, spiegando l’idea di andare in scena un minuto dopo la riapertura, ha paragonato la situazione attuale, dell’attore e del pubblico, a quella del carcerato che, appena uscito, fa ciò che gli è stato impedito fino a quel momento.
L’offerta musicale, invece, è ancora in alto mare. Se i concerti al chiuso possono senz’altro seguire le indicazioni offerte dai teatri e dai musei, quelli all’aperto ancora non hanno trovato una propria forma, posso immaginare anche perché. Se la composizione e la distribuzione del pubblico potrebbero seguire le norme prescritte, distanziamento e riduzione del numero, più difficile la questione dei costi, notevolmente maggiori rispetto a una rappresentazione teatrale o a un concerto al chiuso (palco, luci, suono, organizzazione eccetera). Il settore, al momento, ha posticipato paro paro il calendario dei concerti estivi del 2020 al 2021: un concerto previsto per oggi, 6 giugno 2020, è spostato integralmente al 5 giugno 2021, mantenendo invariata la proposta, compreso il giorno della settimana. E così è stato per tutta la stagione, considerando la situazione attuale come, alla fine, temporanea. Bene, anzi no. Perché se le condizioni sono cambiate, e sono cambiate eccome, dev’essere offerta all’acquirente del biglietto la possibilità di acconsentire allo spostamento o di ricevere il rimborso, opzione che il settore musicale non ha nemmeno preso in considerazione. Per tutti i concerti che mi sono saltati finora, e sono parecchi, da Pollini ad Atkins, da Capossela ai prossimi Pearl Jam, già andati, alla stagione operistica alle terme di Caracalla, chissà, nessun segnale pervenuto, non mi è stato mai proposto il rimborso. Il che è una bella vigliaccata, a parer mio. Per questo motivo, va dato riscontro positivo ai Tool, una band americana di metal progressivo, che ha rimborsato tutti i biglietti cancellando il proprio tour, perché «Mentre lavoravamo per riprogrammare il tour, abbiamo letto i vostri messaggi. Messaggi di persone che perdevano il lavoro, persone che si ammalavano e in difficoltà economiche» e, in conseguenza, «avremmo potuto posticipare le date al 2021 ma dal punto di vista etico, non crediamo che sia la cosa giusta da fare. Secondo noi, tenerci i soldi dei fan per mesi e mesi, se non addirittura per un anno intero, non sarebbe corretto». Concordo e, quindi, tanto di cappello ai Tool, per ora unici nel panorama.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 90

Novanta. La paura. No, a parte la smorfia, nessuna paura, al momento. Perché i dati sono sempre in calo e se i contagiati sono in aumento è perché sono stati fatti molti tamponi. Quindi, tutti tranquilli. Due parole sulla situazione negli Stati Uniti perché servono: da noi tutti indignati per l’uccisione di George Floyd da parte della polizia americana e il primo pensiero che viene da fare – sia per il colore della pelle che no – è che al primo barcone con cinquanta, dico cinquanta, persone che naufraga nel Mediterraneo i commenti saranno, invece, che facevano meglio a stare a casa loro; a Buffalo la polizia, che immagino dovrebbe essere piuttosto cauta vista la situazione, non trova di meglio che spingere con violenza in terra un settantacinquenne che si era avvicinato gentilmente. Il tutto in favore di video, ovviamente. L’operazione-simpatia della polizia americana subisce un’altra battuta d’arresto. Suggerimenti per i prossimi giorni, per la polizia di ogni stato americano ma preferibilmente di quelli centrali: prendere a manganellate un panda; marciare in formazione sul corpo di un unicorno strappandogli l’arcobaleno; sparare proiettili di gomma su una donna paraplegica in fuga; urinare sulla torta di mele di nonna Papera; sparare lacrimogeni su una folla di monaci nani. Vabbuò, non c’entra molto con la pandemia ma è uno dei temi del momento. I fascisti ultrà nel frattempo scendono a Roma per fare casino e poi, son fascisti e pure ultrà, non trovano di meglio che pestarsi tra loro, coinvolgendo poi giornalisti e ovviamente polizia. Ma da noi la polizia non ama uccidere le persone di destra e, infatti, non accade. Felicitazioni, per Cucchi e Aldrovandi fino a Pinelli ne parliamo in altra sede. Pandemia, d’accordo: se ripresa dev’essere, sia; se riapertura dev’essere, sia. E così è: io e il mio amico F. usciamo a cena, andiamo in un posto che ci piace, in collina, il cielo la luce la brezza la temperatura la distanza da tutti gli altri tavoli il tramonto le stelle sono tutte perfette, ordiniamo cose buone ma soprattutto carnazza, che l’ultima carne mangiata per me risale al 7 marzo, la sera della Lombardia zona rossa. Un paio di affettati nel mentre ma niente di più. Carnazza e vino, dunque, e all’idea di uscire a cena all’aperto come si faceva un tempo erano addirittura giorni che ero un po’ emozionato. Per tradurre, poi, l’emozione in fatti concreti, ci siamo scolati due bottiglie in due e amen, lode alla riapertura. Quando prenoto, al telefono dal ristorante mi ringraziano almeno tre volte, sono davvero prostrati per essere così cerimoniosi. Una volta lì i posti occupati sono ben meno della metà, ovvero della capienza prevista dalle norme, non si può dire che le persone si siano rituffate ai ristoranti. Così, ci spiega uno dei gestori, riescono a coprire le spese – dipendenti, costi fissi, fornitori – e forse forse il bilancio va a pari. Con le tasse no, quelle non ci stanno. Non dico nulla, non faccio notare che lo stesso discorso la loro categoria lo faceva anche prima ma apprezzo molto i toni e i modi, sono gentili, rispettosi e modesti, anche nel raccontare le proprie difficoltà. Prima non era così, prima erano dei gradassi tremendi e si davano di gomito sull’evasione fiscale. Finita la cena, poi, andiamo a vedere le lucciole in collina ed è un momento strepitoso, emozionante e pieno della magia della natura nella sua piena espressione, complice poi una luna da competizione la giornata finisce in gloria. Grazie.

È proprio finito il lockdown. Ormai è inutile opporsi, i comportamenti collettivi sono un misto di abitudine e di volontaria ricerca di normalità, la cautela va ogni giorno a farsi friggere un pochino di più. Se razzoliamo noi, inutile predicare bene alle persone cui teniamo, anche se ovviamente le situazioni non sono esattamente le stesse e il grado di rischio nemmeno. Come andrà? Nessuno lo sa, ma per davvero: non c’è alcun elemento oggettivo per poter fare previsioni, chi parla di «seconda ondata» lo fa sulla base dell’esperienza dell’influenza, probabilmente fa pure bene ma non ci sono sufficienti elementi per poterlo affermare con sicurezza; chi parla di indebolimento del virus lo fa a sproposito, lo dico con un discreto grado di certezza; chi dice che il virus non c’è mai stato, ecco, quelli parlano perché viviamo in tempi democratici e io spesso ho parecchi dubbi su questo. L’Austria, nel frattempo, non riapre i confini con noi e ben se ne guarda, la Svizzera pure, tranne che per i lavoratori transfrontalieri, ai quali però è proibito fare acquisti in Italia, la Francia scoraggia, alcune nazioni impongono la quarantena a veneti, piemontesi, lombardi e spesso emiliani, altri no. Insomma, un certo caos negli spostamenti, cosa che io tengo d’occhio perché vorrei raccontare l’Europa in tempo di covid-19 e avrei desiderio di scollinare le Alpi in direzione nord, appena possibile, e andare di fondaco in fondaco. Con passaporto libanese, probabilmente, e bandiera liberiana, perché al momento la mia residenza suscita ansia a livello planetario. Forse solo Wuhan vince ma noi siamo a poche incollature.

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