un paio di cosette utili per gmail

Se capita di avere una casella di posta con Google, come a molti capita, due cosette utili. La prima: essendo titolari di un indirizzo qualsiasicosa@gmail.com si è allo stesso modo titolari dell’indirizzo qualsiasicosa@googlemail.com. Non male se si vogliono tenere distinte certe cose o utilizzare uno dei due per le iscrizioni.
La seconda: è possibile utilizzare l’operatore ‘+’ in questo modo: qualsiasicosa+qualsiasialtracosa@gmail.com, il che viene comodo per iscriversi o registrarsi a qualsiasi servizio, utile o meno, per creare filtri all’interno della casella stessa e per tracciarne l’utilizzo. Vualà.

le prime volte delle cose dopo il lockdown

Settimane intense, queste. Perché son giorni di prime volte, non in assoluto, ovvio, ma dopo la reclusione e il fermo di quasi tutte le cose che facevamo di solito: quindi, prima volta al cinema e prima volta al palazzetto dello sport. Dopo il concerto di ieri. C’è il ritorno, quindi non è cosa da neofiti, e c’è anche la curiosità di vedere come sia adesso, con regole diverse e amabilmente disomogenee.
Il cinema, è bene dirlo, se già prima versava in stato di crisi, ora la pandemia gli ha tirato il definitivo colpo di pistola alla testa. Il film è di richiamo, Tenet di Nolan, e saremo sì e no in sette. Posto occupato-posto libero-posto occupato capirai, siamo sette su quattrocento posti. Niente mascherine nonostante si sia al chiuso, perché si presuppone il consumo di pop corn ma il pop corn non è in vendita, fuori. E nemmeno gli orsetti gommosi, solo qualche triste cosa confezionata e il resto è bandito. Prospettive grame.
Al palazzetto in quanto a presenze non va meglio: la capienza concessa è del venti per cento massimo, quindi due posti liberi a destra e due a sinistra, intere file inutilizzabili. Ma anche qui non c’è rischio, le presenze sono molto lontane dalla possibilità teorica.

E nonostante il posto sia molto più grande e si sia più distanziati che al cinema, qui la mascherina è obbligatoria. Nessuna misurazione della temperatura all’entrata ma un’autodichiarazione da consegnare già compilata. Sembrerebbe di essere in paesi con regole diverse, pare di essere andato al cinema in Francia e a vedere il basket in Germania, e il fatto è invece tipico italiano. Frutto di contrattazioni diverse.
Oh, beh, comodi si sta comodi. Niente da dire. Io per un po’ sottoscrivo anche così, d’accordo, tra l’altro alla partita si sente bene cosa si dicono in campo e non è male, però poi un cinema pieno e una partita con i cori dagli spalti mi farebbero di nuovo piacere.

Due parole su Tenet, posso? Dopo Memento, Inception e Interstellar prosegue la riflessione su tempo e spazio di Nolan e questo film è da vedere, in questo senso. Il presupposto è che il tempo possa scorrere nelle due direzioni, avanti e indietro, e che possa farlo contemporaneamente, sovrapponendo diversi livelli che si muovono in direzioni opposte. Naturalmente c’è il classico momento dei film di Nolan nel quale io mi chiedo cosa stia guardando perché non ne ho proprio idea e in questo caso avviene più volte, tutt’ora non ho capito almeno la metà del film nonostante qualche arguta analisi letta in rete ma non importa, tanto non avevo capito in dettaglio nemmeno gli altri.

Poi le cose non vanno come vorrei io e il protagonista non canta icilefiruguaitnat, etairuguaitnat, pazienza, ma il film sarebbe da vedere lo stesso se si apprezza il genere, possibilmente al cinema e in un cinema bello, visto che è girato in settanta millimetri. Se no, a casa ma con una bella tazza di comprendonio.

in ogni scaffale ci sono 32 libri da 410 pagine ciascuno

È mancato oggi Franco Maria Ricci, editore consapevole con il quale condividevo la passione per Bodoni. Lui ha poi fatto anche altre cose che condividere una cosa con me e una delle più meritevoli secondo me è la Biblioteca di Babele, collana libraria diretta da Borges che ne scriveva anche le introduzioni.

I miei preferiti di Babele: London, Meyrink, Chesterton, Kipling, Stevenson, Poe, ovviamente Borges, Bioy Casares, addirittura in ordine di pubblicazione. Bei testi, belle edizioni.

i concerti, quasi come una volta

Finalmente, primo concerto post lockdown: i Calibro 35 a Milano.

Tutti seduti, distanziamento obbligato perché ciascun non congiunto occupa di fatto cinque posti, uno fisicamente e quattro con amici invisibili, venti per cento quindi come i palazzetti – al chiuso, però – mascherina se ci si alza. I milanesi poi si baciano quando si incontrano ma tant’è, bisogna forse intervenire? Mostrare disappunto?
Bel concerto, come sempre, i Calibro 35 non offrono quasi mai prestazioni al di sotto della media perché hanno tanto tanto mestiere e ancor più tecnica, ricordano loro – e molti c’erano – come il loro ultimo concerto sia stato il 19 febbraio a Milano. Qualcuno dice ad alta voce: «Speriamo stavolta vada meglio». Speròmm.
E poi c’è il castello sforzesco illuminato, la fine estate, la brezzolina, la moltitudine, seppur diquintata, la musica, ah la musica.

Mancava, mancava tutto. Anche se, me la dico tutta, meno trepidazione di quanto mi sarei aspettato: alla fine, ci si abitua rapidamente tanto al lockdown quanto alla libertà. Il che è complessivamente, comunque, un bene.

Una bella panoramicona verso la quarta parete, con noi compresi:

Grazie signor L.

fine della suspance

Oggi ho scoperto una cosa. Che suspans.
Oggi ho scoperto, per caso, che la suspance, come l’ho sempre interpretata io, non esiste.
Esiste solo e soltanto la suspense. Che trauma. Una vita che mi accompagnavo felicemente alla suspance e ora scopro che non esiste e che era pure una parola iperzoppa.
Esiste la suspense, parola inglese derivata dall’espressione francese en suspens, in sospeso, e tale è in inglese, ovviamente, in francese e in italiano. Loro, inglesi e francesi, accentano suspènse e noi sùspense (sàspens, come rèport), per lo più.
Suspense, suspense, suspense. Ora devo impararlo, sconfiggendo l’abitudine di una vita. Ce la farò? Che suspense. Uff.

confluenze: 4

Qualche settimana fa, di passaggio da Coblenza, avevo tentato di fare mente locale sulle città costruite alla confluenza di due o più fiumi. Perché già le città su un fiume hanno qualcosa in più ma quelle a una confluenza sono ancora più in alto nella scala Mercalli delle città interessanti.
Non che la mia mente locale avesse dato chissà quali frutti ma considerando che sto cercando di farlo in modo tradizionale – cioè la mente della mente locale è proprio la mia, non è una locuzione astratta, non sto cercando in rete – ero giunto ai seguenti risultati: Lione, ovviamente, alla confluenza tra Saona e Rodano (c’è anche un museo); Coblenza dove si uniscono Reno e Mosella; Belgrado, tra Danubio e Sava.

Oggi, in un raro momento di scavo fruttuoso nella memoria, mi è sovvenuta Passau che è alla confluenza di non due ma ben tre, dico tre!, fiumi: Danubio, Inn e Ilz. È record. Per il momento, almeno. Ne esisteranno altre da tre? E da quattro?

Aggiornamento grazie ai preziosi contributi ricevuti:

Confluenze di tre fiumi:
– Passau: Danubio, Inn e Ilz

Confluenze di due fiumi che ne generano uno nuovo:
– Pittsburgh: Allegheny e Monongahela generano l’Ohio
– Ponte di Legno: Narcanello e Frigidolfo generano l’Oglio

Confluenze di due fiumi:
– Belgrado: Danubio e Sava
– Bressanone: Isarco e Rienza
– Coblenza: Reno e Mosella
– Lione: Saona e Rodano
– Treviso: Sile e Botteniga
– Washington: Potomac e Anacostia

che giorno è?

Durante il lockdown una delle cose difficili da ricordare, in effetti, era che giorno della settimana fosse. Lun? Mar? Erano un po’ tutti uguali. La Fox, per tutto il resto pessima, inaugurò una rubrica condotta da Todd Meany che aiutava parecchio in questo.

Una delle cose migliori del periodo. E questa del 10 aprile in particolare:

Per concludere, terzo giro di Todd Meany.

Ahah. Oggi è lunedì, comunque.

59 secondi di… stazione di Amburgo

Amburgo è nota per il porto, chiaro, ma anche la stazione è poderosa. Gran viavai.

Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più aschenazita del campetto, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

Where do the children play in 2020?

Tea for the Tillerman forse non è il più bel disco di Cat Stevens ma, se non lo è, ci si avvicina parecchio. Ed è, comunque, un gran disco: voglio dire, Where Do the Children Play?, Wild World, Sad Lisa, Father and Son e avanti.
Stevens (ora Yusuf Islam) ha deciso di risuonare completamente il disco, in occasione del cinquantesimo. Comunque meglio della ripubblicazione con un milione di inediti del tutto inutili. E c’è anche un video in stop motion girato da Chris Hopewell & Black Dog Films, in attesa del 18 settembre per l’uscita del disco.

Anche la copertina è stata ridisegnata, attualizzando i concetti del disco, pur validi a oggi. Devo dire che il vecchio disco regge benissimo il tempo.

A me, complessivamente, piace di più Mona Bone Jakon ma son preferenze.