Darcdarcdarc, ogni promessa è debito: la promessa è il primo singolo, qua sotto con video girato con smartphone, e il debito è il disco a settembre.
Metric, Dark saturday, il disco è annunciato per il 21/9. Come dice Emily Haines, “le chitarre tornano in auge” ed è vero, a sentire le premesse: l’anda richiama Fantasies e questo è solo bene. Molto bene. Soddisfatto, anelo.
Ci sono cose che uno dovrebbe ricordarsi, prima di andare in mezzo agli inglesi: primo, che quando loro andavano nudi vestiti solo di pelle di coniglio, noi già si ammazzava un Giulio Cesare.
Secondo, che se vai a un concerto a Manchester e pretendi di stare in prima fila o quasi, dovrai vedertela con una bella quantità di liamgallagheri belli decisi ad avere il tuo posto.
Detto fatto: Jet, O2 Ritz, Manchester, lunedì scorso, prima fila o quasi, come da foto.
Confermati anche i liamgallagheri, che non erano necessariamente solo maschi, i quali con atteggiamento amichevole hanno sfoggiato gomitelli, spintonelle, pugnetti e arguzielle da linguaggio corporeo non verbale tutt’altro che disprezzabili: non sarò certo io che mi tiro indietro, viva l’amicizia a cena e le belle cose di gruppo. Ma che fatica. E che scambio di fluidi corporei.
I Jet: concerto clamoroso, potente, ribaldo e ben suonato nonostante i quindici anni da Get born, impossibile stare fermi e impossibile non accettare la sfida inglese. E terzo, sugli inglesi: ora ho capito, un mancuniano gallagheriano degli Oasis non potrà mai andare d’accordo con un londiniano albarniano dei Blur (non parliamo di James, figuriamoci), troppa distanza e troppe cose. Quante cose si imparano, a viaggiare.
Il mio programma musicale-dal-vivo di questo breve periodo prevede: Courtney Barnett, Franz Ferdinand, Roger Waters e Jet. Primi due fatti, ieri sera FF.
Che i FF fossero delle macchine da muovilculo si sapeva, basta pescare quasi qualsiasi pezzo della loro, ormai consistente, discografia. Ne cito dodici, per dire: “Right Action”, “Darts of Pleasure”, “Bullet”, “Eleanor Put Your Boots On”, “The Fallen”, “Walk Away”, “No You Girls”, “Matinee”, “Do You Want To”, “Take Me Out”, “Lazy boy”, “Jacqueline”.
Il bello è che lo sono anche dal vivo, tre chitarre due tastiere bassobatteria, trascinanti mica poco, persino quando Kapranos tra una canzone e l’altra sostiene che il lago di Garda è uguale a Glasgow: preciso. Forse pure di più dal vivo, con tutti quei saliscendi e riprese e salti nella loro musica, uno spasso, piano poi forte poi su poi giù. Basta aspettare il secondo 19 di “Do You Want To”, uno degli esempi eclatanti.
Per celebrare, perché i miei prossimi due giorni saranno alla loro insegna, un po’ di Ulysses:
E nel tempo non sbagliano quasi un colpo, tanto che l’ultimo disco, Always ascending, è bellissimo, esattamente come tutti gli altri negli ultimi quattordici anni.
Se ne serve ancora, un po’ di Do you want to.
Il ‘dabba‘ è il portapranzo fatto a cilindro d’acciaio con diversi contenitori, il ‘wala‘ è il fattorino: esiste una comunità di cinquemila dabbawala o dabbawalla che a Mumbai ogni mattina raccoglie circa duecentomila gamelle con il pranzo preparate da ristoranti o fatte in casa e le consegna ai lavoratori negli uffici e nelle fabbriche.
Ogni dabbawala consegna circa quaranta pasti, ovvero quasi settanta chili, in bicicletta, treno o carretti, e la cosa eccezionale – Harvard l’ha testimoniato – è che in media si verifica un errore di consegna ogni sei milioni (Forbes sostiene addirittura 1,9 errori per miliardo di consegne).
Proprio da un errore di consegna di un pasto prende spunto Lunchbox, in originale Dabba, un film indiano del 2013 che racconta, poi, il rapporto casuale tra la casalinga Ila Singh, abitante in un quartiere borghese indù, e il contabile Saajan Thomas, uomo solitario vicino alla pensione che vive in un vecchio quartiere cristiano.
È un film molto bello, a parer mio, molto delicato, arguto e gentile nei sentimenti. Consiglio (grazie, mr. C).
La New York Philharmonic, la più antica orchestra degli Stati Uniti che ha avuto tra i propri direttori anche Mahler, Toscanini e Bernstein, farà anche quest’anno quello che fa d’estate dal 1965: suonerà nei parchi pubblici.
E io dico: non è bellissimo? Il pubblico, ovvio, apprezza.
Musica classica prima a Central park, poi nel Queens a Cunningham Park, poi a Prospect Park a Brooklyn. Meraviglioso, dopo cena al parco, nell’erba, cielo stellato e musica insieme a migliaia di persone, che invidia. Un rimando? Mozart in the jungle, sicuro. E io mi rodo d’invidia.
E poi, finalmente, è successo: ho sentito Courtney Barnett dal vivo.
Per farlo, mi sono dovuto trasportare in Lussemburgo che è una cosa che una persona sana di mente senza esigenze di capitali all’estero non dovrebbe mai fare.
In un posto piccoletto, al coperto, CB ha offerto un concerto decisamente all’altezza, tra i primi tre concerti al chiuso mai visti nella mia carriera, senz’altro. Anche perché ero in seconda fila. In compagnia di mr. L., che ha concordato con le mie modeste valutazioni, è stato bello: formazione classica con batteria, basso, tastiere e all’esigenza seconda chitarra, e prima chitarra/voce in capo alla titolare, la sezione ritmica a dir poco eccellente tira su da sola tre quarti della canzone per cui non è troppo difficile costruirci sopra il resto, CB in alcuni singoli esprime una natura pestona che, sono sincero, non mi aspettavo e che mi ha piacevolmente sorpreso. Un animale da palco, tanto è poco verbosa sul divano quanto è a suo agio davanti al pubblico dal punto di vista musicale (resta comunque poco verbosa).
Talentuosa, con tanto tanto margine di miglioramento, non credo di sbagliare di troppo se la accosto – come ho già fatto – a Dylan per creatività, facilità di scrittura, fantasia, innovazione, capacità di creare suoni distintivi: senz’altro la novità più interessante degli ultimi anni, continuo a dirlo. E dal vivo conferma tutto: molto molto bello. È persino valsa la pena andare nel Lussemburgo, figuriamoci.
Curon, il sudtirolo, una diga che avanza e l’acqua che sale, i fascisti prima e i nazisti poi, la guerra che viene avanti, la fame, le montagne dove scappare, optanti e restanti, l’Italia e la Germania, scelte da compiere senza nemmeno intuirne – davvero – le conseguenze, figli affascinati da Hitler e padri legati ai sentieri da compiere tutti i giorni. Molti racconti, molta vita che si dipana all’ombra delle vicende apparentemente più grandi.
Un bel romanzo: Marco Balzano, Resto qui, Einaudi 2018.
Spiega Balzano: «Se la storia di quella terra e della diga non mi fossero parse capaci di ospitare una storia più intima e personale attraverso cui filtrare la storia con la s maiuscola, se non mi fossero immediatamente sembrate di valore generale per parlare di incuria, di confini, di violenza del potere, dell’importanza e dell’impotenza della parola, non avrei, nonostante il fascino che questa realtà esercita su di me, trovato interesse sufficiente per studiare quelle vicende e scrivere un romanzo».
Grazie a mr. C. per il buon consiglio, che giro.
facciamo 'sta cosa
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