In questo momento di Iran, Gaza, Ucraina, medio oriente tutto, faccio mio ancora una volta di più ciò che disse Er Bibbitaro ormai quasi dieci anni fa:
Non esistono stranieri. Semo tutti soli come cani a vive un’esperienza piena de dolore che culminerà inevitabilmente co la morte e poi un atroce boh. Questo dovrebbe bastà a campá leggeri, avecce empatia, solidarietà, ma voi no: nazioni, governi, muri, pistole. Branco de cojoni.
Non c’è bibbia o talmud o manuale delle giovani marmotte che mi possa dire di più, in attesa dell’atroce boh.
Mantova è bella, mica devo dirlo io. E ha un sacco di cose da vedere, esistono le guide per quello. E un sacco di posti per mangiare bene e maialesco, arrangiatevi, si trovano facile. Tra le tante cose, e probabilmente almeno un’altra delle mie non-guide servirà oltre a quella sulla Favorita, quel che vorrei suggerire qui è un mini-itinerario mantegnesco, per cogliere due cose che da sole valgono il viaggio. Servirebbero, però, due parole su Mantegna prima di andare in giro e siccome servirebbero, facciamole: allievo del mio pittore prediletto del Quattrocento, lo Squarcione, pittore padovano che prediligo per il nome irresistibile, che altro?, Mantegna dopo aver fatto scuola e opere splendide tra Padova e Verona arrivò a Mantova come pittore di corte, diventando in breve l’artista più pagato del periodo. Il valore non si discute, basti ricordare il suo ‘Cristo’, quello visto dai piedi che ha cambiato le regole della visuale, il resto ai manuali d’arte. Si impegnò in tecniche e materiali diversi, dall’olio all’affresco, alle incisioni e alle sculture, si presuppone, andò a Roma a studiare arte classica come si addiceva, fu anche architetto e da persona sveglia qual era apprese molto dalle altre personalità in quel periodo presenti a Mantova, Leon Battista Alberti su tutti, LBA per noi amici.
Tra le opere più note e complesse di Mantegna, la ‘Camera degli sposi’, dicitura moderna impropria per l’allora ‘Camera picta’, una camera da letto di rappresentanza e studio, è una stanza del Castello di San Giorgio nella quale nel corso di più di trenta metri e un soffitto il grande pittore racconta numerose storie, di diletto del committente, Ludovico III Gonzaga detto ‘il Turco’: sulla parete nord, la ‘Corte di Ludovico Gonzaga’, su quella ovest, l’‘Incontro tra Ludovico e Francesco Gonzaga’, a sud varie lunette con ghirlande e stemma Gonzaga, a est lunette con ghirlande e imprese Gonzaga, sul soffitto, ‘Oculo, ghirlanda, busti dei Cesari e scene mitologiche’. Di tutto questo ricorderete, come tutti, la nana. Che vi ha guardato dritti, dentro.
Noi no, non siamo qui per questo. La grandezza di Mantegna e della sua pittura classicista è tutta lì da vedere ma a me interessa il genio, il colpo di genio, e Mantegna ne ha da vendere. Come altri, ritenne di inserire un proprio autoritratto nel ciclo pittorico, poteva ben farlo in modo tradizionale: un personaggio di secondo piano, sullo sfondo, che guardi dritto l’osservatore, ce ne sono molti. Lui no, si ritrasse con una piccola faccina nascosta ma che, una volta scorta, diventerà impossibile non fissare e ricordare ben prima della nana. Vorrei non dire dove si trovi e vorrei lasciare al visitatore l’onere di trovarla ma non mi trattengo dal mostrarla, eccola qua:
Magnifica. E autoironica, segno di grandezza d’animo. Dove sia, trovatela da voi, anche se così è molto più facile. Per correttezza, dovrei dire che questo volto si suppone sia l’autoritratto del pittore, non essendovene testimonianza scritta – curiosamente Vasari non vide la Camera – e mancando ritratti affidabili da confrontare ma per me, modestamente, è di tale chiarezza e corrispondente al tipo che è impossibile non pensare sia suo.
Secondo colpo mantegnesco. I Gonzaga tenevano ai propri artisti e ne raccolsero parecchi di altissimo profilo alla corte, Mantegna appunto, LBA, Baldassarre Castiglione, Giulio Romano, sovvenzionandoli con merito. Artisti residenti, li chiameremmo oggi, e così era: a ciascuno vennero date delle case di propria scelta, Giulio Romano per esempio scelse un bel palazzotto classicheggiante che sistemò a suo gusto. Posso dirlo? Niente di che, deludente, per quel che sapeva fare. Sontuosetto, niente di più. Niente genio. Mantegna no, Mantegna scelse la via virtuosa, una residenza più piccola ma perfetta, più che apta, armonicamente impeccabile: un quadrato elevato a parallelepipedo con all’interno un cilindro e, sopra questo, un’apertura al cielo quadrata. Con sezioni auree dappertutto, si dubitava?
Inarrivabile. La classicità unita all’umanesimo e al rinascimento, utilizzando – si badi che non è poco – materiali poveri, mattoni, formelle di terracotta, qualche soglia di marmo ma poca roba. Impossibile non essere più buoni, lì dentro, impossibile non avere buoni pensieri, impossibile non cercare di migliorarsi a fronte di tanta armonia e compostezza. Avrebbe potuto avere tutto, palazzi pieni di putti e ninfei, torri lanciate verso il cielo, residenze con centouno fontane e invece no, scelse di avere la casa perfetta.
Ma non aveva fatto i conti, anche lui, con le cose del mondo: troppo bella la casa, nel 1502 i Gonzaga gliela portarono via per farne una dépendance del vicino palazzo di San Sebastiano che, beffa, aveva al salone superiore i ‘Trionfi di Cesare’ proprio di Mantegna. Maledizione. Gli toccò passare gli ultimi quattro anni della sua vita, anni funestati da difficoltà economiche pressanti e da una visione sempre più malinconica del suo ruolo di artista, da qualche parte a Mantova. Albrecht Dürer, in quel momento a Venezia e che aveva l’intenzione di recarsi proprio a Mantova a conoscere lo stimato maestro, alla notizia della di lui morte disse di aver avuto: «il più grande dolore della mia vita». E un po’ ci dispiace anche qui, eccome.
Milano, Giambellino, ero andato per vedere dove stava il Cerutti, Cerutti Gino, e sono incappato in una scritta sul muro che è un atto sublime: scrivere sul muro è per sua natura un modo per attrarre attenzione e invitare a non farne, di attenzione, è gesto surreale. Il ‘me’ è poi così splendidamente impersonale da far pensare alla scritta in sé, ma non propendo, o all’autore, il che è ancor meglio: come badare a un ignoto e pure assente?
E io sto qui a scriverne, disgraziato, invece di non badare a lui. Però, scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono e lui, lo sfuggente, lo sa eccome, visto che ha reso esplicito un controsenso dell’attenzione. Da adesso non baderemo più a te, promesso. Anche se ho il sospetto che non è ciò che vuoi, caro il mio muralista.
Stile Etsy, sì. Scherzo, non le ho fatte io, le ho fatte facili qui con base Operstreetmap, bravo lo sviluppatore. Sono ottimizzate per il web, te pareva, se da stampare vanno schiarite, consiglio.
Un pezzo sufficientemente classico, con l’orchestra come si deve, il balletto e tutto quanto: Léo Delibes, ‘Sylvia’, in particolare l’Atto 3: No. 14, Marche et cortège de Bacchus.
In quel movimento, che si può sentire qui, già dal trentunesimo secondo per chi era adolescente negli anni Ottanta c’è un passaggio che richiama immediatamente tutt’altra cosa, una sigla. Non lo dico, la cosa è nota, chi vuole provi e sarà un tuffo al cuore. La soluzione è questa, dal secondo venticinque. Grandissimo arrangiamento. A me piace anche la versione supercafona e quella punjabi. La cosa più terrificante di tutte era il titolo spagnolo.
Nelle occasionali e mai poco soddisfacenti peregrinazioni per la pianura padana, un giorno siamo capitati al Castello di Paderna, nel piacentino. Conosciuto fin dalla menzione della tabula alimentaria traianea (l’avevo vista qui eoni fa), è un solido rettangoloide ben orientato con fossato a filo, in gergo molto tecnico si chiamano ‘edifici a ricetto’.
Non si può entrare o, comunque, non lo possiamo noi al momento del passaggio, è proprietà privata e i proprietari gestiscono una fattoria didattica e orti sensibili al momento chiusi. Curioso, guardo sempre i campanelli per vedere chi abiti in residenze del genere, aspettandomi i Pallavicini Borghese Massimo Viendalmare e trovando purtroppo sempre gli ‘A’, ‘B’ e i ‘Custode’. Stavolta no, stavolta è chiaro e diretto:
Neanche la Dama, solo il Castello. Messa così, bastava battere l’anellone sul portone, mica tutti quei campanelli.
Sono difficilini per tutti, sarà che c’è anche il neutro e soprattutto i casi: sono gli articoli in tedesco. Per carità, il congiuntivo è infinitamente peggio, comunque anche loro danno un po’ di filo da torcere. Il genitivo neutro? Basta, grazie a questo preciso e compassionevole scrittore di muri, andare in quella certa strada di Berlino, consultare la giusta casella tra ascisse e ordinate, tornare all’interlocutore e vualà, il gioco è fatto. Che ci vuole?
Scrivere sui muri è arte sopraffina e dovrebbero farlo solamente coloro che sanno ciò che scrivono e lui, l’articolista, lo sa eccome, visto che non ha scelto la via del messaggio ma quella del servizio pubblico, io direi senza dubbio più meritevole. Grazie, Mann, der Artikel schreibt. Tutti gli altri, eunt domus.
Caffè non la bevanda, caffè il posto dove lo si beve. Orbene, il migliore di sempre per la mia esperienza è stato il Copperbox Coffee di Glasgow, eccolo in tutto il suo splendore:
Intanto è in ‘low emission zone’ e già sarebbe molto. Ian, il simpatico gestore, ha acquistato chissà come, forse occupato?, uno stabbiotto della polizia e ne ha fatto un caffè con tutte le sue cose giuste: Speciality Coffee, Luxury Hot Chocolate, Batch Brew, Herbal Tea e poi anche qualche bevanda, biscotti, i locali Tunnock’s dolci e con la bella stagione anche un tavolino con due sedie. Per ovvie ragioni vicino alla zona di passaggio, impossibile non fermarmi. Il dentro è suo, ci sta a malapena lui con qualche macchinetta e arnese tutto organizzato al decimetro. Dopo due chiacchiere, non ho avuto il coraggio di chiedergli una foto a viso aperto e gliel’ho fatta di sfroso e di sguincio, questa sopra. Ian e il suo caffè poliziottesco stanno al 2 di Cathedral Square a Glasgow, nel senso che dopo pochi metri si può visitare la cattedrale di San Mungo – lo so, viene anche a me da fare il pirla ogni volta ma sto zitto – e da lì il clamoroso cimitero monumentale vittoriano di Glasgow, la Glasgow Necropolis. C’è tutto l’armamentario romantico: la collina sulla città, l’erba rigogliosa, le tombe sontuose e quelle crollate, i vialetti fangosi senza ordine, il ponte dei sospiri e, come sempre accade, i sepolcri dicono molto del posto, ricchi armatori più di tutto in città, gente che fece fortuna con la rivoluzione industriale, indimenticabili mogli e figlie morte forse a sedici anni di tubercolosi o scarlattina ma con quante virtù, militari e ammiraglioni, infine il teologo scozzese Knox. Come si dice in città: «Glasgow è un po’ come Nashville: non si occupa più di tanto dei vivi, ma i morti li cura davvero». Scendendo dalla necropoli, c’è proprio sotto la fabbrica della Tennent’s, che sta lì a far la birra dal 1556 e se qualcuno lo desidera può venir via con un’autobotte di lager. Il marchio promosse un festival musicale, il ‘T in the Park’, dal 1994 al 2017. Faccio un esempio. Prima sera del 2002 sul palco principale in ordine inverso: Oasis, Primal Scream, Gomez, No Doubt, Starsailor, The Dandy Warhols, The Polyphonic Spree, Proud Mary e poi l’a-me-ignoto DJ Arthur Baker; sui palchi secondari, alla rinfusa: Badly Drawn Boy, Morcheeba, Basement Jaxx, Idlewild, Joe Strummer & The Mescaleros, The Coral, Groove Armada. Credo ci siamo capiti. Seconda sera: The Chemical Brothers, Foo Fighters, Green Day, The Hives, Jimmy Eat World, Mull Historical Society, Beverley Knight e l’ancora ignoto DJ Arthur Baker. E sui secondari: The Beta Band, Mercury Rev, Sonic Youth, Air, Orbital. Ma bisogna essere onesti e dirla tutta: anche certi Marco & Gaetano, va’ a sapere.
Ozzy come quell’Ozzy, di casa in città, il toro meccanico steampunk troneggiava in qualche piazza di Birmingham per i giochi del Commonwealth del 2022; poi, non credo sulle sue gambe ma chissà, si è accasato nella stazione nuova e principale, vero mostro in una buca nel centro e, da allora, se ne sta lì fermo, occhieggiando e ruotando il testone ogni tanto, come si vede da circa metà video.
Fifty-nine seconds of anything, whether or not it has any intrinsic meaning and something to immortalize. Preferably with the smallest means possible.
Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più apatica dello spazio liminale, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.
Questo sito utilizza dei cookies, anche di terze parti, ma non traccia niente di nessuno. Continuando la navigazione accetti la policy sui cookies. In caso contrario, è meglio se lasciamo perdere e ci vediamo nella vita reale. OccheiRifiutaCookies e privacy policy
Privacy & Cookies Policy
Privacy Overview
This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.