L’agiografia è tutto il complesso delle testimonianze che costituiscono la memoria della vita di un santo e del culto a lui tributato. Se, quindi, alla base c’è la scrittura dei fatti miracolosi del santo (ἅγιος – santo e γράφειν – scrivere), dei santi si raccontano le biografie (vita, legenda, historia) e le raccolte di miracoli (mirabilia). Ed è in questo campo che ci si muove al racconto del miracolo del già santo Sinner (in inglese vien da dio, sinner/saint, in italiano no) che, non solo spinto dalla bontà santa che pervade il suo corpo santo, e, propriamente, da santo che si prende cura degli animali ha portato lui medesimo il gatto dal veterinario. Che già basterebbe. Ma – altro animale, le cose tornano – l’ha fatto non con la ferrari, l’elitaxi, l’ambulanza della clinica privata, no: egli l’ha fatto con la Panda della mamma.
La legenda aurea di Sinner è appena iniziata e il suo esempio edificante pervade il cuore di molti, che giammai avrebbero guidato una Panda, anche di fronte al bau agonizzante. C’è molto da imparare, pagani, inutile che state lì a fare i mona, seguite e imparate, che solo con gli esempli santi e morali, i mirabilia, possiamo forse elevare un poco le nostre miserabili vite dal limo, celebrando il culto di Sinner, santo santo santo, altro che Papa Francesco con la Seicento, ma figuriamoci. Dai con la statua, su.
Una famosa barzelletta sovietica racconta di un tizio che entra in una macelleria: «Аvete del pane?». Risposta: «Oh, no. Questo è il posto dove non c’è carne. Il negozio dove non c’è pane è il forno qui accanto».
Art nouveau, atrtnuvò, vualà. La Riquet haus, a dirla bene, è un edificio nel centro di Lipsia, costruito tra il 1908 e il 1909 su progetto di Paul Lange.
Oggi, date le vicissitudini tedesche dell’ultimo secolo, è un po’ a smozzico perché ha perso il retro ed è sospesa nel nulla ma lei resta lì, invidiabile. La Riquet & Co. commerciava in tè, caffè, spezie, in particolare cacao e produceva praline, cioccolati e quanto a esso connesso, serviva una bella sala da tè per consumare le prelibatezze. Eccola.
Il riferimento, di tipo coloniale arricchito di elementi di art nouveau, è alla pagoda orientale, cinese più che altro, visibile soprattutto nella torre.
Il logo dell’azienda, invece, era un elefante ed eccolo riprodotto all’entrata, per la soddisfazione dei cacaoisti.
Appena pronta, fu pubblicizzata in tutta la regione, un pieghevole dell’epoca che rende conto di alcuni dettagli:
Considerato che a Lipsia non è che sia rimasto molto, questa è ancor più notevole.
Come le palle di Mozart – che comunque se n’era andato – a Salisburgo, il testone di Beethoven a Bonn, idem, trovato la gloria altrove, il Dante a Firenze cacciato in esilio, la faccenda delle glorie locali è interessante da osservare, più di frequente un vero spasso. Non è raro che una celebrità se ne sia andata dalla città natale sbattendo la porta – nemo propheta, d’altronde – e abbia trovato la gloria altrove, spesso parlando anche piuttosto male nei bar malfamati del proprio luogo di provenienza. Ma non importa, a celebrità deceduta tutto è bello, tutto va bene, avanti con le celebrazioni e il merchandise, chi se ne impippa? A Wittenberg le glorie locali sono numerose ma alcune davvero poco spendibili: i Cranach, piccolo e grande, figuriamoci; Melantone chi era costui? Il principe illuminato di Sassonia non mi pare proprio; Lutero sì, lui sì, puntiamo su quello. E il bello della gloria locale è che con la sua gloria, infusa come luce che si spande, illumina tutto quanto, qualsiasi angolo, qualsiasi prodotto. Perché quindi non promuovere i famosi coltelli di Lutero, tra cui l’imperdibile multifunzione copia di quelli svizzeri?
O il set da cucina con i manici colorati. Che avrà pur mangiato tra la sessantaduesima e la settantesima tesi, no? A proposito di quello, ecco l’immancabile Playmobil – ricordo che siamo in Germania – con le fattezze dell’eroe. Oddio, a essere sinceri potrebbe essere un qualsiasi governatore dei Paesi Bassi tra Cinque e Seicento o un estensore della prima costituzione americana o un poeta inglese tipo Milton, se non fosse per l’Antico Testamento che ha in mano e sul quale ce l’hanno dovuto proprio scrivere perché si capisse.
Il sospetto che Playmobil abbia in questo caso risparmiato, optando per il modello versatile, viene. Così non è per il pane con miele di Lutero, proprio quello che lui mangiava cinquecento anni fa per tenersi in forma e affrontare la temibile Chiesa Cattolica Romana e batterla sul suo terreno. Certo, aveva anche le carte con le tesi, proprio lì a destra. E lì a fianco la borraccia, un pallino una tesi.
Le glorie locali postume sono un argomento di mio gran gusto, ancor più quelle alla Girolamo Savonarola a Firenze, per esempio, che prima l’hanno bruciato sul rogo, manifestando un certo astio a parer mio, e ora ci sono le statue, qualche pupazzetto, magari una pizza e la cosa pare risolta, credo il Comune si sia scusato. Certo, comodo dopo, vallo a dire a uno arso vivo.
Sulla Narva, il fiume al confine tra Estonia e Russia, ci sono due fortezze che si guardano in cagnesco da secoli, Narva e Ivangorod. Lo raccontavo in un minidiario l’anno scorso, il posto è notevole di suo e ancor più oggi con le tensioni russe, visto che è l’unico confine pedonale attraversabile tra Russia ed Europa. Ecco qui, sul lato Narva, in occasione della festa russa del 9 maggio oggi per la vittoria contro il nazifascismo, qualcuno ha appeso un manifestone dritto sulla faccia di Putin e russa:
Propastop.org è un blog indipendente estone che si occupa, appunto, di propaganda e di tutelare lo spazio informativo estone. Bel tiro, Putler apprezzerà sicuro, chissà come gli rode. Hitlin non era un granché, in effetti.
Ma non a tutti, solo ai buoni, di spirito e di azione. Gli altri, per fortuna, la primavera se li porterà via, come l’altra volta. Magari non questa, spero la prossima.
Tra gli edifici inglesi costruiti in stile art nouveau uno dei più significativi fu disegnato da Albert Nelson Bromley a Nottingham per Boots the Chemist, prima una modesta farmacia che vendeva decotti e poi un’enorme multinazionale ancora esistente. L’edificio, del 1902-05 tra High e Pelham Street, fu venduto nel 1972 e ora è di un’altra nota multinazionale.
All’interno sono ancora visibili le colonne in ferro, in stile anch’esse. Le delicatissime colonnine di legno tra le vetrine sono notevoli e ancor di più è che si siano salvate. Non solo il negozio è gradevole ma l’edificio tutto, di interesse storico di secondo grado.
Partendo da Nottingham, appunto, poi Bromley fece molti negozi per Boots the Chemist in Gran Bretagna, diventandone di fatto l’architetto di fiducia. Boots è ancora un colosso e la si ricorda, tra le altre cose, per aver sviluppato l’ibuprofene negli anni Sessanta.
Ho visto un completo casual da uomo tutto rosso col bavero svasato. Ho sentito il profumo che ha l’olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente. Sono stato chiamato «Mister» in tre diverse nazioni. Ho guardato cinquecento americani benestanti muoversi a scatti ballando l’Electric Slide. Ho visto tramonti che sembravano disegnati al computer e una luna tropicale che assomigliava più a una specie di limone dalle dimensioni gigantesche sospeso in aria che alla cara vecchia luna di pietra degli Stati Uniti d’America che ero abituato a vedere. Ho partecipato (molto brevemente) a un trenino a ritmo di conga.
È il Rutger Hauer delle crociere caraibiche. Comincia così, o quasi, un librino molto piacevole di David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum Fax, 1998. Sono ormai vent’anni e più che con gli amici ce lo siamo scambiati, l’abbiamo regalato a ogni natale e ricorrenza, l’abbiamo consigliato, riletto, perso e ricomprato. A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again è un reportage di Wallace che fu ingaggiato da Harper’s e spedito sulla Nadir per una crociera di sette notti ai Caraibi allo scopo di trarne un racconto a puntate in cui, mirabilmente, descrisse aspetti del viaggio, trasse considerazioni sociologiche, raccontò le proprie reazioni a una situazione, complessivamente, ridicola e assurda. Il librino è divertente e piacevole e intelligente insieme, le note a piè di pagina sono, in effetti, un secondo libro. La traduzione, notevole, è di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo.
Oltre al libro, c’è l’audiolibro, anzi due. Quello cui mi riferisco ora è il più vecchio ed è letto magistralmente da Paolo Pierobon e si trova qui su RaiPlay Sound, con un’intonazione di voce bassa e costante che richiama il galleggiare placido di una meganave al sole, con lo stordimento che una crociera a base di spiedini di frutta può dare. È un vero spasso e, se possibile, direi che aggiunge pure qualcosa al già pur eccellente libro, consiglio molto caldamente. Magari indossando una larga camicia a tinte forti. Lunedì mattina ho sbagliato strada almeno tre volte, assorto nell’ascolto della dimensione esistenziale dello scarico a risucchio delle navi da crociera ed ebete come un crocierista dopo la prima settimana. Ne esiste, infine, un altro audiolibro registrato in tempi appena più recenti da Giuseppe Battiston per un’altra compagnia, però non l’ho sentito.
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