Alle 21:09 una gran Luna, più grande del 14 per cento del solito e, pure, piena.

Buona lunona a tutti. Anche da parte di Yuri.
Alle 21:09 una gran Luna, più grande del 14 per cento del solito e, pure, piena.

Buona lunona a tutti. Anche da parte di Yuri.
Il più folgorante (o uno dei) inizio di film che io abbia mai visto:
Non sto dicendo nulla di nuovo, chiaro. Un monologo folgorante, eccitante, rapido, bellissimo, un inizio che mi ha sempre fatto venir voglia di uscire e correre all’impazzata. E mi ha sempre, pure, fatto sentire un cretino. Come a tutti, immagino sia quella l’idea.
«Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo, scegliete lavatrice, macchina, lettore cd e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete mutuo a interessi fissi, scegliete una prima casa, scegliete gli amici. Scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo, scegliete il fai-da-te e il chiedetevi chi siete la domenica mattina. Scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz, mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio, ridotti a motivo di imbarazzo di stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete il futuro, scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa cosí? Io ho scelto di non scegliere la vita. Ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?»
Che per quanto riguarda me andrebbe letto così: «Scegliete la vita (fatto), scegliete un lavoro (eh, fatto, potessi…), scegliete una carriera (NON fatto), scegliete la famiglia (più o meno, diciamo), scegliete un maxitelevisore del cazzo (non fatto, grazie a dio), scegliete lavatrice (fatto, ma io non la so mica usare), macchina (non fatto, resisto), lettore cd (ihih, certo, fatto) e apriscatole elettrici (no, grazie a dio). Scegliete la buona salute (speròmm), il colesterolo basso (come no) e la polizza vita (no, grazie a dio); scegliete mutuo a interessi fissi (no, per fortuna, non ancora), scegliete una prima casa (fatto), scegliete gli amici (fatto). Scegliete una moda casual (ops!) e le valigie in tinta (ahah), scegliete un salotto di tre pezzi a rate (scampato, grazie a dio) e ricopritelo con una stoffa del cazzo (non mancherò), scegliete il fai-da-te (qui ci caschiamo quasi tutti) e il chiedetevi chi siete la domenica mattina (un grande classico da quando mancano le messe). Scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz (fattofattofatto ma non con i quiz), mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare (fattofattofattofattofatto). Alla fine scegliete di marcire (non vedo l’ora), di tirare le cuoia in uno squallido ospizio (mmm), ridotti a motivo di imbarazzo di stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi (bello anche questo). Scegliete il futuro (futuro? che è?), scegliete la vita (maccerto). Ma perché dovrei fare una cosa cosí? (non lo so, scelte tue) Io ho scelto di non scegliere la vita (bravo). Ho scelto qualcos’altro (idem). Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina? (certo, come no?)».
Ovvio che dal punto di vista di Mark Renton io sono un mezzo coglione. Come posso dargli torto? E ora uscirà a gennaio T2: Trainspotting, vedremo. Nel frattempo, Candice Drouet – che è un’appassionata di cinema e si diletta a trovare scene simili in film diversi – ha esplorato i due film e ha trovato almeno 17 scene simili: ovvio, Boyle cita Boyle.

Un film generazionale, con tutte le intenzioni. E c’era persino un futuro Sherlock Holmes, uno spogliarellista di successo e – addirittura! – un maestro jedi.
A volte in una foto il tempismo è tutto.
A volte in quattro foto i tempismi sono tutti.

Dio, come sono contento di non dover andare a scuola.
I Temptations, i Miracles, Stevie Wonder, Martha & the Vandellas e le Supremes tutti insieme? Sì, è stato possibile. E non erano nemmeno tutti. Si potrebbero aggiungere, per dire, The Jackson 5, Marvin Gaye, The Commodores, Tammi Terrell, Dusty Springfield, Gladys Knight & the Pips, The Isley Brothers, The Marvelettes. Un bel gruppone, isn’tit?

I Temptations, i Miracles, Stevie Wonder, Martha & the Vandellas e le Supremes alla EMI Records nel marzo 1965
Il tutto ha un nome solo: Motown (o Motown records se volete fare la figura di quelli che la sanno lunga). E un posto solo: Detroit. C’è un sito fatto molto bene sulla Motown (quella classica, quella di Gordy, non la odierna), questo: la sezione ‘playlist‘ offre delle ottime listone di cose da sentire già belle pronte, bravissimi (di mezzo c’è Spotify che a me rompe moltissimo, ma qui non è il caso di parlarne oltre). È poi appena uscito un bel librone, Motown – Il sound della giovane America di Adam White & Barney Ales, quattrocento succulente paginone illustrate per i devoti del genere.

Gli artisti Motown negli anni Sessanta
Poi c’era Gordy, sì, e le cose che non andavano. Vabbè, qui si celebra, un’altra volta.
Un disco ampiamente sottovalutato, dico io, è The National Health dei Maxïmo Park.

Uscito tre anni dopo l’ottimo Quicken the Heart (2009), non ha colpito più di tanto l’immaginario dei fans, me compreso: ascoltato e messo via. Poi, come a volte capita, mi è capitato di nuovo tra le mani e, fortuna!, l’ho capito. The National Health, The Undercurrents, Write This Down, Wolf Among Men, Until the Earth Would Open (sopra tutte) per dirne cinque, tutti ottimi pezzi. Non sarà il loro disco migliore ma io consiglio: recuperare. E consiglio di non dare ascolto a quei matti di OndaRock cui si deve essere inceppato il traduttore recensionedellaminchia-italiano:
«Post-punk al giulebbe per nuovi hipster dal ruolo poco chiaro: da una parte esercizi nuovi (la lezione retronuevo dei Pains Of Being Pure At Heart?) o reinventati (l’olografia degli Smiths) dall’altra impotenti episodi muscolari. Di fatto è un loffio concept politico, come lo reciterebbe Miss Universo, ma – è ovvio – importa di più notare verve e accelerazione, rimembranze del periodo d’oro, e un trasporto che appartiene alle sfumature crepuscolari di Paul Smith».
Eh? Ma perdavero? A OndaRock gli è rimasto acceso il Polygen…
Ma davvero c’è bisogno di un altro appello al voto? E suo, per di più?
Sì, ce n’è bisogno. Perché è uno degli appelli più sensati mai visti e perché lui, anche al di là di questo, è uno spasso. Non posso, infatti, non celebrarlo come uno degli interpreti di Parks and Recreation, forse la serie più divertente che io abbia mai visto, massimo massimo la seconda. Non la terza. Girata con la tecnica del falso documentario, racconta le vicende del dipartimento per la manutenzione dei parchi pubblici di Pawnee, microcittà immaginaria e ridicola degli Stati Uniti. Detta così sembra una cosa gnfngnf, è invece è spassosissima (per chi ama il genere e un certo tipo di comicità e io – modestamente – la amo). Consiglio.

E poi c’è Tom Haverford, ovvero Aziz, e il suo meravigliosissimo amico Jean-Ralphio, con cui fonda la ‘Entertainment 7twenty’, fanno riunioni finanziarie parlando come Snoop Dogg e, alla fine, danno un party pazzesco per il cavallo nano di Pawnee, Li’l Sebastian. Devo rivederla tutta.


Temo occorrerà guardare Master of None, la sua nuova serie.
In un viaggio da studente in Marocco, Gabriele Basilico fece – come ogni turista fa – delle fotografie. Nel cassetto per decenni, sono diventati un libro: Marocco 1971.

Sono le prime prove di quello che sarebbe diventato un ottimo fotografo.
Io in Marocco ci sono stato nel 2007 e ho fatto anch’io qualche fotografia, niente a che vedere. Non era un progetto, era solo un viaggio. Viaggio che comunque consiglio a chiunque, vedere in particolare Marrakech, ovvio, fare colazione sul tetto di un rihad guardando le cime dell’Atlante, poi prendere una corriera e andare a vedere l’oceano, fino a Essaouira (seconda foto qui sotto). Memorabile.

Ed era gennaio, ogni stagione è buona.
C’era un tempo in cui si pranzava a casa, dopo scuola, e subito dopo si guardava la tv. E in pochi minuti si dormiva alla grandissima. O la domenica pomeriggio d’inverno. O i bei tempi in cui per gioventù ci si addormentava ovunque. Nostalgia?
Ora c’è:
Ovvero la Siesta Video Platform (per i non-anglofili, il nap è il pisolo): una serie di programmi gratuiti di squisita fattura, che trattano argomenti di grande interesse con piacevole successione che ci terranno attaccati – tutti – alla tv.
Svegli? Forse, magari. Chissà.
Programmi sulle meraviglie della natura, per esempio:



Eccellenti documentari sulle cose più interessanti della nostra vita:



Programmi sulle belle attività del tempo libero:


Senza dimenticare, ovviamente, il grande sport:




E i grandi eventi della cultura e dei popoli del mondo:



La moda, il costume e la tecnologia:



La scienza, ovviamente, e l’istruzione:


Se nemmeno dopo tutto questo siete riusciti a dormire, allora ci vogliono i grandi classici. Un bel camino scoppiettante (tre ore, dico tre ore di fiamme):

Una romantica candela nel buio:

Il classicissimo nonché insuperabile monoscopio, che abbatterebbe chiunque:

E se nemmeno così, allora un bel timer con conto alla rovescia di dieci, dieci!, ore:

Tutte queste delizie sono sulla nuova piattaforma.
(Un plauso al genio di due pubblicitari spagnoli, @uvedetena & @francbonet) Taking siesta to next level!

Pare che le tracce di Dylan si perdano dal giorno della conferma della vittoria del Nobel: ha suonato a Las Vegas, credo, senza nulla dire dal palco, e non ha fatto commenti ufficiali (pare nemmeno non ufficiali, come è nel personaggio). Chissà. Secondo Bob Neuwirth, suo amico, potrebbe anche non dire mai nulla, al riguardo. Vedremo.
In ogni caso, il New Yorker giustamente celebra con una bella copertina di Malika Favre. E Spotify festeggia, visto che gli ascolti di Dylan sono saliti del 512% dal giorno prima del premio.