Ultimo giorno. Da Coblenza a Worms, «Dieta» e «Concordato», via Magonza, che vuol dire Gutenberg e la stampa a caratteri mobili. Il percorso è sempre lungo il Reno, stavolta in discesa – e qui lo devo dire, mi sono trattenuto finora a fatica: il Reno va da sud a nord; ma come fa? In salita? – e lungo quello che è solitamente chiamato il «Reno romantico», perché fatto di paesini sul fiume, dolci colline con vitigni e celebrato dalle opere dei poeti tedeschi e dei pittori inglesi. Io oggi lo vedo così:

Ahhh, romantische. Beh, meglio così, si accorda di più al mio umore di oggi. Mentre, ormai, non ho più molto da dire sulla gestione del covid-19 in Germania, perché quello che avevo da raccontare è detto, leggo qua e là altre notizie sull’Europa e mi interessa sempre il caso svedese. Come è noto, la Svezia ha fatto una scelta razionale all’inizio della pandemia decidendo di non optare per misure rigide di lockdown, sia per una questione culturale – nei paesi nordici e in Svezia in particolare è molto forte il concetto per cui lo Stato è al servizio dei cittadini e non può e non deve limitare in nessun caso le libertà individuali, tanto meno avere un atteggiamento paternalistico come spesso accade da noi – sia per una questione economica, ovvero per provare a non deprimere l’economia delle piccole aziende e negozi. Certo, poi la Svezia è un caso particolare, con circa dieci milioni di abitanti concentrati in una sola grande città e poi molto isolati tra loro nel resto del paese. Ho notato un certo piacere in tutta la stampa europea nel sottolineare come l’andamento dei contagi e dei morti in Svezia non andasse per niente bene e come la scelta fatta fosse, in sostanza, sbagliata. Ora, a parte che i conti andrebbero fatti alla fine, perché è abbastanza comprensibile come le cose da loro possano essere accelerate rispetto a noi che ci siamo chiusi in casa, ma in ogni caso la valutazione generale e diffusa è che si sia trattato di un approccio sbagliato, complice anche il fatto che il loro ministro della sanità ha ammesso a un certo punto che si aspettavano un numero inferiore di decessi. Dopo aver sottolineato che non ha detto di aver sbagliato ma, semplicemente, che si attendevano risultati diversi, ora la loro situazione è questa: quasi 75mila casi di contagio da coronavirus, con più di 5.500 morti. E questo è il disastro svedese, secondo quasi tutti i commentatori. Va bene. Sarò tendenzioso, e lo sono, ma a me un territorio di dieci milioni di persone fa venire in mente un’altra cosa. Sì, la Lombardia. E come sono i numeri della Lombardia? Quasi 95mila casi di contagio e quasi 17mila morti. Ah.
Beh, ma questi sono i conti della serva, sono certamente due situazioni chiaramente molto diverse.
Tornando a Worms, tra i numerosi accadimenti della Storia avvenuti qui uno memorabile è l’incontro tra Carlo V, imperatore che torna sempre bene o male nelle storie di queste zone, e Lutero. Convocato alla presenza dell’imperatore per meglio spiegare le cose che andava dicendo sulle indulgenze e i malcostumi della chiesa romana, il frate ribadì le proprie tesi e confermò, anzi, che sarebbe andato avanti con la propria traduzione della Bibbia e con la scrittura delle proprie argomentazioni. Certo, già sapeva di godere della protezione del principe elettore di Sassonia, il più potente tra tutti, ma non dev’essere stato comunque semplice dirlo all’imperatore, a corte spiegata. Se il pensiero corre a Galileo, bisognerebbe tenere conto che Lutero non era a Roma, nell’occhio del ciclone, dove l’avrebbero volentieri gratinato senza pensarci due volte. Ecco, l’incontro tra l’imperatore, la corte e Lutero avvenne nell’aula del palazzo che si vede nella foto qui sotto:

E grazie, prima i francesi nel 1689 distrussero parte della città e poi gli alleati completarono il lavoro nel 1945 radendo al suolo tutto il centro medievale, risparmiando solo la cattedrale. Sorte peraltro comune a quasi tutte le città tedesche, a parte pochi rari casi non toccati dai bombardamenti, come per esempio Tubinga.
Domani piglio il treno e torno a casa, dove mi dicono che hanno finalmente tolto l’obbligo di mascherina all’aperto, deo gratias, e ci sarà modo, fin da domani, per trarre qualche conclusione in merito a questo breve giro di esplorazione dell’Europa ai tempi della pandemia. Di sicuro, la sensazione di stare a bordo della locomotiva d’Europa – che sarebbe la Germania e non la Lombardia – è forte, perché non avverto grosse manifestazioni di crisi economica, anche se il PIL è in discesa, ed è ancor più forte quando faccio un bancomat e la macchinetta mi sputa un bigliettone da cento euro nuovo nuovo anti-falsificazione come da noi non ne avevo ancora visti. Ed è un bel po’ che sono sul mercato, da noi i bancomat offrono solo i venti euro o giù di lì. Qualcosa vorrà dire. E ho visto più di una volta pagare conti con banconote da duecento (davvero? esistono?) e due volte da cinquecento. Il fine economista che c’è in me dice che questo qualcosa vuole dire ma non è il caso di dirlo proprio ora.

Bene, ci sentiamo domani, magari, o a breve e grazie a tutti quelli che hanno seguito e non si sono manifestati. Ancor più grazie a chi, invece, ha deciso di farlo. Servono sempre riscontri, anche negativi, perché se no uno non prende le misure, ma se qualcuno mi dice che si è divertito, come è successo, a me fa immensamente piacere e dà senso a tutta la faccenda. Ora sono quasi le sei e io mi devo sbrigare ad andare a cena, altrimenti resto fuori e mi tocca mangiare gli orsetti gommosi che, iddio li benedica, in albergo mi hanno messo sul cuscino come benvenuto. Grazie, signori della civiltà gommosa e, dunque, superiore.
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