minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 89

Alle prese da settimane con le sciocchezze, non si parla più della situazione legata al covid-19 nel mondo. E l’Iran? ci chiedevamo ieri sera sulle scale, come saranno messi? Era uno dei paesi messi peggio insieme a noi e ora nulla. Qualcosa dal Brasile ma per le sparate di Bolsonaro, gli Stati Uniti sì per la concomitanza con il caso-George Floyd e il resto del mondo poco o niente. Un po’ come al solito, devo dire, siamo piuttosto ombelicocentrici. Provvedo io, almeno un minimo. A oggi nel mondo sono stati registrati 6.366.788 casi di contagio e 383.262 decessi, complessivamente si procede con circa centomila nuovi casi al giorno. E non si pensi che la cosa sia in regresso perché il picco, finora, è stato toccato il primo giugno, quindi ora. I paesi che destano più preoccupazione, al momento, sono Brasile e Messico, che l’altro ieri hanno avuto rispettivamente 1.349 e 1.092 decessi. Gli altri paesi sudamericani paiono cavarsela non male, in particolare l’Argentina, 570 morti in tutto, la Bolivia, il Venezuela e così via. Anche in alcuni paesi asiatici il contagio è in espansione, in particolare in India e in Pakistan: di fronte a un numero relativamente basso di decessi si registrano invece dati in crescita per i contagi, diecimila al giorno in India, cinquemila in Pakistan. Entrambi i paesi hanno allentato le misure di isolamento ma le polemiche sul mancato rispetto delle norme di distanziamento sono vivaci. La Cina, il superfocolaio nell’immaginario di tutti, in realtà conta a oggi 4.645 morti, il che fa una certa impressione rispetto ai nostri 33.601, una sproporzione a nostro sfavore davvero significativa. Ma anche rispetto alla Germania, che ha avuto poco più di ottomila morti, caso particolare in Europa. Io ho sempre sostenuto, posso produrre testimonianze, che per invecchiare bisogna andare in Germania. E l’Iran? Giusto, l’Iran: dalla fine di marzo il paese faceva registrare un calo costante del numero dei nuovi contagi, da tremila circa agli 802 del due maggio; ad aprile sono state allentate le norme restrittive e nel corso di maggio si è assistito a una risalita dei contagi fino ai tremila odierni (3.574 ieri). Il problema – vediamo se la cosa suona nuova – è che la popolazione non rispetta le norme di distanziamento ma in un’economia già in crisi per le sanzioni statunitensi le pressioni sul governo perché riapra tutte le attività produttive sono molto forti. Per finire con un’amenità, in Giordania hanno celebrato un bel matrimonio con circa trecento invitati, una bella festa al chiuso con danze e torte, belle chiacchiere ai tavoli e una bella sporta di allegria, alla faccia di chi ci vuole male. Tutto bene, non fosse che il padre della sposa, e già qualche riferimento cinematografico vien fuori, era positivo e ha contagiato 76 invitati, circa un quinto dei presenti. Espansivo, non c’è che dire. I settantasette contagiati del matrimonio, a questo punto, sono il 24% di tutti i contagi in Giordania: questo l’ho fatto io, potrebbe dire qualcuno con un certo mal riposto, sfavillante, orgoglio.

Da noi, piove. Chiude l’ospedale nelle Marche (aperto il 23 maggio, durato meno di due settimane e costato 12 milioni, per fissare un paio di punti) e per Bertolaso sono due su due ma a lui non importa, perché è già in Sicilia a lavorare per la Fase 3. Auguri, l’importante è spostarsi velocemente e di continuo. Il meglio lo dice Musumeci, parlando del suo consulente nuovo di zecca: «Ha chiesto un compenso di un euro, per non far pagare alla Regione il vitto e l’alloggio ha deciso di usare la sua barca» e queste sono le puttanate che preferisco, delicati ritratti di persone generose che ti fanno risparmiare duecento euro al giorno e spendere venti milioni per ospedali inutili. Ma che importa? Oltre a vivere nella sua barca, Bertolaso profetizza: «L’estate trascorrerà tranquilla», bene, allora io vado fiducioso. Ma quali sono le tendenze make-up in tempi di pandemia?, ci si chiede. Beh, si punta sullo sguardo magnetico, a causa della mascherina, cercando di renderlo il più espressivo possibile. Ma qual è il segreto? È adattare mascara e ombretto al colore dell’iride. Ma pensa. Sempre per restare ai fatti importanti, salta fuori una notizia, riportata da tutti i giornali, di un interessamento di Conte al progetto del ponte sullo stretto di Messina. Sarei curioso di vedere l’agenda delle priorità, a questo punto, se non pensassi che c’entri davvero poco con Conte stesso. Non male, ma la mia preferita del giorno è la lettera di Zingaretti al Sole 24 Ore in cui ribadisce il proprio sostegno al Mes «senza se e senza ma» e – possibile non colga il bisticcio? – io penso subito «al Mes senza ses e senza mas». In tutto il mondo, la situazione attuale mette un po’ in crisi le leggi che proibiscono di coprirsi il volto, scopi religiosi, scopi rapina e tutto quanto può venire in mente, e la cosa crea un corto circuito di quelli che a me piacciono.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 88

Prima loro. Complice la ripresa e complice la festa della Repubblica, è tutta una gara a conquistarsi spazi di visibilità a tutti i costi e alle spalle di chi capita, dai mentecatti in corteo a Roma, opposizione mista (ancora non riesco a credere di aver sentito il discorso sulle iniezioni di mercurio e l’irradiazione del 5g), e a Milano, accozzaglia chiamata gilet arancioni, a chi in questi mesi ne ha azzeccate ben poche, vedi Sala più sotto che si fa scattare una foto veramente idiota, alle nuove stelline dello spettacolo, primari assetati di notorietà che lottano contro virologi pacati, insomma liberi tutti, le gabbie sono state aperte. A fronte di ciò, Mattarella che il 2 giugno si presenta al cimitero di Codogno si erge a una statura inimmaginabile, dato il contorno di nani bagonghi: il senso dello Stato e la rappresentazione della Repubblica, nelle proprie manifestazioni più alte, che si pongono con rispetto di fronte alle vittime e indicano la strada da seguire. Ora, io sono tutto fuor che un fan delle alte cariche e delle celebrazioni pubbliche ma stavolta devo ammettere che la presenza e il senso politico del Presidente sono stati sommi. A far da contrasto ancor di più il contesto reale, là fuori, fatto di baccano. A sottolineare ancor di più certe scelte, lo stesso giorno Mattarella ha nominato 57 nuovi cavalieri della Repubblica (l’onorificenza che viene attribuita a «uomini e donne che si sono particolarmente distinti nel servizio della comunità») tutti distintisi durante l’emergenza della pandemia. Medici, medici volontari o tornati dalla pensione, autisti, anestesisti, infermieri, operatrici del 118, operatori di vigilanza, carabinieri, alpini, cassiere del supermercato, tassisti, rider, studenti, ristoratori, addetti alle pulizie, volontari in genere, farmacisti, industriali, fotografi, cooperanti, gente che in generale ha usato la testa. E nemmeno un chiacchierone, un governatore di regione, un parlamentare assenteista, un generale, un virologo improvvisato, un runner, un panificatore casalingo, un cantante da balcone, un fascista, un complottista, uno degli «andrà tutto bene», un assessore.

Ancor più del solito, trovo sia necessario cercarsi le buone compagnie e tralasciare gli altri, che occupano giornali e social in predominanza. Le persone inutili dal punto di vista del progresso della comunità fanno molto più rumore. E ora io. Fedele alla mia funzione di servizio, ho installato «Immuni», finalmente l’app per il tracciamento. Non l’avrei fatto, penso, se non avessi questo minidiario e non avessi l’incombenza di documentare un minimo questo periodo. O forse sì, alla fine sono curioso. Comunque, installata nonostante al momento funzioni in sole quattro regioni, nelle altre, tra cui la mia, è solo in test. Vabbuò. Il primo scivolone è sull’immagine di presentazione, una mamma alla finestra con infante in braccio e un uomo, si presume il papà, che lavora al pc in smart working. Bene, nessun luogo comune, sono seguite polemiche e nuove immagini, più sbarazzine. Mai nessuno che o ci pensi al momento o, addirittura, nemmeno idei a monte questo tipo di rappresentazioni trite? No, pare di no, tocca sempre iterare all’infinito. L’app funziona così (banalizzo): attribuisce a ogni utente un codice casuale, peraltro che dovrebbe cambiare di frequente, e registra gli altri codici casuali dei telefoni con cui entra in contatto; qualora una persona si scopra positiva, con l’aiuto di un operatore sanitario può dare comunicazione in modo crittografato al server che tiene in memoria tutti i codici e attraverso quello dare una comunicazione a tutti gli utenti entrati in contatto. La cosa interessante è che grazie all’utilizzo del bluetooth l’app è in grado di valutare la qualità del contatto tra le persone – durata e distanza – e qualora le due variabili indichino l’improbabilità di un contagio (ci siamo incrociati per dieci secondi a cinque metri), tralascia la segnalazione. A parte la dichiarazione di partenza («L’app non raccoglie e non è in grado di ottenere alcun dato identificativo dell’utente, quali nome, cognome, data di nascita, indirizzo, numero di telefono o indirizzo email») per cui serve un atto di fede, l’installazione non richiede informazioni ed è rapida. Per il buon funzionamento, il bluetooth dev’essere sempre acceso ma posso dire per mia esperienza diretta che non si apprezza alcun maggior consumo di batteria (usa il Bluetooth Low Energy che consuma niente) né consumo di dati in uscita (qualche mega per i codici crittografici) né carico di utilizzo del processore del telefono. Tutto ciò è bene. Anche la comunicazione, al netto di qualche scivolone, è chiara e, cosa che mi fa piacere, garbata: «Per favore, fai la tua parte seguendo le raccomandazioni, anche se pensi di non essere contagioso». Mica poco. Naturalmente, e questo è l’aspetto generale che c’entra poco con l’app in sé, mi chiedo cosa farò se mi dovesse arrivare – e spero accada per dovere di cronaca ma non dal punto di vista personale – una notifica di aver incrociato significativamente una persona positiva al covid-19: sarò ligio, sentirò il mio medico e mi chiuderò in isolamento? Farò un po’ finta di niente e un po’ no? Disinstallerò «Immuni» e reinstallerò «PornHub»? Scherzo, non l’ho mai disinstallata.

Ora, ancor più io, perché è stata una giornata con diverse vicende personali. Non ne vorrei parlare, perché la circostanza è fonte di dolore per persone a me care e, di conseguenza, lo è anche per me, e poi credo molto nel pudore dei sentimenti e dei fatti ma lo farò al minimo e solo per raccontare ciò che di utile vi può essere in chiave di racconto di questo periodo di pandemia, sperando di non essere indelicato: sono stato a un funerale. Una persona cara di una persona a me cara. I posti in chiesa, come immaginavo, erano dimezzati, con tanto di bolloni incollati sulle panche, e tendenzialmente le persone hanno cercato di mantenere le distanze prescritte. Ciò, ovviamente, non è stato possibile in determinati momenti della funzione e ancor più al momento dei saluti di conforto, per cui è stato più forte il desiderio di stringersi le mani e ancor più, con alcuni, di abbracciarsi. E per fortuna che è stato così, sarebbe stato disumano non manifestare anche fisicamente la vicinanza e l’affetto. Al termine della funzione abbiamo pensato di stare un po’ insieme e, come penso sia giusto, fare un brindisi per celebrare la persona scomparsa, che apprezzava lo stare insieme e il bere un bicchiere in compagnia. Anche in questo caso non sempre abbiamo osservato tutte le prescrizioni ma, anche qui, direi per fortuna che non è accaduto. E, visto ciò che è accaduto nei mesi scorsi, ci si deve addirittura consolare del fatto che sia stato possibile celebrarlo, il funerale. Molti non ne hanno avuto possibilità.
In serata, rientro in autostrada e ci coglie, noi automobilisti in transito nella bergamasca, un acquazzone potente con grandine – il giorno prima pure e a Desio hanno portato via il ghiaccio con le ruspe – al punto che accostiamo in molti al ciglio della strada, meglio se sotto un cavalcavia. Poco prima di arrivare mi chiama il mio amico di pizza e mi propone, appunto, una pizza. La proposta suona strana perché non la sento da tempo, fa effetto, mi fa piacere e stasera ancor di più, dopo la giornata ho voglia di stare con le persone. Siamo tranquilli, il posto ha i tavoli all’aperto, quindi distanze e precauzioni in osservanza. Poi succede, ovvio, che appena seduti il temporale di prima ci raggiunge e ci tocca sederci dentro. Per cui: a parte la temperatura all’entrata, il gel e i camerieri con le mascherine, dentro è tutto esattamente come al solito. Uguale. Come uguale è il piacere di mangiare insieme, di raccontarsi com’è andata, di assaggiare la prima pizza da febbraio, di provare a vivere normalmente. Se sarà una cazzata, vedremo, godiamoci il momento.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 87

A ciascuno il suo. A Berlino, travestendola da manifestazione di protesta – in Germania hanno talmente paura che sono tutte autorizzate in nome della libertà di espressione – fanno una megafesta in acqua, nel Landwehrkanal, tremila persone tutte ravvicinate e senza mascherina. Noi non saremo mica da meno. A Roma, travestendola da flash mob e manifestazioni silenziosa, fanno una megafesta in via del Corso, ennemila persone tutte ravvicinate e senza mascherina. Ora, Signore, lo so che ti ignoro per tutto il tempo ma ti chiedo un favore uno solo: manda il contagio a chi sai tu, uno solo. Io poi per riconoscenza mi faccio chierichetto, giuro. Beh, se ne contagi due è un supersballo, ma non oso chiedere tanto. Uno, dai. Uno. Bello forte, non mortale ma bello forte. Il momento del corteo romano che mi dà un brivido caldo è quando cantano tutti insieme «Siam pronti alla morte» e tutto assume per me un sapore particolare. Il corteo è tutto pieno di schifezze, da Salvini alla Meloni a Tajani alla Bernini ai fascisti a gente raccattata dall’universo del disagio a gente che crede alle scie del 5g, quando però il tizio dice: «Se la sinistra era in piazza il 25 aprile, perché noi no?» mi girano per davvero le palle, stronzo maledetto. Noi eravamo a casa e indovina perché. Mi riprendo. Bene, festone a Berlino e a Roma. Differenze? Beh, là è una stronzata fatta da gente per il gusto di trasgredire, qui è una stronzata fatta dagli esponenti dell’opposizione parlamentare. Ma per lo stesso gusto. Differenze? Beh, mmm, là hanno un tracciamento serio e noi no. Come noi no? Abbiamo «Immuni», l’app è tornata e si può installare. Quindi, pari. Beh, se proprio bisogna dirla tutta, «Immuni» funziona solo in quattro regioni, nelle altre è per sport. E che regioni: Liguria, Puglia, Abruzzo e Marche. Come test, poi si vedrà. Nel frattempo, la Sicilia si è fatta la propria, si chiama «Sicilia sicura» (o «Sicilia si cura», a piacimento) e servirà per il tracciamento dei turisti. Giusto, ognun per sé. Facile pronostico di qualche tempo fa (giorno 75): poche installazioni, niente tracciamento. Ma importa farlo, non che funzioni. Lo so, avevo promesso che non mi sarei occupato di stupidaggini della politica ma sono loro che scendono in piazza – peraltro contro la legge, l’ultimo DPCM vieta gli assembramenti o no? – e si ravvicinano incautamente proprio il giorno della Repubblica, invece di festeggiare la cacciata dei Savoia.

Ma come ci dobbiamo nutrire dopo gli eccessi del lockdown? Avete panificato, eh? Vi siete lievitati, eh? Risponde la nutrizionista Manuela Mapelli: «Sì a pasta e gelato ma evitate i cibi invisibili». La manna? Il nettare degli Dei? L’energia solare? Sì, caro, esci, ma attento ai cibi invisibili, specie nei vicoli bui. Signore (e due!) guarda giù. Un casino perché la Grecia ha detto che non ammetterà gli italiani, allora noi siamo andati a piangere all’Unione Europea (toh, quando fa comodo) e loro hanno detto che ci prenderanno negli aeroporti di Atene e Salonicco ma se l’aereo proviene da una delle aree «ad alto rischio» (indovinello? Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto) i passeggeri saranno sottoposti a un test all’arrivo. Io spero sia di cultura generale, la mitologia la so poco, mi confondo. A proposito di mitologia, essa ci insegna che gli eroi piacciono per un po’, se fanno quello che devono e poi si ritirano in buon ordine, ma se restano troppo a lungo poi stufano. E se non capiscono, tocca farli fuori gettandoli nel baratro. E così è ancora oggi: gli eroi, gli angeli, i nostri angeli, i medici e gli infermieri, eroi. Occhei, bravissimi, ma dal Dl Rilancio è sparita la norma per stabilizzare molti medici e infermieri precari. È un avvertimento, andare o al prossimo giro vi facciamo fuori. Oggi in Italia è la festa della Repubblica e nel resto del mondo, istituito da poco, è il «Blackout Tuesday»: in sostegno alle proteste per la morte di George Floyd le foto dei profili e dei post dei social vengono oscurate da un tondo nero o come ognun preferisce. Spotify, per una volta, fa una cosa encomiabile e aggiunge a ogni compilation di oggi una traccia silente lunga 8 minuti e 46 secondi, il tempo che il ginocchio del poliziotto Chauvin è stato sul collo di Floyd. Pochi capiranno ma tanto son sempre pochi a capire, qua. Io niente da segnalare di particolare, giornata all’aperto tentando di ignorare quegli stronzi in corteo a Roma.

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E da marzo siamo arrivati a giugno. Alla faccia, se ’sto virus e ’sta pandemia sono un’invenzione, una congiura, come alcuni sostengono (e non sono solo Napoleoni che vagano nei corridori di edifici abbandonati) allora sciapò, davvero ben riuscita. I dati comunicati oggi, che possiamo considerare immaginari se vale la considerazione precedente – e anche secondo molti altri ragionamenti – dicono che i casi in Lombardia di nuovi contagiati sono cinquanta, cifra bassissima che permette alla Liguria, per un giorno, di essere in testa alla speciale classifica. È pur vero, spiegano i tecnici dei test virologici e della gestione della pandemia, non tutti laureati e non tutti specialisti, che è stato fatto un numero molto esiguo di tamponi. Amen, qui l’unico dato oggettivo è l’ingombro negli ospedali e, per il momento, tutto pare andare bene. Segnalo la progressiva comparsa dell’utilizzo del verbo «tamponare» nel senso di effettuare tamponi, qualora ci si riferisca a sé allora accade di «essere o venire tamponati». Senz’altro. Amici medici e infermieri cominciano a essere ricollocati nei reparti di provenienza, con loro giustificato sollievo, ma non per questo avranno un contratto, turni e un comparto-sanità migliore. Almeno questa è l’impressione attuale. In attesa del 3 giugno, ovvero di capire cosa sarà permesso fare e cosa no, hanno riaperto le palestre e le piscine, con difficoltà immaginabili a partire dagli spogliatoi e dalla sanificazione degli attrezzi, in Liguria hanno autorizzato persone non conviventi a dormire nella stessa stanza d’albergo (oddio, dormire, così a naso pare una concessione per altri settori di attività), le Regioni fanno un po’ come gli pare, ognuna per sé o quasi, come per esempio la Lombardia per la quale i test virologici sono per via privata e a pagamento ma si ha il vantaggio di avere i risultati tutti per sé, senza segnalazione automatica al servizio sanitario. Così si decide in autonomia se considerarsi contagioso oppure no. Pago, pretendo. La Lombardia è l’Eldorado dell’autodeterminazione ma senza responsabilità, dato che viene incoraggiata con vigore dall’autorità del momento, sia sindaco o governatore o ras del quartierino.

Ripartono anche alcuni campionati, il calcio su tutti come sempre, e in Ungheria hanno fatto bella mostra di sé i tifosi distanziati sugli spalti ma ancora più bella mostra di sé ha fatto il Liverpool, i cui giocatori si sono inginocchiati nel gesto di sostegno alla causa di George Floyd, ucciso dalla polizia americana. Non a caso, l’inno della squadra è «You’ll never walk alone». Il fatto che il calcio sia indifferente da noi non vuol dire che lo sia dappertutto. Mi ha fatto molto ridere, riso amaro, sapere da Aranzulla – il più grande divulgatore informatico italiano, se non sapete come collegare un pc alla corrente lui ha fatto una guida apposita, meritoria – che le pagine del suo sito più consultate dagli italiani in quarantena sono state quelle relative a come inviare una mail. Benissimo, a posto. Ma come sarà l’eleganza-uomo del dopo lockdown? Perché la domanda si fa sempre più pressante. «Non ama gli sprechi» spiega il direttore creativo di un marchio di moda che non ho mai sentito, «Bastano tre capi per vestirsi bene». Ma pensa, chi l’avrebbe detto, prima? Io finora ce l’ho fatta con sei, ma con un buon allenamento arriverò anch’io a tre. Ma attenzione, avverte: «Dopo la quarantena senza il digital non si va da nessuna parte». Ocio.

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Rivedo un amico che avevo visto poco prima della chiusura e anche questa è riapertura. Ci aggiorniamo sulle reciproche condizioni, su quanto fatto, su quanto non fatto, su come sia andata complessivamente, anche se ci siamo sentiti telefonicamente man mano, ma di persona è davvero un’altra cosa, dirsi le cose a voce ha più significato e, di conseguenza, l’aggiornamento vale di più. Capita, quando in questi giorni rivedo persone care dopo più di due mesi, di misurare su di loro il grado di prudenza che mettono in atto e di valutare i loro comportamenti. Non è un giudizio, mi rendo conto che serve a me per ritarare la mia prudenza e i miei comportamenti, per registrarli in modo più restrittivo o per allentare un po’ di più. Alla fine moduliamo i nostri comportamenti sulle persone di cui ci fidiamo, se succede qualcosa e la persona che abbiamo di fronte non è per nulla in agitazione la reazione sarà simile. Diverso è vedere l’agitazione negli occhi di coloro che abbiamo intorno. Nel caso del mio amico ciò non vale: ci rivediamo, mi dicevo, e sulla base delle distanze che terrà lui io mi adeguerò, ma il mio amico è infermiere e quindi intriso di quel fatalismo tipico di chi lavora nella sanità per cui tiene poco le distanze e non ha comportamenti particolarmente prudenti. Ma non vale per me, non posso prendere le misure su di lui, anche se poi inevitabilmente si finisce per tenere le distanze del meno prudente. A un certo punto mi dà una pacca sulla spalla e io mi rendo conto che è il primo contatto fisico da più di due mesi, non che la cosa mi procuri sensazioni particolari ma mi colpisce rilevarlo.

Come già scrivevo, le procedure per ricevere un cliente in ufficio sono talmente macchinose, temperatura, guanti, mascherine, modulistica, pulizia, contropulizia di maniglie, porte, tavoli, sedie, di offrire il caffè manco a parlarne, che viene voglia di riceverli in un parcheggio o in un campo. Lo stesso per le persone che conosco e con cui parlo: il commercialista ha una sedia fuori dallo studio sulla quale si lasciano le carte da consegnare; con l’assicuratore si fa tutto via mail o app e per la firma ci vediamo per strada; con i colleghi nessuno si sogna nemmeno di proporre di vedersi di persona; in banca solo per pratiche importanti e su appuntamento, altrimenti facciamo a voce, spesso contravvenendo alle regole che prima di marzo erano tassative. Allora era possibile farlo in modo più semplice, mistagoghi. Al supermercato, invece, hanno abolito il dipendente con in mano il termometro a infrarossi e hanno installato una specie di autovelox fisso davanti al quale si può passare in fila e in marcia, senza fermarsi. Più veloci, che chi parla di covid è perduto.

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E niente, è tornato il predominio della politica. La commissione di inchiesta della Regione Lombardia sulla gestione della vicenda covid-19 si terrà a porte chiuse e gli atti saranno secretati, in linea con gli ultimi tre mesi, perfetto. La procura di Bergamo ha convocato Fontana e Gallera (riporto la battuta di Gianmarco Bachi: «come persone poco informate sui fatti», bravo come sempre) e pare abbia concordato con la linea per cui la zona rossa in val Brembana spettava al governo. Pare. Allora Conte dichiara che si riaprirà tutto, tanto basta un solo infetto a creare un focolaio e poi la linea della fermezza in questo momento non riscuote alcun successo. Perché i medici hanno rotto i coglioni, i nostri angeli, i nostri eroi, adesso che dicono che sarebbe meglio non riaprire. E basta, avete avuto le vostre copertine, i titoli, adesso che volete? La sanità lombarda è il risultato di un processo fortemente voluto da molte parti, non tornerà indietro e non cambierà. A Milano un truppone di ritardati scende in piazza, gilet arancioni e camicie nere più gente dei forconi, sostenendo che «il coronavirus non esiste, è solo un disegno politico», senz’altro. Basta vedere le prossime date delle loro manifestazioni per individuare i prossimi focolai. Negli Stati Uniti è stato ucciso un uomo, George Floyd, dalla polizia, per otto minuti con un ginocchio sulla gola, l’autopsia dice che no, non è stato per quello, era cardiopatico. Come Cucchi, certo. Indovinare il colore della pelle. Proteste in tutti gli USA, il presidente dice sciocchezze su twitter e la piattaforma per la prima volta prende una posizione. Ma solo perché c’è la campagna elettorale. Il peggior commento in Italia è di quello stronzo conclamato di Diego Fusaro, non lo riporto. Ricomincerà pure il campionato. E allora io mi dico che non ha senso che io stia qui a riportare tutto ciò nel minidiario, esistono i giornali, i blog di commento e analisi politica, hanno tutti qualcosa da dire e io, francamente, no, non ne ho voglia. Io volevo tenere un diario di un periodo nuovo e irripetibile, per tenerne memoria ogni giorno per il me del futuro, e per condividere con chi ne avesse voglia ciò che stavamo vivendo, non voglio ora che diventi un diario per le mossucce di Renzi, per i commenti di Fusaro, per Sandra Milo che si incatena a Palazzo Chigi, per Bonomi che critica il governo, per il governo che risponde a Bonomi, per Salvini che posta le cassette di musica degli anni Ottanta, per la Meloni che posta non so che pupazzetto, per un primario del San Raffaele che entra a gamba tesa e sostiene che qualcuno sta terrorizzando ingiustamente il paese, per i sindaci che si ergono a sceriffetti anti-movida, insomma: mi tiro indietro. Non facevo un blog di politica minima e miserabile prima, non comincerò ora.

Non smetterò il minidiario, sia chiaro, ma non lo infarcirò di tutte le sciocchezze che sento in questi giorni. Non le seguirò nemmeno, non ne ho voglia. Proseguirò, come promesso, fino alla riapertura delle frontiere nazionali, cioè alla fine «dei giorni di reclusione causa cojonivirus», come da titolo programmatico. Non sarà facile perché ormai il covid-19 è alle spalle, i dati vengono riportati in seconda pagina, l’attenzione è solo alle ultime riaperture, il clima è piuttosto rilassato anche riguardo i comportamenti collettivi, c’è anche una certa insofferenza a riparlare del periodo appena trascorso («concluso», per molti), molte persone che conosco si stanno anche trasferendo, giustamente, nelle seconde case al lago o in montagna, per passare l’estate in altro modo. Se succederà un casino, ci penseremo, e pure io farò un altro minidiario. Ora lo concluderò ma cominciano a mancare gli argomenti, in sostanza le nostre vite non sono tornate alla normalità, ne manca parecchio, ma abbiamo anche recuperato molto, ci muoviamo, lavoriamo, incontriamo clienti e amici, qualcuno prende aperitivi serenamente, qualcuno si incazza per questo, molti portano le mascherine ma sono troppo vicini o non portano le mascherine ma stanno lontani, alcuni né uno né l’altro, in alcune regioni non ci sono contagi da giorni in altre, una in particolare, sì ma importa poco. Il peso della Lombardia è tale che non si può lasciarla chiusa, punto e basta. Discutibile? Sì, probabile. Azzardato? Lo vedremo. Adesso si parla di elezioni, di nuovi governi, di scalate a Mediobanca, delle scuole e delle riaperture, del nuovo album di Britney Spears e a me ne è sempre fregato poco (di Britney no, la stimo potissima, è la mia guida spirituale da quando disse: «Io sono a favore della pena di morte. Chiunque commetta un crimine orrendo deve ricevere una punizione adeguata. Cosí la volta dopo impara»), non ne parlavo prima, non ne parlerò ora (dell’Azzolina, di Britney sempre). Di tutte queste cose ne resterà memoria negli archivi dei giornali, delle riviste, della rete, dei parlamenti, non è compito mio. Il mio compito, da sempre, è fare quel cavolo che mi va. E così farò. Sia chiaro, rispettando e onorando gli impegni presi ottantaquattro giorni fa. E continuando a ridermela degli arcobaleni, degli unicorni e degli «Andrà tutto bene».

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 83

Oggi scartoffie. Dopo quasi tre mesi di oblio, di proroghe per ogni tipo di scadenza – fiscale, amministrativa, qualsiasi – oggi mi è toccato ricominciare. È ripresa anche questa, d’altra parte, o «Fase 2» come l’abbiamo chiamata finora. Ho costruito, nell’arco di questi ottanta giorni, una bella piletta di carte, man mano che arrivavano o che le trovavo, depositandole lì in nome del poi. E lo stesso con le mail, etichettate per poterle ritrovare in ordine e via, in un angolo. E senza leggerle. Le telefonate che accompagnavano le scartoffie, invece, sono andate sparendo da sole, a fianco del lockdown che prendeva piede in modo inversamente proporzionale. Devo dire che è stata una delle cose positive di questo periodo: potersi occupare di sé, degli altri, dedicarsi alle spese alimentari, sì, ma davvero a poco altro. Ed è pur vero che di soldi ne sono entrati pochini, per non dire quasi niente, ma ne sono usciti anche meno, rispetto al solito. Unica spesa costante, l’affitto e le utenze, il resto tutto rimandato. Mi ero concesso solo la revisione e il cambio delle gomme dell’auto e della motoscurreggia ma era solo per cogliere l’occasione di andare in giro, non per le cosa in sé. Non male. Non male no. Nel frattempo, la piletta di carte ha raggiunto il proprio massimo statico e ne ha generata un’altra ma io, saldo, indifferente. Se persino le scadenze delle patenti sono state proprogate, perché mi devo agitare? Le mail accatastate hanno raggiunto la tripla cifra e io niente, avanti col minidiario e il cosare di testa. Poi arriva la «Fase 2», il 4 e poi il 18 maggio e io a pensare ai viaggi che farò, a dove è concesso andare, mica alla piletta. Alle pilette, anzi. Poi, da questo lunedì, qualcosa è successo: sono ripartiti gli altri. Io non ancora ma loro sì. C’è voluta una settimana dal 18, immagino per mettersi a norma, cominciare a rodare, mettere i séparée tra le scrivanie, infilare i guanti, compilare i moduli, ma poi sono tornati. Salve, ha visto la mail? Non abbiamo ricevuto… Lei sa quando potrà liberare… Ci darebbe una data? È in scadenza… Merda, se ne sono accorti. Posso far finta di niente? No abla, no entiende. Nono, il mio nome è Aieie Brazorf. Non credo, non per molto. D’altronde, vuoi la libertà? Allora questo è uno dei prezzi, le scartoffie. In carcere sei tranquillo, da questo punto di vista. Certo, hai una miriade di altri problemi dalla sveglia alla luce che si spegne, ma questo no. E allora sia: scartoffie, via col contest.

Prendo la piletta per le corna, comincio dall’alto e cerco di essere inesorabile. Ma al secondo documento è già chiaro: sono rallentato. Ho perso l’allenamento. E non ricordo assolutamente nulla. Ah sì, c’era una cosa che dovevo fare, mi pare, ma. No. Bene, sarà dura ma da qualche parte bisogna ricominciare, è come rifarsi gli addominali dopo anni di disinteresse, le prime volte sono da spasmo. Poi di solito si molla, lo so, ma io ce la farò. Avanti con gli addominali, e il fiato, della burocrazia, dei documenti e delle scadenze. In ordine di urgenza: IMU e TASI. D’accordo. Faccio il punto, c’era una variazione, la ricordo, poi abbiamo fatto un cambiamento, bene, poi ci sono le posizioni di persone a me vicine che comunque seguo io, d’accordo, le metto in fila. Non ricordo alcune cose ma il commercialista c’è per quello. Lo chiamo, è un amico, ci siamo anche sentiti nel periodo di clausura ma per raccontarci gli stati d’animo, non per le incombenze. Parliamo qualche minuto, è rallentato anche lui, lo siamo in due, non ricordiamo nulla di quello che c’eravamo detti. Ottimo. Ridiamo. Seconda scadenza: dichiarazioni dei redditi. In fila: fatture, spese sanitarie per detrazioni, erogazioni liberali, servono le certificazioni, poi le detrazioni per lavori, poi l’affitto, poi gli accessi al sito dell’Agenzia, il cassetto fiscale, i contributi, i contributi dei dipendenti, c’era una lettera del condominio, mi pare, qualcosa del genere, otto, cinque, due per mille. Richiamo il mio amico, ridiamo di più. Dobbiamo rodare, eccome. Rimettiamo in fila almeno alcuni principi generali, questo è da pagare, questo no. Almeno. Vado avanti da solo. I bolli delle auto, giusto. La risposta al notaio. Il trasloco dei mobili, era per la fine di aprile. E le nuove ante delle finestre, ordinate e pagate, chissà se hanno ripreso. E l’abbonamento al basket? E i cinque voli aerei che mi sono saltati in questo periodo? E i biglietti dei concerti? Perché va detto, a soldi incassati tutti zitti, eh? Io non ho emesso nemmeno una fattura da febbraio, dovrei farlo, meglio che ne parli, prima. Le spese condominiali! Caz… Presto, un riepilogo. E dovevo fare una radiografia, senza fretta mi aveva detto il medico, per forza caro. Si potranno fare, ora? Dalla piletta escono ricevute delle farmacie, bollettini MAV e bollettini normali, atti notarili, certificazioni bancarie, la modulistica di acquisto dei BTP del covid, un successo, saldi da pagare, affitti, F24, autocertificazioni e la pianto qui perché potrei andare avanti per molto. Le pilette adesso sono diventate un tappeto, ricoprono metà casa, raggruppate per tipo. Perché per un’invasione serve avere prima un piano dettagliato e io l’avrò, perdio, l’avrò. Come avrò degli addominali formidabili. Grazie a dio è venerdì.

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Eccola là: uno studio indipendente, effettuato dalla Fondazione Gimbe, non solo «dimostra che la curva del contagio non è adeguatamente sotto controllo in Lombardia, Liguria e Piemonte», e questo in qualche maniera è stato detto da più parti, ma sostiene con chiarezza che la Regione Lombardia fornisce «dati aggiustati per evitare nuove chiusure», il tutto in modo convincente, devo dire. Non voglio e non vorrei dire che l’avevo detto, perché sarebbe falso, ma quando il 22 maggio (giorno 76) ho assistito in diretta al crollo dell’indice di contagio da 1 a 0,51 (scrivevo: «il ministro Speranza annuncia di voler bloccare i trasferimenti tra regioni con diversi gradi di rischio, non sbagliato, e in due ore l’indice di contagio Rt della regione Lombardia crolla a 0,5 e il rischio si abbassa da medio a basso. Vualà») devo dire che l’impressione decisa di un abbattimento forzato ce l’ho avuta. Ma non basta. Perché sembra che non basti mai, da mesi a questa parte: lunedì, tre giorni fa, l’ATS di Milano, Sistema Socio-sanitario di Regione Lombardia, ha inviato a un numero ignoto di persone un SMS di tal fattura: «ATS Milano. Gentile Sig/Sig.ra lei risulta contatto di caso di Coronavirus. Le raccomandiamo di rimanere isolato al suo domicilio, limitare il contatto con i conviventi e misurare la febbre ogni giorno». Già l’errore in sé ma per non lasciare i propri assistiti senza divertimento per rettificare ci ha messo ventiquattro ore («Agli interessati è stato inviato un ulteriore SMS di rettifica nella giornata di martedì 26/05»). Roba da denuncia, prima lo schioppone, poi ore per pensare a chi potesse essere il contagiante, poi a chiedersi se quel raspino in gola fosse già un sintomo galoppante, poi preoccuparsi per i conviventi, i congiunti e gli amici, poi a chiedersi come organizzare la quarantena in senso stretto, come fare con il lavoro, magari, o altro, poi a chiedersi dov’è finito il termometro, passarci su una bella notte pensando ai casi di trapianto di polmoni perché devastati dal covid-19 e il giorno dopo: «Ci scusiamo per il disagio». Ma io vengo lì con un dilatatore rettale incandescente, altro che disagio. Si esige una pena proporzionata all’errore e al disagio, direi pubblica impalazione in mezzo all’A4, barriera di Agrate. Ormai è un’iperbole continua, ogni cazzata offusca la precedente e alza l’asticella verso vette ritenute irraggiungibili da qualsiasi regione non lombarda del mondo.

Oggi è l’anniversario dello scoppio della bomba in piazza della Loggia a Brescia, 28 maggio 1974. Solitamente ci si trova in piazza prima delle 10:12, ora in cui la piazza si azzittisce e dei rintocchi, uno per ogni vittima, segnano il momento dello scoppio. Poi riprende la cerimonia di deposizione delle corone e dei discorsi di circostanza. Oggi no, la piazza è chiusa ed è concesso entrare solo alle delegazioni, tre persone per ciascuna. Brutto modo, questo, per evitare assembramenti: domenica a Torino per le frecce tricolori nulla è stato fatto in questo senso, in qualsiasi centro commerciale riescono a mantenere un numero costante e accettabile di persone all’interno, una esce l’altra entra, qui in una piazza abbastanza grande no, bisogna star fuori. Brutto modo. Ma siccome a me e ai miei amici che erano in piazza con me, T. e C., i brutti modi non piacciono, siamo entrati lo stesso. Perché oggi facciamo memoria di persona, se avessimo dovuto farla a distanza, come peraltro tutto il resto dell’anno, saremmo rimasti a casa. Perché poi in giornate così è bene stare insieme, più tardi siamo andati a prendere un aperitivo in una piazza del centro, in tre con due tavolini abbastanza distanti, delle tristi patatine ancora nel sacchetto ma il sole, la brezza, lo stare insieme all’aperto, le chiacchiere sono tutte cose talmente belle, piacevoli e da troppo assenti che hanno oscurato tutto il resto. Le abbiamo assaporate, con calma.

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Un aspetto di cui si parla poco – in realtà sono più aspetti, eterogenei – è ciò che questa situazione limite, la pandemia, la reclusione, la chiusura, determina. Se è bene organizzare la memoria, da un lato, raccogliendo i materiali che caratterizzano questo periodo (mascherine, disinfettanti, guanti, tute, respiratori, manifesti, fotografie, avvisi eccetera. vedi 30 aprile), dall’altro bisognerebbe anche prendere in considerazione gli aspetti, personali e collettivi, che sono stati investiti e messi sotto pressione dal lockdown, dalla malattia, dalla distanza dalle altre persone: una situazione estrema, per molti versi paradossale, come quella che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, esercita una spinta formidabile in tutte le direzioni e preme, preme, preme fino a disarticolare condizioni già traballanti e rende più complessi contesti già di per sé difficili. Penso, per esempio, alle violenze domestiche (semplifico riferendomi solo a quelle degli uomini sulle donne, la gran parte), donne già vittime di abusi o percosse da parte dei mariti e compagni che si sono trovate recluse – in questo caso il termine è ancora più denso di significato – in casa con il loro aguzzino. Oltre alla difficoltà della convivenza, l’impossibilità di chiedere e ricevere aiuto, di denunciare, di prendere le distanze. Non a caso, in questi mesi le denunce sono crollate, è difficile fare una telefonata ai carabinieri o alla polizia in queste condizioni e il rischio di essere scoperti è molto alto. So che sono stati attivati dei protocolli di sicurezza per cui è possibile chiamare una farmacia qualsiasi e chiedere «una mascherina 1522», sarà poi il farmacista ad attivarsi per avvisare chi di dovere. Ma è un passo difficile in un quadro normale di cose, figuriamoci ora o nelle settimane scorse. Dall’inizio della pandemia, la media è stata un femminicidio alla settimana che è un dato persino inferiore alla media normale. Anche le violenze psicologiche hanno avuto la loro parte, è difficile immaginare un contesto peggiore da questo punto di vista di una reclusione forzata. Un’amica, arrivata finalmente al passo di lasciare il marito e andare a vivere con i bambini da un’altra parte, si è trovata imprigionata in casa a cose già fatte, mancava solo il trasferimento, in circostanze ancor più difficili di prima. Senza arrivare a situazioni così drammatiche, la casistica legata alle abitazioni è poi varia: c’è chi aveva deciso di cambiare casa e si è trovato a metà del guado, con due affitti da pagare e un trasloco fatto solo in parte, né di qua né di là; chi, come me, si è trovato rinchiuso in una casa che doveva essere di transizione con solo due paia di mutande, un libro e poco più per quasi tre mesi (iddiobenedicaicomputer), niente di grave; chi ha dovuto optare per soluzioni intermedie pur di dare un qualche tipo di compagnia ai figli unici; chi è rientrato precipitosamente in Italia pur di trascorrere vicino ai genitori anziani un periodo che si preannunciava, ed è stato, difficoltoso, mettendo in conto di non tornare per parecchio. Un’altra situazione limite messa a dura prova dalle condizioni imposte dalla pandemia è quella dei malati di qualsiasi patologia non covid-19: nell’arco di pochissime settimane si sono trovati abbandonati. Gli ospedali sono stati rapidamente convertiti, tutti i reparti non fondamentali sono stati chiusi o riadattati, tutti gli appuntamenti annullati (non spostati, annullati), i medici riallocati, i controlli sospesi. La scala delle priorità è stata riformulata e chi non fosse contagiato o ferito al punto da richiedere la terapia intensiva è stato parcheggiato in attesa di tempi migliori. A dire il vero, anche i malati di covid-19 non gravi hanno sperimentato l’abbandono, visto che nei casi più fortunati hanno ricevuto assistenza telefonica dal medico di base e basta, il resto ai familiari, ammesso che ce ne fossero. Mi riferisco ai pazienti con patologie serie, che richiedono controlli serrati, soprattutto agli oncologici, che si sono trovati all’improvviso al di fuori di quei protocolli che, invece, servono così tanto a gestire la malattia dal punto di vista medico e psicologico. Saltati tutti i controlli, le visite, e pure le terapie in molti casi. E quando si parla di chemioterapie, per esempio, il frangente è davvero difficoltoso, perché oltre al dato di sé della mancanza della terapia si porta dietro incertezza e insicurezza spaventose. Per non parlare, poi, di tutti coloro che a casa ci sono morti, di malattia, di vecchiaia, di entrambi, senza avere l’assistenza piena che avrebbero meritato, circondati solo dall’affetto dei propri cari nelle situazioni più felici. Ammesso che la situazione negli ospedali vada migliorando, ci vorrà molto tempo per tornare alla normalità delle cose, anche per un giusto timore prudenziale di smantellare le strutture senza essere certi che vi possa essere una seconda ondata di contagio. A un’amica che doveva fare una risonanza urgente, tre settimane fa, è stato detto non solo che la cosa sarebbe andata per le lunghe ma che era del tutto impossibile ipotizzare una data, essendo saltati anche i calendari e, in certi casi, i reparti stessi in cui fare gli esami. Buona parte delle visite, oggi, si fanno fuori dagli ospedali, che sono considerati, ancor più del solito, luoghi malsani per tutti coloro che non sono contagiati dal covid-19.

Il New York Times è uscito con una copertina che sarà ricordata: sei colonne di brevi necrologi per segnare il raggiungimento dei centomila morti negli Stati Uniti. È stata una scelta voluta, per mettere un punto e creare un’immagine che si fissi nella memoria collettiva. La stampa americana, meritevole, ha questa consuetudine da decenni, penso per esempio alla copertina tutta nera di Spiegelman per il New Yorker dopo l’attentato alle torri gemelle, ma se ne potrebbero citare decine di casi. In questo caso, oltre alla memoria, il segnale è per il loro presidente megalomane che, come un Fontana in scala, continua a ripetere di aver gestito al meglio tutta la situazione. I fatti dicono ovviamente un’altra cosa. In Italia, invece, in cinque aree non si sono verificati nuovi casi positivi (Marche, Umbria, Valle d’Aosta, Basilicata e Bolzano) mentre in nove regioni non ci sono state vittime. Infine, per restare alle polemiche sugli assembramenti, a Milano e in altre città sono state emesse ordinanze che vietano l’asporto degli alcolici, che limitano gli orari e che impongono la sedia per consumare l’aperitivo. Invece di prendere provvedimenti per alcune zone delle città che da sempre danno questo tipo di problemi, come dicevo l’altro ieri, per esempio il Gianicolo a Roma, o piazzale Michelangelo a Firenze, colpiscono indistintamente e vengono a rompere le palle a me, con la mia birretta all’aperto in una via periferica a distanza di mezzo chilometro da chiunque altro. Va bene, gaudeamus anche di questo.

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Cominciamo con l’amenità del giorno che ben aiuta a intuire i prossimi sviluppi politici della gestione della pandemia in Lombardia: Italia viva, che è Renzi per chi non è avvezzo, in Giunta per le immunità del Senato non ha votato alla richiesta dei magistrati siciliani di rinviare a giudizio Salvini per la faccenda Open Arms, dando il proprio contributo a respingere la mozione. La motivazione ha un che di opinabile, «Salvini non era il solo responsabile», ma tant’è, non è nemmeno l’aspetto peggiore. Prontamente, Lega e Forza Italia ringraziano votando come presidente della Commissione di inchiesta che dovrà far luce (ahah) su eventuali responsabilità politiche nella gestione dell’emergenza coronavirus in Lombardia tal Patrizia Baffi. Ora l’indovinello: di che partito sarà mai la Baffi? Esatto. Nota già al pubblico per essersi astenuta al voto di sfiducia contro l’assessore Gallera, si è espressa pubblicamente in favore di Fontana più volte, ne riporto una. Ex-PD, ora renziana, ha lavorato pure in una RSA come amministrativa – ma la cosa non avrà alcun esito – e considerando l’affetto e la fiducia manifestate per Fontana e Gallera, sommando il fatto che è eletta dalla Regione in una commissione con i voti della maggioranza, Lega e FI, posso pronosticare senza grandi incertezze un sereno avvenire per i due dementi criminali alla guida della Regione e per il partito. Nel solco della tradizione come piace ai lombardi, già affezionati protettori di Formigoni, compromesso solo alla fine, quando non c’erano più né santi né protettori. Sciocco io a pensare che quindicimila morti sarebbero stati un motivo sufficiente per cercare giustizia.

(Niels Christian Vilmann/Ritzau Scanpix via AP)

Quanto dovrà durare, mi chiedevo, questo minidiario? Ovvero, quali fatti decreteranno la fine della situazione che mi ha spinto a iniziare a scriverlo (dando ovviamente per scontato che l’attuale trend di miglioramento prosegua)? Perché siamo all’ottantesimo giorno e, tolti i primi cinque in cui non ho scritto, siamo a settantacinque giorni filati, o quasi. Non credo di aver mai fatto una cosa per settantacinque giorni, a parte esistere, sono più di tre Tour de France consecutivi, per dire la costanza. La spinta iniziale è stata il pensiero di dover documentare una situazione inedita e inimmaginabile da chiunque di noi, i cui sviluppi erano davvero difficili da ipotizzare ai primi di marzo, e di ricordarne le diverse fasi, perché non era difficile comprendere che ce ne saremmo rapidamente dimenticati. Se mi dovessi attenere al fatto scatenante, e di conseguenza al titolo di questo minidiario, teoricamente dovrei smettere al termine dei «giorni di reclusione» in senso ampio, direi a libertà di circolazione ristabilite. La stessa numerazione dei giorni è a partire all’istituzione della zona rossa in Lombardia, quando i confini furono chiusi e noi dentro, insieme. Potrebbe essere il 3 giugno, quindi, o più probabilmente come da più parti si suggerisce, due settimane dopo. Perché, mi faccio due conti, se la costante del minidiario fosse la pandemia, starei fresco: sei mesi? un anno? due? Chi lo sa quando smetteremo la mascherina definitivamente. Tutti, intendo, perché alcuni già l’hanno fatto, direi. Sì, il fatto potrebbe essere la fine della reclusione, a possibilità riacquisita di andare, che so?, in Norvegia, per dire una possibilità del tutto teorica. In fin dei conti, i dottori e gli infermieri cubani sono tornati ieri a casa, i russi e gli albanesi sono già andati, possiamo dire che la fase acuta è, per ora, alle spalle. Questo naturalmente non significa che non ne parlerò anche dopo, significa solo che – ripeto: se le cose vanno come dovrebbero andare – passerò a una narrazione diversa. E non escluderei che del minidiario ve ne sia un’edizione autunnale, magari ampliata e approfondita, stiamo a vedere. Spero di no, chiaramente, spero di fare il minidiario del fanculolalombardia, io vado in Norvegia. Per dire, che poi magari è Chioggia.

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