minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno due. Molta Lione, toh una galleria d’arte, una volta nel 2008, due donne organizzate

Esco nemmeno tanto presto e, come spesso accade nei paesi non da noi, prima delle dieci cammino in una città morta. Trovo fortunosamente una brasserie aperta dotata di macchinetta del caffè e ordino il caffè più piccolo che sono in grado di produrre. Che è comunque un espresso quintuplo. Insieme, mi viene chiesta la certificazione sanitaria, o green pass come lo chiamiamo noi. Desolé, anticipa la ragazza al banco, io ribatto che è normale, va bene, ma intuisco anche da questo una certa resistenza al meccanismo del controllo. Infatti da oggi, il nove, in Francia è obbligatoria la certificazione, dentro, fuori, sopra, sotto. Mi è stata chiesta già ieri in albergo, al museo, e devo dire che le prime volte l’ho mostrata con un attimo di suspense, temendo non andasse. Poi tutto liscio e da oggi si esibisce anche al bar. Più tardi proverò i negozi e tutto quello che la cronaca da vicino impone.

Da sempre piacevolmente accoccolata su due colline alla confluenza di Rodano e Saona, Lione è una città che incontra i miei gusti più arditi, perché è molte cose insieme e non tutte facili. Alla città romana, la Lugdunum delle partes tres della Gallia di Cesare, si sovrappone quella rinascimentale del crocevia della produzione di sete e della libera stampa, e dico Rabelais, fino alle pagine oscurissime di Vichy e al potere economico e alla vivacità di oggi. Eh sì, perché i soldi del crédit Lyonnais sono tanti, e le industrie molte, i campionati vinti pure, le corse di TGV per Parigi più frequenti della linea di autobus – elettrico – per la periferia, la partita con Parigi sempre aperta, velò, monopattini, parchi, auditorium, spazi sociali ovunque. La stessa confluenza dei due fiumi, dieci anni fa un conglomerato di fabbriche in disuso, oggi è completamente recuperata. Certo, si potrebbe obiettare sui maxi-centri commerciali, forse anche sui diecimila metri quadri adibiti a compostaggio e riutilizzo del terreno, ma ci sono le linee del tram, il treno, un sacco di gente, il museo della confluenza e molto spazio libero. Può non piacere ma ci si muove.
Fuori dal centro tutto UNESCO e fuori dai circoloni finanziari e produttivi, la città grande e vera è un po’ il senso di tutto, dai quartieri ammodino ricchi di murales meravigliosi – Lione ne è la capitale – a quelli in cui persino le cassette postali dei condomini sono dietro una grata e la puzza di piscio è aggratis. Là dove i soldi sono tanti si allarga sempre anche la forbice, il sopra e sotto di Brecht, oggi più che altro centro e periferia, ci si salva se non si scivola oltre il mezzo. E io in fondo in fondo mica ci sono andato, servono l’auto e lo scafandro.
Perché poi la città di servizi si allarga, recupera spazi malsani, vecchia storia, ma alza anche i prezzi offrendo opportunità alle catene e a qualche giovane avventuroso che lancia un improbabile negozio di thè ricercati e biscotti fatti a mano o biciclette vintage destinati a soccombere sotto il peso dei costi fissi. E un sacco di gente si deve spostare, il caso della croix-rousse, quartierone popolare ora a diecimila euro al metro quadro, è lì da vedere. Niente di nuovo, è la gentrificazione, la galleria d’arte prende il posto del salumiere e vediamo dove arriviamo.

Alcune cose di Lione, un po’ a mente: Claudio e Caracalla, la seta, il vino, Montgolfier, Ampère, Saint-Exupery, Henri Matisse, Jean Nouvel, il meraviglioso Guignol così vicino a Pasquino, Klaus Barbie e l’Hotel Terminus, la repubblica di Vichy, i fratelli Lumière, e ovviamente Rabelais, come detto. Oh, io son mica qui a far la guida, se vi punge curiosità questi son spunti.
A Lione ci sono stato tredici anni fa, all’inizio di un altro giro ben più lungo di quello di questi giorni (qui, il ventisette, madonna come scrivevo meglio allora, ma oggi mi importa meno risultare perspicace). Ma allora, quello da cui provengo e questo, erano mondi più diversi, allora la disparità era più marcata, l’integrazione per esempio in Francia era una realtà più avanzata, il meticciato pure, oggi si nota meno la differenza, comparando realtà simili. Oggi si nota di più la parità di genere, consolidata maggiormente qui. E certo, poi la Bank of China è arrivata ovunque e ha una sede in centro che forse prima era del Crédit. In qualche modo, l’integrazione europea ha fatto passi in avanti più di quanto mi sia permesso cogliere da casa, facendo in qualche senso avanzare i paesi un pochino più arretrati e rendendo tutto più omogeneo. Non so, per dire, alcune cose che qui nel 2008 c’erano e da noi poco o niente: l’alta velocità; le piste ciclabili; i biglietti integrati dei musei; i biglietti integrati dei trasporti; le due cose insieme; i mezzi pubblici elettrici; i centri pedonali; le biciclette pubbliche; le grandi catene; le cose da asporto e i ristoranti etnici; i giardinetti per pisciare il cane; le stazioni con dentro i negozi; le casse automatiche; gli scivoli per i disabili. Bene, voglio dire, meglio, anche se ciò lascia a me oggi un po’ meno da raccontare.
Due cose del giorno. Ah, visita al museo delle belle arti ed è sempre così: se la prima sala è dedicata agli Egizi, sei foutu, è lunga. Un bell’incontro della giornata sono due donne, giovani pure, che giocano a scarabeo fuori dalla lavanderia automatica. Voglio dire, questo è affrontare le cose con piglio.

Se oggi, in giro, avessi incontrato il me di tredici anni fa gli avrei detto, certo, di fare e non fare certe cose. Amore, lavoro, soldi, carriera, contratti e incantesimi. Tanto non so se mi avrebbe ascoltato, improbabile. Però gli avrei detto una cosa importante, che non poteva sapere allora: le cose cambiano più rapidamente di quanto uno si aspetti, fino a una certa età crediamo in fondo che certe situazioni siano eterne ma non lo sono. Me del passato, goditi di più certe persone, non sarà comunque mai abbastanza.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno uno. Intoppi non intoppi, le proteste in valle, l’andamento di un paese e un carro

Esco presto, devo prendere un paio di treni per valicare le montagne e uscire dal paese. Alla reception il cinese mi offre un quasi materno: «dai, fai un po’ di colazione», dice colaziòne, torinese, indicando la macchinona del caffè, ed è un buon modo di iniziare la giornata. Ma io non ho molto tempo, devo prendere un treno velocissimo che viaggerà su una tratta lentissima perché gli abitanti di una certa valle fanno ostruzione da molti anni alla costruzione della linea veloce. Per carità, la parte di me umanista e localista approva, non sono un fan dei trafori e degli sventramenti. Ma la parte moderna e progressista che ho dentro sostiene invece lo sviluppo ragionato, la velocità nei collegamenti, l’integrazione della mobilità europea. Perché se si guarda la cartina, manca proprio quel trattino lì, strategico. E la città in cui sto andando io è bellissima e se ci fossero dei collegamenti veloci ci andrei a cadenza bisettimanale. La valle è molto bella, per carità, molto aperta e coronata da montagnotte verdi e scenografiche, non manca nemmeno il fiume al centro, sarebbe un peccato deturpare questo ambiente. Ma la superstrada già c’è, spesso su viadotto ben visibile per portare i borghesi a sciare al Sestrière, e io qui tifo treno comunque. Per i condominii a pioggia hanno già dato, la fabbrichetta qua e là pure, insomma il contesto almeno nella parte bassa della valle c’è e se poi devo dare un volto umano alla cosa, penso a Francesca Carla e d’improvviso andrei avanti con il cantiere. Ma li capisco, l’alta velocità ti sfreccia davanti e a te che stai lì non ti resta proprio niente, solo una macchia di colore e casino.

È che son tutti passati da qui, essendo una fila di valichi bassi: probabilmente Annibale, certamente Cesare e Costantino, altrettanto gli Unni, gli Ungari, persino i Saraceni, Longobardi, e giù giù passando per Carlo V e Francesco I fino a Napoleone terzo per il nostro Risorgimento. Vuoi che non si passi noi, oggi, alla velocità della luce?
Il bello di questi viaggi è che quello che normalmente sarebbe un intoppo, è un’opportunità: il treno superveloce scazza la tabella degli orari, io perdo la coincidenza e mi trovo a girare per un paesone che altrimenti non avrei mai visto: Chambéry. Capitale della Savoia fino a Torino, i principini si spostarono a malincuore, magnifica posizione, graziosa. Nel genere, eh, per qualche giorno.
Ah, giusto, la frontiera. Salgono un bel po’ di poliziotti, tutti armati, annunciano il controllo dei documenti, identità e covid, e poi confrontano distrattamente il nome sull’uno e sull’altro. Fine, niente verifica del codice del green pass. Una coppia attempata viene fatta scendere, non sono in grado di capire se sia perché non sono vaccinati o tamponati, spero sia una faccenda di droga e armi. Di sicuro, mi fanno perdere la coincidenza, i due criminali.
Poi, anche il secondo treno, un regionale che attraversa cinquanta volte quel magnifico fiume del Rodano, arriva in ritardo di quasi mezz’ora. Oh, franzosi, che succede? Dovessi trarre teoria da un paio di indizi, direi che il paese sia in declino. Vedremo, vi tengo d’occhio, mangiarane. Poi mi scappa l’occhio e leggo che sul filo di lana sempre loro ci hanno superato nel medagliere olimpico, dopo il nostro imperioso stacco. Rosicate, macaronì, allons! Vive la frans, vive le sciampàgn, adié! Sapete com’è, no? Ho visto un carro fermo ed è stato un attimo. Orvuar.
Arrivato a Lione ma questa è già storia di domani.


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minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno zero

Un dolore persistente e penetrante alla gambaculo mi suggerirebbe di non muovermi.
Questo in tempi normali. E ragionevoli. Ma siccome son tempi stracciati e la mia paura di ritrovarmi in breve alle prese con i delirii governatoreschi arancione aggravato è forte, vado lo stesso. Però da persona ragionevole e sensata quale vorrei dare l’impressione di essere, stringo un patto con il medico: uno zaino di non più di dieci chili. E moderazione nei gesti atletici. Sottoscrivo con la goccia di sangue rituale ma sto pensando solo al primo termine dell’accordo, il secondo vedremo.
Considerando che il notebook con cui scrivo le sagaci noterelle che tanto mi fanno contento pesa due chili e che la macchina fotografica con cui corredare il tutto ne pesa più di uno, il gioco è praticamente fatto. Nello zaino mi ci stanno solo un secchiello per conservare le bottiglie in fresco, due cerbottane (una lunga e una no), una piccola riproduzione della villa Medici di Velazquez con modesta cornice lignea e una scatola di Indovina chi?. C’è ancora spazio solo per il doping, stavolta necessario per affrontare il viaggio, causa il male detto. Una bella mistura fatta da due parti di antidolorifico, una di sputnik, mezza di pfizer, un goccio di 5g, due grammi di mdm, un cucchiaio di prosecco, cinque litri di sciroppo Fabbri all’amarena. L’acqua brillante conto di trovarla in giro. Assumere rigorosamente a stomaco vuoto. Tutto il resto, cambi, spazzolini e balsami, li lascio a casa. Il signore pensa a vestire gli svestiti e, spero, anche agli assenti di ricambio.
Poi ci sono le robe non mie, che già io sarei stato a posto: il green pass, cartaceo e digitale, le mascherine, il dPLF, altresì noto come PLFs, cinque o sei autocertificazioni varie a seconda del paese di transito, la connessione sempre aperta con re-open EU e viaggiaresicuri per non perdermi alcuna novità burocratica, forse scampo pure qualche tampone che comincia a fare capolino oltre la vaccinazione. Non è che uno se ne possa andare in giro con lo sguardo per aria, sereno, con una pagliuzza in bocca e una barca nel cuore, diciamo.
Vabbè l’ho fatta anche troppo lunga: io vado. Domani mattina presto valico la frontiera, se riesco, e ridiscendo di là verso tutte le avventure che riesco a pigliare.
Ma non starò affànacazzata, me chiedo di tanto in tanto? O chiedo per un amico? Può essere, caro, può essere, lo scopriremo tra qualche giorno. Sicuro.
In attesa di scoprire il vero, mi godo la serata, l’attesa della partenza e tutto lo spettacolo.

Ci vediamo di là.


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ancora Bologna, ancora il due agosto (e son quarantuno)

È di nuovo il due agosto, come scrivevo l’anno scorso molto sappiamo della strage, degli ambienti in cui maturò, di chi vi prese parte.

Oggi sappiamo qualcosa di più anche sui mandanti, sebbene sia l’ambito ancora più oscuro, e la situazione è in movimento: è di qualche giorno fa la deposizione dell’ex-moglie di Bellini che ne ha smontato l’alibi, arrivò a Rimini molto più tardi, quella mattina, e il volto che appare nel video in stazione è il suo. Quell’alibi che gli permise di uscire dal processo e che invece, ora, lo fa rientrare a pieno titolo come quinto uomo.

Si ricorda e si continua a cercare, ogni pezzo in più è un piccolo riconoscimento alla memoria dei morti, almeno si sappia come e perché, che i colpevoli paghino.
E a questo punto dovrebbero entrare in gioco gli storici, ce n’è bisogno.

e per il premio ‘supermerdona’ il vincitore è…

Ancora l’Attilio!

L’Italia, diceva poco tempo fa, non può «accettare tutti», poi purtroppo spiega anche perché. «Non possiamo perché tutti non ci stiamo, quindi dobbiamo fare delle scelte. Dobbiamo decidere se la nostra etnia, se la nostra razza bianca, se la nostra società deve continuare a esistere o se deve essere cancellata».
Era solo il 2018, che bei ricordi, chiaro che se il nero viene qui, non rompe i maroni e vince le medaglie per noi, allora va benissimo. Abbiamo vinto.