Ligabue quell’altro

Elio Germano si conferma il miglior attore della sua generazione: dopo Leopardi, stavolta è Antonio Ligabue, con metamorfosi impressionante.

Ma attenzione: mica per la mimesi, per quello basta Favino (per carità, bravo, ma un buon cestino di spanne sotto Germano) e una buona dose di trucco, è per l’intensità, la sostanza e la capacità.

Il regista è Giorgio Diritti che vorrei ricordare per un film eccellente di qualche anno fa: «L’uomo che verrà».

vittoria!

L’Emilia Romagna tiene e per cinque anni non se ne parla. Bravi!

Due elementi, a caldo: confrontando i dati delle due coalizioni, la differenza percentuale tra le due è di soli tre punti. Il resto lo fa la lista Bonaccini, che viene quindi apprezzato a differenza della Borgonzoni. Di fatto, dunque, la differenza l’hanno fatta i candidati, in particolare la destra presentandone uno francamente impresentabile. Tenerne ben conto per il futuro.
Secondo, l’elettore – non emiliano di nascita, giudicando l’accento – che stamattina ho sentito dichiarare di aver votato Lega «per cambiare». Alla domanda se fosse quindi scontento dell’amministrazione del centrosinistra ha risposto: «la Regione è amministrata benissimo», dunque è cambiare per cambiare. Incomprensibile, per me, ma tenere ben conto anche di questo.
Detto ciò, ora festa. E a sinistra: coraggio!

Dracula ha intenzione di trasferirsi in Inghilterra

La BBC ha affisso, per promuovere la nuova serie Dracula, svariati cartelloni abbastanza incomprensibili.

Bene i paletti, quelli sono chiari, ma il resto non molto. Il colpo di genio, però, è quando viene buio, ovvero l’ora dei vampiri.

S-t-u-p-pee-nd-o. Qui un time lapse del tutto che chiarisce ancor di più.
Pare purtroppo che la serie, nonostante la presenza di Mark Gatiss e Steven Moffat – ovvero Sherlock per i più avvisati -, non sia all’altezza del proprio cartellone.

laccanzone del giorno: Counting Crows, ‘Omaha’

I Counting Crows sono una band californiana che per tre anni, tra il 1993 e il 1996, ovvero tra il primo e il secondo disco, non sbagliò un colpo. Il cantante e autore principale, Adam Duritz, sebbene fosse piuttosto impegnato ad accompagnarsi alle donne del cast di Friends e ad apparire in qualche puntata, ebbe il suo picco creativo. Ne ho detto qualcosa brevemente qui, in occasione di un’uscita importante.
Comunque, il primo disco fu fenomenale, August and Everything After, e il secondo pure, Recovering the Satellites, sebbene abbia incontrato meno il favore del pubblico e della critica (ma non il mio), perché un pochino più intimo ed emotivo. Dopo il 1996, per quanto ne so io, non hanno più azzeccato un colpo: prima tutto, dopo niente. Succede.

Ma in quegli anni le vette furono molte, per dire: Mr. Jones, Perfect Blue Buildings, Raining in Baltimore, Goodnight Elisabeth, A Long December e altre, tra le quali laccanzone di oggi è Omaha. E Omaha, in Nebraska, somewhere in Middle America, era una metafora e una chiave di lettura dell’America di quegli anni, dritti to the heart of matters. I testi dei Counting Crows son tutt’altro che banali, sono significativi esercizi di scrittura di buon valore.
Omaha forse non è il pezzo più esplosivo o memorabile dei Counting Crows ma è un gran bel pezzo, la fisarmonica accompagna una ballatona che da quasi trent’anni mi fa sempre piacere sentire. Li ascolto con affetto perché io c’ero e li ricordo passo-passo, il primo, poi il secondo disco, poi gli altri, e ricordo che saltai un loro concerto a Milano perché il giorno dopo mi sarei laureato. Ma son cose che si capiscono dopo, avrei fatto bene ad andare.

Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, per chi desidera. Grazie.

laccanzone del giorno: The Boomtown Rats, ‘(I never loved) Eva Braun’

Nessun grande seguito ma nella ristretta cerchia degli affezionati, tra i quali mi annovero, i Boomtown Rats sono oggetto di un vero e proprio culto.
Va bene, stabiliamo i facili collegamenti: il Live Aid, presente? Esatto, il maxi-concerto del 1985 organizzato per raccogliere fondi per contrastare la carestia in Etiopia. Ecco, gli organizzatori furono due: Midge Ure degli Ultravox, sempre dimenticato, e Bob Geldof, allora cantante dei Boomtown Rats, appunto, e sull’orlo di una carriera solista. I due avevano scritto l’anno prima Do They Know It’s Christmas? che, per chi c’era, superò ogni livello conosciuto di diffusione e inaugurò la stagione degli eventoni per beneficienza. ‘Usa for Africa’ nacque sulla base di quell’esperienza.

I Boomtown Rats, dicevo: gruppo irlandese punk-rock, new wave fondato nel 1975, centrò subito un disco bellissimo, A Tonic for the Troops, nel quale lo smalto era già chiaro, grazie a un’infilata notevole di singoli come Like Clockwork, She’s So Modern, Rat Trap e, appunto, (I never loved) Eva Braun. Canzone per me irresistibile, mi fa ridere anche l’idea del protagonista che si giustifica spiegando di non aver mai amato Eva Braun, mi delizia in particolare il coro da 1:57 e mi ritrovo a tutt’oggi a cantare a squarciagola No matter what people say, / I never loved Eva Braun. Tutturuttutttutututu.

L’anno dopo i Boomtown Rats pubblicarono un altro disco bello, The Fine Art of Surfacing, di cui è facile ricordare il singolone trascinante, I Don’t Like Mondays (bello anche il video girato alla maniera del ‘Villaggio dei dannati’): la giovane Brenda Ann Spencer nel 1979, uscendo per andare a scuola, compì quella che è considerata la prima strage scolastica americana e alla domanda sulle ragioni che l’avessero spinta la risposta fu, ovviamente, «Nothing’s happening today. I don’t like Mondays» e tutta un’altra serie di banalità.
Due anni dopo i Boomtown Rats pubblicarono il loro ultimo disco menzionabile, Mondo bongo, di cui il singolo Banana Republic è una vetta che mi piace frequentare spesso e contiene elementi di puro genio musicale, a parer mio. Poi fu discesa, fino allo scioglimento subito dopo il Live Aid, appunto, causa assenza di contratto e di case disposte a sottoscriverne uno. A seguire, Geldof ebbe una discreta carriera solista, in bilico tra la professione e l’hobby (tra tutti, ricorderei The Vegetarians of Love).

Ricordo che Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, grazie.

Ed ecco, in conclusione, la buona notizia di oggi: i Boomtown Rats sono tornati, è uscito oggi il nuovo singolo Trash Glam Baby che anticipa il disco Citizens Of Boomtown, in uscita a marzo. Io dico ovviamente ‘bene’ e se poi seguisse pure un tour ne sarei estremamente lieto. Once in a lifetime.
Tutturuttutttutututu.

ci si allunga, ci si accorcia, ci si espande; ma non ci si scosta da sé

Vinicio Capossela davanti alla casa di Marco Stefanini a Chiavicone, dicembre 2019. (Marco Zanella per Internazionale, Cesura). La frase del titolo è di Massimo Zamboni, da L’eco di uno sparo.

Vinicio Capossela – in occasione dei due concerti che ha tenuto a fine anno al Fuori Orario – ripercorre alcuni dei propri luoghi nella ‘pianura ipermercata’ e, come sempre, offre uno sguardo intelligente e particolare su quel pezzo di pianura che tante volte ho percorso anch’io in cerca di avventure. Che, puntualmente, sono arrivate. Una prece a Sante Nicola, il santo impostore protettore delle “vittime dei propri errori”.
Qui l’articolo, bello, di Giovanni Ansaldo per Internazionale.

laccanzone del giorno: Maxïmo Park, ‘Our Velocity’

Non era possibile andare avanti senza inserirli ne ‘leccanzoni del giorno’: troppi dischi belli, troppe canzoni memorabili. Books from boxes, Girls Who Play Guitars, Russian Literature, tutto il disco Our Earthly Pleasures, Apply Some Pressure (il video era bello), The kids are sick again e così via.
In questo caso, Our velocity: ispirato da una fotografia, secondo Paul Smith, è uno dei pochi pezzi con un contenuto politico dei Maxïmo Park mentre il video, diretto da Nima Nourizadeh, è del 2007 e per allora aveva una trovata originale, ovvero la moltiplicazione della band sotto il movimento oscillante della camera.

Hanno un po’ disbandato, per usare il termine inglese preciso, negli ultimi anni, perdendo un pezzo e rilasciando – l’ho fatto di nuovo – qualche disco forse non del tutto all’altezza dei precedenti. D’altronde, son pur sempre quindici anni per tutti, nemmeno io scrivo le cose belle che scrivevo quindici anni fa. Ma averne, perdio.

Ricordo che Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, grazie.

la lotteria della natura morta

Il Musée Picasso di Parigi ha organizzato una lotteria e il premio è questo.

Un Picasso autentico, una Natura Morta del 1921 che raffigura un bicchiere di assenzio e un giornale. Valore? Un milione di euro. Costo del biglietto? Cento euro. Certo, poi in caso di vittoria tocca sistemare casa per dare all’opera una giusta collocazione. E poi magari tocca cambiare anche l’arredamento e nascondere il quadro della nonna. Problemi.

Ecco come funziona: il museo paga un milione di euro al proprietario, il libanese miliardario David Nahmad, ovvero il valore di mercato, stornandolo dall’incasso di una lotteria che organizza mettendo in premio, appunto, il quadro stesso. Il ricavato della vendita dei biglietti, che il museo stima in circa venti milioni, dedotto il milione di cui sopra, sarà dato in beneficienza, per «la costruzione e il ripristino di pozzi, impianti di lavaggio e servizi igienici nei villaggi e nelle scuole di Camerun, Madagascar e Marocco, con un progetto sostenibile della durata di cinque anni».

L’idea è buona perché la proporzione tra costo del biglietto, accessibile ragionevolmente a quasi tutti, e il valore del premio, tangibile e intangibile, è sufficientemente allettante per garantire una buona partecipazione e, di conseguenza, un buon risultato. Interessati? Ecco qua.

Non è la prima volta che il Musée Picasso indice un’iniziativa del genere, la prima volta sette anni fa finanziò un progetto per il recupero di Tiro, antica città del sud del Libano e patrimonio mondiale dell’UNESCO. La città di Didone, voglio dire.
Proposta meritoria.
Nel frattempo, complimenti al Musée per il logo, divertente, anche se poco utilizzabile e sembra il logo di un profumo.

il grande maestro

Fan Ho è stato un grande fotografo: le sue fotografie, scattate nel corso di una vita sempre con la Rolleiflex K4A regalatagli dal padre a quattordici anni, mostrano un interesse sincero per la vita urbana, per le persone, i mercati, le strade, i vicoli, i venditori e i bambini.
“Approaching Shadow”, la sua fotografia più nota:

Era chiamato ‘il grande maestro’. Uno sguardo gentile.