Claire Denamur è una cantautrice e attrice franzosa e, come tale, bisogna stare attenti (essendo franzosa, intendo). Tra le cose che ha fatto c’è una cover dei Cold War Kids, Hang me up to dry appunto, che è uno di quei casi in cui la cover sopravanza lungamente l’originale: tanto è lenta, svogliata e priva di mordente la versione dei CWK, infatti, tanto la versione della signorina è azzeccata perché dà al pezzo – che è notevole – il giusto tono e la giusta velocità per colpire davvero.
I The Duke Spirit sono una band inglese in giro dal 2003 e al quinto disco, senza contare qualche progetto parallelo qua e là (Roman Remains, per esempio). Il tiro, come si dice negli studi della bassa, non è affatto male e, anzi, una delle loro caratteristiche interessanti è che cercano di non confinarsi troppo in un solo genere ma, al contrario, di provare a spaziare un po’ qua e là. C’è chi ci sente i Sonic Youth, chi PJ Harvey e qualcuno Patti Smith. Io no.
Dipende dai dischi, quindici anni di attività offrono prove molto diverse tra loro. Per esempio, a me piacciono anche This ship was built to last e il merito è quasi tutto della voce della cantante, Liela Moss, e My sunken treasure, un po’ per la stessa ragione. Un bel successone l’hanno raccolto anche con il brano Send a little love token, che deve avere avuto a che fare anche con i vampiri ma non sono sicuro di volerlo sapere. A seguire, hanno aperto per R.E.M. e Supergrass, per citare un paio di nomi succulenti che qui si apprezzano.
I Jet sono senz’altro la rock band più potente e interessante degli anni Duemila a parer mio. Get born, il loro disco di esordio, è fa-vo-lo-so e non scende mai dal mio coso che fa girare i dischi, e gli altri due loro dischi sono abbastanza all’altezza. Cold hard bitch è uno dei loro singoli più interessanti da sentire, in particolare dal vivo: qui è decisamente meglio che su disco, il pezzo ha una intro live davvero notevole che rimanda, dritta dritta, agli Who. Parliamo del 2007 e vualà.
I Jet, poi, nel 2012 si sono sciolti. E io mi sono maledetto per non averli mai sentiti dal vivo. Poi, dai e dai, pare che da questo inizio 2017 qualcosa si muova e che, forse, riappaiano sulla scena. C’è un pezzo nuovo, uscito in collaborazione con i Bloody Beetroots, decisamente dalle influenze AC/DC / Airbourne almeno dalle prime battute, eccolo qui. Stavolta non mancherò, Jet: sapevatelo.
I Silversun Pickups sono una band americana in giro da una decina d’anni con quattro album all’attivo. Dopo essere andati in tour con OK Go, Wolfmother e Snow Patrol, nomi belli, hanno fatto da gruppo di apertura per Foo Fighters e i grandissimi Kaiser Chiefs, che voglio dire. Dal loro primo album uno tra i loro singoli che preferisco, Lazy eye.
Poi, a differenza di tanti altri, non si sono persi per strada ma, anzi, hanno continuato a scrivere con qualità piuttosto alta, basti citare Substitution (bel video), Panic switch (ah, il ritornello), la notevole Kissing families e la bellabella Little lover’s so polite. Pian piano che si procede negli album, in senso cronologico, appaiono elementi di elettronica qua e là, il che non varia il mio giudizio: band molto molto interessante. Da seguire.
Una delle cose musicali più interessanti da fare in questi anni potrebbe essere: andare a sentire a New York il primo novembre prossimo Kurt il Vile, che è un sessantenne travestito da ventenne di grande qualità e spessore, come dimostra Pretty pimpin’, che suona con Courtney Barnett, della quale non so più come parlar meglio di quanto abbia già fatto.
Questo perché per provenienza e per musica il lato est del continente sarebbe quello più appropriato. A sud le Larkin Poe ma non è il caso di divagare. Comunque, un bel tour insieme – il merito è della Matador records, chiaro – tour che, direi, attualmente è una delle cose più significative nel mondo musicale suonato con, almeno, una chitarra. Speriamo si spostino a est.
Avere un telefono con le mappe, che fa il calcolo percorso, che trova, sceglie e prenota alberghi, che prenota e compra biglietti di aerei, navi, taxi, che noleggia cose e le restituisce, che ricarica le carte prepagate e che invia mail e messaggi, non serve a un cacchio, o quasi, quando uno è a casa.
Se uno è in viaggio, allora sì che la cosa è favolosa. A poterlo usare, vista la criminale imposizione del roaming (stronzoli).
Ma la vessazione, ora, è finita.
E, infatti, è stato bellissimo. Finalmente. Giuro, non pensavo che l’avrei visto da vivo.
Impossibile resistere alla Funky Style Brass, band matta di tolosani, il cui genere prediletto è definibile con una parola sola (muoviltuoculo). Il loro primo disco, del 2009, AquoGroovat, fu poi sottoposto a reedition, cioè risuonato e riarrangiato, e il risultato è questo:
Chi tra noi ascolta Radio Popolare la sera di domenica sera questa cosa già la sa, magari non ne conosce il titolo, esattamente come non conosce il volto di Francesca Carla, ma ce l’ha in testa. Per tutti gli altri, basta ascoltare il pezzo e seguire le proprie inclinazioni.
Essendo gli Who i più grandi di tutti, si potrebbe fare una rubrica con canzoni solo loro. Una tra le più belle in un disco tra i meno riusciti: They are all in love.
«Where do you fit in (fare il rumore della scorreggia con la bocca) magazine / Where the past is the hero and the present a queen / Just tell me right now where do you fit in / With mud in your eye and a passion for gin». Bellissima, tre minuti meravigliosi, se avete un cuore non potrà che andare in estasi. Se non l’avete, il problema è – chiaramente – un altro. [Qui la scena di Roadies, chi sa sa].
Nicki Bluhm, insieme ai Gramblers, è una musicista americana in giro da una decina d’anni a un certo livello: con una band di ottimi musicisti fa tour all’incirca da duecentocinquanta serate all’anno e se le merita tutte. Tutta sostanza, niente vaccate, tuning o campionamenti, solo tanta voglia di suonare e ottimo rock, in giro con gli amici, su e giù da un palco. Per intenderci, basta ascoltare Little Too Late, dal disco omonimo del 2013: qui nella versione pubblicata.
Ma non è su disco che danno il meglio, come dicevo: è dal vivo. Quindi, bisogna ascoltare dal vivo. Vualà, dal vivo nello studio.
Ma ancora non è abbastanza. Perché sì, suonano benone e Nicki guida il tutto ottimamente, ma ancora non sono al massimo. Perché il massimo lo danno tra una data e l’altra: viaggiando. Già, ma come si fa? Si piazza un telefono sul cruscotto e, guidando, si suona e si canta (in questo caso Hall and Oates), tanto la strada è dritta e non c’è un cacchio di nessuno.
Sì, sono le Van Sessions, e io l’ho amata fin dal primo secondo di assolo di kazoo. E via così, divertendosi per il gusto di farlo, quindi vanno benissimo Whitney Houston e George Michael, o le più serie (ahah) Stuck in the middle e Days like this. Quasi tutte le Van Sessions stanno qui e, finora, sono circa venticinque.
Da questa Van Sessions, poi, ne sono state tratte alcune performans più strutturate, all’interno di un grosso furgone, fermo, e la cosa è diventata una specie di marchio ricorrente per parecchie band in giro, le Jam in the van. Una cosa così.
Ma il meglio lo danno viaggiando per conto loro, tra uno stop e una serata, ed è così che è divertente ascoltarli, per me. In attesa di vederli il 6 ottobre a Venezia. Posto strano per la loro musica ma a me va benissimo, in attesa di andare a San Francisco, prima o poi. Easy.
facciamo 'sta cosa
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