Oggi esce Lotta Sea Lice di Courtney Barnett e Kurt il Vile, finalmente.

Ne ho parlato ampiamente, ora basta: prima ascoltare, poi parlare.
Oggi esce Lotta Sea Lice di Courtney Barnett e Kurt il Vile, finalmente.

Ne ho parlato ampiamente, ora basta: prima ascoltare, poi parlare.
Oggi sono venticinque anni che è uscito “Automatic for the people“.

Fu epocale, probabilmente fu quella la cassetta a rompersi nell’autoradio e a non uscire più dal buco. Ma andava bene così, talmente era bello.
I R.E.M. qui erano probabilmente al loro massimo della forma e della creatività, and these are the eyes that I want you to remember, cambiavano di continuo tanto che il disco successivo, Monster, fu tutt’altro. E anch’io, per molte cose, ero al mio massimo della forma. Uno dei dischi della mia giovinezza, altroché.
[Uscirà un’edizione celebrativa del disco, qui].
Il dispiacere per la morte di Tom Petty (Tompetti, il nostro amico) è ancora vivissimo ma, come bisogna fare, lo celebro e lo celebriamo nell’unico modo possibile e sicuramente nel modo migliore: ascoltando le sue canzoni.
Sono tantissime e ce ne sono molte davvero magnifiche, tocca scegliere. Eccone sette (ah, scegliere), rock da ascoltare ad alto volume e ricordando il grandissimo Tompetti.
Jammin’ me
Canzone del 1987, c’è tanto tanto Tompetti qua dentro, schitarrate, divertimento, ritmo, e quella cosa bellissima che Tompetti sapeva fare egregiamente: scrivere canzoni trascinanti.
Refugee
1979, come dice mr. L “quando entra l’Hammond è una goduria“. E questo basti.
Love is a long road
Forse il mio pezzo preferito tra i suoi, o almeno tra i primi. 1989, disco riuscitissimo (Full moon fever) e vena creativa irresistibile. Come resistere? Già a diciassette secondi mi aveva catturato, con quel cantato a labbra serrate che solo lui può. E poi: road – pausa – pum! Bellissimo.
Mary Jane’s last dance
Chiunque abbia più di quarant’anni si ricorda il video di questa canzone (è del 1993), con Tompetti che fa il medico legale e sottrae il corpo di Kim Basinger dall’obitorio, per amore. Come dire? Una canzone cui siamo affezionati, una generazione intera, quasi un rap talmente è serrato il testo.
Too much ain’t enough
Diobono l’inizio, ma senti l’attacco… e avanti, gran ritmo ed era il 1978: ancora, ancora, ancora. Non è abbastanza.
Even the losers
Puro Tompetti al cento per cento, con l’attacco di chitarra e il cantato che parte alto, l’inno agli ultimi e agli sconfitti e un ritornello che non puoi fare a meno di saltare su. Dal 1979, magnifica, il falso inizio è uno spasso.
I won’t back down
La mia preferita. Lo so, ma come si fa a decidere per una sola? E non posso resistere, dal 1989 ininterrottamente salto su sempre a sguazzagola e urlo: eeeeeeeeeeeeibebi derisnoisiueiaaaaut, eeeeeeeeeeeeeeeeibebibi. Meravigliosa.

Grazie, Tompetti.

(Tom Petty, una bellissima foto all’interno di ‘Hard Promises’, disco del 1981)
Gli Hoodoo Gurus sono, probabilmente, la band più sottovalutata del mondo.
Out That Door, What’s My Scene, I Want You Back, Come anytime, My girl, Death Defying sono solo alcuni tra i singoli estratti dal loro ricco cilindro che tanta gioia dà a una fettina di mondo. E, ovviamente, la bellissima Bittersweet dal grande riff, eccola:
Sì, è l’incisione originale, suona così così (qui meglio) ma averne, perdio. Perché chi, come me, è stato adolescente nel bel mezzo della new wave poi come minimo si commuove a certi ritmi…
Mi accorgo ora che, ultimamente, questa rubrichina staziona spesso in Australia (Cloher, Barnett, Jet e, appunto, Hoodoo Gurus) ma se sono bravi loro l’unica è dedicarcisi. I primi quattro dischi dei Gurus, Stoneage Romeos (1984), Mars needs Guitars (1985), Blow Your Cool! (1987) e Magnum cum louder (1989), sono pura manna musicale che casca dal cielo.

Dal 2003 gli Hoodoo sono tornati, con lo spirito di sempre.

Va là, qui è una faccenda serissima di, almeno, due pentolone piene d’oro.
E a guardar bene, forse quattro.
Non sono un fan dei Foo Fighters, come non mi piacevano i Nirvana. Ma: Dave Grohl è una delle grandi teste della musica contemporanea, qualcuno vuole discutere? Occhei, ci vedremo fuori. Nel frattempo, un pezzo dei FF che ho scoperto di recente, guardando la prima puntata di Sonic Highways – una serie di documentari dei FF, appunto, usciti insieme al disco omonimo del 2014 – è Something from nothing, che ha tutte le carte in regola per stare qui.
La cosa interessante è che la canzone è sulla scena blues di Chicago, ovvero Muddy Waters e Buddy Guy in particolare, insospettabile, e ha un andamento del tutto rock: attacca alla maniera di Don’t speak dei No Doubt, si accresce con il riff di 1:29 (Holy diver? vogliamo parlarne?), per poi prendere una piega notevole a 2:05 quando entra una tastiera che rimanda dritta a Superstition di Stevie Wonder. Vualà:
A una delle chitarre c’è Rick Nielsen, mente dei Cheap Trick, e quindi le chitarre diventano quattro e il suono ne guadagna in grande compattezza ed è davvero solido: ben fatto. Il difficile, per me, è smettere di ascoltarla, ora.
[Da disco, se possibile, che ’sto streaming a 96 kbit di youtube si perde via parecchio…]
In attesa del disco, agognato, il secondo singolo di Kurt il Vile e Courtney Barnett:
Questione di un paio di settimane. Qui il primo.
Tornata dal lungo purgatorio legale cui l’ha costretta la denuncia del suo produttore, Kesha – senza più la volgare ‘$’ dei dollari – ha pubblicato un disco interessante, nel suo genere. Che non è il mio, ma c’è un pezzo, Woman, che è decisamente potenziato dalla presenza della sezione fiati e di Saundra Williams dei Dap-Kings, l’indimenticabile e insostituibile band di Sharon Jones.
Il ritmo soul funky è dovuto a loro ed è il fattore decisivo nel pezzo: non è l’unico caso, basterebbe ricordare Rehab di Amy Winehouse che deve parecchio proprio a loro, i Dap-Kings appunto, al completo.
I buy my own things, I pay my own bills / These diamond rings, my automobiles / Everything I got, I bought it / Boys can’t buy my love: la rivendicazione non è delle più fini ma è comprensibile, dopo il processo. Buon pezzo, divertente a 1:13 quando scoppia a ridere, si fa ben ascoltare a parer mio e di qualche milione di persone, almeno quindici, là fuori.
In ricordo di Svampa, una sua bellissimissima copertina.

La mappa di Milano con i nomi/titoli delle vie/canzoni è notevole, l’unico difetto, veniale, è lo sgabello scontornato che resta come sedilino sospeso nel nulla. È pur vero che toglierlo avrebbe forse avuto ancora meno senso, visto che Svampa stesso sarebbe rimasto nel nulla, con quella posa innaturale.
Claire Denamur è una cantautrice e attrice franzosa e, come tale, bisogna stare attenti (essendo franzosa, intendo). Tra le cose che ha fatto c’è una cover dei Cold War Kids, Hang me up to dry appunto, che è uno di quei casi in cui la cover sopravanza lungamente l’originale: tanto è lenta, svogliata e priva di mordente la versione dei CWK, infatti, tanto la versione della signorina è azzeccata perché dà al pezzo – che è notevole – il giusto tono e la giusta velocità per colpire davvero.
Ogni tanto eccede ma ci siamo, eccome. Ben fatto.