they got a name for everything

Dopo cinque anni, finalmente il nuovo disco dei The Shins (grazie, mr. L.):

Il singolo è ‘Name for you’, che è proprio un pezzo scinsiano, in particolare il ritornello. Qui il video, che non è che mi abbia colpito molto. Ma quali sono i due pezzi migliori di sempre degli Shins e, probabilmente, migliori del 72,5% della discografia mondiale? Eccoli:

  1. New Slang
  2. Phantom limb

Naturalmente ce ne sono altri, ma non a questo livello. La maggior indiziata di questo disco a diventare la terza della lista è, forse, Rubber Ballz. Ma è troppo presto per essere categorici e il livello delle prime due troppo alto.

neve e lava, scelta eccellente

L’Etna qualche giorno fa ha ricominciato a farsi sentire, stavolta facendolo per bene: sul bianco della neve e con bei getti di lava alti alti a spruzzo, così si fa.

REUTERS/Antonio Parrinello

REUTERS/Antonio Parrinello

REUTERS/Antonio Parrinello

REUTERS/Antonio Parrinello

REUTERS/Antonio Parrinello

REUTERS/Antonio Parrinello

Salvatore Allegra / Anadolu Agency

Time propone un bel video di oltre due ore a camera fissa, per osservare in dettaglio l’eruzione: meglio di un caminetto serale, a lasciarlo su nel buio della stanza sullo schermo.
In tema etnico (=dell’Etna), ribadisco un mio suggerimento su come fare una cosa indimenticabile a basso costo.

Saro Barbagallo

Irresistibile.

«intransigente, irritabile, vendicativo e con una memoria prodigiosa»

Lo dico subito, per chiarire i termini della cosa: per la gran parte de La grande bellezza io mi sono annoiato. This Must Be the Place non mi ha entusiasmato e Il divo mi è piaciuto molto.
Dico questo per stabilire la temperatura del mio sorrentinismo, che non è eccessiva: ciò detto, è uno dei pochi che in questo momento ha qualcosa da dire in Italia, a parer mio. Perché non è solo regista ma anche scrittore e sceneggiatore. Ed è l’unico o quasi che riesce a parlare col mondo da questo angoletto.

Bene, ora posso dirlo: The young pope è strepitoso. Bellissimo, complesso, arzigogolato e piano allo stesso tempo, girato in maniera eccezionale, la fotografia da applausi e una sceneggiatura – anch’essa originale di Sorrentino – che ha delle punte davvero notevoli.

Interpretare The young pope come la storia di un papa anticonformista è a dir poco riduttivo, a me pare che la vicenda indaghi in profondità sui meccanismi della Chiesa e, soprattutto, sui suoi tempi, che non sono certo quelli della politica, annuali e mensili, sui turbamenti di un papa appena eletto e insicuro sulla propria missione, fede e scopo, sugli errori di un conclave mal gestito e di un segretario di Stato che ha fatto eleggere una persona di cui non conosce la volontà, insomma un racconto complesso.

Certo, nel meccanismo narrativo ci sono degli elementi che poi non si sviluppano, o che portano in direzioni che poi si esauriscono, magari elementi non del tutto omogenei – che so, a parer mio Esther, per dirne uno – ma la storia complessivamente è potente e ben riuscita e io me la sono proprio goduta tutta (la prima puntata, forse, è la meno riuscita, poi è un crescendo emozionante). Jude Law, poi, è irresistibile. Alcuni discorsi di Lenny Belardo/Pio XIII sono eccezionali, ricchi di umanità, evocativi, credo proprio che mi comprerò Il peso di dio. Ovvio che per seguire bene tutta la faccenda bisogna avere un qualche interesse sul tema e, magari, condividere con il regista la fascinazione/repulsione per l’ambiente ecclesiastico, cosa che capita anche a me: ecco perché son qui a dilungarmi.

Infine, e non è cosa da poco, una colonna sonora clamorosa, bellissima e varia, come Sorrentino fa sempre nei propri film: a partire dalla sigla, con la lunga camminata del papa nel corridoio dei quadri («un rapido excursus cronologico, con ovvie lacune, dei momenti tra i più significativi nella storia e nell’arte dell’intero arco del cristianesimo e della chiesa» dice Sorrentino) al suono di All along the watchtower rifatta alla grandissima da Devlin, finché il meteorite non ricrea l’opera di Cattelan (la sigla è qui, bellissima). La musica è comunque dappertutto e non solo contorno ma storia, come Sorrentino sa davvero fare.

Parlando, quindi, della musica di The young pope ecco i miei sette brani preferiti tra la miriade di quelli che ha utilizzato:

  1. Melodium – Kissing disease
  2. Lotte Kestner – Halo
  3. Andrew Bird – Pulaski at Night
  4. Devlin – All Along The Watchtower (ft. Ed Sheeran)
  5. The Sound – I Can’t Escape Myself
  6. Jefferson Airplane – Blues from an airplane
  7. Saint Saviour – I Remember

Un po’ anche in ordine di predilezione.
Infine, sempre per quello spirito di servizio che contraddistingue queste pagine, ecco l’elenco dei quadri che si vedono nella sigla, attraversati (e modificati, meraviglioso!) dal meteorite: Adorazione dei Pastori di Gerard van Honthorst, Consegna delle chiavi del Perugino, Conversione di San Paolo di Caravaggio, Concilio di Nicea, icona del Monastero Mégalo Metéoron, Pietro l’Eremita che cavalcando una bianca mula col Crocifisso in mano e scorrendo le città e le borgate predica la Crociata di Hayez, Stimmate di San Francesco di Gentile da Fabriano, San Tommaso da Villanova distribuisce l’elemosina ai poveri di Cerezo, Michelangelo che dà il modellino di San Pietro a Paolo IV di Passignano, Massacre de la Saint Barthelemy le 24 août 1572 di François Dubois e, infine, la citazione da La nona ora di Maurizio Cattelan.

Qualche giorno fa sono andato apposta in Vaticano e l’ho guardato con occhi abbastanza diversi.

La foto è mia, l’unica cosa non di Sorrentino in questo post.
[Se avete delle belle casse o delle belle cuffie, mettete su questo a un bel volume. Me ne sarete molto molto grati. Se invece vi piace Nada, come a molti tipo io, il brano della scena con l’ambasciatrice islandese è Senza un perché].

195 cm. per 116 kg.

Il Sei Nazioni 2017 già ha espresso alcuni verdetti e il più evidente, secondo me profano, è la superpotenza della stella del futuro: Maro Itoje, seconda linea inglese.

Di tutto ciò, bastano poche azioni per decretarne la mostruosità: quando eradica da terra un armadio grosso così e quando compie un «furto alla luce del sole» di forza forzissima.
Nel frattempo, così per dire, in sedici anni l’Italia è stata cucchiaio di legno tot volte: 2000, 2001, 2002, 2005, 2006, 2008, 2009, 2010, 2011, 2014, 2016. 11 su 17, non male. Ha senso? Lo dicano gli esperti.

le foto che ora sono proibite

Dopo qualche tempo di interregno, nel quale non c’era regolamentazione, ora la disciplina dei voli con drone è ferrea e prevede, tra l’altro, oltre al patentino, il divieto assoluto di sorvolo delle aree abitate.
Per un certo periodo, però, non è stato così e Amos Chapple, allora, ne ha approfittato, scattando un sacco di foto che ora si possono considerare proibite.

L’ultima è Budapest, la seconda il Taj Mahal ad Agra, la terza la Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a Peterhof in Russia, le altre più o meno sono identificabili.

«C’è stata una finestra di circa 18 mesi in cui era possibile far volare questi affari ovunque e la gente era esaltata nel vederli. Sono contento di aver usato quel tempo».

Le altre cose che fa Amos Chapple.

il modernismo che sfugge (la bicicletta e il progresso)

Il campione del modernismo catalano che sfugge alle rotte turistiche consuete è senz’altro Palau Macaya, a Barcellona sul Puig i Cadafalch nel 1901, ha una strepitosa facciata, delle splendide balconate all’interno e un meraviglioso cortile di ingresso con una scala coperta che vorrei fosse mia.

Tra le sculture che adornano tutto il palazzo, una salta agli occhi (o dovrebbe), un vero e proprio inno al modernismo del tempo:

Mi vien subito da pensare a Salamanca, all’astronauta, al gelato e al drago, ne ho detto qui. Giochini, sì, ma io dico, signora mia: averne!