gli anni Novanta in 661 pezzi (non tutti facili)

Dall’ultima volta, abbiamo aggiunto circa quattrocento canzoni: una pleilista delle canzoni degli anni Novanta, una per artista, niente doppioni. Il che, di conseguenza, significa che anche i cantanti o gruppi sono seicentosessantuno. Un bello sforzo metterli tutti insieme, non esistono altre compile così complete in spotify né dalle altre parti.
Abbiatene, dunque, chi lo desidera: eccola. Si intitola: Nineties, almost everything e così è. Ed è persino troppo grossa per incorporarla qui.
Ma, anche, chi magari si prepara ad affrontare un viaggio di più di 47 ore: problema risolto. O, in questi tempi tristolotti, almeno sentire musica: quasi due giorni ve li offriamo noi.

Grazie, dunque, ai signori M., L. e A. che con me trasformano il cosare di memoria e conoscenza musicale in pezzi veri e propri. E come dicono gli inglesi: and counting. Dai, seguiteci e condivideteci, che vogliamo diventare i più grandi compilation men dell’universo. Ne avrete godimento, prometto.

Due finezze: la compila si apre e si chiude con Drive, ovviamente due diverse, e Shaggy con Boombastic si trova in posizione 501. Ma bisogna sapere le cose.

almanacco dei sette giorni, per folleggiare (20.09)

«Ora, mentre Renzo guarda quello strumento, pensando perchè possa essere alzato in quel luogo, sente avvicinarsi sempre più il rumore, e vede spuntar dalla cantonata della chiesa un uomo che scoteva un campanello: era un apparitore; e dietro a lui due cavalli che, allungando il collo, e puntando le zampe, venivano avanti a fatica; e strascinato da quelli, un carro di morti, e dopo quello un altro, e poi un altro e un altro; e di qua e di là, monatti alle costole de’ cavalli, spingendoli, a frustate, a punzoni, a bestemmie. Eran que’ cadaveri, la più parte ignudi, alcuni mal involtati in qualche cencio, ammonticchiati, intrecciati insieme, come un gruppo di serpi che lentamente si svolgano al tepore della primavera; chè, a ogni intoppo, a ogni scossa, si vedevan que’ mucchi funesti tremolare e scompaginarsi bruttamente, e ciondolar teste, e chiome verginali arrovesciarsi, e braccia svincolarsi, e batter sulle rote, mostrando all’occhio già inorridito come un tale spettacolo poteva divenire più doloroso e più sconcio».

È venuto in mente a molti lombardi, il Manzoni, in questi giorni. Il capitolo de I promessi sposi con l’assalto ai forni. Istruttivo, alla luce odierna.
In merito al coronavirus – e poi basta – un comunicato estero sulla situazione dei contagi italiani regione per regione (bisogna cogliere il passaggio) e una delle migliori battute di questi giorni, sempre sulla situazione sanitaria.

Poi: è morto il nonno di Ruby, quello per cui quella famosa notte in Questura a Milano si fece un casino e poi, sembra pazzesco, il parlamento votò per decidere se era la nipote o no. Uno (io) non ci crede ancora.
Due cose che non sapevo: la prima, che la National Gallery avesse un direttore italiano (Gabriele Finaldi) e la seconda, che lui medesimo abbia appena scritto un bel volumone nel quale descrive piacevolmente 275 dipinti conservati nel museo che vanno, cito, «dal tempo in cui i dipinti in legno, oro e lapislazzuli adornavano gli altari delle chiese italiane medievali o erano appesi nelle camere da letto dei mercanti olandesi, fino al volgere del XX secolo, quando gli artisti si dibatterono in potenti forme espressive in lavori che ruppero con la tradizione del passato». Io van Eyck l’ho riconosciuto. Il volume: Gabriele Finaldi The National Gallery. Masterpieces of Painting, National Gallery Company, Londra 2019. Distribuito da Yale University Press, pagg. 392, £ 50, ISBN 9781857096484. Operazione analoga al bel libro di MacGregor di qualche anno fa sugli oggetti del British Museum. Molto a poco.
L’FMI il due marzo ha dichiarato che dovrà rivedere al ribasso le previsioni di crescita dell’Italia, causa coronavirus. Come ogni anno, almeno stavolta c’è la scusa.
La Cassazione ha stabilito che Carola Rackete agì «seguendo le disposizioni sul salvataggio in mare, che comportano l’obbligo di sbarcare i naufraghi in un porto sicuro». Molti di noi lo sapevano. Servirà per il futuro? Temo di no.
Dal 12 marzo sarà nei cinema un film su Marie Curie che, per chi ha voglia di capire, è stata una scienziata inarrivabile sotto ogni punto di vista. Dai, meno Marvel e più roba che magari si impara almeno una cosa o due.

Infine, qualcuno prima o poi (più prima) dovrà decidere se fare o meno le olimpiadi.

ciao, ragazza

Non conoscevo di persona Elisabetta Imelio (lei è quella col basso che salta di qua e di là), non amavo molto i Prozac+, certo ho saltato come tanti su Acido acida, ho seguito marginalmente i Sick Tamburo, ciò nonostante a lei volevo bene. Come si vuole bene a una coetanea con cui, bene o male, sei cresciuto, hai fatto percorsi diversi ma bene o male non troppo divergenti, ogni tanto senti che fa delle cose, le senti e sei contento che stia bene e che faccia cose.
Ecco, proprio per questo motivo è da ieri che sento un dolore qui, di quelli che fanno male perché è morta una persona come te che avevi seguito in qualche maniera, che si era incazzata a vent’anni per Berlusconi, la guerra, il terrorismo, i governi del cazzo, Genova, la guerra nella ex-Jugoslavia e così via esattamente come te. I compagni, in senso letterale. Ecco perché oggi anche a me fa male.
Ciao, Elisabetta.

stupidità parte uno

Il governatore del Veneto della Lega Luca Zaia ha dato l’ennesima dimostrazione di stupidità: in un’intervista ad Antenna Tre aveva criticato le abitudini igieniche dei cinesi, chiosando: «Li abbiamo visti tutti mangiare i topi vivi!». Naturalmente, polemiche a non finire; Zaia prima ha ovviamente detto di essere stato frainteso e poi, alla nota dell’ambasciata cinese, si è scusato. Diciamo.

La stupidità, oltre alle affermazioni in sé, sta anche nel fatto che Zaia non sa ciò che è avvenuto nemmeno troppi anni fa a casa sua e non ricorda nemmeno ciò che ha scritto, diciamo, qualche anno fa:

Naturalmente là è ‘una straordinaria immagine’ e qua sono incivili e zozzoni. Bravo, ancora una volta: bravo.

Hertz, Vignelli e ovviamente Beck: le mappe delle metropolitane

È morto pochi giorni fa Michael Hertz, noto ai più per la sua mappa della metropolitana di New York. Quella, per intenderci, che ancora oggi viene utilizzata da chiunque in città e che, attraverso diverse revisioni, ha nel 1978 attualizzato i lavori precedenti.

I commenti sui giornali in questi giorni semplificano un po’ troppo la storia di Hertz e della sua mappa e – per chi come me apprezza questo tipo di cose – forse è il caso di puntualizzare qualche elemento della vicenda.

La costruzione della metropolitana di New York procedette in maniera abbastanza casuale e disordinata, poiché non vi fu un gestore unico per molto tempo e le concessioni venivano rilasciate a imprese diverse, al punto che – per fare un esempio – alcune tratte avevano addirittura una larghezza diversa e i convogli non potevano transitare ovunque.
La rappresentazione della rete metropolitana, dunque, risentì dei medesimi problemi fino agli anni Sessanta, quando la MTA (Metropolitan Transportation Authority) incaricò la Unimark International di lavorare al sistema di segnaletica della metropolitana di New York nel suo complesso. Il che contemplava ovviamente anche le mappe. Direttore della sede di New York della Unimark International era, per sua e nostra fortuna, Massimo Vignelli, eccellente designer, e direttore della sede milanese della stessa azienda era l’altrettanto eccellente Bob Noorda, che si era occupato dello stesso incarico per la metropolitana milanese.

Ispirandosi, appunto, al lavoro di Noorda a Milano – lavoro che è visibile, nonostante gli strazi contemporanei, e valido ancora oggi – Vignelli fece un lavoro strepitoso di ridisegno di ogni aspetto del sistema metropolitano, declinando le mappe in quattro tipologie: sistema ferroviario, mappa geografica, mappa del quartiere e mappa verbale.
La prima mappa, ovvero quella delle tratte, introdusse molte novità rispetto alle mappe tradizionali a favore di una netta geometria schematica, come per esempio le stazioni segnate con un punto, le curve a 45 e 90 gradi, i colori per le linee, l’eliminazione di molti elementi non utili alla comprensione dei percorsi, la rappresentazione iperschematica degli elementi geografici e così via. Eccola:

E nella sua prima versione, intera, in stile modernista:

Strepitosa, a partire dal font. Naturalmente, il lavoro di Vignelli si rifaceva a un altro precedente lavoro, oltre a quello di Noorda, ossia alla mappa di Harry Beck per la metropolitana di Londra, del 1931.

Accostata a Mondrian per ritmo ed eleganza, o agli schemi elettrici nelle intenzioni dell’autore, la mappa di Beck fu davvero una rivoluzione che determina ancora oggi la stesura di qualunque mappa del trasporto pubblico e non.

Vignelli, dicevo, fece un ottimo lavoro di semplificazione e rappresentazione – le sue mappe sono visibili al MoMa – ma, probabilmente, eccedette nella schematizzazione, non tanto della rete quanto della realtà circostante: infatti, la netta geometria della mappa andava a creare distorsioni geografiche che non venivano ben comprese dal pubblico. Per esempio, le stazioni – a causa delle curvature rigide delle linee – risultavano discostate rispetto alla posizione esatta, le dimensioni di Central Park non erano proporzionate ma, anzi, di molto diminuite, l’oceano e i fiumi erano rappresentanti in beige invece che in azzurro e così via. Tutti questi fattori fecero sì che il successo di tutta l’operazione fosse solo parziale.
A merito di Vignelli, a dirla tutta, bisogna sottolineare che la MTA, per questioni di costi, risparmiò sulle altre tre tipologie di mappe, complementari e necessarie nel progetto complessivo di comunicazione e informazione, ed eliminò arbitrariamente alcuni elementi da quella ferroviaria, non fece gli opportuni test con i viaggiatori prima della pubblicazione eccetera eccetera.

Un altro elemento che può aver contribuito alla mancata riuscita del lavoro di Vignelli, ma è una considerazione a posteriori, è che la semplificazione geometrica che ebbe così grande successo a Londra con Beck non funzionò in una città che è già schematica per sua natura come New York (o, meglio, Manhattan). Ma si fa per dire.
Per ovviare alla difficoltà e alle lamentele manifestate dagli utenti, nel 1978 la MTA decise di rimettere mano alla mappa della rete ed è a questo punto che entrò in gioco Hertz, adattando le intuizioni di Beck, Noorda e Vignelli alle esigenze degli utenti, di fatto rinunciando agli aspetti di design più spinti in favore di una maggiore aderenza al tessuto geografico delle zone rappresentate. Ecco il prototipo della mappa di Hertz:

Le 38 linee e le quattrocento stazioni e più trovarono quindi una collocazione più realistica e meno schematica su un territorio familiare agli utenti, incontrando le loro esigenze di utilizzo. Furono aggiunti moltissimi elementi esterni alla rete ma appartenenti ai quartieri, alle strade e alla città in generale, in modo da dettagliare il contesto. Narra la leggenda che lo studio di Hertz diede incarico al pittore e designer Nobuyuki Siraisi di percorrere tutte le linee della metropolitana a occhi chiusi per percepire meglio le curvature lungo il viaggio e poi rappresentarle correttamente. Furono naturalmente compiute delle distorsioni in favore delle zone più frequentate, Lower Manhattan e Brooklyn, ma in modo da non venire percepite dagli utenti. E fu così che nacque la mappa ancora oggi in uso:

Meno bella ed elegante di quella di Vignelli, ciò è innegabile, ma più duttile e confacente allo scopo per la quale esiste: non solo rendere agevole agli utenti l’utilizzo della metropolitana ma, anzi, incoraggiarli a prenderla mostrandone la facilità d’uso e comprensione. In particolare, ciò capitava – e ne posso ben dare testimonianza diretta – ai turisti e tutti coloro che non conoscono bene né la metropolitana né la città.
Chiaramente, Hertz non sarebbe esistito senza i suoi predecessori, come è ovvio, ma ben comprese il lavoro che andava fatto, conservando ciò che di buono già esisteva. «Mi fa sempre piacere guardare alla stazione della metro qualcuno che consulta la mia mappa. Sento di dargli una mano a orientarsi», diceva Hertz e aveva, per nostra fortuna, ragione.

il timore della carestia

Oggi la situazione nei supermercati – io ho visto l’esselunga – pare tornata quasi alla normalità, dopo il saccheggio di fine settimana. Gli isterici si sono riempiti la casa di disinfettanti, acqua e pasta e ora sono quieti.
È tornata un po’ d’acqua, disinfettanti niente.

Domenica gli scaffali della pasta erano stati del tutto svuotati, tranne spaghettini e penne lisce. A tutto c’è un limite.

almanacco dei sette giorni, per auscultare (20.08)

Il giovane Duplantis dopo aver fatto 6,17 metri ha fatto 6,18. Parlo del salto con l’asta ed è un record mondialissimo. Sempre più Bubka, di centimetro in centimetro. E i margini di miglioramento sono davvero ampi, sia perché ha vent’anni sia perché è passato ben sopra.
A Olimpia, nel tempo, hanno trovato un gran numero di elmi corinzi. Emozionante vederli insieme.

Il decreto Salvini ha favorito il “business dell’accoglienza”, ovvero riducendo il margine ha tagliato fuori le piccole associazioni ed enti che si occupavano di migranti in favore di grosse organizzazioni private che si possono permettere di tagliare i servizi per fare prezzi più bassi. Un bell’articolo di Annalisa Camilli per Internazionale.
Per chi segue Stranger things, comincia a essere nell’aria la quarta stagione.
Confluiscono in Italia Viva il senatore Tommaso Cerno dal Pd e la deputata Michela Rostan, da Leu. Italia Viva ha quindi al venti febbraio 30 deputati e 18 senatori. Chissà poi da Forza Italia cosa arriva.
Secondo Audipress il 30% degli italiani legge un quotidiano ogni giorno, di carta o digitale. Cartaceo non so, ma per quanto riguarda il digitale forse il verbo è un filino fuorviante.
Riporta Repubblica che secondo i dati aggiornati dell’Osservatorio Inps finora per Reddito e pensione di cittadinanza sono stati spesi 4 miliardi e 358 milioni di euro.
Tutte ma non la braidense.
Per chi, come me, consuma musica in grande quantità e si è posto la domanda dell’impronta ecologica, la risposta non è bellissima. Non bene anche la ripresa del vinile, che inquina parecchio.
Un bell’articolo di Francesco Erbani che racconta il ritrovamento di un archivio dei documenti che testimoniano la lotta all’analfabetismo in Italia.
E poi c’è il coronavirus, ma quello lo si legge ovunque. In fondo, l’himportante è l’hamore.