minidiario scritto un po’ così di un giro nel paese che non va d’accordo con nessuno: due, magna mica per caso, comunisti

Il piano per quanto possibile è di girare un po’, per vedere l’effetto che fa. E se di Tripolitania si tratta, allora bisogna vedere almeno le tre città: la prima, Oea, oggi Tripoli, un po’ s’è dato, ci sarà tempo alla fine; la seconda, Leptis magna, la città imperiale di Settimio Severo, è la meta di oggi. Così possiamo vedere i centoquaranta chilometri di paese che la separano a est da Tripoli. Per carità, ci si vuole andare, ci mancherebbe, ma la destinazione turistica è anche una buona scusa per snasare in giro. Domani ancor più. La strada litoranea, la strada degli italiani, la Balbea che da Tripoli va fino a Tobruk dall’altra parte, è una camionabile a due corsie per percorrenza punteggiata di dissuasori alti così, una vera passione in Nordafrica. Alla corriera non entra la prima fin dalla prima periferia e a nulla servono le doppiette dell’autista; la leva del cambio sarà lunga sessanta centimetri, minimo, e questo pullmino avrà visto il re Idris se non il governatore italiano. Non meno dei dissuasori, i posti di blocco e i blindati al ciglio della strada. Il più delle volte nemmeno fermano ai blocchi, talvolta salgono in due, spesso uno in divisa, li preferisco, mi sembra che almeno due regole le abbiano, e uno in borghese, maglietta e scarpe da ginnastica, scrutano e guardano tra i sedili, poi scendono spesso senza una parola. Capire ogni volta di che banda siano immagino sia difficile anche per un libico.

“Comunisti”, dice Adel, il libico che ci accompagna, “Prima erano tutti comunisti, con quel comunista di Gheddafi”, si scalda. I comunisti, lo spauracchio di tutto il pianeta, ma ce ne fossero, almeno. Vero che il regime di Gheddafi, come spesso accade, qualche elemento socialista almeno di facciata nella prima parte dei Settanta, erano anni così, l’aveva. E sosteneva l’OLP di Arafat. Ma da qui al comunismo, ciao, Adel. E poi parte una filippica sull’attuale situazione per cui mi chiedo come mai i barconi non vadano nella direzione opposta, dall’Italia alla Libia: stipendi sontuosi per insegnanti e chi abbia voglia di fare, cicli scolastici tutti gratis, lavoro per tutti, automobili nuove e, come disse quello là, ristoranti pieni. E strade nuove costruite dai tedeschi, alberghi, grande ripresa lanciati verso la guida del mondo arabo. Quando arriva a dire che adesso adesso il presidente – non uno dei due, IL – indirà nuove elezioni perché il popolo stabilisca liberamente la forma di governo che desidera avere (dice monarchia, repubblica, anarchia) mi vien da ridere e smetto di ascoltare. Pubblicità di mattoni forati lungo la strada, il 20×40, il 24×36 e il 20×30, probabilmente il migliore. Ho appreso da poco che il piede greco era 29,6 centimetri e la coincidenza con l’A4 mi commuove.

Leptis magna è una città romana imperiale formidabile, enorme, prima punica e poi cartaginese. Ebbe oltre centomila abitanti sotto Settimio Severo, nato in città, fu all’altezza di Atene e Roma. Le rovine sono molto integre, grazie alla sabbia e all’abbandono, non vi furono costruite città sopra. Gli ultimi scavi, come praticamente ovunque in Libia, furono italiani durante il ventennio, si vedono ancora i binari con i carrelli per i lavori. Anche i musei, ovviamente chiusi, sono razionalisti o, al massimo, inizio modernisti. Gli scavi non solo non procedono ma sono fermi a percentuali minori, forse la metà della superficie della città. E fin qui le informazioni. Sicuro non si vedono stranieri da tempo, qui, il sito non è recintato, non c’è una vera biglietteria, nessun pannello esplicativo, i bidoni dei rifiuti traboccanti, volessi portarmi a casa un capitellone, non fosse per il peso, potrei. Impressionanti le dimensioni, il foro con tempio in testa e basilica in fondo è colossale, l’anfiteatro enorme e, con colpo di genio, prima cava e poi spazio pubblico, l’arco di SS con frontone tagliato un ardimento architettonico clamoroso, pura fantascienza contemporanea. Mio padre c’era venuto vent’anni fa, con tanto di libretto verde, mi riportò osservazioni analoghe, mi era rimasto il desiderio. La città, come l’altra della triade della Tripolitania, fu abbandonata alla caduta dell’impero d’Occidente perché, soprattutto, il porto si insabbiò. Mai nessuno che ascolti Vitruvio. La guida locale parla un italiano perfetto con proprietà e competenza, qui tutti qualche parola la sanno, i vecchiotti parlano.

Al ritorno è una sequela di posti di blocco, non sono avvezzi agli europei e stranieri in generale, per alcune generazioni di bimbi siamo sicuramente tra i primi, è solo da gennaio di quest’anno che hanno riaperto i voli. Mi inquieto un po’ quando salgono due armati, vestiti completamente di nero con passamontagna e tuta protettiva, a metà tra black block e swat. Non lo colloco, difficile farlo, le attrezzature e l’auto sono nuovi e costosi. Si limitano come gli altri a guardare tra i sedili, cercando immagino persone nascoste. Mentre aspetto e sbircio di sottecchi, ripasso la storia coloniale italiana in Libia: l’inizio è liberale, con Giolitti, il cui governo intraprese una guerra che di fatto fu combattuta prima contro la resistenza anti-coloniale turco-libica e poi solo libica. Con il trattato di Ouchy, nell’ottobre 1912, Costantinopoli si impegnò a ritirare i propri ufficiali e la Libia poté essere annessa all’Italia. Se durante la prima guerra mondiale la presenza italiana fu respinta in poche zone lungo la costa, dal 1922 con il fascismo fu intrapresa una lunga campagna di conquista per la repressione dei ribelli e dei civili libici durante la cosiddetta “riconquista della Libia”. Nel 1934 Cirenaica e Tripolitania furono unificate nel governatorato generale della Libia italiana. Cioè Balbo. Nel frattempo, i tizi neri neri scendono e se ne vanno. Bene. Poi il pullmino si rompe, quelle marce lo dicevano da un bel po’. Ma siamo a cinque chilometri da Tripoli, giù e si può fare a piedi.


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minidiario scritto un po’ così di un giro nel paese che non va d’accordo con nessuno: uno, primo assaggio

Sorvolo un mare azzurro, bellissimo, piatto e tranquillo. Da sempre ho immaginato traffici e scambi, anfore di olio e vino, grano, marmi rossi egiziani, legnami, persino obelischi sdraiati, merci e mercanti. Oggi no, guardo giù e penso ai barconi, ormai per antonomasia, strabordanti di migranti e lì è notte, fa freddo, il mare è agitato, vanno in direzione inversa alla mia e, soprattutto, sono in acqua. Non come oggi che tutto riluccica e suggerisce solo benessere.

All’aeroporto di Tripoli Mitiga, dopo aver zigzagato tra relitti di aerei di fusoliera sovietica, ci vogliono quattro ore per il controllo dei passaporti e dei visti. Il contatto locale sta al telefono e non pare sereno, il pacchetto di documenti è stato preso da uno con una gran barba e portato via. Pare che il direttore dell’aeroporto voglia un elenco delle nostre generalità ma non come quello che abbiamo consegnato, più bello, più in ordine alfabetico, più discendente. Niente di nuovo, sono piccoli esercizi di potere locale e miserabile, almeno a differenza del Tajikistan non ci sono quarantasette gradi e siamo al coperto. Sei mesi fa qui si sono sparati con gli AK47 e le camionette con sopra i fucili da assalto che si vedono a lato di ogni strada principale per il controllo dell’aeroporto, quindi direi tutto bene, ora. Ci hanno già affibbiato un militare, anzi un poliziotto. Ma non normale, uno della polizia politica e, attaccatosi come una patella, dovrà seguirci ovunque. E non potremo girare senza di lui, quando è stanco e vorrà andare a casa, noi pure. Non a casa sua.

Tutta questa attesa per avere un timbro sul passaporto che, scopro ora, mi impedirà d’ora in poi di chiedere il permesso di entrata negli Stati Uniti, se non previo colloquio al consolato americano di Roma. Vabbè, una cosa alla volta. Ho il timbro, il passaporto, il visto è sparito, il poliziotto c’è, ci salutiamo pure, è ora di fare altre operazioni preliminari. Il contatto libico arriva con una bustona di carta piena di dinari in banconote da dieci, il cambio è uno a cinque, dice che se vogliamo cercarci un cambio a otto nella città vecchia, liberi. Va bene cinque. Carte di credito non se ne parla, non ne prendono da nessuna parte, vogliono la valuta buona. Oggi è un prefestivo, domani è venerdì, lungo la strada lungo la costa, la Balbea al tempo, edifici in stile calabrese, coi ferri a vista, si snodano verso l’interno. Sulla spiaggia macerie di stabilimenti balneari chiaramente spianati con le ruspe, qua e là enormi edifici abbandonati, mostri scheletrici di cemento armato, fermi dal 2011, dalla caduta di Gheddafi. Da allora, due guerre civili e l’attuale divisione del paese in due, con il caos o quasi a ovest, in Tripolitania.

Agli angoli della Tripoli vecchia le colonne romane di risulta della vecchia Oea sono incastonate negli intonaci, i vicoli e il suq richiamano Tunisi, vicinissima in linea d’aria, la zona attorno all’arco di Marco Aurelio mantiene un certo fascino nonostante tutto. È piccola, fino alla piazza dei Martiri una volta Verde ai tempi di Gheddafi, il verde era il suo colore fin dal libretto, passando davanti al palazzetto della Banca di Roma, utilizzato proprio ai tempi dello scandalo. Ciò che rende tutto più piacevole sono i colori, il mare verde e blu, il cielo senza una nuvola, pare di essere a Bari. Appena superato il confine della città vecchia, poca, alcuni edifici della città razionalista dell’Italia liberale prima e poi di quella fascista coloniale e poi una sterminata pianura di case a un piano e mezzo o condomini fatte di forati e cemento armato. Nessuna finita. Sotto il Castello Rosso – il museo archeologico nazionale è chiuso dal 2011 come tutti i musei, comincia a diventare una data spartiacque – un enorme assembramento di persone compresse al cui centro ci sono alcune mani levate che fanno numeri è il luogo delle contrattazioni. Di che? chiedo, Di tutto, mi rispondono evasivi e ci invitano a girarci attorno. Due giovani uomini si dividono sul sellino di una motoretta un mazzo di euro in banconote che sarà come minimo il mio stipendio di un anno. In una fila di garage con adesivi di cambio e invio di moneta persone gestiscono quantità significative di carta moneta, molti dollari. Qualche baracchino vende il tè e una bevanda strepitosa: limonata con menta, eccellente, d’estate dev’essere il meglio del meglio.


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minidiario scritto un po’ così di un giro nel paese che non va d’accordo con nessuno: zero, ci giro attorno senza dire dove

Ci sono viaggi che uno – cioè, io – fa per andare nei posti belli, che so?, Patagonia, e altri per andare nei posti complicati, dico per esempio Giordania, per capirci un po’ di più. E, magari magari, fare qualcosa di utile, da non buttar via almeno. Questo è uno di quelli, dei secondi.

Le premesse non sono piane, diciamo, a partire dall’unica guida che ho, una guida in inglese del 2008; non sarebbe nemmeno grave se andassi in un paese stabile, l’Australia che è così dal paleozoico, gli Stati Uniti, per ora, qualche nome, qualche informazione e bon, capirai. No, qui tra il 2008 e oggi è successo di tutto, due guerre civili, non c’è nemmeno la stessa forma di governo, a riuscire a capire quale sia l’attuale è una bella scommessa, credo un governo di unità nazionale. Anzi no, dal 2022 il governo si chiama di stabilità, Government of National Stability. Anzi no, ancora, coesistono, il paese è diviso e le ultime elezioni sono del 2014. Fuori dalla portata della mia guida, comunque.
Se la situazione politica non è lineare, non lo sono nemmeno le infrastrutture: faccio una ricerca priva di speranze di un’esim e così è, vana. Mi imbatto in un sito di una compagnia telefonica che le promette in inglese e, cliccando, mi manda su queste due pagine inaggirabili se non riesco a capire nemmeno cosa stia acquistando:

Anche la compatibilità generale delle strutture di base è bassina, per esempio mi chiedo questa cosa diavolo è?

Una presa, certo, codifica internazionale D. Mai vista. Anche il voltaggio è balengo e tocca verificarlo, 127 e 230 V, a seconda, dichiarato instabile. Vabbè, ma che problema c’è? Mica siam qui a lamentarci, più è variegato e più è bello. Ma no, ma no, io non sono qui per il bello, non son qui per fare il turista, non son qui per svago: sono qui per dare un contorno a ciò che leggo, che sento, per cui provo pena e dolore, per capire qualcosa, qualcosina di più. Son qui per capire qualcosa di più anche, se ve ne sarà occasione, delle zone coloniali e delle zone archeologiche, quelle che sarà possibile vedere o intravedere. Ma lo scopo vero del viaggio è stabilire relazioni con i contatti che abbiamo, creare canali di comunicazione e di supporto, incontrare persone che raccontino il proprio punto di vista sulla situazione attuale, critica mica poco sulla terra e in quel mare che ci sta davanti.
Se dalla Giordania, per capire qualcosa di Gaza e Israele oggi, sono tornato sconsolato e rassegnato per l’evidente impossibilità di risolvere stabilmente la situazione se non con tregue di compromesso, la cosa è chiara persino a me, posso immaginare che tornerò con lo stesso sentimento da qui, data la complessità degli interessi che si intersecano. Tornerò con qualche incubo nuovo, in più, sicuro. Però, come là, tornerò con maggiore consapevolezza del mondo che abito, un poco di più, non voglio né rifiutare ciò che è sotto i nostri occhi né, scioccamente, fare tour dell’orrore, per il piacere morboso di esserci stato o di correre qualche rischio inutile. Voglio dare un contorno, farmi spiegare direttamente, dare quel che posso in loco e tornare sapendo che, forse, qualcosa posso fare. E, magari chissà, farlo.


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ecco, adesso ho l’ansia (il prototipo del piccolo uomo)

L’editoriale di Giovanni De Mauro su Internazionale di venerdì scorso:

Mai fidarsi della prima impressione. Lo storico Timothy W. Ryback, di cui la settimana scorsa abbiamo pubblicato un articolo che raccontava i cinquantatré giorni bastati ad Adolf Hitler per rovesciare la democrazia in Germania nel 1933, torna su quel periodo per descrivere in che modo la stampa aveva parlato del dittatore nazista prima che arrivasse al potere e subito dopo. In un articolo uscito sull’Atlantic, Ryback scrive che “uno dei più grandi errori giornalistici di tutti i tempi fu commesso da una delle più grandi giornaliste di tutti i tempi. Nel dicembre del 1931 la leggendaria reporter statunitense Dorothy Thompson si assicurò un’intervista con Adolf Hitler, il cui partito nazionalsocialista era in piena crescita. ‘Ero convinta di incontrare il futuro dittatore della Germania. In meno di un minuto fui certa che non lo era. Mi ci volle un attimo per misurare la sorprendente insignificanza di quest’uomo che stava mettendo in agitazione il mondo intero’”. Nell’articolo uscito su Cosmopolitan, Thompson lo descrisse così: “È scostante e volubile, maldisposto e insicuro. È il prototipo del piccolo uomo”. La giornalista non fu l’unica a sbagliarsi. Arrivarono alle stesse conclusioni gran parte della stampa tedesca, dei corrispondenti stranieri e molti osservatori politici. Il settimanale Die Weltbühne titolò: “Adolf è l’uomo delle occasioni mancate. Nel 1932 aveva la strada spianata. È inciampato. È caduto”. Il piccolo uomo ridicolizzato da Thompson era lo stesso poi diventato cancelliere nel 1933. Scrive Ryback: “L’uomo non era cambiato, erano cambiate le circostanze. Ed era rimasto costante il legame emotivo di Hitler con i suoi sostenitori”. Vista con gli occhi di oggi, l’ascesa di Hitler sembra ineluttabile, e in un certo senso lo fu. “Ma immaginare in anticipo la serie di eventi che portò al potere una figura tanto improbabile avrebbe richiesto straordinarie doti di chiaroveggenza”.

Mi scuso con Internazionale per la ripubblicazione integrale – ho lasciato passare una settimana – ma, come detto, mi è venuta l’ansia.