Caro C., tutto il resto è una cosa tra te e me. Ma siccome non ti dispiaceva fare qualche giro da queste parti, specie per i miei minidiari, e commentare le mie cose con affetto e partecipazione, mi viene naturale dirne qualcosa qui. Bell’affronto, eh, i Dream theater che ti vengono sotto casa dopo tanti giri per inseguirli, vero? Ma saranno ben vigliacchi. Beh, quella sera a Villafranca d’estate comunque era stata proprio una meraviglia, quindi bene così. E che ridere la dormita al circo Massimo mentre Waters sproloquiava a non finire, belli scomodi per terra. Che belle cose abbiamo fatto, che fortuna. Ogni volta in cui sarò in giro per un concerto ci sarà sempre un bicchiere levato alla tua salute. Il pensiero no, quello è costante, ovvio che sarà anche lì. E i minidiari che devo ancora scrivere saranno un po’ dedicati anche a te, come se mi leggessi e se ti venisse in mente qualche spunto di cui poi avremmo parlato o di cui avresti scritto. Non solo a te perché, lo sai, c’è anche F. che segue. Oh, comunque c’è Satriani ad aprile, finalmente dopo tutti i rinvii, che dobbiamo ancora vedere. Ma ci vediamo prima, tante volte. E in qualche modo ci parleremo, come abbiamo fatto sempre. Non andare via.
oops, I did it again
L’ho fatto di nuovo. Ups. Amburgo, che credo sia la quarta volta in cinque anni, e i Metric, come a ottobre 2018. Stavolta, su Reeperbahn, che è quel posto pieno sì di club a luci rosse che i tedeschi del sud reputano il più pericoloso della Germania ma che è, anche, un posto favoloso per la musica, con decine di luoghi per cui c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ed era già così nel 1960 quando debuttarono i Beatles, il primo di 281 concerti qui con ancora quegli altri batterista e bassista. Posti piccoli, buon contatto, cito Dropkick Murphys, Brian Johnestown Massacre, Lee Fields, Panic! At the Disco solo nei prossimi giorni. Per dire.
E notevole il Mojo club, nuovo per me, che prima non c’è:

E poi sì:

Non starò ancora a dire bene di Amburgo, diventerei ripetitivo, ma vigliacco cane uno o una che mi scriva ehi, sono stato/a ad Amburgo, grazie della dritta, niente, andiamo avanti così, a far le code in A4 per Gardaland.
Ups, l’ho rifatto davvero per intero. Ho pigliato il treno, che ci mette meno di un’ora, e me ne sono andato di nuovo a Lubecca a respirare l’aria del Baltico nella regina della Lega Anseatica, proto-Europa unita che dovrebbe eccome essere obbligatoria nelle scuole, modello da replicare. E lì, per celebrare la Lega, mica le cretinate locali, Lubecca, il Baltico e, infine, me, sono tornato a mangiare nella sala dei mercanti locali a mangiar le aringhe d’obbligo tra polene e modellini di navi commerciali.

Tosta, la carne d’aringa, bella compatta. E fredda, come si conviene, con le cipolle. Si poteva navigare fino a Königsberg prima di digerirle. Comincia a diventare un rito, Amburgo, Lubecca, Schiffergesellschaft, Metric, devo dire tutto nella misura giusta.
Sì, poi me ne sono andato a Lüneburg, stessa distanza ma a sud di Amburgo, nella Lega perché loro avevano il sale, preziosissimo, c’è persino un museo dedicato. Ma questa poi diventerebbe un’altra storia e, chissà, magari la diventerà.
fra Cristoforo e molti altri frati
E fra Cazzo da Velletri, mi si conceda.

Il correttore di google talvolta le azzecca proprio.
giorno della Memoria: Manlio Bordoni
Manlio Bordoni fu arrestato dalle SS il 12 gennaio 1944 nella sua casa di via Taranto, a Roma, su delazione della spia famigerata Franco Sabelli. Fu portato in via Tasso, nella tremenda prigione dei tedeschi, e torturato come sempre accadeva in quelle stanze. Bastonato a sangue, si risolse, alla fine, a confessare i nomi dei complici: «Oh, sono parecchi», disse stremato alla fine, «Cavalcanti Guido, Muratori Ludovico, De Sanctis Francesco, Marino Giovan Battista…».
Ottenuta la confessione, i tedeschi lo trasferirono a Regina Coeli.
Giorni dopo, fu prelevato e dopo molte ore lo riportarono in cella semisvenuto, torturato a sangue. I compagni gli chiesero cosa fosse successo, Bordoni rispose: «Quelle carogne devono aver consultato un libro di letteratura», con il poco fiato rimanente.
Condannato a morte dal tribunale tedesco dell’Hotel Flora per gli atti di sabotaggio all’Acqua Santa, fu poi assassinato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944, a ventiquattro anni.
Che coraggio, certe persone. Ho solo da imparare, ricordare e raccontare.
ecco della comunicazione un po’ più onesta



L’ultimo rapporto dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), che prende in considerazione gli anni 2020-2021, evidenzia come proprio nelle Provincie di Bergamo e Brescia si sia concentrato il maggior consumo di suolo annuo con ben 143 gli ettari di terreno cementificati nella prima e 307 nella seconda. Per un totale di 450 ettari, pari al 51% di tutto il suolo “consumato” in Lombardia.
Le due Province da sole hanno consumato più suolo di tutto il Lazio e quasi quanto la Campania o la Sicilia.
Ora. Esempio più che brillante di comunicazione, rapida, efficace, trasmissibile, notevolissima. Complimenti. Naturalmente, oltre a questo, solleva questioni non da poco ma non è con questo che cambierà la testa dei bresciani e dei bergamaschi, in questo gnucchi ben più di tanti altri.
Inutile, però, riempirsi la bocca di cultura o presunta tale – infatti al momento si sta scambiando intrattenimento per cultura – se non si affrontano le questioni, se non si apre la mente ai problemi nella loro interezza, se ci si atteggia a villan rifatti facendo finta di niente sul resto.
la fama e la gloria
L’avevamo detto, Ferragni trema, ed eccoci finiti in televisione:

Le nostre calamille hanno riscosso l’interesse del sistema, ora la fama, il denaro, la riconoscibilità ci sono piovute addosso e da domani non saremo più gli stessi. Ora tutto cambia, vi saluto, mi aspetta una vita di eccessi in cui arriverò a toccare il fondo, sperperare tutto il capitale economico e di notorietà per tornare, alla fine, a riscoprire i valori veri della vita, l’amicizia, la solidarietà. Ma solo alla fine fine.
Ora, gli eccessi sfrenati, il trapianto di capelli, i denti d’oro, l’auto con le sospensioni rimbalzelle, pellicce e catene, femmine vistose, degrado e irriconoscenza. Adieu, gente normale, ci vediamo, prima o poi.
cioè voi avete le piste ciclabili?
Ad Amburgo si aspettano neve e, con naturalezza sempre sospetta, ecco che spargono il sale per strada.

Strada, beh, piano: sulle piste ciclabili. Ovvero, invece di spalare la neve quando ci sarà proprio accumulandola sulle piste, mettono il sale. Prima. Resto di sale.
Poi possiamo parlarne all’infinito, discutere sulla freddezza dei rapporti umani, sul fatto che magari i germanici ti deportino per un modulo sbagliato, può essere, ma su quel livello di vita civile da zero a dieci, sono imbattibili. E io voglio quello, perché quello fa svoltare per davvero la giornata e diffonde qualità di vita tangibile.
Amburgo, tra due settimane arrivo.
I am yours, you are mine, you are what you are
Ragazzino, ero in un camper negli anni Ottanta, su una strada assolata come sempre accadeva nelle nostre lunghe estati girovaghe. Ero seduto davanti, allora si poteva, e si passava il tempo giocando, cantando, ridendo, commentando ciò che la strada offriva. E poi, se c’era l’autoradio o magari un mangianastri portatile, si ascoltava qualche cassetta o radio occasionale. In quel giorno d’estate, il nostro amico E. prima mi parlò di un gruppo, accennò un ritornello, “doo-doo-doo-da-doo”, e poi mi raccontò la canzone perché non avevamo l’autoradio. La cantammo a lungo, a pezzi, quel che sapevo l’avevo imparato lì. Una volta a casa, poi, parecchio dopo, mi prestò il disco e io mi innamorai. Era la mia musica, non che capissi granché, ma lo spirito positivo che percepivo, l’ottimismo e l’entusiasmo per le persone, le relazioni, il mondo, l’atteggiamento giocoso anche nei confronti delle cose serie e dolorose, la consapevolezza, quella tristezza produttiva e quella malinconia sottile che permettono la comprensione della vita, le melodie cantate con piacere, lo stare insieme, la politica attiva e le prese di posizione, quello volevo fosse il mio mondo.
E così è stato.

Era Suite: Judy Blue Eyes di Crosby, Stills and Nash con quel cantato alla fine tutti insieme e io bam! conquistato per sempre. Poi arrivarono Marrakesh Express, altra folgorazione, Teach Your Children, The Lee Shore, Carry On, Right Between the Eyes, Love the One You’re With, Southern Cross, Cathedral, Guinnevere, Wooden Ships, Lady of the Islands, You don’t have to cry e potrei andare avanti parecchio, fino alla mia preferita di sempre: Helplessly Hoping. Da lì si spalancarono mondi, gli stessi Stills e Crosby, anche Nash, dai, con Our house, i Buffalo Springfield, Neil Young, la west coast, i Jefferson Airplane, Cat Stevens con lo stesso spirito positivo, e così via. Una vita, la loro, la mia, la nostra. Che meraviglia.
Ieri David Crosby se n’è andato verso una costa ancor più lontana, la sua croce del sud, spero piena di quel sole, di quella musica e di quell’impegno che tanto gli piacevano, e sì, anche di tutto ciò che faceva stare insieme le persone a parlare, cantare, volersi bene, aspirare alla giustizia sociale. E alla pace.
Sto sentendo ora la sua voce cristallina in Suite: Judy Blue Eyes che emerge dai cori, che meraviglia, ogni volta è una grande compagnia, molte le suggestioni, la mia mente corre fantasiosa ancora adesso. Chiaro, erano Crosby, Stills and Nash, da allora ogni volta che ne ho desiderio metto su un loro disco, oggi accendo spozzifai, l’emozione è forte e la spinta emotiva non diminuisce. Ma Crosby, Stills and Nash io non li ho mai visti – un altro concerto mancato, lo so – e non li conoscevo di persona, ho accolto le loro canzoni e li apprezzo, direi che sono loro riconoscente, senz’altro, ma non troppo di più. Ma chi mi spalancò quel mondo, quelle idee, quel comune sentire di cui parlavo all’inizio, chi mi ha mostrato un’umanità di cui ho sentito subito di voler far parte è stato il nostro amico E., quel giorno e mille altre volte. Ecco, è lui il mio Crosby, Stills and Nash, il mio Crosbystillsandnash, è lui che incarna tutto ciò, ancora oggi. E anche oggi, quando ci siamo scambiati il dispiacere per la scomparsa di David Crosby, sono stato contento di condividere con lui questo comune sentire e di avere dentro di me, da parte mia, tutta la gratitudine per avermi accompagnato in quel pezzo di mondo e di storia, per essere stato ed essere tuttora il mio Crosbystillsandnash.
concerti mancati pt. 2 e 3
10.000 Maniacs.
Ovviamente parlo della band con Natalie Merchant (altro concerto perso), cioè fino al 1993, non scherziamo. Magari nel 1987, come questo a Milano, proprio dopo l’uscita di In My Tribe, bellissimo ancora oggi. Ma allora non li conoscevo ancora, me li fece conoscere una ragazza austriaca sulla costa della Manica nel 1989, che bel ricordo. Arrivai tardi anche qui ma più colpevolmente mi sono perso poi anche i concerti solisti di Merchant, sebbene a mia discolpa direi pochi, pochissimi raggiungibili facilmente.

Magari lei ce la faccio ancora, anche se mi tocca il volo intercontinentale, temo.
Di concerti ne ho visti tanti, ma ne ho mancati di più, molti di più.
10.000 Maniacs, Crosby, Stills and Nash, Dire Straits, Natalie Merchant
concerti mancati pt. 1
Dire Straits.
Al tempo avevo consumato sul piatto Alchemy, il loro live del 1984, e se avessi avuto qualche anno in più forse ce l’avrei fatta. Mancati, un gran peccato. Magari a Wembley nel 1985, che cosa meravigliosa sarebbe stata, nel pieno della loro forma. E avrei avuto la fascia antisudore del tennis in fronte.

Di concerti ne ho visti tanti, ma ne ho mancati di più, molti di più.
Dire Straits