grande busking a banglatown

Solitamente a Brick Lane, a Londra, o lì attorno, ci si può imbattere in Lewis Floyd Henry (due di questi sono nomi e uno il cognome) che è, io credo, uno dei gran campioni tra i buskers in ambito musicale. Eccone la prova:

E non solo, per dire: qui alle prese con Foxy Lady e qui con la chitarra doppia per affrontare All Along The Watch Tower/Sweet home Alabama/Stuck In The Middle/Satisfaction tutte insieme o quasi.
Brick Lane è un ottimo posto dove andare, dove suonare, dove incontrare la comunità bengalese, dove vedere la street art di Banksy e le location di Luther.

satellite of love #101: B.G.

Benjamin Grant si diletta con le fotografie aeriali (ita: aerofotogrammetria con ripresa planimetrica, detta bene, che vuol dire fatta in verticale dritta) e io con lui. Lui ne ha fatto una professione (la raccolta, il sito, il libro) io no, faccio il guardone e basta.
È che vedere il mondo dall’alto è una delle cose che più mi piacciono, sia le zone che si prestano per via delle geometrie, come per esempio il concentratore solare di Siviglia, qui sotto, che usa 2.650 specchi per concentrare l’energia solare nella torre al centro e produrre energia elettrica in cambio di 30.000 tonnellate di CO2 ogni anno, sia le zone curiose, come Lombard street a San Francisco, già citata e ben famosa grazie anche a Steve McQueen, via che dà certamente il meglio dall’alto.

Anche il ponte sul Bosforo, dritto come un graffettone a unire le due sponde del mondo, fa una gran figura, se ammirato dall’alto. Anche qui, per dirla bene, il ponte è il “Ponte dei Martiri del 15 luglio”, uno dei tre ponti di Istanbul sul Bosforo, è lungo 1.510 metri, largo 39 e tra i due piloni c’è più di un chilometro.

Nel 1980, mentre stavamo attraversando in camper proprio questo ponte, vedemmo salire dalla parte asiatica i carri armati: era il colpo di stato. Unica cosa da fare, fatta: inversione a ‘U’ rapidi e scappare in Grecia. Per un pelo.

laccanzone del giorno: Julia Nunes, ‘Make out’

Julia Nunes è una cantautrice americana: ha cominciato postando su youtube covers e piccoli pezzi propri, spesso fatti con un ukulele o una piccola chitarra e registrati in camera, per approdare poi a un primo album pubblicato da una piccola casa discografica indipendente. Canzoni arricchite di nulla, l’approccio è semplice ma solido, basato su ottime idee, bella voce, tanta sostanza, il che me la fa piacere molto.
Un fulgido esempio di quanto vado dicendo, per cui basterebbero i primi venticinque secondi a dimostrare davvero quanto è brava:

Io consiglio caldamente, poi ciascun per sé. Questa canzone è contenuta in Some feelings, disco del 2015, bello come il precedente Settle down (2012, più bello secondo me) e come, spero, il prossimo, in uscita a inizio 2018.
Una delle sue cover più riuscite a parer mio.

a sense of awe

Tre vignette per ricordarmi quanto era divertente e arguto Gary Larson.

[vignetta con Dio al computer]

[vignetta con l’insalata di patate nel frigo che diventa cattiva]

[vignetta con l’alieno che scivola sulla scaletta dell’astronave]

Si è ritirato nel 1995 e ha segnato profondamente il mio senso dell’umorismo.
Nel 2013 Larson chiese di non postare in rete i suoi lavori, poiché li ritiene troppo personali e importanti per sé per non averne più il controllo. Rispetto la sua volontà, per gratitudine.

if you’re susceptible to seizures, be careful, please

È ancora quel momento dell’anno, per fortuna che c’è, in cui esce il nuovo video degli OK Go. Ormai talmente innovativi da quel punto di vista che la musica non solo pare secondaria ma pare composta proprio in funzione del video, non si capisce più cosa venga prima. Comunque sempre notevoli, consiglio ripassone di tutti i loro video degli ultimi quindici anni.

E c’è qualcuno che fa fatica a farne funzionare una, di stampante.
(Questo video è da pazzi).

laccanzone del giorno: Cake, ‘Short Skirt / Long Jacket’

I Cake sono un gruppo eccezionale: eclettici, bravissimi, spiritosi, innovativi ma allo stesso tempo – eccezionali per questo – stranamente compassati, stralunati, a volte poco comprensibili, completamente inadatti allo showbiz.
Dal 2011 non pubblicano un disco, è dal 2014 che non li si sente, la volta che li ho visti a Milano dal vivo hanno cercato, a un certo punto del concerto, di regalare una pianta a una fortunata spettatrice, non riuscendoci del tutto. Insomma: decisamente al confine, labilissimo, tra genio e incomprensibile follia.
Come questo video: grandissima canzone, un video bello ma del tutto inutile, visto che la canzone la sentono bene solo le persone con le cuffie (qui per sentirla meglio).

Perfettamente Cake.
Ogni loro disco è ottimo, perfettamente ascoltabile senza sorprese negative, tutta la loro discografia è di rara compattezza e coerenza e spazia senza difficoltà dalle influenze mariachi a quelle della musica folk iraniana. Inarrivabili.
(Oh, il lettore cd portatile, manca solo il dinosauro…).

woo-hoo

Quanto sono bellissimi i documentari in generale e in particolare quelli musicali? Lo sono, sono bellissimi. Parlerò più avanti di Soundbreaking, di Sonic Higways, di Supersonic, di Soul of America, di Miss Sharon Jones, o magari no, comunque qualche sera fa ho finalmente visto questo.

Che è del 2010 ed era, quindi, ora. Che dire? Che per me tutto quello che vien fuori dai Blur va sostanzialmente bene e questo documentario non fa eccezione. Certo, è molto molto centrato sulle ragioni dell’uscita di Coxon dalla band e sui motivi di risentimento tra lui e Albarn, sulle riflessioni di James, il bassista che ha scritto anche un libro sul suo periodo nei Blur, e molto poco sulla parte per me più interessante, ovvero la scrittura dei pezzi e degli album, la vita in una band catapultata nel bel mezzo di una guerra commerciale e il successo spropositato. Pochino, da quel punto di vista, pazienza.
Al documentario si accompagna il videone del concerto della reunion a Hyde Park nel luglio 2009 e quello sì che è trascinante da guardare, come lo sono da ascoltare i dischi dal vivo usciti allora. Perché i concerti dei Blur sono strepitosi, divertenti ed esagitati, io ne ho visto uno in Belgio in una notte d’estate del 2013 e ancora me lo ricordo come bellissimo, sicuro nella top faiv delle cosone dal vivo. Ecco qua un pezzo che rende l’idea di quella notte.
Un’idea abbastanza precisa di come sia un concerto dei Blur si può avere qui, dal concerto di Hyde Park del 2012, eccezionale. Ma bisogna guardare il pubblico saltare tutto insieme ed essere lì in mezzo per saperlo davvero.

Il documentario è integralmente visibile qui.

laccanzone del giorno: the Kinks, ‘Strangers’

Se i Kinks sono a livello degli Who, e lo sono, eccome se lo sono, allora ‘Strangers‘ sta a livello di ‘They are all in love‘: ovvero quelle dieci, quindici canzoni nella storia della musica – venti, dai – che procurano al cuore estasi, struggimento, dolore e insieme gioia, tantaggioja.

Se il testo di ‘Strangers‘ è un po’ più facile rispetto alla canzone degli Who, la melodia è più complessa e la voce di Ray Davies, praticamente i Kinks da solo, canta in quel modo che solo lui che pare stonato, che pare sopra o sotto e invece, accidenti, è proprio quello giusto.
Da Lola Versus Powerman and the Moneygoround, Part One, in molti si sono accorti di questa canzone nel tempo, specie nelle colonne sonore, e non c’è nulla di male, anzi: è sempre bello riascoltare e cantare insieme If I live too long I’m afraid I’ll die. Eccezionale, con l’inconfondibile batteria elastica che sta sotto a tutto il pezzo e, meraviglioso, chiude.