Il fratello Gallagher più furbo, e più bravo, è in uscita con il nuovo disco, come quell’altro. Uno dei singoli di lancio è questa «Holy Mountain» che sembra avere un po’ di cose fuori posto, il flautino Hohner i coretti da spiaggia californiana i fiati dens dens, e poi invece dopo tre ascolti tutto va a posto e diventa magia.
E via in auto a tutto volume, a fare u-u-uuuh, chissà come si incazza Liam adesso, non vedo l’ora. Il disco, Who Built the Moon?, esce a fine mese.
Che dire? Io a Segovia, a Merida, al parco degli acquedotti, al Pont du Gard e così via sono strabiliato, come ora vedendone così tanti e belli. Grazie, signore.
Dopo Nicole Atkins, sei locandine di concerti di Courtney Barnett e Kurt il Vile, in un crescendo di bellezza.
Per fortuna questa cosa delle locandine, in particolare per annunciare singoli concerti, pare riprendere piede dopo i fasti dei Settanta.
E io gradisco, eccome se gradisco. Perché le locandine bisognerebbe farle per ogni occasione della vita. Magari comincio.
The Bloody Beetroots è un progetto musicale che adesso dirò delle inesattezze ma è italiano, porta la mascherella e fa musica pestazza spesso ignorante che a me piace perché sono spesso ignorante e pestazzo e l’hard rocche pestazza come spesso l’elettronica. Siccome il signor Bloody Beetroots è saggio ha deciso di unirsi ai Jet, uno dei miei gruppi dilettosi, per far su un pezzone pestazza che la batteria batte costante e si salta tutti insieme.
Raccomando, per carità, il volume adeguato così che da 00:48 il ritmo si senta dritto nel centro del cranio. Eccolo (ma è meglio sentirlo qui che pompa di più):
Buone notizie, dunque: i Jet sono per davvero di nuovo in giro e io non mancheròlli, Bloody Beetroots è in gran forma e ha appena smollato un disco truffa, per usar parole sue, in cui c’è anche la versione rock del pezzo di poco fa.
Insomma, tutto va bene.
Cito ma testuale testuale (I had a “punk phase” in the 90s):
Ivanka Trump: ‘Sono stata una punk, ho pianto quando è morto Kurt Cobain’
Oddio, muoio, da qualsiasi parte si guardi è impossibile senza morir dal ridere.
La perla è dall’autobiografia della madre Ivana, nelle migliori librerie.
L’irresistibile diffusione del (virgolette e corsivo enfatico) punk (chiuse virgolette e fine corsivo enfatico) nell’East side nei primi Novanta.
Io sono stato un dark e ho pianto alla morte di Freddy Mercury.
Il 17 novembre, a un anno meno un giorno dalla sua scomparsa, la Daptone pubblicherà l’ultimo disco di Sharon Jones & the Dap-Kings, Soul of a woman.
Si tratta di un disco concluso a giugno 2016, registrato tra una serata e l’altra del tour, ed è un pezzo della discografia ufficiale di Sharon Jones & the Dap-Kings a tutti gli effetti: quando pensavo che non ci sarebbe stato più niente, ecco un regalo davvero inaspettato.
Niente potrà compensare il dispiacere per la perdita, niente mi toglierà quel sentimento triste che mi piglia ogni volta che ci penso, un altro disco potrà però portare altre idee, altre sensazioni, altri pensieri. Anche altri muovilculo, magari, dipende dal tipo di disco che sarà.
Il primo singolo estratto, lo riporto qui sotto, è «Matter of time» ed è completamente, totalmente, Sharon Jones, per fortuna. Con tutta la grazia di cui era capace, anche nei momenti, tragici, mi commuovo a vederla ridere e ballare, e mi dico che devo – ancora una volta – imparare. Son regali, regali veri.
Certo, bisogna superare la tristezza quando a 1:34 o a 2:20 si vede Sharon con Charles Bradley, scomparso pure lui di recente, ma in fondo è bello così: vederli sorridenti e felici di fare quello che amavano fare.
E dunque su: festa per il nuovo disco, già pre-comprato, e giù il cappello, ancora una volta, per la sublime Sharon Jones: l’unica che avrebbe potuto sedersi sulle nostre facce come e quando avesse voluto. Viva!
Dopo la morte di Tom Petty, il 7 ottobre i Florida Gators – squadra di football americano di Gainesville, città natale di Petty – gli hanno reso omaggio prima della partita, sparando a tutto volume la sua I won’t back down. Novantamila tifosi che cantano tutti insieme una gran canzone mi danno brividi di soddisfazione.
eeeeeeeeeeeeibebi derisnoisiueiaaaaut. Notevole.
Guardando il video (che è da molto in alto ma ne esistono da più vicino) si vede quello che si vede sempre negli stadi americani: uomini, donne, adolescenti, bambini, nonni in carriola, insomma la ben nota capacità americana di creare l’evento. E la cantatona di Petty con il testo su maxischermo è esattamente quella cosa lì.
E allora ho fatto due conti: i Florida Gators sono una squadra universitaria e giocano nella Southeastern Conference, quindi la serie locale dei college della Football Bowl Subdivision (FBS). L’NFL – la serie maggiore – è piuttosto lontana. Ora: lo stadio in cui giocano – il Ben Hill Griffin Stadium – ha, si vede nel video qui sopra, 88.548 posti. Se non avete ancora detto cazzo! ecco un termine di paragone: San Siro a Milano ha 80.018 posti ed è il più grande stadio italiano, credo.
Il punto non è chi ce l’ha più grosso, il punto è che Gainesville ha, dato del 2016, 131.591 abitanti: il che vuol dire che, lasciati a casa i cani, gli ergastolani e le zie morte, tutti gli altri vanno allo stadio il sabato o la domenica a fare festa. L’evento, appunto. E si divertono mica poco, i bastardelli.
Se fossimo a Milano e le cose andassero alla stessa maniera, assumendo come buona la cifra di 1.368.590 abitanti (2016 anche qui), lo stadio della città dovrebbe avere 919.692,48 posti. Un milione, quasi, megojoni.
E il bello è che sarebbe pure pieno.
facciamo 'sta cosa
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