una breve segnalazione musicale #5.004

A ottobre uscirà il nuovo disco dei Weezer, Pacific Daydream.
Per ora hanno rilasciato un singolo, Feels like summer, che se lo si ascolta al primo giro uno resta perplesso e dice: «ma Weezer?», al secondo ascolto diventa tormentone e va in loop come è successo a me, che sono al settimo ventesimo venticinquesimo ascolto consecutivo. (Che è un po’ quello che succede sempre con i Weezer, la canzone è dedicata a chi oggi aggiunge uno al Grande Conto).

song of the day: The Duke Spirit, ‘You really wake up the love in me’

I The Duke Spirit sono una band inglese in giro dal 2003 e al quinto disco, senza contare qualche progetto parallelo qua e là (Roman Remains, per esempio). Il tiro, come si dice negli studi della bassa, non è affatto male e, anzi, una delle loro caratteristiche interessanti è che cercano di non confinarsi troppo in un solo genere ma, al contrario, di provare a spaziare un po’ qua e là. C’è chi ci sente i Sonic Youth, chi PJ Harvey e qualcuno Patti Smith. Io no.

Dipende dai dischi, quindici anni di attività offrono prove molto diverse tra loro. Per esempio, a me piacciono anche This ship was built to last e il merito è quasi tutto della voce della cantante, Liela Moss, e My sunken treasure, un po’ per la stessa ragione. Un bel successone l’hanno raccolto anche con il brano Send a little love token, che deve avere avuto a che fare anche con i vampiri ma non sono sicuro di volerlo sapere. A seguire, hanno aperto per R.E.M. e Supergrass, per citare un paio di nomi succulenti che qui si apprezzano.

questione di sguardi

«L’ironia è una dichiarazione di dignità. È l’affermazione della superiorità dell’essere umano su quello che gli capita.»
Romain Gary

Molti anni fa avevo un fidanzato, il che non è esattamente una notizia. In realtà non era neanche esattamente un fidanzato, almeno non in senso tradizionale: erano già anni di precariato diffuso, quindi diciamo che era piuttosto un fidanzato interinale, ecco. Comunque era molto simpatico, ma aveva un difetto: ignorava la puntualità, o meglio ignorava proprio il concetto di tempo, almeno nel senso di orario. La frase «Passo a prenderti alle nove» voleva dire che si sarebbe palesato in un momento imprecisabile a partire dalle nove, e se dimenticavi di chiedergli «Di stasera o di domattina?» era un problema tuo. Mio, cioè.

  Una sera dovevamo andare a cena da amici che abitavano fuori Milano e quindi l’accordo era che sarebbe passato da me intorno alle sette. Resa scaltra dall’esperienza (anche se su una parete della mia casa campeggiava la frase di Satie «L’esperienza è una forma di paralisi»), verso le otto ho fatto uno spuntino, dopodiché ho cominciato, con molta calma, a prepararmi. Alle nove e mezza ho dato un’occhiata fuori dalla finestra, metti che si fosse guastato il citofono (i cellulari non esistevano ancora, ma trovare un telefono pubblico funzionante era difficile esattamente come oggi). Alle dieci, lievemente alterata, ho chiamato una mia amica. Alle dieci e trentacinque ho cominciato a pensare che potesse avere avuto un incidente. Alle undici e venti ho optato per un incidente mortale: meglio per lui, tanto se fosse sopravvissuto l’avrei finito io a mani nude. Alle undici e quaranta è suonato il citofono. A quel punto non so cosa mi sia preso, fatto sta che con voce briosa e appena incrinata da un accenno di senso di colpa ho risposto: «Oddio, scusami, non sono ancora pronta, mi dai cinque minuti?».

  Non so descrivere la sensazione che ho provato in quel momento, ma me la ricordo benissimo: una gioia pura, fisica, quasi infantile, e insieme un senso di interezza, perfino di orgoglio. E quando molti anni dopo ho incontrato la straordinaria definizione di Romain Gary, ho capito che l’ironia ha davvero a che fare con la dignità, con la consapevolezza di poter avere la meglio sulla vita, o almeno di poterla vedere da un altro punto di vista. E dunque, forse, prima o poi, perfino di cambiarla.

Da Lella Costa, Come una specie di sorriso.

song of the day: Jet, ‘Cold hard bitch’

I Jet sono senz’altro la rock band più potente e interessante degli anni Duemila a parer mio. Get born, il loro disco di esordio, è fa-vo-lo-so e non scende mai dal mio coso che fa girare i dischi, e gli altri due loro dischi sono abbastanza all’altezza.
Cold hard bitch è uno dei loro singoli più interessanti da sentire, in particolare dal vivo: qui è decisamente meglio che su disco, il pezzo ha una intro live davvero notevole che rimanda, dritta dritta, agli Who. Parliamo del 2007 e vualà.

I Jet, poi, nel 2012 si sono sciolti. E io mi sono maledetto per non averli mai sentiti dal vivo. Poi, dai e dai, pare che da questo inizio 2017 qualcosa si muova e che, forse, riappaiano sulla scena. C’è un pezzo nuovo, uscito in collaborazione con i Bloody Beetroots, decisamente dalle influenze AC/DC / Airbourne almeno dalle prime battute, eccolo qui. Stavolta non mancherò, Jet: sapevatelo.

il più grande generale dell’antichità

Se la storiografia antica che leggiamo e impariamo non fosse di impronta prettamente romana – il che condanna il nostro protagonista al perpetuo disdegno e silenzio – allora potremmo dire con certezza che Annibale non fu inferiore ad Alessandro Magno e fu, probabilmente, il più grande stratega e condottiero dell’antichità.
Agosto di quest’anno è stato per me all’insegna delle gesta di Annibale e del suo pari Scipione, detto appunto l’Africano, con due letture: primo, un saggione storico di Brizzi, che ripercorre in sostanza tutta la biografia di Annibale, dalla conquista della Spagna e della fondazione della Nuova Cartagine fino alla spedizione contro Roma, al ritorno in Africa dopo quindici anni di scorribande e schermaglie tattiche (io non lo sapevo, nonostante ripetuti cicli scolastici al riguardo), alla Siria e alla morte sul Bosforo. Una storiona davvero appassionante, sembrerebbe inventata.

Va di pari passo Scipione, come dicevo, che visse una vita speculare ad Annibale, sempre dall’altra parte della barricata ma suo pari, riconosciuto, fino alla morte in esilio anch’egli lo stesso anno («Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes»). Perché per una vicenda di cinquecento talenti e di lotte politiche furono istruiti dei processi agli Scipioni, splendidamente raccontati in un film di Magni, Scipione detto anche l’Africano, con Mastroianni (Scipione) e Gassman (Catone il censore, appunto).

Senato senato, tu sei scordarello. Il secondo libro è stato di Paolo Rumiz, Annibale. Un viaggio, nel quale il giornalista ripercorre fisicamente il percorso di Annibale alla ricerca di tracce del passaggio del grande condottiero. Non è il mio genere di narrazione, devo dire, per cui l’ho apprezzato ma solo fino a un certo punto. Detto ciò, è molto interessante scoprire quante tracce esistano ancora del passaggio del cartaginese, dalla toponomastica (campo di Annibale, ponte di Annibale, Barca e così via) ai riferimenti agli elefanti (dalla locanda dell’Elefante ai ritrovamenti, vari, di crani di pachidermi non riferibili alla preistoria).
Insomma: Annibale fu grandissimo, sconvolse Roma per lunghissimi anni intraprendendo battaglie nuove dal punto di vista tattico e costringendo Roma a strutturarsi e irrobustirsi per non soccombere, fece cose mai viste prima (e forse nemmeno dopo), visse una vita complessa e ricca di avventure che valgono la pena di essere raccontate. Anche oggi.