belpaese

Il signor Franco Alfieri è diventato il nuovo sindaco di Capaccio Paestum.
Per festeggiare, qualche giorno fa, un bel corteo di ambulanze lampeggianti.

Amenità da bel Paese? Può darsi, ma c’è di meglio.
Alfieri, detto «il re del pesce fritto», è già stato sindaco di altri due paesoni del Cilento (sindaco professionista, quindi, figura da considerare per il futuro), è consulente del governatore De Luca per l’agricoltura, caccia e pesca, ed è indagato per «voto di scambio politico-mafioso con l’aggravante del metodo mafioso».

Non male.
Sostenuto da otto liste senza simboli riconoscibili (il PD, intendo, e le amicizie deluchiane), cosa che si fa solitamente quando si possiede il territorio, ha stretto apparentamenti anche con Lega e Fratelliditalia, andando a vincere. Ed ecco le ambulanze festanti.
Le ambulanze sono del suo amico Roberto Squecco, condannato in via definitiva per «tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso» e la cui moglie è stata eletta nella lista di Alfieri. Doppia festa, quindi.
Ma se le ambulanze sono in giro a festeggiare allora la gente muore? Sì, ma va tutto bene: anche le pompe funebri di Capaccio Paestum sono del buon amico Squecco, quindi ciò che esce da una mano rientra nell’altra.
Il trucco è chiaro: basta gestire il sistema di qua e di là, badando a fornire tutti i servizi. Così si vince sempre.

Occhio, quindi: qui non è una questione di destra o di sinistra, anche se Alfieri di casa abita sufficientemente vicino al PD, ma di paese reale, che si muove – legalmente il più delle volte, se non è proprio necessario forzare la mano – a seconda dell’opportunità del momento senza mai squassarsi. Istruttivo.

sentiti complimenti

Paolo Savona, l’economista ultraottantenne per cui Salvini e Di Maio erano pronti a far fallire il primo tentativo del governo Conte, poi nominato Ministro per gli Affari Europei e poi dimessosi l’8 marzo scorso per andare a fare il presidente della CONSOB, ha ben pensato di lasciare la carica con eleganza.

Due conti in tasca: su Amazon il libro costa 10,20 euro, diciamo generosamente che di dieci gliene vengano in tasca cinque, di euro (ma non è così), fa millecinquecento euro: cifra miserabile se confrontata alla caduta di stile e alla figuraccia. Ma, ancora una volta, scopro che c’è gente disposta a vendere la propria dignità a prezzi da bancarella. Bravo.
(A meno che, e non mi stupirei troppo, il Ministero abbia pagato i libri molto ma molto di più).

libri scritti e libri sottratti: bleah

In pochissime parole, ne ho già detto: Marino Massimo De Caro, trafficone e ladro di libri antichi senza alcun titolo in merito, riesce a farsi nominare direttore della biblioteca dei Girolamini di Napoli. E cosa fa, una volta nel formaggio? Ovviamente ruba tutti i libri che può e ne dà parecchi al suo amico Dell’Utri. Poi, grazie alla segnalazione dei due impiegati, Tomaso Montanari scrive un articolo denunciando la situazione, De Caro viene arrestato e condannato ad alcuni anni di carcere e domiciliari. Questa la storia, in breve. E i libri? Andati, un bel po’.
Poi Sergio Luzzatto decide di scrivere un libro proprio su De Caro.

Non è mia abitudine esprimere giudizi senza argomentare ma, stavolta, proprio non mi viene voglia: il libro di Luzzatto è incomprensibile, non capisco che tipo di operazione abbia voluto fare, è un libro inutile e a parer mio sciocco in molti punti, imbarazzante per Luzzatto stesso che consideravo uno storico serio, un libro ricco di immodesti e inverosimili particolari, di racconti presi per buoni e di simpatia non troppo nascosta per un delinquente colpevole di numerosi reati odiosi. E Einaudi? Perché pubblica un libro così?
Montanari ha fatto una critica molto più argomentata della mia, cui rimando, a me resta il rimpianto di aver sprecato del tempo a leggere questo libro, che mi ha pure fatto venire il mal di stomaco. Bleah.

ma sarete stronzi, perdio

A Roma non si pulisce nulla, ma nulla per davvero. Tant’è che la città fa schifino mica poco, da un po’ di tempo (almeno 5 Alemanno 2 Marino quasi 3 Raggi). E invece no: l’ufficio decoro del comune (volutamente tutto minuscolo) decide – per una volta – di pulire una cosa sola.

Naturalmente una pulizia fatta bene, alla romana di questi tempi.

Ma la tettoia, dico io? Non la si è vista? E la targa apposita a destra? Difficile non vederla.

Niente. E ciao alla scritta storica del ’48 del Fronte Democratico Popolare alla Garbatella. Complimenti vivissimi anche stavolta.

io in quanto tale e viva litalia

Uno arriva bel bello e dichiara che: «Viva Istria e Dalmazia italiane», bravo. L’altro arriva, non meno bel bello, e dice: «Io come presidente della Repubblica sono il garante della coesione nazionale», ineccepibile.

La vita, però, è dura e nulla va mai come dovrebbe. È difficile, lo so, ma tocca fare la pieghina e cercare il pelo nell’uovo. Quindi: il primo è il presidente del parlamento europeo e certe scemenze non dovrebbe proprio dirle, se fosse minimamente consapevole del proprio ruolo.

Naturalmente è stato frainteso (mai uno che dica che s’è spiegato demmerda) e intendeva viva gli italiani di Dalmazia.
Il secondo, invece, manco sa dove sta di casa perché è il presidente del consiglio e ancora non si capisce se vorrebbe fare quello della repubblica o se, invece, ancora non ha capito bene la differenza.

E, purtroppo, non è nemmeno la versione di Celenza.
Che dire? Beh, avanti così, di gita in gita, di confusione in approssimazione, venga avanti il prossimo.

armonia e unità di vedute all’interno del governo

Il 17 gennaio scorso l’ennesima conferenza stampa surreale del governo, stavolta a tema Reddito di cittadinanza e Quota 100. Diciamo.
Poiché il comunicatore-capo Casalino predilige la modalità-cartello, ovvero una cosa che sia visibile anche nelle immagini, fornisce i presenti – il presidente del consiglio Conte e i vicepresidenti Di Maio e Salvini – di cartello, appunto, da tenere in mano.

Siccome, però, regna l’accordo e l’armonia, la scenetta dei cartelli diventa poi questa:

Ovvero: Conte e Di Maio stesso cartello in tema, Salvini uno suo senza reddito di cittadinanza, per rimarcare la distanza dalle iniziative di governo dei cinque stelle. Possibile glielo lascino fare? Sì, talmente deboli da lasciarglielo fare.

Qualcuno dovrebbe fare delle domande a questo proposito ma, ovviamente, non le fa.
Non contenti, proseguono con Di Maio che presenta le «norme anti-divano». Così, giuro, «anti-divano», non «norme per contrastare l’abuso eccetera», proprio «norme anti-divano». E così sta scritto sul documento della presidenza del consiglio: «norme anti-divano».

Saranno contenti da Divani&Divani, immagino, almeno quanto noi qui.