le bandite, tra cui Walkiria

Annita Malavasi, Viera Geminiani, Silvana Guazzaloca, Mirella Alloisio, Walkiria (Walkiria!) Terradura e Bianca Guidetti Serra sono le bandite. «Sei partigiane di diverse estrazioni sociali, culturali e politiche, esprimono attraverso le interviste la consapevolezza di una lotta che va oltre la liberazione dal nazifascismo e che segna un momento decisivo nel percorso di emancipazione femminile».

Il documentario di Alessia Proietti sull’esperienza delle donne che dal 1943 al 1945 combatterono nelle formazioni partigiane è disponibile qui.

quarantaseiesimo ventotto maggio

Quarantaseiesimo anniversario della strage, anche oggi in piazza, in un modo diverso. Ma ci siamo, anche se scaglionati, se uno alla volta, se con mascherine, attenti a non sembrare assembramento anche se è proprio quello che dovrebbe essere. Per ricordare le vittime e tutti noi, che da quasi cinquant’anni soffriamo per quella bomba.

Il grande manifesto appeso tra le colonne della Loggia è un’installazione di Tiziana Arici: una fotografia della piazza dell’anno scorso con uno striscione, «Ci siamo», che è cosa vera: siamo noi, siamo quelli dell’anno scorso e di tutti gli anni precedenti, ci siamo ancora, siamo gli stessi e non lo siamo, siamo la stessa piazza ma siamo anche quella del 2019 e quella di quest’anno, con i guanti e qualcosa in faccia. E tutte quelle prima. E con noi i morti, quelli in piazza e quelli cui è capitato dopo, che avevano dentro la rabbia, il dolore e la memoria. Ci siamo.

«l’indifferenza è più colpevole della violenza stessa»

Georges Blind, partigiano francese, arrestato nell’ottobre del 1944.

Blind non fu fucilato o, almeno, non fu fucilato in quest’occasione: la foto, scattata da un soldato tedesco a Belfort, ritrae una delle finte esecuzioni che i nazisti misero in atto per costringerlo a parlare.
Non riesco nemmeno a immaginare cosa significhi essere esposti a una finta esecuzione, Dostoevskij ne fu traumatizzato tutta la vita e lo racconta spesso nelle sue opere, ebbe attacchi di epilessia per il resto dei suoi giorni.
Blind non parlò mai, fu poi portato a Dachau, morì probabilmente in un campo di lavoro in Polonia alla fine di quell’ottobre.
Non potrei giurare sul mio comportamento in nessun frangente, probabilmente parlerei subito, probabilmente non mi ribellerei di fronte al sopruso, non sono nemmeno certo di non essere indifferente già adesso. Questo mi preoccupa. Cerco, almeno, di avere memoria, perché – lo spero – nessuno debba mai più subire né vere né finte esecuzioni.

le allegre (insomma…) nonché inutili guide turistiche di trivigante: storie di nazismo e di resistenza a Monaco di Baviera

È possibile passare dalla Repubblica Sovietica di Monaco (Münchner Räterepublik) al nazismo in meno di quindici anni? Sì, è possibile. Perché, come dice il saggio agente K, «una persona è matura. La gente è un animale ottuso pauroso e pericoloso» e così laggente non solo a Monaco in così poco tempo si buttò di là, senza pensarci o pensandoci bene per interesse.
Ma a Monaco questo avvenne in modo particolare – la si potrebbe definire un baluardo del nazionalsocialismo, come buona parte della Baviera, Hauptstadt der Bewegung, la “capitale del movimento” -, il sostegno fu presto massivo ed entusiastico, altroché, e diventò senz’altro la prima città del Führer (Führerstadt). E poi offriva già infrastrutture consone al Terzo reich, come per esempio Königsplatz, un enorme spazio dal nome già adatto circondato da edifici neoclassici e perfetto per le adunanze e per i roghi di libri (sì, il posto è questo, tra gli altri numerosi).

Costruita alla maniera dell’Acropoli ateniese per volere di Massimiliano I di Baviera, per svariate ragioni che non hanno a che fare con quanto vado dicendo ora, Königsplatz fu riconosciuta poi come il luogo perfetto per le manifestazioni pubbliche del nazionalsocialismo. Il che, vista la retorica del luogo e la smisurata pompa, la dice lunga su come le cose non nascano mai d’improvviso ma siano sempre figlie, in sostanza, di ciò che c’era prima.
Comunque, la piazza fu ripavimentata, vennero spazzati via gli alberi, coronata da altri edifici come per esempio il memoriale dei caduti del putsch del 1923 (il Bierhallenputsch, vedremo poi perché), ma io voglio parlare del Führerbau.

Il palazzo di rappresentanza del Führer, appunto, servì tra le altre cose alla firma dell’accordo di Monaco, che permetteva – per farla mooolto breve – a Hitler di risolvere la pretestuosa questione dei Sudeti semplicemente annettendoseli. Quel vecchio ebete e rincoglionito di Chamberlain ritornò in Inghilterra sventolando la bandiera della vittoria (era pronto a giurare che Hitler si sarebbe senz’altro fermato lì, soddisfatto) e fu in quell’occasione che Churchill, sempre brillante, disse: «Dovevate scegliere tra la guerra ed il disonore. Avete scelto il disonore e avrete la guerra». Profeta anche quella volta, poi nel 1945 a guerra vinta perse le elezioni, anche quella volta per colpa della volubilità de laggente. Ma non devo divagare.
Qui sotto i partecipanti alla conferenza di Monaco poco dopo la firma dell’accordo (la foto proviene da Bundesarchiv, Bild 183-R69173), si notano anche Mussolini, Ciano (noi andiamo in coppia) e Daladier, altrettanto imbelli, e più sotto la stessa stanza oggi (la foto è di Drrcs15).

Ma non solo: il Führerbau servì anche a raccogliere tutte le opere d’arte che i nazisti requisirono in giro per l’Europa. Difficile farsene un’idea. Siccome era comodo, anche il feldmaresciallo Göring decise di ospitare la propria collezione d’arte privata qui, nelle sale del palazzo. Per dare una quantità comprensibile, quando i nazisti occuparono Parigi e requisirono il Louvre, Göring si appropriò di un terzo del patrimonio del museo per la propria pinacoteca privata. Ora: pare chiaro che sì, i nazisti erano soliti mettere la mano alla pistola al solo sentire la parola «cultura», ma la pistola serviva evidentemente a eliminare i legittimi proprietari.
Oggi, meglio, è sede dell’Università di musica e spettacolo.

Ecco, l’università: nel 1942 ormai la nazificazione della Germania era più che completa e i luoghi di istruzione non facevano certo eccezione, al contrario. Nell’estate di quell’anno, un gruppo di cinque studenti di ispirazione cristiana dell’Università di Monaco, la «Rosa Bianca», cui si aggiunse dopo poco un docente, cominciò a diffondere opuscoli in cui invitavano studenti e insegnanti a ingaggiare la resistenza passiva contro il regime nazista, sbugiardandone la propaganda. Nel corso dell’autunno e dell’inverno, furono diffusi cinque opuscoli finché Sophie Scholl, l’unica donna del gruppo, durante la distribuzione del sesto opuscolo decise di gettarlo dalle scale dell’atrio dell’Università, cioè da qui:

Lei e alcuni del gruppo furono visti da un bidello che riuscì a fermare Sophie, chiamando la Gestapo. Dopo alcuni giorni di tortura, Sophie, suo fratello Hans e Christoph Probst furono sottoposti a un processo farsa, di quelli che era solito condurre il tristemente noto giudice Freisler, e furono condannati a morte per decapitazione. Furono rinchiusi nel carcere di Stadelheim, a Monaco, e poi uccisi il 22 febbraio 1943. Il resto del gruppo fu processato e condannato a morte ad aprile, pochi mesi dopo.

Oggi nell’atrio dell’Università un busto ricorda Sophie Scholl – ormai assurta a simbolo del gruppo – e l’azione della Rosa Bianca; nel cortile davanti all’entrata, invece, c’è un piccolo monumento invisibile ai più che, senza didascalie o altro, richiama gli opuscoli distribuiti da quelle persone coraggiose, quasi tutte ventenni.

A fianco della prigione di Stadelheim, nella parte meridionale di Monaco, c’è tuttora un cimitero piuttosto grande, il cimitero della foresta di Perlacher, nel quale furono sepolti i fratelli Scholl e il loro amico Probst. Con un’intuizione cui va reso il giusto merito, la tomba dei due fratelli è ornata da una croce con un unico braccio, unito tra i due.

La foto è di Rufus46 ma la migliore recensione del luogo è di Margit Primus che scrive: «un bellissimo cimitero idilliaco. La tomba dei fratelli Scholl era una questione di cuore (Das Grab der Geschwister Scholl war eine Herzensangelegenheit)». Il bidello che denunciò i componenti della Rosa Bianca, Jakob Schmid, fu poi processato e condannato a cinque anni, nei quali non riuscì mai a spiegarsi il motivo della propria condanna e, soprattutto, il motivo della revoca del diritto al salario. Il giudice Freisler, invece, morì pochi mesi dopo gli Scholl sotto un bombardamento alleato.
“La Rosa Bianca – Sophie Scholl” (Sophie Scholl – Die letzten Tage) è un bel film del 2005 che ricostruisce attentamente gli avvenimenti che ho appena tratteggiato.

Ed eccomi, alla fine, al Bierhallenputsch, ovvero il putsch – colpo di stato – della birreria del 1923: la Bürgerbräukeller, un’enorme birreria di quelle che solo a Monaco e che poteva contenere fino a tremila persone, fu tra il 1920 e il 1923 il ritrovo dei simpatizzanti nazionalsocialisti e fu teatro, appunto, del fallito tentativo di colpo di stato di Hitler di quell’anno.
Da allora, preso il potere, ogni 8 novembre Hitler era solito celebrare nella birreria i caduti in quel tentativo, tenendo un lungo discorso e marciando, il giorno dopo, fino a Königsplatz. Qui sotto una foto proprio della riunione nazista del 1923 (Bundesarchiv Bild 146-1978-004-12A).

Sapendo dell’abitudine di Hitler di celebrare la ricorrenza ogni 8 novembre, nel 1939 un carpentiere tedesco, Georg Elser, organizzò un attentato alla vita del dittatore (ci lavorò per anni): sebbene abbia agito da solo e senza alcun mezzo è senz’altro colui che andò più vicino di tutti a uccidere il Führer.

Nemmeno von Stauffenberg arrivò così vicino e aveva certo ben altri contatti e possibilità. La storia di Elser è davvero straordinaria e l’ho raccontata sommariamente qui, senza riuscire a trasmettere la grandezza di quest’uomo e della sua azione: si fece carico in modo individuale non solo di un’operazione impossibile, peraltro fallendola di pochissimo, ma anche delle tremende conseguenze che essa portava con sé. E così fu.
Elser è senza dubbio una delle persone degne di maggior ammirazione di cui io abbia mai letto o sentito.
Oggi la Bürgerbräukeller non esiste più, fu abbattuta nel 1979 e al suo posto fu costruito un complesso di edifici, il Gasteig, tra cui una sala conferenze e la sede della SIAE tedesca. Eccone una parte:

Una placca ricorda Georg Elser (la foto è di Richard Huber).

In definitiva, Elser, senza studi in college esclusivi o scuole di alta formazione al governo, aveva compreso ciò che Chamberlain e Daladier non compresero mai, cioè che Hitler andava fermato a tutti i costi. E che era necessario agire.
Molte storie che si incrociano, a Monaco come ovunque, tutto sta nel decidere se le si voglia trovare oppure no. E, magari, raccontarle.

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il rapido 904, trentacinque anni dopo

Il 23 dicembre 1984 scoppiò una bomba sul treno Rapido 904, in una galleria tra Firenze e Bologna. Il solito attentato vigliacco effettuato da criminali ben lontani con la volontà di colpire gente a caso.
I morti furono sedici, i feriti centinaia, le responsabilità furono accertate in fretta, perché questa era una strage diversa: i mandanti e gli esecutori, infatti, furono uomini di Cosa Nostra e della Camorra, i quali comprarono l’esplosivo da neofascisti per distogliere l’attenzione dal maxiprocesso a Palermo. Poi successero molte cose, il solito Carnevale che annullò tutto in Cassazione finché nel 1992 si arrivò a sentenze definitive.

Qui la storia raccontata bene.

ecco, ci siamo: cinquanta

Dopo il quarantottesimo, il quarantanovesimo era probabile che sarebbe successo: il cinquantesimo dodici dicembre.

Questa sopra è piazza Fontana, ossia la Banca nazionale dell’agricoltura, poco dopo lo scoppio. Poi ci sarebbero stati gli anarchici, Valpreda, la questura, Pinelli, Guida e Calabresi, il volo dalla finestra, i depistaggi e un incubo che oggi compie cinquant’anni.

Giuseppe Pinelli, se non l’avete mai visto. Sua moglie, Licia Pinelli, ha parlato forse due volte in questi decenni, si è però lasciata convincere da Piero Scaramucci a lasciarsi intervistare a lungo, Una storia quasi soltanto mia, per raccontare la propria storia. Una storia quasi solo sua, come dice giustamente il titolo, sia perché la famiglia era la sua, distrutta, sia perché Licia e le due figlie furono lasciate da sole dalle istituzioni e, non bastasse, insultate dalle volgarità e dalle falsità dette su Pino, fino ai nostri giorni. Un libro ricco di storia e di umanità, ne parlavo qui e mi sento di dire che andrebbe letto.

Oggi ci sono finalmente delle placche in piazza Fontana che dicono chi è stato a mettere la bomba: Ordine nuovo. I fascisti. Cinquant’anni per trovare il coraggio di metterle. Il sindaco Sala ha chiesto scusa alla famiglia Pinelli, che è un gesto dovuto da moltissimi anni.

Continuiamo a fare memoria, soprattutto ricordando chi era dalla parte giusta e chi da quella sbagliata. E chi ancora oggi lo è.

Fino al 20 dicembre, alla Casa della Memoria di via Confalonieri 14 a Milano è esposta la mostra fotografica “17 graffi. Piazza Fontana 50°”, che ricorda le diciassette vittime della strage con gli oggetti ritrovati nella banca. Perché ogni cappello, ogni ombrello, ogni cappotto era una persona.

Qui, per chi vuole, tutta la storia spiegata bene.

ancora Bologna, ancora il quattro agosto

1974, alle ore 1.30 del 4 agosto, una bomba esplose nel secondo scompartimento della quinta carrozza del treno Italicus, Roma-Monaco di Baviera, mentre transitava all’interno della galleria della Direttissima a San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna.
Morirono dodici persone: Nunzio Russo di Merano, tornitore delle ferrovie, la moglie Maria Santina Carraro e Marco, il figlio quattordicenne. Nicola Buffi, 51 anni, segretario della Dc di San Gervaso (Fi) ed Elena Donatini rappresentante Cisl dell’Istituto Biochimico di Firenze. E poi Herbert Kontriner, 35 anni, Fukada Tsugufumi 31 anni, e Jacobus Wilhelmus Haneman, 19 anni. La bomba uccise anche Elena Celli, 67 anni e Raffaella Garosi, di Grosseto, 22 anni. Silver Sirotti, invece, non era stato coinvolto nell’esplosione. Aveva 24 anni ed era stato assunto dalle Ferrovie da dieci mesi, stava svolgendo servizio sul treno quella notte e, quando vide le fiamme in galleria, impugnò un estintore e incominciò a estrarre i feriti. Rimase anche lui bloccato tra le fiamme. Fu decorato con la medaglia d’oro al valor civile. L’incendio rese irriconoscibili molti corpi, tra cui quello di Antidio Medaglia, 70 anni, che venne riconosciuto dalla fede al dito.

L’attentato fu subito rivendicato. Fu fatto ritrovare un volantino di Ordine nero che proclamava: “Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti“.
Poi qualcuno fece il nome di Tuti, qualche pista portò poi a Gelli (Arezzo è vicina), al SISMI e così via. Facile indovinarne la conclusione: nessun colpevole individuato.

Questo è un post di otto nove dieci undici dodici anni fa. E la cosa tragica è che non fa nessuna differenza.