la fabbrica del duomo di M…

Colonia.
Il duomo di Colonia è una delle meraviglie del gotico. E del neogotico, perché tra il 1248, il propizio ferragosto, e il 1880, anno di inaugurazione, molti gotici sono passati sotto i ponti. Smessi i lavori a metà del Cinquecento, solo con il revival del medioevo nell’Ottocento la cattedrale incontrò l’interesse della cittadinanza e i lavori ripresero nel 1842. Peraltro, per dire dell’interesse popolare, solo in parte lo stato prussiano finanziò i nuovi lavori, il resto fu raccolto con sottoscrizioni pubbliche.
Qui sotto una foto del 1855, a lavori ripresi, e il particolare interessante è la gru su una delle torri campanarie della facciata, a sinistra, perché pare proprio dalla forma e dalla struttura una vera e propria, integra, gru medievale.

La gru è rappresentata in alcuni dipinti, ad esempio l’arrivo di sant’Orsola a Colonia del 1489, sul reliquiario di Hans Memling (anche nel martirio):

O la veduta di Colonia di Sebastian Münster a metà del Cinquecento:

O, ancora, la veduta del 1660 di Jan van der Heyden (ne metto un particolare):

Nel 1870, i lavori erano molto più avanzati.

Noi per riferirci a un lavoro senza fine citiamo la costruzione del duomo di Milano, altrettanto lunga, loro quello di Colonia. Una volta finita, ne è valsa la pena: è un edificio colossale, le torri superano i 157 metri, la volta è una delle più grandi e delle più alte mai costruite dall’architettura gotica, il complesso è impressionante. Salirci a piedi la mattina presto è una delle esperienze che sono molto contento di aver fatto, la vista da lassù è notevole, con la città e il Reno appena sotto. Più volte colpita dai bombardamenti alleati, Colonia fu praticamente rasa al suolo, tuttavia per fortuna non collassò. Qui un video delle prime riparazioni dopo la guerra.
A tutt’oggi è l’edificio religioso con la facciata più grande del mondo, e se ne percepisce la portata. Eccone una mia foto.

La su su su in cima, oltre i 157 metri, le torri hanno due guglie, floreali. Si vedono a guardar bene. Una di esse è una copia, l’originale è giù, precipitato nella piazza davanti, a testimonianza delle dimensioni: la sola guglia sono nove metri. Eccola.

Ed è solo il pistolino in cima, mica male, nanetti.

per far accadere le cose bisogna stare in giro e contemplare con pazienza

Alcuni giorni fa accompagno un amico all’aeroporto. Perché la giornata non sia buttata, per quanto belli siano gli aeroporti e buoni i cappuccini, vado a vedere un posto non troppo lontano, nella bergamasca, che mi ero segnato sulla mia mappa delle cose da vedere.
Sono tre chiese, per sommi capi, che costituiscono un piccolo, rilevante e abbastanza particolare nucleo di costruzioni romaniche a poca distanza l’una dall’altra. Ci si può andare a piedi ma bisogna un po’ volerlo, perché tocca attraversare statalone sulle quali i furgoncini bianchi dell’artigianato locale sfrecciano insensibili al contesto e attraversare vigneti un po’ a caso. Ma ne è valsa la pena.
I luoghi sono tre, uno eccezionale – rotonda di san Tomè – e due notevoli, San Giorgio in Lemine e Madonna del Castello, li rappresento qui sotto.

Madonna del Castello è più grande perché è lì che poi succede la cosa che mi ha divertito. Siccome è chiusa, io ho finito il mio giro e si sta benone al sole autunnale, mi siedo fuori e contemplo. Dopo poco arriva un signore, settantacinque anni almeno, barba straripante dalla mascherina fatta di stoffa raccattata, mi gira attorno un paio di volte e poi mi apostrofa: turista?, sì, diciamo, la vuol sapere la storia? Eccerto, io le voglio sapere tutte, le storie. Mi racconti.

Son nato qui di fianco, conosco tutto qui. Ottimo, allora. La chiesa è molto molto antica, lo intuisco, ma non è questa, ce n’è una più piccola dietro, che poi è rimasta sotto. Certo, accade spesso, una sopra l’altra in un perenne ampliamento. La chiesa dietro è stata costruita, ci pensa un momento, nel quattrocento. Pausa. Avanti cristo. Epperdio, è il caso di dire, avete qui il record mondiale di antichità di chiesa, oserei dire un caso di eccezionale premonizione, lo guardo interrogativo. Dopo cristo, eh? dice. Eheh.
Poi è arrivata la regina, prosegue. Regina? Passo in rassegna mentalmente ciò che so, per nulla. Che regina? chiedo. Eeeh, la regina, Ostrubotti, Vandalsivi… ehm, la regina. D’accordo, non son qui per piantar grane. E insomma, la regina abitava in quella casa lì a fianco e poi ha costruito il ponte, quello qui a valle, enorme. Undici arcate. Accaspita, per dove si va al ponte, che lo vorrei di certo vedere? Scendo di qua? Eh no, il ponte non c’è più da molto tempo. Ah, che peccato. L’han distrutto i vichinghi. Ommerda, i vichinghi? Maledetti bastardi.

I vichinghi non bastano. Arriva una donna, cinquant’anni suppergiù, vorrebbe attaccare una locandina alla porta della chiesa. Per me, faccia. Ha bisogno di una mano per staccare le puntine dalla bacheca, l’attacchiamo ed è l’annuncio di una maratona di preghiera. Dodici ore di fila, dice. Pregare è importante. Noi annuiamo. Cominciamo venerdì sera alle nove. Senz’altro. Sapete quante volte sono stata a Medjugorje? Nove. Fa il gesto con le dita e noi facciamo le facce da ellamadoi. Il signore si sente defraudato del suo ruolo di guida e interviene: la chiesa è molto antica, ribadisce, e io faccio immagini di padre Pio a punto croce. Patapum, ha calato gli assi. Lei risponde pronta: io sono figlia di uno scultore. Pausa. Di arte sacra.
Lui non si fa intimorire, estrae il telefono e comincia a cercare le foto dei suoi padripii, osti ’sti telefoni, mentre lui cerca lei approfitta della pausa e va a prendere in auto altre locandine da lasciarci, lui trova una foto sola, gliela mostra: ma no lo sfondo nero, dice lei, ma dietro è bianco, ribatte lui, io indietreggio lentamente sorridendo.

Vanno avanti parecchio, poi vanno all’auto di lui e ne estrae dei fogli, forse qualche pittura estemporanea, e io resto al sole autunnale a guardarli divertito, perché adoro la provincia quando non ci vivo e adoro le avventure, anche quelle piccoline come questa. Ma bisogna far sì che accadano, le cose, bisogna stare lì, aspettare, magari chiedere, provare. Una chiesa chiusa, antichissima, un po’ di sole, un giorno di stanca, i vichinghi, la regina, un po’ di pazienza e magari tutto si combina al meglio, come stavolta. Ne ho un bel ricordo, volendo se ne potrebbe fare un racconto di viaggio alla Rumiz, a me è piaciuto raccontarlo come è avvenuto, con tanto di foto dei due astanti.
Avrò perso qualcosa in sensazione, certo, ma c’era già sufficiente sostanza per non dover enfatizzare nulla. Grazie, signore nato accanto alla chiesa e sì, anche a te, maratoneta della preghiera senza mascherina, è stato divertente.

un’intatta, strepitosa, elegantissima…

Edicola liberty.

Si trova a Mantova, la piazza però ve la dovete trovare da voi, basti dire che è una delle più belle della città, anche se meno nota di altre. Alle spalle ha un magnifico palazzo dal grande passato e di fronte una bella chiesina sporgente sulla piazza che contribuisce a creare un angolo di città davvero gradevole.
L’edicola talvolta si nota poco ma è una vera rarità, di quell’epoca e così conservata.

una freccia volò nel cielo prima dei faraoni

Il 19 settembre 1991 due coniugi tedeschi, Helmut and Erika Simon, trovarono il corpo di quell’uomo che oggi chiamiamo Ötzi.

Non avevo mai visto la fotografia del corpo in loco – impressionante pensare a quell’uomo ferito, forse in fuga, che si sdraia e muore, come lo è vederlo – mentre una visita al museo archeologico dell’Alto Adige l’ho fatta e la consiglio senz’altro.
Naturalmente la persona con la giacca rosa, i pantaloni viola, la fascia azzurrina e una corposa barba non si chiama Erika ma Hans, Hans Kammerlander. L’altro è Reinhold Messner, entrambi accorsi sul luogo del ritrovamento (vero che era settembre ma erano pur sempre oltre tremila metri di altitudine e per loro era cosa da tuta e scarpe da ginnastica, chiaro).

«Ötzi è il corpo umano più esaminato che il mondo abbia mai visto» ha detto il patologo tedesco Oliver Peschel e oggi siamo in grado di dire molto su quell’uomo vissuto cinquemila, cinquemila!, anni fa. Per esempio, era mancino, aveva il 38 di piede, «gli occhi – che si trovano ancora conservati al loro posto nelle orbite – erano marroni, era intollerante al lattosio, il suo gruppo sanguigno era lo 0 positivo, aveva alcuni denti cariati, era affetto dalla malattia di Lyme e soffriva di dolori alle ginocchia, alla schiena e alle anche. A un certo punto della sua vita si ruppe alcune costole e il naso». Durante l’ultimo pasto mangiò farro, cervo e stambecco. Ah, importante: aveva quarantacinque anni quando morì.
Oltre alle sue caratteristiche personali, sappiamo che Ötzi fu assassinato. Quale fu il ruolo di un oggetto da taglio che lo ferì alcuni giorni prima a una mano o della freccia che lo colpì pochi minuti prima della morte, se sbattè la testa cadendo o, invece, fu finito per terra, resta terreno di congetture. Come capire se fosse in fuga oppure no.

Sapere chi fosse, cosa stesse facendo, come sia morto, non è curiosità morbosa. È il modo che abbiamo per sapere di più su noi stessi, come specie e come unione di persone, umanità, un modo non solo scientifico ma anche abbastanza poetico e romantico, ritengo, di prendersi cura, alla fine, di uno di noi, che aveva fame, paura, un sacco di dolori, e che provava a scamparla nel modo migliore possibile.

laccanzone del giorno: The Cardigans, ‘I need some fine wine and you, you need to be nicer’

C’è stato un periodo in cui i Cardigans non sbagliavano un colpo: a partire dalla ripetitiva Lovefool, quindi il disco First Band on the Moon, poi un botto con Gran Turismo, disco bellissimo e una pietra miliare dei Novanta, e i singoloni My Favourite Game ed Erase/Rewind che, al tempo, erano in heavy rotation ovunque. Per non parlare dei video, uno più bello dell’altro, da quello censurato di My Favourite Game, con la pietra alla fine, i cinque dico cinque finali e quella buffa macchia del finto tatuaggio sul sedile, alla stessa Erase/Rewind, girato in una stanza che si fa sempre più minuscola, un classico della fantascienza d’avventura. Ma, come dicevo, non ne sbagliavano una, la cover di Burning Down the House con Tom Jones, per dirne un’altra. Poi la pausa, con il progetto solista di Nina Persson, e i due dischi successivi a buona distanza, meno considerati ma non per questo troppo inferiori. Dall’ultimo disco, questo singolo è notevole e trascinante con un ottimo arrangiamento tipico dei Cardigans, in cui garrisce la chitarra interrotta da pause ricorrenti. Il testo è sufficientemente ambiguo per essere adattabile a una relazione di dominazione tra una donna e un uomo, anche una relazione più piana e giocosa, oppure un cane, e il video, buffo come molti dei Cardigans – lei che comincia a far girare vorticosamente il microfono alla fine è uno spasso – riprende e lascia irrisolto il dubbio.

Se negli anni Novanta Nina Persson mi avesse detto di andare a guidare una tribù di Ubanji nel deserto, probabilmente l’avrei fatto. Forse anche oggi, a ben pensarci, dopo del buon vino e qualche altra concessione. Resta un gruppo strepitoso, secondo me, segnato più nel male da Lovefool che nel bene, come tutti i grandissimi successi poi ha oscurato il resto della produzione. A ogni modo, è uno dei cinque gruppi per cui partirei per luoghi improbabili pur di vederli, se facessero un altro tùr. Per cui ci vediamo a Helsingør, giugno prossimo. Tanto lo so che poi non viene nessuno.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

la goduria della geografia e lo strabiliante senso delle mappe (in questo caso Europa)

C’è in giro un signore che fa delle mappe eccezionali, rappresentando la densità della popolazione in 3d. Ogni quadrato rappresenta una parte di territorio di 50×50 chilometri e ogni colonna è la popolazione in un chilometro quadrato.

È un attimo ed è tutto chiaro. Questo è lo scopo di una mappa efficace, rendere fruibile un dato in un colpo d’occhio o quasi. Per un appassionato del tema come me, poi, è una vera goduria e ciò che provo è ben rappresentato da un concetto diffuso in rete: map porn. Esatto, il trasporto è abbastanza quello.
Cose che colpiscono di questa mappa: la Francia, a parte Parigi e Lione, è impressionante, ha una popolazione diffusa in modo omogeneo e distribuito, pare quasi disabitata non fosse per una colonnina qua e là; altrettanto interessante la densità di Paesi bassi e Belgio che si salda alla dorsale della Ruhr e lungo il corso del Reno, la quantità di persone in uno spazio così ristretto è davvero ingente; niente di nuovo ma è notevole la rappresentazione grafica della distribuzione della popolazione italiana che segue in sostanza le coste e le zone pianeggianti, in cui spicca, dietro alle colonne di Roma e Napoli, la Puglia; abbastanza insospettato, almeno in queste proporzioni, il dato nel nord Africa sul Mediterraneo, uno pensa che tra Algeri, Tunisi e Tripoli ci sia poco e, invece, è densamente abitata; anche l’Inghilterra, infine, colpisce per quantità e addensamento. Bellissima.
Uno sguardo più da vicino.

Vedi la Puglia? E la Nederlandia? E la linea del vallo antonino tra Edimburgo e Glasgow che si fa storia su mappa? E Parigi con la torre? Ehm no, quella no.