I could be bounded in a nutshell, and count myself a king of infinite space

E ieri sera è stato Amleto.
Ma non a teatro: al cinema a vedere un teatro.

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La sontuosa messa in scena di Lyndsey Turner per il National Theatre Live va in scena a Londra da due anni ed è il più grande successo di pubblico mai visto nella storia teatrale della città. Il che, voglio dire, significa parecchio in una città che ha più teatri che cinema.

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Se è pur vero che la stella indiscussa è Cumberbatch, il miglior attore della sua (mia) generazione – stavolta lo perdono per essersi distratto e non aver fatto Sherlock – tutta la compagnia è di ottimo livello, in particolare le attrici che impersonano Ofelia e la Regina, a parer mio. Ma ciò che mi ha colpito è la scenografia e la messa in scena.

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Non è che a Londra abbiano dei teatri diversi dai nostri: assi, pareti mobili, un palcoscenico e attrezzi. Eppure Lyndsey Turner ha messo in scena, sullo stesso palco, sale da pranzo, campi di battaglia, terreni da duello, prigioni e campi aperti, modificando il tutto sotto i miei occhi semplicemente spegnendo una luce e illuminando altrove piuttosto che enfatizzando il cambiamento incoraggiandolo. Cose che io nei nostri teatri non avevo mai visto a questo livello.

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Tutto ciò va in scena da alcuni mesi a Londra e ieri sera è andato in diretta live broadcast dal teatro del Barbican, trasmesso nei cinema europei e del mondo, ovviamente in lingua originale con i sottotitoli. La regia della trasmissione è stata di tipo televisivo, più che teatrale, mantenendo però un approccio visivo da spettatore in sala, cosa che avvicina il cinema al teatro.
Il che dimostra che spettacoli di questo tipo sono diffondibili anche per vie non tradizionali e devo dire che il cinema è un ottimo modo, insomma esperimento riuscitissimo per le mie modeste esigenze di spettatore appassionato.
È stato davvero intenso ed emozionante.

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Credo cominci a breve anche in italiano, anche se io consiglio l’inglese sottotitolato, comunque gran serie per alcuni motivi al volo: ottimo JFranco, irresistibile nella parte; un modo originale di trattare il trito tema dei viaggi nel tempo; bella l’idea di ricominciare ogni volta; oggettistica di scena strepitosa; scenografie impeccabili; Oswald non era il cattivone che ci si aspettava? fenomenale il concetto per cui il tempo fa resistenza; fotografia eccellente; forse le cose poi non vanno come uno vorrebbe, se modifica il passato.

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Insomma, cose così. Mica poco, e non ultimo: solo otto puntate, nessun rischio, solo gaudenzìa.

da Aurocastro a San Cimone, da Bagnarolo a Panzanatico

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Il 7 aprile 1966 fu presentato L’armata Brancaleone, e son cinquanta. Girato ovviamente l’anno prima scardinò qualsiasi punto fermo della commedia italiana di ambito storico (e commedia tout court) e, oltre a quanto già detto e noto, fece un’operazione intelligente e nuova: la rappresentazione di un medioevo straccione, scalcagnato e misero, sporco e ribaldo, di contrasto con quei film di cappa e spada con imbelli moschettieri che nulla avevano a che vedere con la realtà. Anche in questo Monicelli fu grandissimo (e non da solo).

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E poi è ancora divertentissimo, forse in cima alla mia personale classifica dello spasso. E che dire della scena con Maria Grazia Buccella, che ancora a solo pensarci mi vien da ridere? Lei, vedova lasciva, si concede a Brancaleone per godere degli ultimi piaceri della vita, causa peste. Omioddio, il Dammiti prendimi cuccurucù! mi causa ancora irrefrenabili spasmi. Come la scena con Teodora, del resto.

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Per chi se lo volesse risentire, magari correndo su qualche cavalcone in fila longobarda verso il proprio feudo, questo è il modo.