l’incompiutismo

Con grande arguzia, qualcuno ha notato che «il più importante stile architettonico in Italia dal secondo dopoguerra a oggi» è l’incompiutismo, ovvero le opere architettoniche non finite e lasciate lì.
Sono oltre 600 e, solitamente, belle grosse, le opere incompiute: Alterazioni e Fosbury Architecture ne hanno fatto un catalogo, INCOMPIUTO: La nascita di uno Stile, Humboldt, 2018, un viaggio attraverso quelle che loro chiamano – in modo appropriato – le «rovine contemporanee».
L’idea è buona, infatti ho acquistato prontamente e sono in attesa del postino, non vedendo l’ora di ricevere una serie di sonori cazzotti alla bocca dello stomaco.

Perché mica ci si crede, finché non si vede. Ne cadauno una io, tra le opere dell’incompiutismo che conosco: l’Asti-Cuneo, l’A33, gioiello suddiviso in più tronchi alcuni dei quali hanno l’aspetto qui sotto.

Tutti scappati? Rapiti? Disintegrati?

l’opposizione dopo Pamela Anderson

Dopo Pamela, interviene nel dibattito politico colei che venticinque anni fa era il mio riferimento culturale – che ricordi! – e ora è anche quello politico: Miriana Trevisan.

Riferisco: Trevisan, alla dichiarazione di Salvini di aver avuto in cameretta di poster di lei, ribatte: «Lui aveva il gusto di tenere il mio poster, il mio gusto può essere che Salvini non mi piace? Poi, capisco, c’è il fascino del potere…». Poi ancora meglio: «non apprezzo le persone che istigano alla violenza. Lui, a volte, fa una propaganda troppo forte. Io tendo a riconoscere gli altri come esseri umani. Penso che l’odio porti odio. Le persone non possono diventare uno scarto. Né si dovrebbe creare emarginazione o alimentare la paura o istigare la rabbia».
Sottoscrivo, sottoscrivo tutto. Guidaci, Miriana.

in August and everything after, man, them buffalo ain’t never comin’ home

Venticinque anni fa comprai un disco. Un grande disco.

Sì, August and Everything After dei Counting Crows. Fin dalla copertina c’era una cosa che non si capiva: il titolo del disco non corrispondeva a una title-track, e va bene, capita non troppo di rado, ma anche i versi stampati (“They’re waking up Maria…”) non corrispondevano a nulla all’interno del disco. Anche questo capita, ma chissà.
Ora, un millennio di anni dopo, la storia è chiara: era un pezzo lungo, complesso, e Adam Duritz in sala d’incisione non riusciva a suonarne una versione soddisfacente che risolvesse il bandolo della matassa. Alla settima o ottava incisione, avendo altre ottime canzoni già sul disco, lasciarono perdere e la canzone rimase fuori. Amen.

Ora, venticinque anni dopo, a gennaio scorso Adam Duritz ha trovato il bandolo. E io ne sono commosso.

Ora la traccia dodici è al suo posto, dove sarebbe sempre dovuta essere. Che belli, i miei, i nostri e i loro vent’anni. Grazie. Un bellissimo regalo.

dritte musicali: I hate my village

a) Sapere chi sono Bombino, Rokia Traoré e, naturalmente, Tinariwen; b) trarne piacere dall’ascolto; c) essere andati in tour con Bombino e Rokia Traoré, appunto; d) aver imparato a fare quel genere ritmico così particolare (mah, loro lo chiamano Rock Desert Blues Afro Alternative); e) suonare bene.
Gli unici che soddisfano tutti e cinque i punti sono gli I hate my village, gruppo più che interessante formato da – attenzione! – Adriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion e Fabio Rondanini dei Calibro 35 e Afterhours.

Ci si aggiunge, poi, tra produzione e voce Marco Fasolo dei Jennifer Gentle e Alberto Ferrari dei Verdena e il gioco è fatto: il primo disco. Si può sentire tutto qui, con il servizio prediletto. Concerti in giro, interessa? Ci vediamo lì.

una diga come attrazione

Una diga a gravità resiste alla spinta dell’acqua grazie al proprio peso e all’aggancio alla roccia ed è molto indicata in zone con fondo solido e coeso. Per questo ha una forma solitamente rettilinea, di geometria semplice, e di sezione triangolare.
La più grande del mondo è la diga della Grande Dixence, in Svizzera.

Qualche spiegazione: il Dixence è il fiume, il lago formato dalla diga è il Dix, la diga è detta ‘grande’ perché nel 1961 fu costruita davanti alla diga preesistente, la Dixence appunto.

In questo modo, l’altezza del bacino fu portata da 87 metri a 285 e la portata, di conseguenza, innalzata da 50 a 400 milioni di metri cubi di acqua. Una bella diga, impressionante.

La prima diga non fu distrutta, anzi, e ancora esiste all’interno del bacino. Talvolta, quando per ragioni di manutenzione o altro svuotano il bacino, si può vedere.

Incredibilmente, poi (incredibilmente per noi italiani, chiaro), la società che gestisce la diga riesce a rendere il tutto un’attrattiva, con una funivia, un albergo, vari ristoranti, camminate estive e invernali, una teleferica, sentieri spettacolari, tour guidati sul bordo e dentro la diga, attività sportive e così via, come ben si vede dall’ottimo sito.

Mi si scusi la banalità, ma ci sarebbe da imparare qualcosa, secondo me.