Sanguinosissimo, teatrale, tutto girato a ritroso, è il video dei Leningrad girato da Ilya Naishuller. Un circo delle disgrazie, tutto insieme: coloratissimo e tragico.
Se qualcuno desidera cogliere meglio la storia, ma non è la versione originale, il video girato normalmente è qui.
Oggi esce, era ora, il nuovo disco di Courtney Barnett.
Naturalmente qui lo si ascolta da un bel po’, per via dei singoli sbrodolati nei mesi scorsi e di sfroso negli ultimi giorni, e un’idea me la sono fatta. Ma nonostante l’acquisto sia di mesi fa (bisognerebbe parlarne un po’, di questa cosa del pre-acquisto fatto eoni prima), è oggi per davvero che è sul piatto. E il 10 giugno si va a sentirla, nel posto strano. Viva.
Ah, anche in cassetta.
Dal vivo, io dico Charity. Sul piatto, dico Help your self.
Forse nemmeno un’ora di lettura, qualche decina di pagine per quello che è un vero gioiello dal punto di vista dell’intreccio e della struttura: Katherine Kressmann Taylor, Destinatario sconosciuto.
Si tratta di un romanzo epistolare pubblicato nel 1938 su una rivista americana, Story, e poi come libro autonomo, che riscosse un immediato successo per poi essere dimenticato e riscoperto negli anni Novanta. Oltre alla lettura in sé, un testo del genere – 1938, lo ricordo – dimostra come negli Stati Uniti fossero perfettamente a conoscenza di ciò che stava succedendo in Germania in quegli anni.
Bastava volerlo sapere.
In questi giorni avrebbe compiuto settantun anni, se ovviamente fosse ancora tra noi. Ampiamente superiore al figlio dal punto di vista musicale, i suoi dischi sono pieni di gran canzoni pensate e suonate in un modo che oggi non si usa più, che attualmente sa un po’ di antico e sorpassato, di un lirismo persino esagerato. Non era così vent’anni fa, quando i suoi dischi li ho consumati e gliene sono ancora, davvero, grato. Per cui oggi celebro:
Tra i suoi dischi, i miei preferiti: Tim Buckley (1966), Goodbye and hello (1967), Happy sad (1969) e il meno riconosciuto Greetings from L.A. (1972).
Se dovessi scegliere chi essere nei Settanta, forse vorrei essere Cat Stevens.
Bello come il sole, con una voce che quando cantava «Where do the children play?» volavano le mutande, autore di una valanga di canzoni strepitose, da «If you want to sing out, sing out» a «Wild world» a «Miles from nowhere» a «Sitting» a «Lady d’Arbanville» e dischi come «Tea for the Tillerman» e «Mona Bone Jakon» che ho a dir poco consumato, come tanti.
«The first cut is the deepest» è una delle sue prime canzoni, scritta per altri e poi ricantata e risuonata mille volte, che è come tutte le canzoni di Stevens: quando entra nella testa, poi non ne esce più. Per fortuna. Perché the first Cat is the deepest.
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