ancora Bologna, ancora il due agosto (e son quarantadue)

Ancora.

Quest’anno, un’iniziativa commovente. Ottantacinque volontari, dalle 10:25 di stamane, sono partiti e stanno partendo per le destinazioni che le vittime della strage non raggiunsero mai: isole Tremiti, Arco di Trento, Ostra, Santa Cristina in Val Gardena e così via, un viaggio per ciascuno. Il viaggio che non poterono completare. Una valigia bianca ciascuno che consegneranno, una volta arrivati, a un passante, cui racconteranno la storia della persona che rappresentano.
Completare un viaggio è dare una conclusione e liberare energie per altro, per il prossimo, è necessario per lasciare libero lo spirito, per mettere un punto almeno su questo. Lasciarli liberi, almeno quello, di lasciare quell’accidenti di stazione e andarsene dove desideravano. La trovo un’idea meravigliosa, avrei partecipato con commozione, bravi Compagnia Teatro dell’Argine. Grazie.

quarantottesimo ventotto maggio

Quarantottesimo anniversario della strage, anche oggi in piazza.

Sole, piazza abbastanza piena, non come dovrebbe essendo anche sabato. È che gli anni passano, poi non ci sono più gli operai e quei pochi che ci sono votano di là, i partiti non costituiscono più forza attiva nel paese e, comunque, preferiscono diluirsi sullo sfondo, un po’ di sindacati, rappresentanze di decine, qualche scuola volonterosa, cittadini più che altro.

Ma son cambiate tante cose, una relatrice dopo la commemorazione apre con una frase di Moro, fino a pochi anni fa sarebbe stata sommersa dai fischi. Forse non in peggio, chissà.

come attorno alla fisiognomica mi sono venute in mente alcune cose

Vorrei citare un’arguta frase ma, come mio solito, farò il giro lungo.
È che è tutto concatenato. Cominciamo (vediamo se mi viene di raccontarla alla maniera di Lucarelli, almeno all’inizio). Nel 1878 un giovane uomo, non ha nemmeno trent’anni, lascia il suo paesino in Lucania per andare a Napoli. In tasca ha un coltellino corto, una lama di forse quattro dita, nemmeno, e poco altro. A Napoli vuole vedere il re, che sta facendo il giro delle città d’Italia per farsi conoscere: infatti, Umberto è appena succeduto al padre, morto da poco, ed è accompagnato dalla regina Margherita e dal figlio, il futuro sciaboletta. Il 17 novembre, sia la famiglia reale che l’uomo sono a Napoli. In tasca ha sempre il coltellino e il suo nome è Giovanni Passannante ed è un anarchico. (Suono).
Poi, succede qualcosa.
Un’altra sce… D’accordo, la smetto con Lucarelli. Durante il corteo, Passannante assale il re, riuscendo a ferirlo di striscio, mentre la regina grida: «Cairoli, salvi il re». Eh, beh, se solitamente la regina la salva Iddio… La storia è nota, Passannante viene catturato, ancora si specula se con quella lama cortina e sbilenca potesse pensare per davvero di uccidere un altro uomo, seppur Savoia. Io penso di no. Comunque, la storia dell’anarchico attentatore di re l’ho raccontata un sacco di anni fa qui, bisogna scorrere fino al 19 giugno. Qui mi interessa la fine di Passannante, terribile: condannato e commutata la pena di morte in ergastolo – i regicidi o attentatori di re dovevano pagarla carissima – l’anarchico fu sottoposto a un regime carcerario terrificante, in una cella larga pochi passi e alta meno di un metro e mezzo, con una catena pesantissima e, soprattutto, sotto il livello del mare, nella Torre della Linguella a Portoferraio. Acqua salata, per dieci anni, e arrivare a mangiare le proprie feci.

Fu lì che diventò pazzo, non prima. Alla faccia di quel pirla visionario di Lombroso, Marco Ezechia detto Cesare, e la sua fisiognomica dell’accidenti. Per questo, alla morte Passannante fu decapitato, il cervello in formalina per essere studiato e il cranio a confermare le teorie degli eminenti scienziati del tempo desiderosi persino di spiegare il delitto politico con motivazioni pseudoscientifiche. Il cranio e il cervello del povero anarchico finirono poi al Museo criminale di Roma, un museo interessantissimo sia per le pentolone della saponificatrice di Correggio sia perché basato completamente sull’antropologia criminale di fine Ottocento, cioè su una pletora di teorie del tutto sconclusionate. Sono riuscito, per fortuna, a vedere il museo, e con esso i poveri resti di Passannante e gli effetti di Bresci, lui sì regicida, prima della chiusura temporanea del 2016. Seee, auguri.

Per fortuna mia, non so vostra, ho fatto anche in tempo a scriverne una guidina di, ahah, turismo d’inchiesta. Comunque, vengo al punto. Passannante, poverello, morì nel 1910, dopo vent’anni di manicomio criminale. Una passeggiata rispetto a Portoferraio ma, ormai, era tardi. Al di là del fatto politico in sé, le pseudoscienze per cui fu giudicato colpevole furono ritenute prive di fondamento fin dal tempo della condanna dell’anarchico, tant’è che Ambrose Bierce, nel suo spiritoso Dizionario del diavolo del 1911 scrisse alla voce ‘Fisiognomica’:

“Arte di determinare il carattere di un’altra persona esaminando le somiglianze e le differenze fra il suo volto e il nostro, che naturalmente rappresenta il modello di ogni eccellenza”.

Esattamente.
Nel 2007, per la pervicacia e l’insistenza di alcune persone pietose, i resti di Giovanni Passannante sono stati sepolti nel suo paese d’origine, che aveva pure cambiato nome in Savoia di Lucania, in omaggio al re. Il fascicolo giudiziario dell’anarchico è ancora protetto e non si può consultare.
A fianco della Torre della Linguella, la prigione di Portoferraio, ci sono ancora oggi i resti di una meravigliosa e sontuosa villa romana, in posizione invidiabile.

Perché Battiato abbia deciso di intitolare un album eccellente a una scienza così idiota e che tanta sofferenza ha causato, resta un interrogativo senza risposta.

il Po di Segre

A un certo punto, alcuni mesi fa, mi son detto che era ora di andare a capire un po’ di più questa cosa del delta del Po, metterci dentro il naso, i piedi e se possibile la testa, anche. Di conseguenza, anche vedere di persona i luoghi dell’alluvione del Polesine, eran settant’anni a novembre, vedere per capire, dare un luogo e un contesto alle uovone di pasqua viste nei bar per anni che facevano sottoscrizione per gli alluvionati, appunto. Chissà dov’era, ’sto Polesine…
Per lo stesso motivo sono andato qualche sera fa a vedere Po di Andrea Segre.

È un documentario, come si intuisce fin dalla locandina, sull’alluvione del Polesine del ’51. Tra filmati Luce e filmati, se ho ben capito, della famiglia stessa del regista, si succedono i racconti di alcuni testimoni diretti della tragedia, oggi tutti attorno agli ottant’anni e allora ragazzini. I racconti sono per forza di cose per buona parte poco articolati, nel senso che sono ricordi di piccolini, immagini, racconti saputi dopo, vicende chiare ma frammentarie, il regista è bravissimo a farli scorrere con naturalezza, senza intervenire o interrompere o tagliare. Per dare un’idea della miseria scannata al tempo, uno di loro, estroso e leggero nonostante gli argomenti, racconta di quando il padrone delle terre attorno, un veterinario, uccise un vitello ammalato di difterite, orrenda malattia trasmissibile all’uomo, gli tagliò la testa e la fece gettare nel letamaio. La madre di chi racconta, poiché mancavano pochi giorni a pasqua, andò a riprendere la testa, la pulì, la gettò in un pentolone ed ecco il pranzo della festa. Ciascuno faccia i propri conti.
Ecco, a voler dire proprio qualcosa, l’intento è archivistico, raccoglie giustamente delle voci che spariranno, e il regista si eclissa dietro alla sequenza di racconti, senza imprimere una direzione al documentario o voler portare il ragionamento da qualche parte specifica. Il che è certamente un bene dal punto di vista della memoria, dall’altro Segre ha ormai le spalle larghe e potrebbe, forse, aggiungere del proprio con vantaggio di tutti. Belle le immagini e la fotografia, per noi innamorati del Po – siamo molti e sparsi, quando ci incontriamo ci riconosciamo – è un documentario da vedere.

Un racconto di un superstite che mi ha commosso, lo riporto a memoria. Dice: nel mio giardino, ora, ho una vasca; qualche tempo fa ci è cascato dentro un uccellino, affogando. Da allora, continua, lascio sempre un pezzettino di legno galleggiare, così che ci si possa aggrappare. Perché se i miei avessero avuto un pezzo di legno cui aggrapparsi, allora, sarebbero scampati.

memoria, ricordarsi di avere memoria

Niente, va allenata, il 27 gennaio serve a quello: a mettere una scadenza in cui chi è scordarello o, peggio, vigliacchetto, magari tende a dimenticare. Mica perché ricordare sia giusto e dimenticare sbagliato, da un certo punto di vista dimenticare cosa significhi essere sotto le bombe è buon segno, vuol dire che si è al riparo da tempo, cosa buona. Ricordare è necessario perché certe cose non accadano più. Il che è difficile, perché le vite umane sono corte ed è inevitabile che figli, nipoti, pronipoti poi non solo non sappiano, ma non vogliano proprio sapere le storie ammuffite del passato. Il che è bene per molte cose, non per altre, il nazismo, il fascismo, l’olocausto sono alcune di queste.
Se, dunque, i fascisti di Durham nel 1934, tutti impettiti e stronzi davanti alla loro sede, sono poi diventati un kebab è solo cosa buona, visto che il kebab si mangia pure ed è buono, anche se non sappiamo con cosa sia fatto. Ed è buon segno dei tempi, che con tutto ciò che si può dir di male non sono certo disgraziati come altri, ben peggiori.

Però i fascisti a Durham ci sono stati, eccome, e saperlo potrebbe evitare che riaccada. Perché avere un kebab invece dei fascisti è sicuramente molto, ma molto molto meglio.

quella stupidità ributtante al di là del comprensibile

L’11 gennaio si è aperto in Egitto, a Sharm el Sheikh, il World youth forum: una manifestazione in stile nordcoreano organizzata per celebrare il regime egiziano – il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi era in prima fila, raggiante – facendo finta di parlare di sviluppo, progresso, diritti umani, libertà, democrazia, cultura, climate change. Tutte cose impossibili nell’Egitto del dittatore criminale al Sisi e che suonano come irreali in questo frangente.
Alla kermesse del regime è stata invitata anche l’attrice spagnola Itziar Ituño, una delle protagoniste de la Casa di carta, la cui consapevolezza è evidentemente scarsa, oppure se ne frega nonostante l’età e il ruolo che ha nella serie tv. Tra le cose paradossali, oltre al fatto che la serie è percepita come la rappresentazione di un’efficace ribellione al sistema, e non lo è affatto, è che nella sua colonna sonora ha Bella ciao, a dir poco impropriamente. E la canzone stessa, in un accostamento pop tra serie, canzone e festa dei giovani, è stata suonata e cantata di fronte allo stato maggiore egiziano, al Sisi compreso, i quali beati applaudivano a una bella canzone tradizionale dalla bella melodia. Il cui significato sarebbe, però, come molti sanno ma non certo gli sceneggiatori della Casa di carta o i papaveri egiziani, la rivolta proprio contro i tiranni come loro.
La stampa di regime celebra, per esempio Youm al Sabaa scrive: «la cultura [ha] un grande ruolo nel curare le nostre ferite. Grazie a lei possiamo superare le sfide importanti di oggi con più determinazione», il che suona ancor più scellerato in un paese in cui le persone che si occupano di cultura sono tutte in carcere quando non eliminate fisicamente. Giulio Regeni è uno dei tanti.
Partecipare alla celebrazione del tiranno rende senz’altro complici, contribuire a dare una patina di modernità e progressismo a un regime anacronistico e spietato è senz’altro una responsabilità di cui bisognerebbe essere chiamati a rispondere. Perché al Sisi sa benissimo quello che fa, e lo fa. Altri, che per soldi vanno ovunque senza porsi domande, invece? Citando Gramsci, odio anch’io gli indifferenti, sono il peso della storia: «Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime».

nel posto della rotta del fiume, qualche memoria e due proverbi molto saggi

Qualche giorno fa ero a Occhiobello a guardare il Po.

Al di là della bellezza del momento, questo è più o meno il posto in cui si verificò una delle tre rotte del Po la sera del 14 novembre 1951, la cosiddetta alluvione del Polesine. In rapida successione, il Po sfondò gli argini in tre punti e riversò circa due terzi della sua portata del momento per le campagne e per i paesi del Veneto meridionale, le tre bocche rimasero aperte per trentasette giorni e, difficile farsene un’idea, tracimarono circa otto miliardi di metri cubi di acqua, sufficienti a ricoprire quasi tutta la provincia di Rovigo. Notevole il ben più antico proverbio polesano: «Dove no se crede, l’acqua rompe».

Oggi gli argini sono molto più alti e arretrati rispetto a un tempo, anche se – lo ricordo personalmente nel 1994 quando l’acqua arrivò quasi in casa e la mia libreria preferita fu sommersa – la questione del livello dell’acqua del Po è sempre di attualità. Era una giornata magnifica, qualche giorno fa, il fiume era placido e tutto invitava a stare. E contemplare.
Mi raccontano una storia. Immediatamente, alla notizia della rotta del fiume, gli aiuti da tutto il nord Italia si precipitarono nel rodigino, per soccorrere persone e bestie, in particolare a Occhiobello si ricordano con riconoscenza i vigili del fuoco di San Benedetto Po, accorsi prontamente con barche e uomini ed efficaci nei salvataggi. Tra i ricordi, mi dicono – riporto come mi hanno raccontato – che a fronte dell’attivismo dei soccorsi, colpì una certa qual rassegnazione, mista o confondibile con indifferenza, degli abitanti di Occhiobello, i quali non si adoperarono più di tanto nel recupero di chi era rimasto prigioniero in casa o degli animali nelle stalle. Con le dovute eccezioni, ovvio. Le spiegazioni a tale atteggiamento sono state molte, nel tempo, tra cui il fatto che gli animali e le case non fossero di proprietà dei lavoranti, ecco l’indifferenza, oppure uno stato traumatico connesso all’evento catastrofico che toglierebbe in molti la voglia di fare. Sembra che proprio il caso di Occhiobello sia diventato di studio per una certa branca della psicologia post-traumatica che studia certe reazioni delle popolazioni in caso di, appunto, catastrofe.
Dopo di che, è pur sempre qui che la saggezza popolare dice: «De quelo che i dixe o che se sente, credi gnente; de quelo che te sa, la metà de la metà» e io, ubbidiente, mi ci attengo e torno a guardare il fiume, meraviglioso.

e buona notte

Anche quest’anno il cinque dicembre morì Mozart.

Perché lo ricordo? Certo, per la grandezza musicale, ovvio, che però capisco fino a un certo punto, ma per molti altri motivi: fu genio e deficiente insieme, innovatore, progressista, libero pensatore e libero professionista in un’epoca in cui accasarsi a corte era l’unica via, innovò magistralmente, ne ebbe meriti e ne pagò le conseguenze. Un uomo profondamente libero, di quelli che piacciono a me.

«La gente si profonde in complimenti e tutto finisce lì. Mi si prenota per questo o per quel giorno; io suono, mi sento dire: – Oh, c’est un prodige, c’est inconcevable, c’est étonnant! – E buona notte».