Dov’era e com’era (il terremoto e io quarant’anni fa)

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Il giorno dopo (o giù di lì) il terremoto in Friuli, mio padre partì come volontario, per andare a dare una mano a ricostruire tutto «dov’era e com’era». Già questo per me sarebbe bastato per ammirarlo di più. Ma fece di meglio: mi chiese qualche mio giocattolo – ero piuttosto piccolo – da regalare a qualche bambino della mia età che li avesse persi per il terremoto. E non solo: dovevo scegliere uno o due giocattoli cui ero affezionato, non dei quali mi volessi liberare.
La cosa non fu semplice perché mi mise di fronte alla mia fortuna e alla sfortuna altrui, all’egoismo e alle scelte migliori, sebbene non del tutto consciamente. Scelsi un caleidoscopio, che era il mio gioco preferito, qualcos’altro che non ricordo e, allora non lo sapevo, in quel momento imparai moltissimo, diventai una persona migliore. E fui (come sono) enormemente fiero del mio papà.

trenta giorni di audioprova

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Oggi apre in Italia Audible, ovvero il posto degli audiolibri.
Il modello commerciale è quello di Netflix, quindi ad abbonamento mensile senza limiti di ascolto, però ibrido, nel senso che è possibile scaricarsi gli audiolibri e poi ascoltarli offline. Fin qui tutto bene, non fosse che ovviamente serve l’app e, per quanto se ne sa ora, non sarà possibile esportare i files audio su altri devices che non supportino l’uso di apps. Un lettore mp3, per esempio.
Quindi, al momento, non fa per me. Diciamo che ne godrò indirettamente.

le parole che scoppiano

Parlava, parlava, parlava, parlava e parlava e parlava. E seguitava a parlare. In casa mia la padrona sono io. Ma quella domestica grassa non faceva che parlare, parlare ed ancora parlare. Dovunque io fossi, quella arrivava e cominciava a parlare. Parlava di tutto, di qualsiasi cosa, per lei era lo stesso. Licenziarla per questo? Avrei dovuto darle i suoi tre mesi di paga. Inoltre sarebbe stata capacissima di buttarmi addosso il malocchio. Veniva persino in bagno: e questo, e quest’altro, e quest’altro ancora. Le ficcai un asciugamano in bocca perché la smettesse. Non morì mica per questo, ma perché non riusciva più a parlare. Le scoppiarono le parole dentro.

Un pezzo memorabile da un delizioso libretto dei miei sedici anni (penso sia noto): Max Aub, Delitti esemplari.

t’ha mozzicato un ragno? un pipistrello? sei cascato da n’artro pianeta?

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Ieri sera, Lo chiamavano Jeeg Robot.
Divertente, ben costruito, tiene incollati allo schermo per due ore buone alternando sequenze stile manga giapponese a vicende che si intrecciano esplicitamente a Romanzo criminale e Gomorra. Tutto bene.
C’è una cosa però che non capisco: il film ha pochi riferimenti con il reale (o l’attualità, meglio), pochissimi con la politica (uno solo, mi pare), tutto si svolge in una Roma devastata dalle bombe ma tutto sommato di contorno, senza troppi accenni. Alla fine, però, il riferimento all’attentato dinamitardo allo stadio Olimpico è preciso, richiama esattamente quello di Cosa nostra del 1994, non riuscito per un difetto al telecomando. La stessa regia a un certo punto, cosa che non serve a nulla dal punto di vista della narrazione, inquadra due volta la bomba e la scritta in mezzo, Semtex. Anche questo è un richiamo diretto alle stragi di via D’Amelio e del rapido 904 e, in generale, di nuovo a Cosa nostra. Perché, mi chiedo? Non capisco cosa un riferimento così preciso voglia dire, a maggior ragione in un film che di riferimenti precisi non ne fa. O, almeno, io non ne ho colti.

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