Sono senz’altro contento per i nipoti di nonno Mario, che hanno così la comodità della mappa familiare.

Ne deduciamo fosse un militare, il che permetterebbe di ridurre a soli otto milioni i nonnimarii de Roma.
Un fine settimana finalmente a un festival musicale.
Il venerdì I hate my village, magnifici dal vivo ogni volta, il sabato The comet is coming, un’ora e mezza di solidissimo concerto senza pause, eccellente. Entrambi da sentire dal vivo più che su disco, sono due esperienze parecchio diverse. Il clima interno non male, visti i green pass dentro si sta abbastanza a cuor leggero, si beve la birretta e si fanno due chiacchiere, certo ci sono i posti a sedere ma si sta fitti, fittini diciamo. Almeno da questo punto di vista un compromesso che segna un po’ di ripresa.

E ho anche scoperto perché non ho mai ascoltato Iosonouncane e perché continuerò a non farlo.
Ieri l’Algeria, ultimo paese al mondo a permetterlo, ha cessato la vendita della benzina con il piombo.

Però aveva un odore buonissimo. Certe inalate, volontarie, dal benzinaio che a pensarci oggi che nostalgia. Certo, restava il piombo nei denti e si diventava deficienti, ma che buon odore.
Ma non subito comprensibili:

Ma più ci penso e più il senso diventa chiaro.
Sarebbe bello se fosse successo per una discussione politica.

Tre anni fa la Gemäldegalerie di Dresda mandò in restauro la Donna che legge una lettera davanti alla finestra, uno dei più bei quadri di Vermeer.

Il restauro ora ci dice una cosa che sapevamo già, ovvero che dietro la parete a fianco della donna si nasconde un quadro raffigurante Cupido, e una cosa nuova, ovvero che non si tratta di un ripensamento dell’autore, come si riteneva, ma di un rimaneggiamento posteriore. Infatti, tra la pittura di Vermeer e la pittura che copre il cupido c’è della polvere, il che indica che la copertura è di molto successiva.
Ed ecco che il quadro assume tutt’un altro aspetto.

E anche la lettera, forse, che ora fa di certo pensare a una lettera d’amore.
Il cupido, tra l’altro, non suscita alcuna sorpresa, perché è presente, identico, in un quadro successivo di Vermeer, la Donna in piedi alla spinetta.

A questo punto, il pensiero che il quadro di Cupido fosse un quadro posseduto dal pittore diventa più plausibile, ancor più considerando che nell’inventario delle sue cose stilato dalla moglie si cita, appunto, un quadro di un Cupido. Tombola.
A settembre la Donna che legge una lettera davanti alla finestra sarà esposta a Dresda, nella sua nuova veste. E Dresda vale sempre un viaggio, se serviva un pretesto.
Non ho mai, MAI, sentito o letto nessuno – e di musica ne leggo e ne parlo tanto – dire quanto bravo fosse Charlie Watts e che ritmo e che groove sottratto al jazz desse alle canzoni dei Rolling Stones.

Non che non fosse vero, anzi. Ma se qualcuno ne parlava è perché toccava, parlando degli Stones, dire una cosa su tutti, come con Woods. Dovere.
Adesso no, tutti a piangere per la colossale perdita, per l’insostituibile batterista. Ma dai, santoddio, un minimo di onestà, su. Che brutta abitudine, questa.
Periferia di Minsk dal tipico sapore sovietico un po’ brutalista?


No, Pordenone in centro, sede unificata di INPS, Agenzia delle Entrate, INAIL, Ispettorato territoriale del lavoro etc. Anche di persona pareva Minsk, senza offesa.
Stando alle recensioni, nemmeno dentro è meglio.

Ultima tappa, svoltolone verso sud in direzione Monaco. Di Baviera, ovvio, l’altro è per i pettegolezzi e i film scollacciati. Le due grandi direttrici del treno per l’Italia dalla Germania sono o da Francoforte, via Basilea fino a Milano, o dal Brennero, scendendo a Verona. Entrambe hanno punti panoramici notevoli, quella a est è più breve e, per la mia esperienza, meno soggetta a rotture o ritardi. Quindi entro da lì. Ritorno.
Lunedì il dottore della gambaculo mi ha incastrato, perché ha capito che fosse per me, ciao. Quindi torno, ed è un peccato perché ora che ho preso il ritmo potrei andare avanti a gironzolare per anni. Il bilancio è ampiamente positivo, ho visto nuovi posti magnifici, Vienne, Bourges, Troyes, Reims, Nancy, Metz, Karlsruhe, Würzburg, Coburg, ne ho rivisti altri che mi piacciono molto, Lione, Strasburgo, Monaco, tutto sommato ho passato poco tempo in treno e molto a spasso. Ho camminato a ora centonovantanove chilometri in tredici giorni, certo spesso chiamando a raccolta parecchi santi, ma non male stanti le condizioni, al dottore ne dirò molti molti meno, mah, qualche chilometro al giorno.
La parte d’Europa che ho visto, la Francia orientale e la Germania sudoccidentale, è oggi alle prese con una pandemia che nessuno immaginava e che oggi, alla seconda estate, mi pare penetrata più a fondo di quanto potremmo dire. Niente feste dentro o attorno alle città, ne ho visto una sola a Metz e piuttosto tiepida, niente bancarelle in giro, tranne qualche bratwurst o libri, niente fiere, niente luna park. Pochi turisti o, meglio, nessun pullman e presumibilmente solo turismo interno o quasi, ho sempre trovato facilmente dove dormire e con grande scelta, ho sempre mangiato in posti semivuoti o quasi. Comodo, per carità. Nei centri storici ho sempre trovato persone a passeggio o in giro, nei parchi principalmente, ma nessun classico dell’estate, come gruppi a tirar tardi in piazza o sugli scalini di qualcosa o ragazzi e ragazze a far gruppone.
Appreso il meccanismo delle mascherine, dentro fuori, e ora anche quello del pass, è possibile fare molto, osservando alcune cautele. Ma anche le cose fattibili sono contingentate, ad esempio in molti musei sono ora obbligatorie le visite guidate e a gruppi molto ridotti, a volte cinque o sei persone. Non è raro vedere code, specie fuori dalle farmacie, ora più frequentate anche per i test rapidi, e quasi tutti gli alimentari ora lavorano più che altro da asporto. La relazione con gli esercenti avviene ovunque attraverso un pannello trasparente e indossando delle mascherine, per cui si tende a tagliar corto, a volte ci si sente appena.
Se anche sui mezzi pubblici ormai si è superata la pratica di vendere un biglietto ogni due, ciascuno tende a praticare il distanziamento in modo spontaneo, isolandosi, e di fatto rendendo praticamente impossibile ogni interazione casuale tra passeggeri. Difficile anche interpretare lo stato d’animo della persona che si ha seduta davanti, dai soli occhi. Ciò che una volta accadeva a ogni viaggio o quasi, iniziare una conversazione, qualche battuta, scambi di sguardi a volte, oggi è tutto azzerato. Si evita qualsiasi contatto fisico, figuriamoci i contatti occasionali di ogni genere con estranei in luoghi pubblici di passaggio.
Non ho quasi mai visto gruppi. Niente giocatori al campetto, niente gruppi di escursionisti, niente gruppi di amici a cena o tavolatone, niente piccole band a suonare per strada, niente, che so?, addii al celibato di ubriachi, niente partite al parco, niente picnic collettivi, niente concerti o spettacoli. Nuclei familiari, coppie, al massimo gruppi di tre e tutti distanziati tra di loro. Qualche suonatore di chitarra isolato per strada, più frisbee che pallone.
Se ovviamente ci metterò un minuto a smettere la mascherina e a dimenticarmene, non so quanto mi ci vorrà a recuperare il senso di intimità con gli estranei, non so nemmeno se accadrà. Già il mio era labile prima. Non so se le cose torneranno quelle di prima, nessuno lo sa, tra l’altro riflettevo sul fatto che se una volta potevo affidarmi agli incontri casuali in viaggio per incontrare persone e scambiare idee, oggi dovrei individuare e contattare prima, via rete, chi sarei intenzionato a incontrare in un determinato luogo, per stabilire prima un appuntamento. Per carità, era una pratica comune anche prima tra viaggiatori ma non era l’unica. A volte, arrivando in qualche città nuova, era sufficiente andare in alcuni luoghi di aggregazione riconosciuti, feste, luoghi specifici, persino sedi di partito, per dire, per stabilire dei contatti. In posti come la Baviera era sufficiente entrare in uno o due in un ristorante pieno che un posto al tavolo d’altri si trovava sempre. E la conversazione pure.
Oggi no, niente di questo è possibile. Avendo una casa, un divano, un TV color da ottanta pollici e sette abbonamenti streaming, la cosa si tende a sentirla di meno. Ma essendo in giro, tutto diventa più palese e concreto, il distanziamento è diventato abitudine, non so dire quanto conscia o meno. Ed è impossibile dire ora quanto ci sia, collettivamente, entrato dentro. Anche se, abbastanza ovvio, nelle grandi città è un pochino diverso, a Monaco o a Lione il distanziamento si percepisce meno, il vuoto è meno evidente, è chiaro, tutto pare più simile a prima.

Quella che ho visto è anche una delle parti più ricche d’Europa. E, per carità, nessun segno di crisi grave ma, non c’è dubbio, alcuni problemi sono evidenti da un po’ e la pandemia ne ha di certo accelerato i processi. A parte le difficoltà del comparto turistico, legate perlopiù agli ultimi due anni, i negozi chiusi, gli appartamenti sfitti o in vendita, la riconversione di ampie zone non più produttive, la scarsa mobilità sociale, la disparità sempre più marcata tra le fasce sociali, la mancanza di lavoro, l’integrazione, la crisi di un modello statale presente in tutte le fasi della vita del cittadino, insomma senza farla lunga tutte le difficoltà che colleghiamo alla crisi del 2008 esistono e sono per buona parte ancora da affrontare. Anche qui, nelle zone centrali e più avanzate dell’Europa. È però incontestabile vedere che grandi passi avanti, per quanto forse ancora insufficienti, sono stati fatti nella cura ambientale, ottimi progressi dal punto di vista della qualità diffusa della vita, del funzionamento dei servizi pubblici, anche se sempre più appaltati a privati, del recupero e della messa a disposizione del patrimonio culturale, di un benessere un po’ più diffuso, anche se sperequato.
È fuori discussione che l’Europa unita, oggi, nasce e si sviluppa dal confronto e dalla collaborazione tra Francia e Germania. Può non piacere ma è un fatto, come raccontavo qualche giorno fa si stanno sperimentando già forme di governo comune sovranazionale, il dibattito e la sperimentazione sulle energie è vivace perché su due fronti opposti, la conversione dell’industria più rapida, la politica volta più all’apertura che alla chiusura.
Mi è difficile valutare da qui la qualità del dibattito politico francese o tedesco, non ne ho i mezzi né avuto il tempo, ma è certamente più facile valutare quanto distante e intorcolato su sé stesso sia quello italiano. È innanzitutto un dibattito quotidiano e perenne, cosa sconosciuta altrove, che genera una spinta alla sovraesposizione a tutti i costi della classe politica e degli opinionisti davvero tossica e insalubre per la politica stessa, oltre che per la sanità del dibattito e degli ascoltatori. Noi stessi tendiamo a rilanciare gli argomenti, a farne discussione, a dare respiro a ciò che non dovrebbe averne. C’è poi poca distinzione tra il politico valido, l’argomento coerente su solide basi e l’intervento d’occasione per guadagnare le prime pagine, o tra il tecnico competente e l’influencer, di fatto poi tutta la discussione risulta essere senza capo né coda, inconcludente. Peraltro in modo isterico, nel senso che a un certo punto un argomento diventa centrale e urgentissimo, se ne dibatte alla morte per giorni e poi sparisce di punti in bianco dall’agenda, per non riapparire più. Ciò che pare da qui è un paese chiuso in sé stesso, preso a discutere argomenti propri, dal reddito di cittadinanza al ponte di Messina a quota 100 a masterchef, e che è poco interessato a ciò che avviene fuori e a partecipare a un dibattito più alto, più ampio. Non arriva eco, qui, di ciò che avviene in Italia, è comunemente ritenuto, a torto o ragione, un paese immobile, fermo a ciò che lo ha caratterizzato decenni fa, fatto di piccole cose. Oggi Draghi è noto per meriti europei, ma Conte, uno e due, nessuno sa chi sia né ne ricorda alcun contributo. Qui si parla molto di come affrontare l’atteggiamento della Cina nei confronti del mondo, la politica dell’investimento continuo in infrastrutture per garantirsi approdi e materie prime ovunque, da noi io ricordo una fregnaccia tremenda di Di Maio che vendeva al pubblico un accordo inesistente. Poi per carità, con tutte le lentezze e indecisioni del caso, nulla da ridire, ma qui la sensazione è di essere un pochino più al centro delle cose, per quanto un centro anch’esso periferico rispetto allo sviluppo attuale.
Finita la tirata della sociologia da sottoscala, c’è poi c’è il mistero dei telefoni, ogni volta. In quindici giorni ho sentito suonare tre volte un telefono, e una era il mio. Non solo, avrò visto cinque volte qualcuno parlare al telefono in pubblico, una volta ero sempre io, e quasi sempre all’aperto, raramente in un luogo chiuso – escono – e mai in treno o in pullman. Mistero. Hanno meno da dirsi di noi? Sono meno impegnati? Sono inconsapevoli delle urgenze? Forse non hanno i telefoni mobili? Ma anche l’uso del telefono stesso, intendo navigare o giocare o altro, in molte occasioni ero l’unico a usarlo, perché scrivevo il minidiario. In questo secondo uso, chiaramente, c’è qualche differenza generazionale, i più giovani lo usano di più. Ma per le telefonate è lo stesso. Se si vede una persona parlare al telefono camminando per strada, o è italiana o spagnola, non si scappa. Resta un buon mistero che eviterò di risolvere di fronte a una buona birra.

Sono a Monaco e vedo i primi italiani da quindici giorni a questa parte. Sì, siamo riconoscibili, anche se pensiamo di no. Ho appena visitato la Residenz, sontuosa, e domani tornerò al museo della scienza, colossale e consigliato. Ma domani è svago, niente minidiario, è l’ultimo giorno. Per cui, chiudo qui.
Grazie a chi ha avuto la pazienza e la costanza di seguirmi, grazie a chi me l’ha detto e a chi mi ha fatto i complimenti, che apprezzo di cuore, e soprattutto a chi mi ha detto di essersi almeno un po’ divertito, quello era lo scopo. Grazie a chi, pochi, ha rotto la quarta parete e ha partecipato, è una cosa che nei blog si è persa ed è un peccato, secondo me. Comunque, io sono qui, più o meno sempre, se riesco a breve riparto.
In generale, i riscontri a questo tipo di racconti sono davvero rari, e così è stato anche stavolta. Chiaramente, da parte mia c’è un po’ di rammarico, nel senso che non ricevo quasi nulla in direzione contraria, ovvero non c’è scambio, quindi che di là ci siano zero o milioni di lettori per me non cambia, da questo punto di vista. Ma è così, io mi sono divertito e, quindi, grazie a chi è arrivato fin qui, nonostante tutto.
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Ieri sera, mentre uscivo da un posto, un tizio abbastanza giovane mi ha apostrofato con un tono leggermente superiore al necessario, dicendo una cosa che io ho recepito così: “kvhnnchfk kjffdfdvnbv mask kbbbvhhgbv’. Più o meno. Io la mascherina la indossavo, uscendo da un luogo chiuso, lui no perché già all’aperto. Lì per lì non ho capito se mi stesse facendo una battuta complice sulla noia delle mascherine o se, invece, fosse un negazionista e ce l’avesse, chissà perché, con me e il mio dispositivo di protezione individuale. Mah. Gli ho fatto un mezzo sorriso (ma da dentro la mascherina, mi sono reso conto poi) e ciao.
Stamattina, ripensando al fatto che ieri alla Residenz mi hanno fatto acquistare la ffp2, ho cercato un attimo e ho scoperto, mea culpa, che in effetti in Germania è obbligatoria non solo la mascherina ma dev’essere anche una ffp2. Che io ho solo da ieri. Osservo. Nove persone su dieci ce l’hanno, sono stato in difetto finora. E se il tizio di ieri ce l’avesse con me per la mia mascherina chirurgica? Impossibile saperlo, ormai. Spero di rivederlo al fight club martedì sera.
Prendo il treno per Norimberga, scendo a Bamberga, che ha quel meraviglioso municipio affrescato sul fiume, cambio e vado in Alta Franconia, a Coburgo. Esatto, se vi dilettate di dinastie, quella.
Oggi principi senza vescovi. Cerco di farla breve ma son secoli. I Wettin sono una casata che ha governato la Sassonia per otto secoli e il loro principe elettore è spesso stato il più potente di tutti e sette. Come nel caso di Lutero, quando fu bandito dalla dieta di Augusta, fu ospitato qui, nella fortezza di famiglia per poter completare tranquillo la traduzione della Bibbia in tedesco, alla base della riforma protestante. Nemmeno l’imperatore, ed era Carlo V!, poteva mettersi contro il principe di Sassonia. O non gli conveniva, diciamo. Comunque, a metà del Cinquecento, Coburgo divenne la capitale del ducato di Sassonia-Coburgo ed è così che un ramo della famiglia, sono un milione, diventò celebre in Europa con il nome del ducato, più precisamente i Sassonia-Coburgo-Gotha. Un grande castello, una fortezza imprendibile, anche qui, e necessità di intessere relazioni ed alleanze per consolidare il potere acquisito. E così fu, con una tale abilità che elementi della famiglia divennero reali del Belgio, Leopoldo I e lo sono tutt’ora, di Bulgaria fino al 1946, principi consorti del Portogallo e imperatrice consorte del Messico e così via. Ma il vero colpo politico fu il matrimonio tra il principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha e la regina Vittoria d’Inghilterra, poi imperatrice. Erano cugini, la madre di lei era una Sassonia-Coburgo-Saalfeld, appunto. I loro nove figli furono tutti accasati in case reali europee, persino in Russia, portando i Wettin ovunque. Tant’è che, appunto, regnano ancora in Inghilterra, Belgio e Svezia, con Carlo XVI Gustavo di Svezia, figlio di Sibilla di Sassonia-Coburgo-Gotha. È nel 1919 che in Inghilterra hanno cambiato nome in Windsor, pettegolezzo, da Hannover e Sassonia-Coburgo, dopo i pessimi risultati dei tedeschi nella prima guerra mondiale. Fatto bene, visto poi.
Se a qualcuno oltre a me è capitato di vedere Victoria, la serie tv dedicata appunto alla regina Vittoria, con una brillante Jenna Coleman come regina ma con un ancora più brillante Alberto (Tom Hughes, è una serie molto ben fatta, se piace il genere, a livello di the crown), allora colui o colei sa che non solo fu un matrimonio molto felice ma anche proficuo per l’Inghilterra, perché Alberto fu un sincero innovatore entusiasta delle novità del tempo, dal treno alla libertà di stampa all’equità negli stipendi, amante dell’arte, fu promotore dell’esposizione universale di Londra del 1851, piena di innovazioni tecnologiche, tra cui il cesso. Il water closet da casa, dentro. Come il nostro. Fece il principe consorte, ruolo non facile, sopportò un certo fastidio antitedesco diffuso in Gran Bretagna e quando capì che sarebbe morto giovane, quarantenne, invitò Vittoria a non fermarsi, a continuare a innovare, a non portare il lutto e a non costruire mausolei in suo onore ma vie di comunicazione. Lei fece tutto il contrario, quarant’anni di lutto, mausolei e statue, ed ecco l’età vittoriana in tutto il suo costume lugubrino.
Uff, ce l’ho quasi fatta. Chiaro che Alberto sia la figura più rappresentata qui a Coburgo, anche il castello nell’Ottocento ha preso forme simili al gotico inglese e nella piazza davanti fu costruito un teatro che pare di essere a Londra. Io sto prendendo un cappuccione alla pasticceria principe Alberto e un po’ tutta la faccenda qui si regge sulla storia della famiglia. Collateralmente, siccome per alcuni decenni il pittore di corte del principe di Sassonia fu Lucas Cranach il vecchio, a me è capitata la buona sorte di vederne credo un’ottantina tutti in una volta sola. Bel colpo.

Coburgo è una città medio-piccola, graziosa, in una conca tra le colline boscose, è piuttosto accogliente e ha una certa consuetudine con il turismo, sebbene perlopiù interno. Infatti, e la cosa mi stupisce, l’inglese non è patrimonio diffuso, anzi, spesso faccio bella figura io il che è abbastanza raro. La visita al palazzo di Ehrenburg dei Sassonia-Coburgo, guidata in modo obbligatorio, si è svolta tutta in tedesco, e non ne sono previste in altre lingue, per cui dopo la quindicesima volta in cui ho sorriso alla guida con espressione di chi ben comprende, ho smesso e ho cominciato a guardare in giro per fatti miei, non temendo più di risultare maleducato. Un bel palazzone, imponente, con una magnifica sala barocca dei Giganti, ma diciamocelo: non bisogna guardare gli stucchi da troppo vicino o gli intarsi o i quadri, perché senza andare ai re un palazzo Colonna di Roma, dal punto di vista della perfezione delle decorazioni, è davvero molto molto distante da qui, inarrivabile. Non a caso quando qui volevano fare le cose fatte bene, tra Cinque e Settecento, chiamavano qualche italiano, la questione era, serenamente e senza rancore, impari. Poi diventò di moda lo stile Impero con Napoleone e, allora, buonanotte, chiamavano tizi da Parigi.
Sebbene non sia una buona idea per i miei arti inferiori, ascendo l’ennesima fortezza, questa ancora più inespugnabile di quella di ieri. E infatti così fu. Nel 1635, dopo cinque mesi di assedio durante la guerra dei trent’anni, il generale Guillaume de Lamboy, al comando degli assedianti, si presentò al portone con una lettera del duca di Sassonia, che ingiungeva di consegnargli la fortezza. Così fecero. Ovviamente la lettera era falsa come un de Chirico d’autore e come si dice? Ne uccide più la penna che la spada, e anche stavolta il detto disse il vero.

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