ai beni e alle attività culturali

Dunque. Franceschini è ministro per i beni e le attività culturali dal 2014, con una breve interruzione durante il Conte I. Di conseguenza, è il ministro della cultura che è rimasto in carica più tempo nella storia della Repubblica. E io dico: dev’essere bravissimo. Se no, mica si spiega. Sì, lo so che a me pare che sia a dir poco pessimo come ministro della cultura e che sia tutto impegnato a tessere trame tutte sue per la carriera ma di certo sbaglio. Sì, lo so che alcuni giorni fa alla sua ennesima riconferma le facce degli addetti ai lavori erano esterrefatte ma di certo sbagliano anche loro e le loro facce.
Da oggi ritorna alla carica di sottosegretaria di stato al Ministero per i beni e le attività culturali Lucia Borgonzoni, che lo era già stata nel Conte I, quando mancava Franceschini. Nota, oltre che per aver perso le regionali in Emilia l’anno scorso, per aver sostenuto che il Trentino confina con l’Emilia e per essersi data alla macchia appena perse le elezioni (zero presenze in consiglio, nonostante avesse giurato il contrario). Ah e per aver affermato che l’ultimo libro letto risale a tre anni fa. Ottimo, dritta alla cultura, senza indugi.
Negli anni Settanta e Ottanta alla cultura si mandavano i minchioni, tipo Gullotti, Vernola, Vizzini, Pedini, Ripamonti e così via. Oddio, anche nei Novanta e successivi, con Fisichella, lo dico? Lo dico: Veltroni, Melandri, Urbani, Buttiglione, Bondi, Galan e bon. Poche le eccezioni, era uno dei ministeri che si usavano per distribuire le cariche secondo Cencelli e far contenti tutti. Ecco, volevo indignarmi per la conferma del pessimo Franceschini e il ritorno della sciagurata Borgonzoni quand’ecco che mi sono accorto che no, ecco, è proprio la norma: avanti con i minchioni alla cultura. Tanto che vuoi che conti, in Italia? Il governo dei migliori, proprio.

transizione ecologica

Per carità, sacrosanto occuparsi della conversione del sistema produttivo in una versione più sostenibile, ci mancherebbe. Tant’è che il concetto della ‘transizione ecologica’ è al centro dei ragionamenti e delle richieste delle associazioni ambientaliste più serie.
Ma la richiesta del m5s di istituire un ministero apposito, ovviamente a guida pentastellata, ha del ridicolo per vari motivi:

  1. il m5s è stato al governo fino a oggi, ininterrottamente dal 2018, e non ha mai sentito la necessità non dico del ministero ma anche solo di citare marginalmente la questione;
  2. esiste già un dipartimento per la Transizione ecologica e gli investimenti verdi, fa parte del ministero per l’Ambiente, vicino al m5s. Il dipartimento «cura le competenze del ministero in materia di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientemento energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile, cooperazione internazionale ambientale, valutazione e autorizzazione ambientale e di risanamento ambientale» (dal sito);
  3. il quesito posto su Rousseau (“Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico: che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?”), che suggerisce già la risposta.

clickbaiting, ancora

Per i davvero digiuni, è utile dire che ogni click su un sito genera qualche tipo di profitto, diretto o indiretto. La maggior parte riguarda la pubblicità, altre volte scopi meno chiari. I giornali italiani, purtroppo, vengono spesso meno alla propria missione, informare con serietà, e si danno al clickbaiting, cioè quella pratica scorretta e opportunistica di attirare con un titolo sensazionalistico o creato ad arte i navigatori e farli cliccare sull’articolo, generando visualizzazioni.
A volte basta poco, come il Corriere di due giorni fa:

Beh, contiene informazioni utili, apro.

Carini, si erano dimenticati il punto interrogativo. Ma guarda te…
Ovviamente nessuna informazione, nessuna nuova, niente di niente.
Chiaro che se invece di TPI o altri lo fa il Corriere, mi dà più fastidio.

uno degli uomini più decisivi di questi anni

Rocco Casalino, cioè il tizio che ha fatto il grandefratello e poi è diventato il portavoce del presidente del consiglio Conte per via del movimento cinque stelle sia nel goveno con la lega sia con il PD, ha scritto la sua autobiografia. Ne sentivo molto la mancanza. L’ha intitolata, propriamente, Il portavoce.
Non sto mettendo certe maiuscole apposta.
Ma il libro, che doveva uscire il 23 febbraio, non uscirà, causa crisi di governo. Accidenti. Dal sunto inviato ai giornali, estrapolo: «Rocco studia duramente, è il più bravo della classe, la matematica gli piace e gli riesce facile. Così, tornato in Italia, si iscrive alla facoltà di ingegneria». Oddio, ma sarà lui a scrivere di sé in terza persona? Poi dice: «Tante vite vissute, tante lezioni imparate, tanta fame di farcela a tutti i costi: per diventare il portavoce di Giuseppe Conte e uno degli uomini più decisivi di questi anni». Più decisivi, certamente, venga pure di là, prego.
Al di là di questo, che è già molto, la cosa che mi turba di più è la copertina.

Ma va’ a quel paese. Non c’è bisogno che metta a cosa fa riferimento, vero? Vero? La stessa posa, la stessa inquadratura, persino lo stesso font, la stessa posizione delle mani, eddai.
Quando dice: «Non dimentico mai da dove sono partito, cioè dalle condizioni più svantaggiate dell’universo» non si può che dargli ragione.
Vabbè, se a qualcuno mancano proprio le basi della cultura generale e visiva di questi anni, rimedio. Rocco e Piemme si riferiscono a:

Peraltro non è nemmeno un riferimento particolarmente lusinghiero, ma tant’è, la cultura è quella. Spero non esca mai o che esca e venda cinque, no tre, no una copia. «Rocco è bravo e ha comprato il suo libro». Bravo, Rocco, bravo. Vieni qui, dai. Non ti faccio male, dai, vieni qui. Povero mona.

guardava l’orizzonte con stanchezza…

Bel rimpastone nella giunta della Regione Lombardia e tutti contenti, come nulla fosse, a sorridere e mostrare ottimismo, celando lo sfacelo sotto il tappeto bello. L’assessore al welfare con delega alla sanità lombarda, lo sciagurato Gallera, viene silurato – sempre troppo tardi – adducendo la scusa che sia “stanco”. Non sembrava, quando correva impippandosene delle regole, quando discettava delle due persone infette in contemporanea necessarie per contagiarlo in un angolo buio o quando ringraziava deferente la generosità della sanità privata. O quando, a marzo e in piena pandemia, si dichiarava disponibile a candidarsi a sindaco di Milano. Sfrontato.

Ma a lasciare la via vecchia, a cascare dalla padella, poi non si sa mai dove, e come, si vada a finire. È questo il caso, con la nomina della Moratti, oltre che assessora anche vicepresidente (e, speculo: prossima candidata?). Tremenda come presidente RAI, ministra dell’istruzione, sindaca di Milano, poi titolare di una pletora di incarichi tra cui la presidenza del consiglio di gestione di Ubi Banca, la presidenza della Fondazione San Patrignano e chissà quanti altri. Condannata in via definitiva per aver dato incarichi illegittimi come sindaco di Milano, ha dovuto risarcire di tasca propria oltre 591mila euro, vabbè, poca differenza per lei, ma soprattutto ha causato un danno erariale di quasi due milioni di euro per le sue consulenze allegre. Non il modo migliore di cominciare.
Ma altre premesse sono anche peggio. Non ha mai fatto mistero di sostenere la sanità privata – alla fine è dello stesso partito del delinquente Formigoni – e di certo non sovvertirà il modello fin qui dimostratosi fallimentare. Inoltre, Moratti dal 2018 è consigliera di amministrazione di Bracco spa, multinazionale italiana del settore chimico e farmaceutico, con una partecipazione interessata in Lombardia, visto che gestisce servizi per la salute con il Centro Diagnostico Italiano, venti sedi nella regione. Conflitto di interessi? Maddai.

Epperò non basta. La nuova assessora per le politiche sociali, famiglia e disabilità è Alessandra Locatelli, leghista d’accatto prima assessora alle politiche sociali del comune di Como e ministra per la famiglia nel governo Conte I. La si ricorda solo per atti indecenti o insulsi: per dire, quando strappò la coperta a un clochard scacciandolo dal suo giaciglio e incalzando gli altri che dormivano per strada con un’idropulitrice; quando chiese a tutti gli amministratori della Lega di rimuovere dagli uffici pubblici la foto del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Per carità, non che in altre regioni leghiste vada meglio, con per esempio tal Donazzan, assessora all’Istruzione della Regione Veneto per Fratelli d’Italia, che l’altro giorno ha la bella idea di intonare «Faccetta nera» in quella trasmissione per idioti che è La Zanzara. Mala tempora.

Raramente, dunque, dai rimpasti ne escono gemme, solitamente subentrano le seconde file o personaggi interessati ad altro. Ambo.

l’assalto al Congresso americano

Ieri nel pomeriggio irruzione di qualche centinaio di sostenitori di Trump al Campidoglio per interrompere i lavori di proclamazione del nuovo presidente. Non parlerei di colpo di Stato. Ora, a parte il folklore, perché in effetti sembrano i Village People che assaltano il Congresso, a parte l’accozzaglia di destroidi raccolti sotto la protesta pro-Trump, per cui si è vista anche una maglietta inneggiante ad Auschwitz, a parte la galassia populista, iperreligiosa, fascista, sovranista, suprematista che si è manifestata nell’occasione, mi chiedo cosa spinga una veterana dell’Us. Air Force a credere alle balle di Trump al punto di lasciarci le penne.

Perché va bene, possiamo anche ridere della sgangherata compagnia di idioti di ieri, ma i morti sono quattro e sono stati scontri veri, tra l’altro occupando per la prima volta nella storia degli USA un’aula di governo (cosa che in Europa è accaduta più spesso). Mi ha colpito il totale ritardo dell’intervento della Guardia nazionale e della polizia, immobili per alcune ore, specie dopo aver visto, invece, gli schieramenti imponenti durante le manifestazioni di Black Lives Matter. Appunto: e se fossero stati afroamericani, ieri, invece che bianchi armati?
Per carità, quattro o più stronzi disposti a sacrificarsi in nome di qualsiasi causa di destra li si trova sempre, vedi i serenissimi di San Marco di qualche anno fa da noi, le ampolle leghiste, i sostenitori di Berlusconi in piazza per la nipote di Mubarak, i gilet arancioni, il popolo dei forconi, i vaffanculo day, e quattro anni di aizzamento da parte di Trump sono poi la causa principale della sceneggiata di ieri.
Ciò che, credo, sia significativo è che i “Proud Boys”, così si chiamano, sono tanto contro il partito democratico quanto contro quello repubblicano. Il che significa, secondo me, che da adesso in poi non sarà più accettabile una destra che – anche da noi – occhieggia e ammicca a chi sta fuori dal sistema repubblicano democratico, stimolandone gli istinti più bassi. Chi ambisce a governare un paese non deve più avere atteggiamenti ambigui, questo non sarà più accettato, né da destra né da sinistra. O così dovrebbe essere, d’ora in poi.

due schifosi, i soliti

Schifosa uno.
Un tizio assolda un criminale per spezzare le mani al proprio figlio, chirurgo, reo di essere omosessuale. E già la cosa è quella che è. Una politica italiana di destra, nota per i toni esasperati, cavalca la cosa e si dice indignata. Lei, la politica, è però la stessa che, con il proprio partito, ha votato contro la legge Zan, contro l’omofobia, facendo una plateale protesta in parlamento. Ecco, la legge Zan serve proprio a questo, qualcuno glielo spieghi visto che non ci arriva.
Lei è ovviamente Giorgia Meloni.

Schifoso due.
Lui afferma che, se ci sarà il lockdown durante i giorni di natale, uscirà trasgredendo le regole e andrà a mangiare con i senzatetto, facendo volontariato. E invita pure tutti a farlo. Peccato sia il segretario di un partito che da trent’anni fa una lotta sfrenata contro i clochards, i senzatetto e tutti coloro che non sono inseriti nel sistema. Ovviamente senza mai aver fatto un minuto di volontariato in favore di altri. Basterà ricordare l’episodio recente in cui l’assessora alle Politiche sociali del Comune di Como, del partito, ha strappato la coperta a un senzatetto che dormiva per terra e che ostacolava la sanificazione.
Lui è ovviamente Matteo Salvini.

Libera nos, domine. Già abbiamo i nostri problemi.

la Lombardia lo acchiappa veramente

Regione Lombardia sceglie come proprio testimonial Massimo Boldi per comunicare lo stanziamento di fondi alle categorie escluse dal ‘Decreto Ristori’ del Governo.

Fosse solo per la questione dei cinepanettoni e della nullezza del tizio, vabbè, mi fa incazzare ma, quantomeno, è coerente con chi guida la Regione. Ma è la stessa persona che sei mesi fa aveva scritto: «I potenti del pianeta vogliono terrorizzarci, ci mettono le mascherine per tapparci la bocca. Non sono negazionista, sono scettico», concludendo con: «Forse è tempo che ritorni il salvatore dei mondi, si Lui…il supremo, nostro Signore che si manifesti in qualsiasi forma atta a combattere là malasorte è l’indifferenza dei Governi di ogni Stato, i padroni del mondo, cacciandoli per sempre dal paradiso terrestre». Ma vaffanculo.