il fiero alleato Fontanesi

Su instagram c’è un tizio, o tizi multipli, che da otto anni si firma Fontanesi – bel nome che stimola la mia immaginazione ridolera, come Musolesi o Lombardozzi – e pubblica con costanza fotomontaggi di due o più foto, messi e tagliati alla grossa, con esiti ironici e spesso surreali. Ora è a circa seimila.
Non tutti mi piacciono, per buona parte mi dicono poco, ma alcuni sono proprio azzeccati e divertenti. Per esempio:

E poi ce ne sono alcuni, tipo questo, proprio spassosi:

È l’immaginazione che mi piace. Fontanesi sta qua.

Where do the children play in 2020?

Tea for the Tillerman forse non è il più bel disco di Cat Stevens ma, se non lo è, ci si avvicina parecchio. Ed è, comunque, un gran disco: voglio dire, Where Do the Children Play?, Wild World, Sad Lisa, Father and Son e avanti.
Stevens (ora Yusuf Islam) ha deciso di risuonare completamente il disco, in occasione del cinquantesimo. Comunque meglio della ripubblicazione con un milione di inediti del tutto inutili. E c’è anche un video in stop motion girato da Chris Hopewell & Black Dog Films, in attesa del 18 settembre per l’uscita del disco.

Anche la copertina è stata ridisegnata, attualizzando i concetti del disco, pur validi a oggi. Devo dire che il vecchio disco regge benissimo il tempo.

A me, complessivamente, piace di più Mona Bone Jakon ma son preferenze.

un luogo esperienziale

E poi ogni tanto tocca scendere negli abissi. Stavolta, nel profondo della mente del comunicatore che, per consulenza, ha immaginato la nuova linea comunicativa degli interni di Autogrill. Arrivato a un certo punto, si sarà chiesto che fare col cesso. Come renderlo attrattivo ed elegante? Come adeguarlo al resto? Come enfatizzare l’esperienza togliendo l’urina?

Vualà, fatto. Bastava così poco, in effetti.
O forse no, il lavoro non era finito. Serviva ancora dare al banco delle pizze un dettaglio grafico rassicurante, che trasmettesse confidenza e vicinanza, le pizze scelte dall’esperto sono davvero buone perché scelte con professionalità ed esperienza. E chi meglio del?

Un’ottima idea dopo l’altra. Considerando poi che l’autogrill resta quel posto dove mangi una rustichella e ti chiedi il resto del viaggio perché l’hai fatto.

Ridisegnare Cose

La Reggia di Caserta, voglio dire la direttrice e immagino qualche comitato, decidono di (cito) «reinventarsi a partire da una nuova identità visiva», che in parole povere vuol dire rifare il logo e, a cascata, rivedere un po’ tutta la comunicazione dell’ente che poi si trasformerà in manifesti, borsine, pannelli, gadgets e così via. Ecco il vecchio logo.

In effetti, c’è un certo bisogno di una rinfrescatina, è evidente. Bene quindi l’idea, bene affidarsi (immagino, eh) all’agenzia di comunicazione Sigla di Curtatone, meno bene farlo con affidamento diretto e non con concorso, che è sempre pratica spiacevole e passibile di legittimi dubbi. L’importo? Trentasettemila euro che, per esperienza, non è nemmeno una cifra astronomica per rivedere tutta la corporate identity, a partire da un logo ben fatto e pensato. È invece una spesa troppo sostanziosa se il risultato è tremendo.

Anche nella doppia versione, per sfondo bianco e colorato.

Dice l’agenzia: «Le iniziali di Reggia e Caserta, Re Carlo, Real Casa, “R” e “C”, sono diventate quel simbolo (…) Il logo infatti consiste nelle due iniziali della Reggia di Caserta, “RC”, trascritte con un carattere tipografico fedele agli stilemi vanvitelliani». Uhm, no, stilemi vanvitelliani proprio no. Il problema, al di là della questione meramente estetica, è che – cito qualche commento appropriato – «mi ricorda un caseificio», «rimanda al logo di un hotel a 4 stelle», «mi fa venire in mente Reggio Calabria», «mi sembra il logo di una catena di alberghi», «sembra il marchio di una villa in affitto per matrimoni», «è l’insegna di un residence?» ed è difficile dare loro torto. Scrive anche un certo Luigi Vanvitelli, che sostiene «mi sto rivoltando nella tomba» e gli si può credere. E parte la presa per il culo, refusi compresi.

Ideare e realizzare un logo non è facile, lo so per esperienza diretta, può però essere un’esperienza entusiasmante se raggiunge un risultato appropriato, coerente e lineare rispetto alle premesse. Serve tanto, tanto lavoro, specie a questi livelli. Il risultato del logo della Reggia è poco definito, sembra il frutto di molte scelte non coerenti tra loro, contiene troppi linguaggi diversi che mal si armonizzano e troppe soluzioni approssimative, un po’ accatastate. Per fare un paio di esempi la ‘A’ a delta, di cui non si capisce né il messaggio né la necessità essendovi già la ‘R’ e la ‘C’ elaborate, la ‘E’ sembra di un altro alfabeto grafico rispetto alle ‘G’ e le saldature tra le lettere di Caserta sono un po’ dozzinali, inficiandone la leggibilità, l’armonia, la scioltezza e l’eleganza. L’eleganza, è quella che viene a mancare anche a un occhio non allenato e che da un museo di primissimo piano, ospitato in una reggia di eccezionale eleganza, appunto, porta al caseificio.

Visti i risultati, la direzione del museo ha rimosso il monogramma ‘RC’ dal logo, utilizzando solo la dicitura, e ha bandito un concorso (internazionale, dicono) per la «realizzazione di un segno che dovrà rispecchiare l’identità visiva della Reggia di Caserta a partire, dunque, dal brand “Reggia di Caserta”», si riparte o quasi. Bene, anche se il logo bistrattato qualcuno l’avrà pur approvato. Dei trentasettemila euro non una parola ma non è difficile intuire come sia andata. Speriamo in bene, stavolta.

le sottigliezze dei pigmenti

La Pinacoteca di Brera, come altri musei in tempo di pandemia, ha reso disponibili online le immagini ad altissima definizione di molti dei quadri che ospita nelle proprie sale. Per fare un esempio, il Bellotto qui sotto, sempre ricco di dettagli e particolari difficilmente visibili durante la visita tradizionale, se ingrandito offre alcune informazioni in più.

Questo è il grado massimo di dettaglio, talmente alto da risultare quasi una cosa da specialisti o, nel mio caso, suscitare la curiosità di fare un giro per il quadro. Che è la «Veduta del bacino del Canal Grande verso la Punta della Dogana, da Campo San Vio».

Il tutto si trova qui.
L’azienda che ha sviluppato la tecnologia ha messo poi a disposizione, per promozione legittima, parecchie opere ad altissima definitizione, sul proprio sito. Devo dire che osservare il soffitto di Sant’Ignazio in questo modo ha molto senso, sia perché è davvero alto, buio e la posizione dal vero è del tutto scomoda. Così no. Notevole anche la soluzione tecnica sul sito per cui immagini pesantissime vanno via scorrevoli anche zoomando e spostandosi di continuo, bravi.