Nel 2006 la Russia donò agli Stati Uniti un ingombrante monumento, il 9/11 Tear Drop Memorial, per ricordare gli attacchi del 2001 e del 1993 al WTC di New York. L’artista, in caso ci si volesse complimentare, è Zurab Tsereteli. Il monumento fu inaugurato alla presenza di Putin e fu collocato al Military Ocean Terminal a Bayonne, New Jersey. Chi sa un minimo di New York, coglie il fatto che in New Jersey i newyorkesi ci portano principalmente la spazzatura.
Oltre alla forma, che ricorda con precisione tutt’altro, direi che il pensiero va dritto, almeno il mio, a un’altra catastrofe accaduta a Manhattan.
A Cremona, mi scappa l’occhio su una vecchia insegna. Anzi, ex-insegna.
Ma certo, la casa della Banana di Cremona, ed è un colpo ai ricordi: mi torna alla mente quel racconto breve di Giampaolo Dossena, uno dei miei prediletti di sempre, in cui riportava la memoria all’Italia coloniale che spingeva al consumo patriottico di banane, seppur straniere allora fascistissime perché provenienti dall’Impero. Quarantacinque piccole memorie, una pagina o due, ma brillanti e acute come lui sapeva magistralmente fare, pubblicate in Mangiare banane, Il Mulino, 2007. Appunto. E parlava proprio di questa, del giovane Dossena a Cremona, chissà quando è stata chiusa, chissà le banane fino a che punto hanno avuto richiamo e una casa propria, prima di soccombere agli avocado e ai nuovi tipi di banane. Perché, sapevatelo, le banane che mangiavano i nostri bisnonni erano molto più buone, più bananose, di quelle che mangiamo noi, le cavendish. Loro non le avrebbero mai mangiate, queste, roba da maiali. È che quelle di allora si sono estinte per colpa di un parassita e anche le nostre, preparatevi, lo faranno. E rimarremo senza banane per sempre. SEMPRE. Mangiatene ora, mentre ascoltate la storia raccontata bene da Kesten nel suo bel podcast.
Giusto, la rastrelliera per le biciclette a destra è al contrario, è evidente. Come poi è facile apprezzare, data la collocazione dei pali e della futura fermata dell’autobus, la pista ciclabile risulta essere quella all’esterno della carreggiata, quindi radente alle uscite di case e negozi. Specificare poi che la strada è stata interamente rifatta, marciapiedi, illuminazione, impianti, tutto, e completata pochi giorni fa, dà un sapore particolare a tutta la faccenda. Un buon gusto in bocca e nel naso. C’è forse altro da notare nell’immagine?
Ah, vabbè, altro gioco, trova le cinquecentonovemila differenze tra le immagini:
Così, per dilettarsi. (Inspiegabile, come sempre: perché perché perché fare le cose male?).
Tal Tobia Bufera scrive ieri una lettera a Repubblica:
«Negli ultimi sei anni ho lavorato quotidianamente ed esclusivamente per la stessa azienda. Ora, invece del contratto da dipendente, mi è stato chiesto di firmare un foglio in cui dichiaro di essere un fornitore esterno, rinunciando a qualsiasi diritto acquisito. Non so cosa fare: firmare e continuare a lavorare da finta partita Iva o dire basta a questo sfruttamento cercando un altro lavoro?»
Merlo, che gestisce la rubrica, risponde come dovrebbe: «Si partì con la flessibilità, che avrebbe reso moderno il mercato del lavoro, e si è arrivati ai trucchi del precariato eterno». Però Bufera, che in realtà è Fabio Butera, rivela sul proprio profilo social che il suo precariato è stato proprio a La Repubblica e che la proposta sconcia lì gli è stata fatta. Butera, infatti, è un ex videomaker precario di Repubblica.it.
Eccheccazzo, Repubblica. Sorpresi? Purtroppo no, spiace dirlo. Ma scocciati sì, eccome. Certo, l’errore è pensare che a Libero o a la Verità certe cose sia più normale farle e a Repubblica no, errore madornale, però dopo una vita a discutere con i cosiddetti qualunquisti al grido di ‘tanto son tutti uguali’ queste son cose che fan male.
Naturalmente non credo che ‘siano tutti uguali’, la mia spiegazione: è Repubblica che, ormai, con Gedi è andata di là, dai cattivoni. Le diversità esistono, eccome. Ma non più di sistema politico, destra o sinistra, bensì di condotta. Repubblica è ormai persa, con la Stampa, e non da oggi.
Al giorno due del lockdown, il governo sudcoreano inviò a ogni cittadino un pacco così fatto:
D’accordo, forse i cetrioli sono solo un pensiero cortese ma tutto il resto di essenziale c’era. Compreso, immagino, un messaggio tranquillizzante sul fatto che il governo fosse al lavoro. Penso invece alla dichiarazione di Fontana quando rese obbligatorie le mascherine in Lombardia ma, non essendovene, invitò a usare la sciarpa. La Toscana, almeno, inviò le mascherine a casa e rese l’obbligo successivo. Che distanza. Volete vivere con me fino in fondo l’umiliazione? D’accordo. Alcuni giorni dopo, ai cittadini sudcoreani arrivò un altro pacco.
Eeeeeh, beeeeeh, ma questa è propagandaaaaa. Anche lo fosse, di certo non delle più inutili. Meglio non fare troppi paragoni, sarebbero impietosi. Ricordarsene, però, quando si pensa alla Corea del sud come a un paese, mah, esotico, pittoresco, con il sopracciglio di sufficienza alzato.
E poi arriva quel magnifico momento in cui, dopo più di tremila chilometri, è ora di cambiare.
Ma cambiare per modo di dire, è solo la versione nuova. Fosse così per tante cose della vita, sai che roba? Avessi testa, gambe e cuore nuovi di trinca ancora da consumare che bello sarebbe…
Chi almeno una volta non ha parlato della madeleine [mad.lɛn] o in modo più colto della petite madeleine alludendo con il sopracciglio alzato e una leggera scossa della testa a quello là, a Proust, alla faccenda dei ricordi giovanili scatenati dal dolcetto, «Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii», alzi la mano. Nessuno, infatti. Si allude, si rimanda a quello là, ci si fa un cenno di intesa che tanto si sa di chi e cosa si parla e bon, andiamo in pace. Ma è falso, nove volte su dieci, è una cosa che si dice ma chi – per davvero – l’ha letto? Nessuno, pochi, qualcuno raro. Io ci ho provato e per poco non sono morto, cinque righe di descrizione mi son faticose, mica potevo farcela. E che noia, posso dirlo? Lo dico? Che noia. «Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo. Tocca ad esso trovare la verità». La stessa narrazione dei sentimenti e delle emozioni che fanno trasalire, signore, libera me domine. Posso dirlo di nuovo? Chebballeprust. Una delle cose che col passar del tempo sparirà, amen, qualcuno oggi lo legge? Non credo, immagino di no, forse qualche stantio programma scolastico provinciale francese? Non so. Comunque. C’è una cosa che mi interessa. La tradizione fa risalire la madeleine [mad.lɛn] alla cucina di Madeleine Paulmier, cuoca del XVIII secolo al servizio di, senti senti, Stanisław Leszczyński. Che sarebbe un nome ignoto se non lo avessi conosciuto a Nancy qualche settimana fa, l’ho raccontato qui. E siccome l’ardito polacco Leszczyński era, lo ricordo, suocero di Luigi XV di Francia, gli fece assaggiare il dolcetto che la sua cuoca a palazzo faceva e lui, il re, pare l’abbia nominato madeleine [mad.lɛn] per questo. Che soddisfazione, ora potrò e lo farò per sempre fare un cenno della testa, parlando della madeleine [mad.lɛn], e rimandare non al Proust ma al Leszczyński, alla sua storia avventurosa e, se son fortunato, raccontarla.
Tema: descrivi in due parole una sfarzosa struttura dell’Ottocento con facciata neoclassica e platea ellittica in cui vengono rappresentate le opere della grande tradizione operistica italiana.
Ragguardevole, ricco, sontuoso, quindi appropriato ma scelta curiosetta, lo standard è la descrizione del locale, per quello suona male.
facciamo 'sta cosa
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