almanacco dei sette giorni, per incrisire (21.02)

☀ Sole sole sole per queste due donne: Marica Mastromarino e Roberta Paolini, attrici teatrali, hanno cominciato durante la pandemia a fare la spesa per altre persone, per altruismo e per necessità, immagino, e poi hanno pensato che anche il teatro, in fondo, è un genere di prima necessità. E così hanno fondato Teatro Delivery, scegli cosa vuoi, loro vengono e ti mettono in scena ciò che hai ordinato. Ecco il menu:

Vengono in bici e il cortile, il giardino, il pianerottolo diventano un palco. Eccezionali, bravissime, idea bella e commovente. Pare che Fo sia il piatto più ordinato. Se siete in zona, chiamatele, per voi e i vicini.

✘ Domenica sera, invece, è morto a Roma Adriano Urso. Urso era un pianista di quelli bravi, ecco qui, suonava jazz, swing, atteggiamento alla Buscaglione, per capirci. Uno che l’estate scorsa suonava a Villa Celimontana con il suo «Swing Quartet» proponendo brani di Gershwin, Ellington, Porter, Berlin. Per il personaggio, girava con una fiat 750 e con quella faceva il lavoro che da qualche mese gli permetteva di sopravvivere, non potendo suonare causa pandemia: il rider. Per quanto in macchina, consegnava pizze e cibo a domicilio. Poi domenica la 750 si è fermata, lui è sceso per spingerla perché la pizza deve arrivare calda e pum!, un infarto per strada. E ciao. Non è che prima buttasse bene, anche prima del contagio, e le speranze del dopo erano davvero fosche, lo diceva. E io dico: non c’è nulla di male nel fare il rider, ci mancherebbe, anzi, se le condizioni sono eque. Ma se uno, uno come lui, l’arte ce l’ha, vivaddio, diamogli la possibilità di coltivarla e diffonderla, no? Deve fare il rider? Urso e i suoi colleghi son gente che vive con i tozzi di pane, pur di suonare, gliene potremo pure allungare un po’, o no? Ecchecazzo, così no. Così proprio no.

◼ Michael Pyle, responsabile delle strategie globali di investimento di BlackRock, dovrebbe essere il nuovo capo economista del gruppo della vice presidente Harris. Brian Deese, ex responsabile degli investimenti sostenibili di BlackRock, sarà direttore dei consiglieri economici di Joe Biden. Wally Adeyemo, ex responsabile dello staff di BlackRock, enterà in carica come vice segretario al Tesoro. Notato niente?
Esatto, son tutti uomini. No, scherzavo, la cosa da notare è BlackRock. Che è la più grande società di investimento nel mondo, patrimonio gestito oltre ottomila miliardi di dollari. Ovviamente, partecipazioni ovunque, dal petrolio iracheno ai contractors ai vaccini, per stare all’oggi. Per dare un’idea, è o e stato azionista di peso di: JPMorgan Chase, Bank of America, Citibank, Apple, McDonald’s, Nestlé, Exxon Mobil, Shell, Deutsche Bank, Intesa Sanpaolo, Bnp, ING, per citarne dodici su migliaia.
Non che ciò sia intrinsecamente male ma l’ufficio di presidenza e vicepresidenza cominciano ad assomigliare a una succursale del fondo di investimento. E se poi si occupano di gestione economica degli Stati Uniti, qualche sovrapposizione c’è.
A corredo una curiosa foto di Biden, scatto riuscito.

(AP Photo/Susan Walsh)

☀ Sempre USA, dopo l’assalto al Congresso il discorso più interessante, sensato, ficcante, coinvolgente è stato quello di Arnold Schwarzenegger. Lo so, serve l’inglese ma con i sottotitoli si capisce, e poi lui parla bene ma da immigrato, quindi si capisce. Oh, davvero: bravo. Enfasi americana ma stavolta ci vuole.

✘ Whatsapp cambia alcune condizioni relative alla privacy e oddio oddio un sacco di gente si agita e passa a Signal (+4.200% su base settimanale e perché l’ha detto Musk) e Telegram. Dai, non scherziamo, andava fatto anni fa, quando era utile e lo dicevamo altri e io che non siamo l’uomo più ricco del mondo. Non ve n’è fregato nulla finora della vostra privacy, quindi perché ora? Tra l’altro, la modifica dei termini non ha ripercussioni in Europa perché, grazie a dio, abbiamo una legge sulla privacy molto molto avanzata e, di conseguenza, Facebook non può fare quel che vuole da questo punto di vista. Ma, comunque, ripeto: continuate a dar via i fatti vostri belli disinvolti e adesso il problema è whatsapp? Eddai.

✘ Tanto era prima-gli-italiani, prima-gli-emiliani, l’Emilia-sopra-tutto in campagna elettorale, quanto Lucia Borgonzoni una volta perso è sparita. Presenze in consiglio regionale nel 2020? Zero. Nemmeno in videoconferenza. Zero. Nemmeno per sbaglio, in una seduta in cui si parlasse della via in cui abita, niente. Contenti di averla votata?

◼ Fidel Castro era leggendario in questo, era campione del mondo di discorso pubblico. Chavez gli andava dietro, Gheddafi pure, Nancy Pelosi ne ha fatto uno di recente di sette ore, mica male, Marco Boato ne fece uno da diciotto ore ma erano tempi di radicali, anche Pannella alla radio ne faceva di interminabili. Qualche giorno fa Kim Jong-un ha parlato per nove ore al Congresso del Partito. Al di là della lunghezza, mi è piaciuto il proclama: «Vogliamo sottomettere gli USA, nostro nemico».

☀ Se n’è parlato parecchio ma lo riporto perché mi è piaciuto: i russi ci hanno sonoramente preso per i fondelli mandando in onda un’ora, dico un’ora!, di trasmissione tutta in italiano parlato da russi che simula un capodanno televisivo sulla TV italiana. Qui, «Ciao 2020». Poliziotti, cardinali, calciatori, presentatori, ballerine, smandrappate, l’estetica spiace ammetterlo ma è davvero la nostra, quella di RaiUno, e i contenuti non ci vanno distante. Potete anche offendervi, non trovarlo divertente, lo capisco, ma dire che non hanno colto nel segno sarebbe davvero ingiusto. Purtroppo. Avanti, quindi, con Giovanni Urganti e Tutti Frutti, Niletto Niletti e Claudia Cocca, il regista pornografico Alessandro Pallini, Ornella Buzzi, Milanka e Gerolomo Paffuto, Giovanni Dorni, Enrico Carlacci e La Soldinetta, Vittorio Isaia e Giovanni Urganti che cantano Chiesi io al frassino.

☀ Solitamente non mi piace e non sono d’accordo con lei, le volte che mi capita di leggerla, ma stavolta la segnalo: Guia Soncini se l’è presa con i legalisti a parole che sono andati in giro per le feste e sono piuttosto d’accordo con lei. Anche in senso più ampio, ovvero la repubblica dei giovani fuori sede. Ecco l’articolo.

☀ E ora un lavoro ben fatto.

Così, era bello da ammirare.

Le prime due settimane di questo 2021 sono state abbastanza al di là dell’immaginazione, tra l’assalto armato al Campidoglio, la nostra crisi di governo (ricordare il richiamo di Mattarella alla costruzione, meno di quattordici giorni fa, appunto), un governatore di regione (Toti, Liguria) che dichiara di andare piano con i vaccini «altrimenti le scorte finiscono», un’idea di impeachment per Trump a meno di otto giorni dall’insediamento del nuovo presidente, la chiusura o sospensione di un po’ di profili social tra cui anche Libero, il giornale, dopo Trump, la possibilità per le donne di celebrare parti della liturgia, Papa dixit, e l’introduzione della zona bianca. Forse. Non male, direi, come inizio. Va a finire, come ha detto qualcuno, che il 2020 era solo il trailer del 2021.


L’indice degli altri almanacchi.

guardava l’orizzonte con stanchezza…

Bel rimpastone nella giunta della Regione Lombardia e tutti contenti, come nulla fosse, a sorridere e mostrare ottimismo, celando lo sfacelo sotto il tappeto bello. L’assessore al welfare con delega alla sanità lombarda, lo sciagurato Gallera, viene silurato – sempre troppo tardi – adducendo la scusa che sia “stanco”. Non sembrava, quando correva impippandosene delle regole, quando discettava delle due persone infette in contemporanea necessarie per contagiarlo in un angolo buio o quando ringraziava deferente la generosità della sanità privata. O quando, a marzo e in piena pandemia, si dichiarava disponibile a candidarsi a sindaco di Milano. Sfrontato.

Ma a lasciare la via vecchia, a cascare dalla padella, poi non si sa mai dove, e come, si vada a finire. È questo il caso, con la nomina della Moratti, oltre che assessora anche vicepresidente (e, speculo: prossima candidata?). Tremenda come presidente RAI, ministra dell’istruzione, sindaca di Milano, poi titolare di una pletora di incarichi tra cui la presidenza del consiglio di gestione di Ubi Banca, la presidenza della Fondazione San Patrignano e chissà quanti altri. Condannata in via definitiva per aver dato incarichi illegittimi come sindaco di Milano, ha dovuto risarcire di tasca propria oltre 591mila euro, vabbè, poca differenza per lei, ma soprattutto ha causato un danno erariale di quasi due milioni di euro per le sue consulenze allegre. Non il modo migliore di cominciare.
Ma altre premesse sono anche peggio. Non ha mai fatto mistero di sostenere la sanità privata – alla fine è dello stesso partito del delinquente Formigoni – e di certo non sovvertirà il modello fin qui dimostratosi fallimentare. Inoltre, Moratti dal 2018 è consigliera di amministrazione di Bracco spa, multinazionale italiana del settore chimico e farmaceutico, con una partecipazione interessata in Lombardia, visto che gestisce servizi per la salute con il Centro Diagnostico Italiano, venti sedi nella regione. Conflitto di interessi? Maddai.

Epperò non basta. La nuova assessora per le politiche sociali, famiglia e disabilità è Alessandra Locatelli, leghista d’accatto prima assessora alle politiche sociali del comune di Como e ministra per la famiglia nel governo Conte I. La si ricorda solo per atti indecenti o insulsi: per dire, quando strappò la coperta a un clochard scacciandolo dal suo giaciglio e incalzando gli altri che dormivano per strada con un’idropulitrice; quando chiese a tutti gli amministratori della Lega di rimuovere dagli uffici pubblici la foto del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Per carità, non che in altre regioni leghiste vada meglio, con per esempio tal Donazzan, assessora all’Istruzione della Regione Veneto per Fratelli d’Italia, che l’altro giorno ha la bella idea di intonare «Faccetta nera» in quella trasmissione per idioti che è La Zanzara. Mala tempora.

Raramente, dunque, dai rimpasti ne escono gemme, solitamente subentrano le seconde file o personaggi interessati ad altro. Ambo.

see, ciao, le twitter rules

Twitter sospende definitivamente l’account di Trump.

Ora, per quanto niente possa contare, ci sono almeno due motivi per cui la cosa mi dà fastidio. Primo, perché è un rigore peloso, Trump ha violato le regole di twitter, della netiquette e della decenza mille e mille volte in questi quattro anni, ma evidentemente solo adesso che è in uscita dalla Casa Bianca può essere sanzionato. Perché prima non conveniva farlo. Secondo, perché oggi è Trump e allora va bene, tutti contenti o quasi, ma domani può essere chiunque, anche qualcuno che conduce una battaglia sacrosanta. Perché i social sono aziende e ragionano in termini di profitto e di convenienza, spesso ipocrita, per cui non bisognerebbe usarli per dibattiti pubblici o comunicazioni istituzionali o quasi. Ma questa cosa pare non capirla quasi nessuno. Vogliamo imporre delle regole (anche fiscali) a questi o continuiamo a farci del male?

Nel frattempo…

le questioni/questione di genere/genera, il casino/casina della lingua e una cosa una volta per tutte, finalmente

Il tentativo, politicamente corretto, di essere rispettosi delle identità di genere e di utilizzare, se possibile, la neutralità di genere nel linguaggio spesso producono mostri. Dai «bambine e bambini, ragazze e ragazzi» che precede ogni inizio di documento di certe associazioni di sinistra al democratico Emanuel Cleaver che pochi giorni fa, in seduta alla Camera dei Rappresentanti a Washington, ha concluso il discorso con un improbabile «amen» e, per essere rispettoso, con un ancora più improbabile «awomen». Essendo pastore, nel senso delle anime, era stato incaricato di chiudere la seduta con una preghiera – e già qui qualcosa da dire ci sarebbe – ed evidentemente è stato preso da un irresistibile afflato paritario. Auomen, qui il video.

Sempre attratti dalle figure di merda, i compagni del PD, stavolta di Palermo, hanno ben pensato di sventrare il sostantivo «militante» facendone una questione di genere. Essendo un participio presente (da «militare», che anche se non sembra è anche un verbo), ha il brutto vizio di essere insieme maschile e femminile. Pardon, femminile e maschile. Anvedi. I dizionari dicono: «agg. e s. m. e f.».

Per cercare di porre rimedio a questo sfacelo, scusate: sfacela e sfacelo, segnalo un ottimo articolo della sociolinguista Vera Gheno, dal titolo esplicativo: «La questione dei nomi delle professioni al femminile una volta per tutte». Utile, molto. Oddio, utila, anche. Scusate, scusate tutte.

cose che non capisco: la scelta dell’intrattenimento video casalingo

Il catalogo di Netflix offre, al momento, 2.490 film, 1.295 serie tv e 531 documentari. Quello di AmazonVideo consiste in 6.469 tra film e serie tv. Disney+ ha un catalogo approssimativamente di circa settemila episodi di serie tv e all’incirca cinquecento film. E questo per stare ai competitori più ingombranti dello streaming video, perché poi ci sono RaiPlay, Infinity, DAZN, Now TV, TIMVision, YouTube Premium, Chili, Apple TV+ e così via, solo per stare all’Italia. Una marea.
Certo, poi gira e rigira buona parte dei contenuti offerti è sempre quella, che spunta un po’ di qua e un po’ di là, e un’altra fetta non piccola è fatta di prodotti francamente scadenti, ciò nonostante tra produzioni originali e cataloghi acquisiti ciascun servizio di cui sopra offre un catalogo ampiamente superiore alla capacità di intrattenimento di una persona durante una vita di durata media. Considerando poi che un certo numero di famiglie ha Netflix per le serie, Disney+ per i bambini e per guerrestellari, Amazon perché ha Prime comprando le ciabatte, RaiPlay perché è gratis, l’offerta si allarga ancor più. Una bella scelta, no?

Sì, in teoria sì. Ma in pratica no, perché poi alla fine guardate quasi tutti le stesse cose. Lo so, sono passato al ‘voi’ chiamandomene fuori. Vero. Ma lo posso fare, credo, perché non ho nessuno di questi servizi, non pago abbonamenti per farmi intrattenere e, spesso, perdere tempo, a meno che non sia musica. Quello sì, la pago, ma non la considero intrattenimento allo stesso modo. Comunque, essendone fuori, mi capita di notare (e quasi chiunque abbia a che fare con le piattaforme me lo conferma di volta in volta) come alla fine le persone tendano a guardare ciò che le piattaforme stesse promuovono come novità o scelte adatte al cliente. Perché le dimensioni amplissime dell’offerta fanno sì che la scelta richieda molto tempo, ricerca e selezione, di fatto vanificando l’offerta stessa. Le compagnie lo sanno benissimo e, infatti, una bella fetta del catalogo è lì solo per far quantità, perché costa poco e per ingolosire gli abbonandi.

Quindi, tanta tanta scelta e molte piattaforme e, alla fine, sembra di stare ai tempi di Rai Uno. Infatti, nelle ultime settimane moltissimi utenti hanno visto ‘L’incredibile storia dell’Isola delle Rose’, ‘La regina degli scacchi’ e, negli ultimi giorni ‘Sanpa’. Le persone ne parlano durante la pausa caffè, i giornali ne discettano ampiamente, la tv in un qualche modo autoreferenziale pure, da fuori colpisce. E non è un caso che siano tutte proposte di Netflix che, in questo, ha preso abbastanza il posto di Rai Uno.
Perché non sono film o serie eccezionali, sono prodotti medi, ben costruiti per il pubblico con trama non troppo complessa ma nulla più, potrei citare seduta stante cinquanta serie tv migliori di queste, tutte a portata di telecomando. Eppure? Tutti a guardare le ultime novità proposte. Come ai bei tempi del monocanale o del monopolio televisivo. E poi mi chiedono: ehi, hai visto Sanpa? E io mi devo pure giustificare, ma che mi frega di San Patrignano? Oppure commentano la serie in rete o al bar dando per scontato l’universalità della visione. Ed è proprio così, nei fatti.

Alla fine, questa cosa di guardare tutti le stesse cose, evidentemente, piace. Perché se no non si spiega. Piace probabilmente il non dover decidere, il fatto che un servizio a pagamento proponga cosa vedere, il poterne parlare con chiunque il giorno dopo, avere la sensazione di non perdersi nulla di importante. Naturalmente non è così, là fuori è pieno di film, serie tv, documentari meravigliosi che, però, in buona parte vanno scovati. ‘La casa di carta’ è l’esempio eclatante: scadente, al limite della presa per il culo nella seconda stagione, vera fotocopia della prima (ah no, beh, certo, là era la Zecca qua la Banca di Spagna, diversissimo), tutto piuttosto copiato da ‘Inside man’ di Spike Lee di dieci anni prima. Eppure, un trionfo. E le persone che la consigliano, pure, sacrificando tempo ed energie proprie nella promozione di Netflix. Mah.

Vabbè, il mainstream e il conformismo non li scopro certo io oggi.
E no, Sanpa non lo guardo né lo guarderò. Di San Patrignano mi basta ricordare gli abusi e le violenze negli anni Ottanta, il ruolo tremendo di Muccioli, vero padre-padrone e santone, quasi che la legge non potesse entrare nella comunità, l’appoggio incondizionato della politica, la Moratti su tutti (eccola là, di nuovo), i suicidi, le botte, i soprusi e un sacco, ma davvero un sacco di soldi che finivano là. E il dolore delle famiglie, lo sfruttamento dello stesso, l’affare del recupero dei tossicodipendenti.

Tra le cose che Sanpa non dice, c’è il PART di Rimini: un polo museale sovradimensionato rispetto alla città che lo ospita e costituito da una ricchissima collezione di arte contemporanea. Che è la collezione di San Patrignano. Beecroft, Chia, Hirst, Isgrò, McCarthy, Paladino, Pistoletto, Schifano, Schnabel, Vezzoli, per dirne alcuni. La presidente della Fondazione San Patrignano, Letizia Moratti (ancora!), spiega che «abbiamo intrapreso la via della collezione di opere d’arte contemporanea come riserva patrimoniale». Alla faccia. E la collezione girerà, diventando mostra itinerante in molti altri musei d’Italia. Non male per una comunità di recupero di tossicodipendenti, no?

vola l’herpes, che buciarda

Sì, l’ho fatto.
Or ora.
Perché va fatto oggi.
E io l’ho fatto.
Subito, appena passata la mezzanotte.
Come ogni anno.
Sì.
L’ho fatto entrare.
Esatto, lui.
Magnifico.
Non oggi, da oggi.
L’ho fatto.
Ho fatto entrare Ascanio.
Oggi.
Ora.

Fallo anche tu.

Aggiornamento delle 16:36

Ecco, a forza di urlare nei gomitoli, ho appena scoperto di essere diventato così.

Per chi non avesse afferrato, la canzone è realmente iraniana. La cosa che fa ridere è che invece sembra in italiano sbilenco. Fa ridere me, almeno. E un miliardo di altre persone con il senso dell’umorismo molto molto sviluppato. Ehm.

l’assalto al Congresso americano

Ieri nel pomeriggio irruzione di qualche centinaio di sostenitori di Trump al Campidoglio per interrompere i lavori di proclamazione del nuovo presidente. Non parlerei di colpo di Stato. Ora, a parte il folklore, perché in effetti sembrano i Village People che assaltano il Congresso, a parte l’accozzaglia di destroidi raccolti sotto la protesta pro-Trump, per cui si è vista anche una maglietta inneggiante ad Auschwitz, a parte la galassia populista, iperreligiosa, fascista, sovranista, suprematista che si è manifestata nell’occasione, mi chiedo cosa spinga una veterana dell’Us. Air Force a credere alle balle di Trump al punto di lasciarci le penne.

Perché va bene, possiamo anche ridere della sgangherata compagnia di idioti di ieri, ma i morti sono quattro e sono stati scontri veri, tra l’altro occupando per la prima volta nella storia degli USA un’aula di governo (cosa che in Europa è accaduta più spesso). Mi ha colpito il totale ritardo dell’intervento della Guardia nazionale e della polizia, immobili per alcune ore, specie dopo aver visto, invece, gli schieramenti imponenti durante le manifestazioni di Black Lives Matter. Appunto: e se fossero stati afroamericani, ieri, invece che bianchi armati?
Per carità, quattro o più stronzi disposti a sacrificarsi in nome di qualsiasi causa di destra li si trova sempre, vedi i serenissimi di San Marco di qualche anno fa da noi, le ampolle leghiste, i sostenitori di Berlusconi in piazza per la nipote di Mubarak, i gilet arancioni, il popolo dei forconi, i vaffanculo day, e quattro anni di aizzamento da parte di Trump sono poi la causa principale della sceneggiata di ieri.
Ciò che, credo, sia significativo è che i “Proud Boys”, così si chiamano, sono tanto contro il partito democratico quanto contro quello repubblicano. Il che significa, secondo me, che da adesso in poi non sarà più accettabile una destra che – anche da noi – occhieggia e ammicca a chi sta fuori dal sistema repubblicano democratico, stimolandone gli istinti più bassi. Chi ambisce a governare un paese non deve più avere atteggiamenti ambigui, questo non sarà più accettato, né da destra né da sinistra. O così dovrebbe essere, d’ora in poi.

minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: gennaio, il piacere del tampone, gli sveglioni di capodanno, il bianchino fatale

Buon anno nuovo. Sì? Alle otto e trenta ricevo il messaggio, Tiziocaio è positivo. Ah bene, ottimo. Ha appena fatto un tampone rapido, sta aspettando i risultati di quello completo. Io però l’ho visto poco, abbiamo mangiato insieme una fetta di pizza a pranzo in ufficio il 29 dicembre, venti minuti al massimo. Già. E quindi? Basta? No, non basta. Io avrei anche fatto un tampone il 22 dicembre, la cosa comincia a diventare ripetitiva. Trivigante, c’è poco da fare: altro tampone. Altrimenti, ti conosci, poi resti col pensiero e oggi devi portare le spese a casa delle persone, non si scappa. D’accordo, però: tampone rapido. Un po’ perché dovrebbe essere più che sufficiente, un po’ perché vorrei provare, un po’ perché domani è festa e ciao, poi. Rifletto, 8:37: cosa so, io, dei tamponi rapidi? 8:38: niente. Ho letto però che nelle regioni civilizzate – l’Emilia – li fanno gratuitamente nelle farmacie. Vado a chiedere nella farmacia sotto casa, suscitando peraltro un po’ di agitazione negli altri clienti, ma niente, non li fanno. E, mi dicono, forse c’è una farmacia in un comune limitrofo che li fa ma sa più di diceria e leggenda che di fatto dimostrato e, comunque, di sicuro in città no. 8:45: faccio una breve ricerca in rete, trovo un poliambulatorio, casualmente vicino a casa, che pare li faccia. Non prenoto, non telefono, vado. 8:51: passo all’isola ecologica, lo dovevo fare, sono uscito con i sacchi pieni di carta. Ore 9:02, entro nell’ambulatorio. Eeeeh, salve, lo so, non ho prenotato, vorrei fare un test rapidooo, ecco, mmm. Me lo fanno. Ma pizzicata-al-dito o tampone rapido, mi chiede la signora allo sportello? Non so, qual è il più affidabile e, insieme, il più piacevole? Tampone-dritto-nel-naso, va bene. 9:07: pago quaranta euro – Fontana, sappi che tengo i conti, ci vedremo alla fine – e non faccio in tempo a sedermi che vengo chiamato nella stanzetta. Ci credo, non c’è nessun altro. Mi siedo, solito stecchino ficcato nel cervello, due volte per simmetria, ore 9:09 sono in sala d’aspetto in attesa del responso. Ore 9:17: negativo.

Bravo, trivigante. Crisi risolta a tempo di record, isolamento evitato e, non ultimo, bravo perché anche stavolta, pare, non ti sei contagiato. E hai pure buttato i rifiuti in scioltezza, poi dicono degli uomini. Che poi, mi avrebbe dato più fastidio ammalarmi da Tiziocaio, che francamente sopporto poco, piuttosto che pigliarlo in sé. Anzi, mi avrebbe proprio scocciato, preferirei, se proprio, prendere il virus da persona simpatica e civile, piuttosto che da uno che non so dove sia stato o cosa abbia fatto. Metti che ha fatto il mona a capodanno in una festa abusiva, in barba alle regole, se poi infetta me mi girerebbero parecchio le balle. Quella festa sul lago di Garda, per esempio, a ballar da stronzi e credersi migliori e più furbi, pubblicando poi foto e video in rete, nonostante sul tavolo ci fosse un bel foglio grande che invitava, appunto, a non farlo. Svegli, proprio. O, metti, al bar. Due giorni fa entro timidamente in un bar per acquistare un caffè da asporto, apro la porta di una vetrina tutta appannata e dietro un tavolino, che serve a far barriera per gli avventori, almeno dieci ultrasettantenni, tutti chiaramente senza mascherina, impegnati in: compilazione della schedina del superenalotto; grattamento di ‘turista per dieci anni’ non vincente; sorseggiamento di bianchino di modesta qualità; partitina alle macchinette truccate; mano di briscola; tempo lieto di belle battute da bar. Giurerei anche di aver visto in un angolo, là in fondo, la Morte ghignante con la falce ma potrebbe essere una suggestione, in effetti. Tanto, anche se vincete danaro è inutile.

La barista, giovane, non si rende conto che sì, così sta incassando qualche misero euro in un momento difficile ma che sta, anche, sterminando la propria clientela futura, condannando così il bar al fallimento sicuro. Ma non basta: il marito della barista, lo so per certo, lavora in una residenza per anziani. Magnifico, e così il cerchio si chiude. Game-set-match. Resta da vedere da che parte prenderà fuoco la miccia, in questo caso. Andrà dal bar all’RSA o viceversa? O si scontreranno a metà, a casa della barista e dell’operatore? Magari si scambieranno due varianti diverse, facendo così doppio contagio e bingo su tutta la linea? Basta restare sintonizzati.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre | 6 gennaio |


Tutti gli indici

almanacco dei sette giorni, per blablaare (21.01)

◼ Lo stato dell’Ohio, sì, quello delle elezioni, cioè il suo dipartimento della salute ha pubblicato uno spot per chiarire l’importanza del distanziamento tra le persone. Con quell’oggetto tipico americano che noi non abbiamo, ovvero la trappola per topi.

Quante volte avranno rifatto l’ultimo lancio per riuscire a non colpire nulla?

☀ In Francia Le Monde ha calcolato che le vendite di auto sono tornate a quelle del 1972. In assoluto, invece, auto elettriche +350% e ibride +206,7. Magari stavolta miglioriamo, in questo.

◼ Da ieri il Portogallo guida la presidenza di turno dell’Unione europea. La premier scozzese Nicola Sturgeon ha scritto: «La Scozia tornerà presto, Europa», in riferimento alla Brexit. Ma bisogna attendere le elezioni di maggio, per valutare la composizione del nuovo parlamento.

✘ Avevo deciso di non scrivere nulla della dipartita di Formentini, primo (e unico, grazie a dio) sindaco leghista di Milano, nel 1993. Poi però l’attuale sindaco, Sala, ha detto: «Marco Formentini è stato un uomo politico di cui Milano può essere orgogliosa» e io mi sono detto che si potrebbe anche stare zitti, in certi casi, o se proprio costretti si possono dire cose anche più circostanziate (non sfugga comunque che non ha detto «sindaco»). Formentini non fece nulla di significativo per la città, chi c’era si ricorderà l’accanimento che ebbe contro il Leoncavallo, sua unica attività politica per ben più di un anno del mandato, fu semplicemente scelto perché rassicurava la borghesia milanese più di Bossi, fu ondivago, indeciso, insicuro, come la sua giunta, e giova ricordare che, se le persone avessero votato meglio in quella occasione, avremmo avuto Nando Dalla Chiesa sindaco di Milano. Una bella distanza.

☀ Radio popolare ha un nuovo direttore, Alessandro Gilioli. Io sono di parte, perché ascolto quasi solo loro, sono abbonato e credo molto nel progetto da alcuni decenni. Ma dico questa cosa oggettivamente: il nuovo direttore ha fatto un ottimo discorso di presentazione – lo si può ascoltare qui -, molto politico e ricco di proposte di rilancio, non solo per la radio ma anche per la sinistra e le persone di sinistra. Se già ascoltate Radio popolare e non siete abbonati o tesserati, ascoltatelo e fate la scelta giusta. Se non conoscete la radio, ascoltatela, anche via rete.

☀ Occhio se avete deciso di affittare una casa in Islanda per capodanno. La vista potrebbe essere questa:

◼ C’è un’incredibile partita economico-finanziaria e di potere in Vaticano di cui riusciamo, da qui, a intuire soltanto i margini, pure male. Qualche giorno fa il papa ha trasferito d’ufficio tutti i fondi e gli immobili della Segreteria di Stato all’Apsa, nuova centrale finanziaria unica, e togliendo ogni funzione economica alla Segreteria. Non credo si tratti di spiccioli. Per chi vuole, l’articolo del Sole 24 ore che, comunque, resta abbastanza oscuro per chi non si occupi professionalmente di finanza vaticana.

◼ Nell’anno nuovo, occhio a quando pescate le carte:

◼ Ho scritto più volte qui che non comprendevo la decisione del governo di tenere chiusi i musei, in un momento in cui mi pareva un segnale importante non lasciare aperti solo gli esercizi commerciali e i luoghi di lavoro. Lavora, consuma. Dato poi che non si corre di certo il rischio di assembramenti. C’è evidentemente una ragione economica nella scelta, dovuta all’assenza di visitatori e turisti, qui un articolo prova a ragionarci e a offrire un punto di vista diverso. Ma ce n’è anche uno che, invece, esprime una posizione come la mia. Il dibattito è aperto.

☀ A proposito di musei, aperti e non. Un passo in avanti notevole in tema di visite virtuali l’ha fatto il Mauritshuis museum a L’Aia, il museo per capirci della ragazza con l’orecchino di perle di Vermeer e di molti dipinti di Rembrandt e Holbein il Giovane. Bene, hanno reso disponibile una piattaforma digitale per vagolare nel museo e osservare in alta definizione i dipinti appesi che rende più facile la visita da pc, di solito operazione scoraggiante. La piattaforma è davvero fluida, i dettagli dei dipinti visibilissimi e belle le schede di presentazione, anche sui particolari dei quadri. E per i quadri più noti, audioguida e immagini a infrarossi. Il tutto è qui.

✘ In chiusura, a me la parola ‘Ciao’ dal 1990 fa pensare a notti magiche, a ruberie e a fallimenti catastrofici. Cioè al mondiale del ’90, in Italia. Sentire quindi Renzi che chiama così il proprio piano alternativo al Recovery Fund (=Cultura, Infrastrutture, Ambiente e Opportunità) mi viene un po’ da ridere e un po’ da battermi la fronte. E vedi le coincidenze, è di questi giorni la notizia che Goal, la monumentale scultura di Mario Ceroli realizzata in occasione dei Mondiali Italia90, appunto, è fatiscente e sta crollando. E non è mica chissà dove, è a Roma in centro, in via Flaminia. Dove peraltro sono in rovina anche il Villaggio Olimpico e lo stadio Flaminio.
Quando, per dire, le cose nascono già fatiscenti.

Settimana media ma ancora sulla scorta dell’entusiasmo del capodanno, stiamo a vedere come va.


L’indice degli altri almanacchi.

musical doccia

Se volete sentire la musica sotto la doccia o alzate il volume della radio o del telefono in bagno, oppure usate una cassa bluetooth impermeabile, di quelle adesive da attaccare al vetro o alle piastrelle. Ce ne sono tante.

Ce n’è una, però, che si attacca al tubo della doccia e si ricarica con il flusso d’acqua, si chiama Shower Power e la produce Ampere. Che voglio dire, mica poco eliminare la menata della ricarica. Oltre a questo è realizzata in plastica riciclata e qualcuno assicura che suoni sufficientemente bene.

Su Kickstarter, costa nemmeno troppo. Per i più esigenti, c’è il modello con i LED variopinti, effetto disco, e una cassa aggiuntiva per un’esperienza immersiva (stavolta detto in senso letterale).