Ajaccio, 1769 – Longwood, Isola di Sant’Elena, 1821 in venti magnifici racconti

Non entrerò nel merito della scelta della RAi di blindare tutti i propri contenuti audio, podcast e trasmissioni (stolti), né sul funzionamento dell’app RaiPlay Sound (mmm) né sull’ideona di tenere distinti i contenuti video da quelli audio su piattaforme diverse (assurdità?), non entrerò per nulla perché mantengo gli impegni.
Entro invece nel merito di una trasmissione, che non scopro certo io: Alle otto della sera. Cicli di trasmissioni dedicati a un argomento di volta in volta e proposti da uno specialista: cosa buona e tendenzialmente ben fatta. Al punto che è poi diventata anche una collana cartacea di Sellerio. Il ciclo migliore che ho ascoltato finora e che mi ha tenuto incollato alla radio-fòno – al punto che un viaggio di mille chilometri, zitti zitti a sentire, non ci è bastato per finirlo e saremmo andati avanti a guidare – è il Napoleone di Sergio Valzania.

C’è anche ovviamente il testo. Scrittore di storia militare, non intende tracciare un bilancio della vicenda di Napoleone e delle ripercussioni sulla storia europea successiva, bensì farne un resoconto appassionante di vicenda in vicenda, così finalmente da farmi capire come si possa partire dalla Corsica e possedere poi quasi tutta l’Europa in una ventina d’anni, anche meno. Irresistibile. Il podcast, non Napoleone lui lui. Provare.

finalmente libero

E nel momento più inatteso.

Ma che cazzo ringrazi, Meloni? Sul serio: perché? Al Sisi è il dittatore che lo deteneva ingiustamente, lo si sa, sì? Quindi perché ringraziare il carnefice?
Detto questo, Meloni cerca di intestarsi una liberazione con cui non ha nulla a che fare – e infatti Zaki non sarà in Italia domani – e a sinistra farneticano di baratti con il caso Regeni. Ma perché, anche qui? Al Sisi poteva benissimo continuare a sbattersene e dell’uno e dell’altro, come negli ultimi tre (e sette) anni ha serenamente fatto.
Su, dai.

lo Sphere

Beh, è fichissimo.

È il nuovo palazzetto di Las Vegas, esattamente lo Sphere at The Venetian Resort. Centocinquanta metri di diametro, ventunmila posti dentro per sport o concerti o altro, fuori centosessantaquattromila altoparlanti e, ovviamente visto che è la caratteristica più visibile, è tutto ricoperto di pixel.

Quindi ci si proietta, mmm trasmette?, qualsiasi cosa si voglia, a seconda.

Uno degli effetti più belli è quando si proietta quel che sta dietro.

Bellissimo. Sta qui. Un secondo, o seconda, è in progetto a Londra. Quello americano sarà inaugurato il 29 settembre con un concerto degli, mah, U2. Infatti immagini dell’interno finito non se ne trovano, al momento.
È più la gente che va a vederlo fuori che dentro, notevole.

aspettavo questo momento dal 1987

Tardi io, tardi lei, noivoiessi, finalmente Suzanne Vega dal vivo.
Anche se tardivo, così posso non includerla nei miei concerti mancati.

In realtà, nemmeno tanto tardivo, anzi: un concerto molto bello e per nulla nostalgico o dall’aria ripetitiva. Lei è decisamente una ragazza vivace di sessant’anni che fa quel che le piace, convintamente, e si percepisce da disco e decisamente dal vivo. Io che ne sono innamorato dal 1987, ovviamente Luka anche se non ne intuivo granché il senso, oggi anche di più, per bravura e fascino.
Accompagnata da Gerry Leonard, il chitarrista degli ultimi anni di Bowie, che con l’elettrica dà spessore all’acustica di Vega, reinterpreta e riarrangia in maniera brillante un sacco di suoi pezzi (spiritosa, alla terza una cosa del tipo: “e ora una vecchia canzone, così non staremo a chiederci ansiosi quando suonerà le vecchie”), qui una Tom’s diner abbastanza simile, per capirsi. E poi balla, si diverte, esattamente come me, noi. Non mancano i momenti più seri, Last train from Mariupol, apprezzo anche un paio di incursioni nei dischi che prediligo, 99.9F°, Nine Objects of Desire, i suoi testi sono sempre interessanti, musicali e ben scritti. D’altronde, si vede chi viene dalla letteratura.
Ben fatto me, ben fatto lei, noivoiessi, ottima occasione, ne son contento. Certo che a New York nel 1993…

schiavo son dei vezzi tuoi

Serata d’opera all’Arena di Verona per il Rigoletto.

La cosa particolare è la messa in scena, che il regista – Antonio Albanese, guarda te, e io tutta la sera a pensare a Frengostop forse ma forse – ha voluto nel Polesine degli anni Cinquanta. «Omaggio al cinema neorealista del Dopoguerra», dicono, è che comunque è tutto un “Conte” e “Duca”, a me non pare aggiunga nulla di utile. La musica comunque è notevolissima, non lo scopro io, molte arie che conoscevo le risento, finalmente collocandole, grandi interpreti. Ammetto che alla terza ora di struggimento amoroso perdo la concentrazione e vedo uno col cappotto che vuole qualcosa da uno senza cappotto, davanti a una donna che non credo di aver mai visto prima, finché non muoiono pressoché tutti.

una giornata di fine giugno di sette anni fa

Io e molti molti altri camminammo su un lago.

E sapevamo che non sarebbe stato ripetibile.
Un’incredibile esperienza e interazione con quell’arte contemporanea che quando è fatta bene, e quella lo era perché non solo visiva, l’arc de triomphe per dire, ma tattile e soprattutto collettiva, fatta insieme per davvero, lascia un segno vero.

Con le persone con cui andai allora stiamo ricordando anche oggi con trasporto quel che fu quella giornata e, ancora, parecchia emozione persiste. Che potenza, Christo.