Questa cosa è genio, puro genio, g-g-e-n-n-n-i-o-o-o.
In pratica, mentre Salvini parla – come peraltro fa a tutte le ore di tutti i santi giorni che il Signore manda in terra mai che se ne perda uno – spunta tra i microfoni un ananas. Lui prosegue ma nessuno, nel mondo e nell’universo, ha idea di cosa abbia detto dopo. Fantastico.
A Propaganda Live, peraltro, sostengono che il video sia un falso e che la dichiarazione dell’ananas vera sia la loro. Può essere, fra’.
Tre stagioni, trentuno episodi in crescendo di contenuto e complessità, Rick and Morty è una serie animata – genere: cosmic horror, ihih – proprio ben fatta: un nonno inventore, la più grande intelligenza dell’universo, nonché ubriacone e dedito a ogni eccesso, porta con sé il nipote un filino ritardello in ogni tipo di avventura, con contorno di famiglia ben riuscita, di personaggi spassosi (Bird person, ne dico uno, oltre al mostro metà Lincoln e metà Hitler) e di porcatone. La serie parte piano, riferendosi ovviamente a Ritorno al futuro e Futurama, per dirne due, per poi prendere il largo da metà della seconda stagione in poi, toccando vette inarrivabili nella terza: per esempio, la settima puntata della terza stagione, The Ricklantis Mixup / Tales from the Citadel, è eccezionale, degna di un film di fantascienza e di un poliziesco di eccellente fattura, piena di riferimenti e commovente quando attacca con In the City degli Eagles e descrive l’umanità della Cittadella. Consiglio, per chi capisce il genere.
Questo è quello che io intendo per godersi un quadro.
Una sontuosa marina di Henry Moore – Mount’s Bay: Early Morning Summer per essere precisi – vista da me medesimo seduto nella poltrona a sinistra medesima alla Manchester Art Gallery. Medesima.
Non dico andarci apposta, ma se uno c’è per altro allora sì, eccome. E non trascurerei, in quel caso, Lowry: decisamente l’autore più significativo del contesto industriale manchesteriano (dopo gli Oasis, gli Smiths, i Joy Division e Badly Drawn Boy, chiaro).
Venticinque anni fa comprai un disco. Un grande disco.
Sì, August and Everything After dei Counting Crows. Fin dalla copertina c’era una cosa che non si capiva: il titolo del disco non corrispondeva a una title-track, e va bene, capita non troppo di rado, ma anche i versi stampati (“They’re waking up Maria…”) non corrispondevano a nulla all’interno del disco. Anche questo capita, ma chissà. Ora, un millennio di anni dopo, la storia è chiara: era un pezzo lungo, complesso, e Adam Duritz in sala d’incisione non riusciva a suonarne una versione soddisfacente che risolvesse il bandolo della matassa. Alla settima o ottava incisione, avendo altre ottime canzoni già sul disco, lasciarono perdere e la canzone rimase fuori. Amen.
Ora, venticinque anni dopo, a gennaio scorso Adam Duritz ha trovato il bandolo. E io ne sono commosso.
Ora la traccia dodici è al suo posto, dove sarebbe sempre dovuta essere. Che belli, i miei, i nostri e i loro vent’anni. Grazie. Un bellissimo regalo.
a) Sapere chi sono Bombino, Rokia Traoré e, naturalmente, Tinariwen; b) trarne piacere dall’ascolto; c) essere andati in tour con Bombino e Rokia Traoré, appunto; d) aver imparato a fare quel genere ritmico così particolare (mah, loro lo chiamano Rock Desert Blues Afro Alternative); e) suonare bene. Gli unici che soddisfano tutti e cinque i punti sono gli I hate my village, gruppo più che interessante formato da – attenzione! – Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion e Fabio Rondanini dei Calibro 35 e Afterhours.
Ci si aggiunge, poi, tra produzione e voce Marco Fasolo dei Jennifer Gentle e Alberto Ferrari dei Verdena e il gioco è fatto: il primo disco. Si può sentire tutto qui, con il servizio prediletto. Concerti in giro, interessa? Ci vediamo lì.
Listen, it don’t really matter to me baby, you believe what you want to believe / You see you don’t have to live like a refugee (falsetto: Don’t have to live like a refugee). È l’attacco fulminante di ‘Refugee‘ di Tom Petty (e gli Heartbreakers). Pezzo bellissimo e, visto che è stato inserito in una sigla notevole, vale la pena dargli un’occhiata e un’occhiata e un’occhiata.
È la sigla iniziale dei ‘Romanoffs‘, serie tv interessantina, ben scrittina e ben giratina ma non quanto la sigla. Gnam.
Una prima volta per me, ciò nonostante mi sono sentito abbastanza a casa: tutti coetanei, tutti cresciuti con il videoregistratore – per cui ben si capiscono i filmati con le righe delle testine – e un disco, Mezzanine, che appartiene alla mia generazione. Una performans artistica più che un concerto, la visione è piuttosto oscura di un mondo dominato dalle macchine, intramezzata qua e là da appelli alla fratellanza e alla cooperazione tra persone nello spirito di Banksy. Suoni buoni, spettacolo senza pause e senza alcuna interazione col pubblico, band sempre al buio tranne quando Elizabeth Fraser ha cantato le parti vocali di Black Milk, Where Have All The Flowers Gone?, Teardrop e Group Four. Molte le cover – o la musica campionata, forse meglio – tra cui Velvet Underground, Cure, Bauhaus, Horace Andy, Pete Seeger, Ultravox e Avicii. Palazzetto pieno, il pubblico abbastanza immobile per gli standard cui sono abituato io, in definitiva è stata una bella incursione in un territorio per me inesplorato. Grazie alla signora F.
facciamo 'sta cosa
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