la gioja del disco nuovo: Hitchcock

L’uscita di certi dischi è gioja, gioja pura per me e per chi ha dalla musica un piacere non sporadico: Robyn Hitchcock, Robyn Hitchcock, uscito alla fine di aprile.
Se esistessero ancora i negozi di dischi, sarei corso.

Quei tocchi un po’ così che Hitchcock ha sempre, la camicia psicolica, il gatto da pensionato inglese, la copertina a mosaico, e un disco che giganteggia come sempre tra i generi più diversi: alla Johnny Cash alla festa del porcello, I Pray When I’m Drunk, al rock schitarrone e bello, I Want to Tell You About What I Want, la canzone che non capisci bene al primo giro ma che al secondo ti ha già conquistato nonostante il verso improbabile tra ritornello e titolo, Sayonara Judge, il pezzo da matto che più inglese non si può, Detective Mindhorn, il coutry minimo di 1970 in Aspic tutto in slide.
Insomma, il solito pazzo completo che sforna dischi a go-go che qui, io, non si può non amare parecchio.

laccanzone del giorno: Bronze Radio Return, ‘Up, on and over’

I Bronze Radio Return sono una band americana, connecticana, in giro da una decina d’anni e al quarto disco, in forma di sestetto come prescrive la legge dell’indie rock (che non vuol dire un cazzo ma si usa), ovvero con banjo e armonica. Non una gran presentazione, in effetti potevo farla più entusiastica, ma basta ascoltarli: notevoli.

La loro capacità di rilasciare singoli a effetto non è sfuggita a molti e, da ora, a me: tour in giro per gli Stati Uniti, aperture per la grandissima Grace Potter e, per dire la grandezza, Nikka Costa. Un ascolto e mezzo e sarete loro per un po’.

maledetto Mozart

Dal 1 giugno 1967 sono cinquant’anni dalla pubblicazione di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band: la cosa è ampiamente ripetuta, in questi giorni, si sa. Gran disco, è un fatto, trentanove minuti di idee, tra le quali io trovo irresistibile Lovely Rita – vado avanti a canticchiarla ore, troppo divertente e troppo ricca di cori e suoni matti (bda-bda-bda-ah-ah) – i pettini suonati sulla carta e un miliardo di novità che nei dischi non erano entrate mai. Certo, i Beach Boys li avevano bruciati di poco con Pet sounds ma non era mica una gara, si contribuiva tutti.
Comunque, Sgt. Pepper comincia con questi tre pezzi, in sequenza: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, With a Little Help from My Friends e Lucy in the Sky with Diamonds. Imbattibile, o quasi. Di dischi che iniziano in modo così folgorante non ce ne sono poi molti, li potremmo contare sulle dita della mano di un monco, e gridare al miracolo non è poi così fuori luogo. Aaaaah (grida da miracolo).
Comunque, il mondo è pieno zeppo di gente che fa musica, per fortuna, e la stragrande maggioranza di loro, forse tutti, ucciderebbero per riuscire a scrivere anche uno solo dei pezzi di cui sopra, magari Lucy. E non per scriverli in un disco ma in una vita, uno solo basterebbe a dare senso a una vita musicale. E loro, intendo Lennon-McCartney, invece no: zac!, tre bombe atomiche, senza pensarci troppo. Sfrontati.
E i Salieri del mondo, anche stavolta, a rosicare. Così va il mondo, viva!

laccanzone del giorno: Courtney Barnett, ‘An illustration of loneliness (sleepless in New York)’

Mi ripeto: è bravissima. Courtney Barnett, l’ho detto alcuni post più sotto. Tra i singoli notevoloni che il suo primo disco ha prodotto, questo gira da me a rotazione continua:

Il video non è stato girato, solo audio. Ma devi essere certamente una scrittrice e una cantante fuori dal comune se decidi di scrivere e riesci a cantare una cosa così: «There’s oily residue seeping from the kitchen / It’s art-deco necromantic chic, all the dinner plates are kitsch with / Irish Wolf Hounds, French baguettes wrapped loose around their necks / I think I’m hungry, I’m thinking of you too». Volume, per favore.

laccanzone del giorno: Courtney Barnett, ‘Elevator Operator’

Courtney Barnett è una cantautrice australiana ed è, parer mio, davvero brava.
Due anni fa ha pubblicato il suo primo e attualmente unico disco, Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit (brava anche per il titolo!), da cui sono stati tratti parecchi singoli, alcuni dei quali eccellenti.
Uno di questi è Elevator Operator:

Altri sono, per esempio, Avant Gardener, Pedestrian at Best, Dead fox.
In alcuni passaggi mi ricorda la migliore Liz Phair, in altri – non credo di esagerare, sul serio – Dylan. Poi ha cose sue, peculiarità, che sono proprio interessanti.
Gran disco, complessivamente.

notizie sullo stato dell’informazione nell’età della pietra

L’odierna umanità si fa dell’epoca in cui io sono vissuto un quadro sbagliato quanto singolare. Si è convinti che l’età della pietra sia stata un’epoca primitiva, e si dimentica che sono state fatte allora quelle invenzioni e quelle fondamentali scoperte accettate oggi come ovvie. Sì, i disegni sulle pareti delle nostre caverne sono stati in grado di suscitare qualche interesse, ma alla nostra più eminente istituzione culturale, il giornalismo, non s’è fatto finora alcun caso.
Nella mia qualità di redattore, per centinaia d’anni, dell’«Osservatore Liassico» – spesso confuso col «Nuovo Giornale Triassico», organo di bandiera dei conservatori – vorrei rettificare in brevi tratti gli equivoci più grossolani, e gettare un po’ di luce sull’ignoranza buia che avvolge la nostra epoca.
Il giornale è una delle prime invenzioni dell’umanità, ed è giusta l’opinione di chi considera il giornale la seconda di tutte le invenzioni. Risultò necessaria nel momento in cui l’uomo constatò d’avere la dote dell’inventore, scoperta resa possibile, naturalmente, solo dopo la prima invenzione: quella di procedere eretto sul terreno pianeggiante usando i piedi, anziché arrampicandosi in giro sugli alberi. All’inventore fu istantaneamente chiaro che tutte le invenzioni derivanti da questa facoltà sarebbero potute diventare patrimonio fondamentale per tutta l’umanità solo se fosse stato anche possibile portarle a conoscenza di tutti mediante i giornali.
I primi giornali apparvero ancora scalfiti su corteccia d’albero, ma già nel periodo permiano si adottò l’incisione su pietra. L’apparire, allora, dei sauri giganti rese indispensabile l’impiego di questo materiale più solido, come del resto proprio allora e per la stessa ragione cominciammo a lasciare gli alberi e ad abitare nelle caverne. Da quel momento in poi la pietra rimase il materiale preferito; da noi nel liassico, agli inizi, fu naturalmente la pietra calcarea, solo più tardi, quando spuntarono le Alpi, utilizzammo in prevalenza il granito: anch’io, durante l’ultimo quarto della mia carriera giornalistica, ho potuto far uso di questa roccia ideale. Continua a leggere

le cose che poi non ci sono più

Colin O’Brien ha fotografato Londra dal 1948, fin da quando aveva otto anni.
Se dovessi sintetizzare l’idea che sta dietro alle fotografie di O’Brien – una, almeno, oltre a dire che mi piacciono molto – direi che correva a fotografare le cose che di lì a poco sarebbero scomparse. Per esempio:

Tre persone fumano nell’ultimo giorno in cui lo si può fare nei pub e nei luoghi pubblici, 2007 – Colin O’Brien

Intuito e lungimiranza, ecco cosa ci vuole. E uno sguardo laterale alle cose, come questo – meraviglioso – qui sotto, che ha davvero in sé il senso della fine e della festa, insieme, in senso strettamente anglosassone.

Tre uomini addormentati su una panchina dopo l’ultima partita dell’Arsenal all’Highbury Stadium, 2006 – Colin O’Brien

E poi, l’ultima corsa del 38:

L’ultimo giorno degli autobus Routemaster sulla linea 38, da Clapton Pond a Victoria Station, 2005 – Colin O’Brien

O l’ultimo tram londinese:

“Quando avevo 12 anni i tram smisero di circolare così scattai una foto con il tramviere in posa”, 1952 – Colin O’Brien

E poi, come accade, a non esserci più è stato lui, Colin O’Brien, che è mancato lo scorso agosto. Le sue foto di cose che scompaiono, però, ci sono ancora tutte.

E c’è anche lui.