
È uscito, che goduria, grazie o signore dei dischi che mi hai tenuto in vita fino a oggi (e proteggi e mantieni sempre Emily Haines, per favore).

È uscito, che goduria, grazie o signore dei dischi che mi hai tenuto in vita fino a oggi (e proteggi e mantieni sempre Emily Haines, per favore).
Sabato si va a vedere Dismaland, finalmente. Con un breve giro a Bristol, a comprare cartoncini. ovvio.

Comunque, come ogni bravo visitatore che vuole il massimo dall’esperienza decido di acquistare i biglietti in anticipo sul sito: carte di credito varie perché non si sa mai, paypal, dito sul maus, ora giusta, ci sono. Aprite pure le vendite.
Lo dico in qualche maniera modesta ma sono un discreto professionista degli acquisti di biglietti onlain, quindi non temo nulla.
Ebbene? Dopo un’ora e mezza in cui il sito mi ha comunicato quattro volte di non aver portato a buon fine la pratica di pagamento, due crash completi, liste di attesa che sparivano e ricominciavano, una lentezza disarmante, a un certo punto è andato tutto in sold out. Cazzo.
Quindi: niente biglietti. Frustrazione. Come può essere?

Poi un dubbio, forse un’illuminazione: una ricerca, breve.
“Banksy’s Dismaland: is the ticket frustration part of the experience?“, il Guardian. “People wanting to buy tickets for Banksy’s new Dismaland show have been finding it impossible and the question being asked was: is the miserable frustration meant to be part of the experience?“.
Ma certo, che imbecille, imbecille, superimbecille: ecco l’esperienza, io come un cretino con una carta di credito in mano che mi incazzo, frustrato, perché non riesco a pagare.
Quell’uomo è, ancora una volta di più, un genio.
(Speriamo di trovare i biglietti alla biglietteria, per poter comprare un palloncino).

Sciapò, con ammirazione.
Specie un duetto di violoncelli in camera.

Dopo molti giorni di mal di stomaco per le vicende di Budapest, la notizia dell’apertura delle frontiere ai profughi siriani di Germania e Austria è la cosa migliore, più emozionante ed epocale che si potesse sentire.

Peraltro, il fatto che siano proprio Germania e Austria è una rivincita morale sul ventesimo secolo, in qualche modo.
Che meraviglia, gli incipit dei libri: spesso folgoranti, promettono mirabilie e, di solito, più sono belli e più mantengono. Eccone uno appena incontrato, vedremo se mantiene le cospicue promesse:
Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.
Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello, 2009, Adelphi.
Una nota per chi ne avesse bisogno: il corrispondente dell’incipit, cioè la fine è l’explicit, non l’outcipit, come già capitato di vedere con sciagura.
Non lo scopro certo io, però lo rilancio perché parecchie cose mi entusiasmano.