Già, perché il 4 apre al Rijksmuseum una retrospettivona su Vermeer che sarà più di un’occasione per vederlo tutto insieme. Il geografo, la suonatrice di liuto, la pesatrice di perle, per dire, tutte opere che toccava girare per il mondo per vederle, saranno tutte insieme. E poi la Donna che legge una lettera davanti alla finestra, bello restaurato con il cupido sul muro. Succulento, ci sarò, Jan.
Se siamo tutti molto contenti dell’uscita del libro di confessioni del tizio Harry, potendo così finalmente leggere le rivelazioni sconvolgenti sulla famiglia reale e i suoi pessimi congiunti tizio Carlo e tizio William, non posso che gioire ancor più per l’accoppiamento in vetrina di questa libreria, che suggerisce senz’altro l’acquisto anche dell’altro libro.
Ma non a noi, a lui che è lì presente col faccione, ne trarrebbe giovamento e utilità. Ma anche noi, a pensarci, se lo facesse per davvero. Gliene si spedisca una copia, presto.
Cruijff, Zidane, Ronaldo uno e due, Ronaldinho, Maradona, Messi, Baggio, Franco Causio, quasi qualunque cosa abbiamo visto fare da loro e da tutti gli altri Pelè l’aveva fatta prima.
Certo, Carlo V, san Bavone, i van Eyck, ma non solo a Ghent: lungo i canali mi imbatto in una casa che attira la mia attenzione, semplice ma elegante art nouveau-jugendstil, ben recuperata, persino i serramenti sono quelli, ogni cosa al proprio posto. D’altronde, Victor Horta era di qui.
Vale la pena metterla a memoria: si tratta di Verniers House, costruita da Georges Hendricks nel 1904, e particolare per l’uso dei colori, l’arancione brillante e il giallo, probabilmente enfatizzati dalla ristrutturazione recente. Ci sono altri esempi di liberty in città, uno dei più significativi è senz’altro Hoecke-Dessel House con la sua porta semicircolare. Ma a me piace questa, anche con le bizzarrie nipponeggianti accanto alle finestre in alto.
Luciano Bianciardi, arrivato alla Feltrinelli, all’inizio non guadagnava molto e faceva una vita piuttosto grama, mentre l’editore era spaventosamente ricco di famiglia. Ciononostante, Feltrinelli teneva molto ad essere considerato un semplice lavoratore della casa editrice al pari dei suoi dipendenti, e si era attribuito il cartellino numero 1 (ovviamente nessuno si sarebbe azzardato a controllare se regolarmente timbrato o meno). Una sera si presentò ad una riunione, appoggiò il suo bellissimo cappotto di cammello di fianco a quello di Bianciardi, voltato e rivoltato più volte, e cominciò a parlare di giustizia sociale e lotta di classe, per due ore. Alla fine Bianciardi, non potendone più, si alzò – gelo, perché non ci si poteva alzare quando parlava il padrone – guardò quel suo cappotto liso, batté la mano sul tavolo, prese il cappotto del Feltrinelli, se lo infilò, si pavoneggiò un attimo, si voltò, poi alzò il pugno e disse: viva la lotta di classe, e uscì.
Bianciardi, uno dei miei grandi amori. (Grazie C.).
Tra quelli bravi, le cose funzionano così, la dico volutamente specifica: quelli stanno facendo una cosa, la fanno sentire a questi, anche se è appena appena bozzata, questi reagiscono allo stimolo e ci fanno sopra qualcosa, quelli sentono e reagiscono a loro volta e vualà, saltano fuori le cose. Poi questi magari ci fanno anche l’assolo di chitarra, quelli aggiungono le tastiere, questi pigliano un vocoder ed ecco qua: Instant Crush. Più Strokes che Daft Punk? Può essere, ma se ne potrebbe discutere. Il bello di quelli bravi è che si mettono anche al servizio dell’idea, quando serve.
Mi parte proprio come un Alan Parsons Project, ma è un fatto di arrangiamento, più che altro, poi vira con il cantato e al ritornello la prima volta pare sbagliato, accelerato male, poi entra e non esce più: Now I thought about what I wanna say / But I never really know where to go / So I chained myself to a friend / ‘Cause I know it unlocks like a door. D’altronde, nella combinazione Daft Punk e Strokes, vivaddio, difficile ne esca qualcosa di meno che buono. Non ha nessuna caratteristica per essere un pezzo dei miei e, invece, lo è. Eccome. Magia della musica.
Anche quest’anno il cinque dicembre 1791 morì Mozart.
Mi ripeto ogni volta, se non devo dire io della grandezza del musicista, posso però dire anch’io della grandezza dell’uomo, illuminista, progressista, liberato dai lacci della servitù dei maestri di cappella e da quella dei principi, irregolare, scorreggione, uomo libero. Come non amarlo? Come non apprezzarlo? Come non ammirarlo?
«La nostra ricchezza muore con noi, poiché l’abbiamo tutta nella nostra testa e nessuno potrà sottrarcela, a meno che non ci taglino la testa e allora… non ci occorre più nulla».
Impareggiabile.
facciamo 'sta cosa
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