Ridisegnare Cose

La Reggia di Caserta, voglio dire la direttrice e immagino qualche comitato, decidono di (cito) «reinventarsi a partire da una nuova identità visiva», che in parole povere vuol dire rifare il logo e, a cascata, rivedere un po’ tutta la comunicazione dell’ente che poi si trasformerà in manifesti, borsine, pannelli, gadgets e così via. Ecco il vecchio logo.

In effetti, c’è un certo bisogno di una rinfrescatina, è evidente. Bene quindi l’idea, bene affidarsi (immagino, eh) all’agenzia di comunicazione Sigla di Curtatone, meno bene farlo con affidamento diretto e non con concorso, che è sempre pratica spiacevole e passibile di legittimi dubbi. L’importo? Trentasettemila euro che, per esperienza, non è nemmeno una cifra astronomica per rivedere tutta la corporate identity, a partire da un logo ben fatto e pensato. È invece una spesa troppo sostanziosa se il risultato è tremendo.

Anche nella doppia versione, per sfondo bianco e colorato.

Dice l’agenzia: «Le iniziali di Reggia e Caserta, Re Carlo, Real Casa, “R” e “C”, sono diventate quel simbolo (…) Il logo infatti consiste nelle due iniziali della Reggia di Caserta, “RC”, trascritte con un carattere tipografico fedele agli stilemi vanvitelliani». Uhm, no, stilemi vanvitelliani proprio no. Il problema, al di là della questione meramente estetica, è che – cito qualche commento appropriato – «mi ricorda un caseificio», «rimanda al logo di un hotel a 4 stelle», «mi fa venire in mente Reggio Calabria», «mi sembra il logo di una catena di alberghi», «sembra il marchio di una villa in affitto per matrimoni», «è l’insegna di un residence?» ed è difficile dare loro torto. Scrive anche un certo Luigi Vanvitelli, che sostiene «mi sto rivoltando nella tomba» e gli si può credere. E parte la presa per il culo, refusi compresi.

Ideare e realizzare un logo non è facile, lo so per esperienza diretta, può però essere un’esperienza entusiasmante se raggiunge un risultato appropriato, coerente e lineare rispetto alle premesse. Serve tanto, tanto lavoro, specie a questi livelli. Il risultato del logo della Reggia è poco definito, sembra il frutto di molte scelte non coerenti tra loro, contiene troppi linguaggi diversi che mal si armonizzano e troppe soluzioni approssimative, un po’ accatastate. Per fare un paio di esempi la ‘A’ a delta, di cui non si capisce né il messaggio né la necessità essendovi già la ‘R’ e la ‘C’ elaborate, la ‘E’ sembra di un altro alfabeto grafico rispetto alle ‘G’ e le saldature tra le lettere di Caserta sono un po’ dozzinali, inficiandone la leggibilità, l’armonia, la scioltezza e l’eleganza. L’eleganza, è quella che viene a mancare anche a un occhio non allenato e che da un museo di primissimo piano, ospitato in una reggia di eccezionale eleganza, appunto, porta al caseificio.

Visti i risultati, la direzione del museo ha rimosso il monogramma ‘RC’ dal logo, utilizzando solo la dicitura, e ha bandito un concorso (internazionale, dicono) per la «realizzazione di un segno che dovrà rispecchiare l’identità visiva della Reggia di Caserta a partire, dunque, dal brand “Reggia di Caserta”», si riparte o quasi. Bene, anche se il logo bistrattato qualcuno l’avrà pur approvato. Dei trentasettemila euro non una parola ma non è difficile intuire come sia andata. Speriamo in bene, stavolta.

le sottigliezze dei pigmenti

La Pinacoteca di Brera, come altri musei in tempo di pandemia, ha reso disponibili online le immagini ad altissima definizione di molti dei quadri che ospita nelle proprie sale. Per fare un esempio, il Bellotto qui sotto, sempre ricco di dettagli e particolari difficilmente visibili durante la visita tradizionale, se ingrandito offre alcune informazioni in più.

Questo è il grado massimo di dettaglio, talmente alto da risultare quasi una cosa da specialisti o, nel mio caso, suscitare la curiosità di fare un giro per il quadro. Che è la «Veduta del bacino del Canal Grande verso la Punta della Dogana, da Campo San Vio».

Il tutto si trova qui.
L’azienda che ha sviluppato la tecnologia ha messo poi a disposizione, per promozione legittima, parecchie opere ad altissima definitizione, sul proprio sito. Devo dire che osservare il soffitto di Sant’Ignazio in questo modo ha molto senso, sia perché è davvero alto, buio e la posizione dal vero è del tutto scomoda. Così no. Notevole anche la soluzione tecnica sul sito per cui immagini pesantissime vanno via scorrevoli anche zoomando e spostandosi di continuo, bravi.