minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno tredici. Alcune cose che ho visto, l’analisi non necessaria, il mistero dei telefoni, ciao e grazie.

Ultima tappa, svoltolone verso sud in direzione Monaco. Di Baviera, ovvio, l’altro è per i pettegolezzi e i film scollacciati. Le due grandi direttrici del treno per l’Italia dalla Germania sono o da Francoforte, via Basilea fino a Milano, o dal Brennero, scendendo a Verona. Entrambe hanno punti panoramici notevoli, quella a est è più breve e, per la mia esperienza, meno soggetta a rotture o ritardi. Quindi entro da lì. Ritorno.
Lunedì il dottore della gambaculo mi ha incastrato, perché ha capito che fosse per me, ciao. Quindi torno, ed è un peccato perché ora che ho preso il ritmo potrei andare avanti a gironzolare per anni. Il bilancio è ampiamente positivo, ho visto nuovi posti magnifici, Vienne, Bourges, Troyes, Reims, Nancy, Metz, Karlsruhe, Würzburg, Coburg, ne ho rivisti altri che mi piacciono molto, Lione, Strasburgo, Monaco, tutto sommato ho passato poco tempo in treno e molto a spasso. Ho camminato a ora centonovantanove chilometri in tredici giorni, certo spesso chiamando a raccolta parecchi santi, ma non male stanti le condizioni, al dottore ne dirò molti molti meno, mah, qualche chilometro al giorno.

La parte d’Europa che ho visto, la Francia orientale e la Germania sudoccidentale, è oggi alle prese con una pandemia che nessuno immaginava e che oggi, alla seconda estate, mi pare penetrata più a fondo di quanto potremmo dire. Niente feste dentro o attorno alle città, ne ho visto una sola a Metz e piuttosto tiepida, niente bancarelle in giro, tranne qualche bratwurst o libri, niente fiere, niente luna park. Pochi turisti o, meglio, nessun pullman e presumibilmente solo turismo interno o quasi, ho sempre trovato facilmente dove dormire e con grande scelta, ho sempre mangiato in posti semivuoti o quasi. Comodo, per carità. Nei centri storici ho sempre trovato persone a passaggio o in giro, nei parchi principalmente, ma nessun classico dell’estate, come gruppi a tirar tardi in piazza o sugli scalini di qualcosa o ragazzi e ragazze a far gruppone.
Appreso il meccanismo delle mascherine, dentro fuori, e ora anche quello del pass, è possibile fare molto, osservando alcune cautele. Ma anche le cose fattibili sono contingentate, ad esempio in molti musei sono ora obbligatorie le visite guidate e a gruppi molto ridotti, a volte cinque o sei persone. Non è raro vedere code, specie fuori dalle farmacie, ora più frequentate anche per i test rapidi, e quasi tutti gli alimentari ora lavorano più che altro da asporto. La relazione con gli esercenti avviene ovunque attraverso un pannello trasparente e indossando delle mascherine, per cui si tende a tagliar corto, a volte ci si sente appena.
Se anche sui mezzi pubblici ormai si è superata la pratica di vendere un biglietto ogni due, ciascuno tende a praticare il distanziamento in modo spontaneo, isolandosi, e di fatto rendendo praticamente impossibile ogni interazione casuale tra passeggeri. Difficile anche interpretare lo stato d’animo della persona che si ha seduta davanti, dai soli occhi. Ciò che una volta accadeva a ogni viaggio o quasi, iniziare una conversazione, qualche battuta, scambi di sguardi a volte, oggi è tutto azzerato. Si evita qualsiasi contatto fisico, figuriamoci i contatti occasionali di ogni genere con estranei in luoghi pubblici di passaggio.
Non ho quasi mai visto gruppi. Niente giocatori al campetto, niente gruppi di escursionisti, niente gruppi di amici a cena o tavolatone, niente piccole band a suonare per strada, niente, che so?, addii al celibato di ubriachi, niente partite al parco, niente picnic collettivi, niente concerti o spettacoli. Nuclei familiari, coppie, al massimo gruppi di tre e tutti distanziati tra di loro. Qualche suonatore di chitarra isolato per strada, più frisbee che pallone.

Se ovviamente ci metterò un minuto a smettere la mascherina e a dimenticarmene, non so quanto mi ci vorrà a recuperare il senso di intimità con gli estranei, non so nemmeno se accadrà. Già il mio era labile prima. Non so se le cose torneranno quelle di prima, nessuno lo sa, tra l’altro riflettevo sul fatto che se una volta potevo affidarmi agli incontri casuali in viaggio per incontrare persone e scambiare idee, oggi dovrei individuare e contattare prima, via rete, chi sarei intenzionato a incontrare in un determinato luogo, per stabilire prima un appuntamento. Per carità, era una pratica comune anche prima tra viaggiatori ma non era l’unica. A volte, arrivando in qualche città nuova, era sufficiente andare in alcuni luoghi di aggregazione riconosciuti, feste, luoghi specifici, persino sedi di partito, per dire, per stabilire dei contatti. In posti come la Baviera era sufficiente entrare in uno o due in un ristorante pieno che un posto al tavolo d’altri si trovava sempre. E la conversazione pure.
Oggi no, niente di questo è possibile. Avendo una casa, un divano, un TV color da ottanta pollici e sette abbonamenti streaming, la cosa si tende a sentirla di meno. Ma essendo in giro, tutto diventa più palese e concreto, il distanziamento è diventato abitudine, non so dire quanto conscia o meno. Ed è impossibile dire ora quanto ci sia, collettivamente, entrato dentro. Anche se, abbastanza ovvio, nelle grandi città è un pochino diverso, a Monaco o a Lione il distanziamento si percepisce meno, il vuoto è meno evidente, è chiaro, tutto pare più simile a prima.

Quella che ho visto è anche una delle parti più ricche d’Europa. E, per carità, nessun segno di crisi grave ma, non c’è dubbio, alcuni problemi sono evidenti da un po’ e la pandemia ne ha di certo accelerato i processi. A parte le difficoltà del comparto turistico, legate perlopiù agli ultimi due anni, i negozi chiusi, gli appartamenti sfitti o in vendita, la riconversione di ampie zone non più produttive, la scarsa mobilità sociale, la disparità sempre più marcata tra le fasce sociali, la mancanza di lavoro, l’integrazione, la crisi di un modello statale presente in tutte le fasi della vita del cittadino, insomma senza farla lunga tutte le difficoltà che colleghiamo alla crisi del 2008 esistono e sono per buona parte ancora da affrontare. Anche qui, nelle zone centrali e più avanzate dell’Europa. È però incontestabile vedere che grandi passi avanti, per quanto forse ancora insufficienti, sono stati fatti nella cura ambientale, ottimi progressi dal punto di vista della qualità diffusa della vita, del funzionamento dei servizi pubblici, anche se sempre più appaltati a privati, del recupero e della messa a disposizione del patrimonio culturale, di un benessere un po’ più diffuso, anche se sperequato.
È fuori discussione che l’Europa unita, oggi, nasce e si sviluppa dal confronto e dalla collaborazione tra Francia e Germania. Può non piacere ma è un fatto, come raccontavo qualche giorno fa si stanno sperimentando già forme di governo comune sovranazionale, il dibattito e la sperimentazione sulle energie è vivace perché su due fronti opposti, la conversione dell’industria più rapida, la politica volta più all’apertura che alla chiusura.
Mi è difficile valutare da qui la qualità del dibattito politico francese o tedesco, non ne ho i mezzi né avuto il tempo, ma è certamente più facile valutare quanto distante e intorcolato su sé stesso sia quello italiano. È innanzitutto un dibattito quotidiano e perenne, cosa sconosciuta altrove, che genera una spinta alla sovraesposizione a tutti i costi della classe politica e degli opinionisti davvero tossica e insalubre per la politica stessa, oltre che per la sanità del dibattito e degli ascoltatori. Noi stessi tendiamo a rilanciare gli argomenti, a farne discussione, a dare respiro a ciò che non dovrebbe averne. C’è poi poca distinzione tra il politico valido, l’argomento coerente su solide basi e l’intervento d’occasione per guadagnare le prime pagine, o tra il tecnico competente e l’influencer, di fatto poi tutta la discussione risulta essere senza capo né coda, inconcludente. Peraltro in modo isterico, nel senso che a un certo punto un argomento diventa centrale e urgentissimo, se ne dibatte alla morte per giorni e poi sparisce di punti in bianco dall’agenda, per non riapparire più. Ciò che pare da qui è un paese chiuso in sé stesso, preso a discutere argomenti propri, dal reddito di cittadinanza al ponte di Messina a quota 100 a masterchef, e che è poco interessato a ciò che avviene fuori e a partecipare a un dibattito più alto, più ampio. Non arriva eco, qui, di ciò che avviene in Italia, è comunemente ritenuto, a torto o ragione, un paese immobile, fermo a ciò che lo ha caratterizzato decenni fa, fatto di piccole cose. Oggi Draghi è noto per meriti europei, ma Conte, uno e due, nessuno sa chi sia né ne ricorda alcun contributo. Qui si parla molto di come affrontare l’atteggiamento della Cina nei confronti del mondo, la politica dell’investimento continuo in infrastrutture per garantirsi approdi e materie prime ovunque, da noi io ricordo una fregnaccia tremenda di Di Maio che vendeva al pubblico un accordo inesistente. Poi per carità, con tutte le lentezze e indecisioni del caso, nulla da ridire, ma qui la sensazione è di essere un pochino più al centro delle cose, per quanto un centro anch’esso periferico rispetto allo sviluppo attuale.

Finita la tirata della sociologia da sottoscala, c’è poi c’è il mistero dei telefoni, ogni volta. In quindici giorni ho sentito suonare tre volte un telefono, e una era il mio. Non solo, avrò visto cinque volte qualcuno parlare al telefono in pubblico, una volta ero sempre io, e quasi sempre all’aperto, raramente in un luogo chiuso – escono – e mai in treno o in pullman. Mistero. Hanno meno da dirsi di noi? Sono meno impegnati? Sono inconsapevoli delle urgenze? Forse non hanno i telefoni mobili? Ma anche l’uso del telefono stesso, intendo navigare o giocare o altro, in molte occasioni ero l’unico a usarlo, perché scrivevo il minidiario. In questo secondo uso, chiaramente, c’è qualche differenza generazionale, i più giovani lo usano di più. Ma per le telefonate è lo stesso. Se si vede una persona parlare al telefono camminando per strada, o è italiana o spagnola, non si scappa. Resta un buon mistero che eviterò di risolvere di fronte a una buona birra.

Sono a Monaco e vedo i primi italiani da quindici giorni a questa parte. Sì, siamo riconoscibili, anche se pensiamo di no. Ho appena visitato la Residenz, sontuosa, e domani tornerò al museo della scienza, colossale e consigliato. Ma domani è svago, niente minidiario, è l’ultimo giorno. Per cui, chiudo qui.
Grazie a chi ha avuto la pazienza e la costanza di seguirmi, grazie a chi me l’ha detto e a chi mi ha fatto i complimenti, che apprezzo di cuore, e soprattutto a chi mi ha detto di essersi almeno un po’ divertito, quello era lo scopo. Grazie a chi, pochi, ha rotto la quarta parete e ha partecipato, è una cosa che nei blog si è persa ed è un peccato, secondo me. Comunque, io sono qui, più o meno sempre, se riesco a breve riparto.
In generale, i riscontri a questo tipo di racconti sono davvero rari, e così è stato anche stavolta. Chiaramente, da parte mia c’è un po’ di rammarico, nel senso che non ricevo quasi nulla in direzione contraria, ovvero non c’è scambio, quindi che di là ci siano zero o milioni di lettori per me non cambia, da questo punto di vista. Ma è così, io mi sono divertito e, quindi, grazie a chi è arrivato fin qui, nonostante tutto.


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6 commenti su “minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei vaccini: giorno tredici. Alcune cose che ho visto, l’analisi non necessaria, il mistero dei telefoni, ciao e grazie.

  1. Trivigante caro, vinco la mia inveterata ritrosia a comunicare online per tamponare almeno un po’ quel rammarico che dichiari, sia mai!, e ringraziarti. Il tuo diario di viaggio, come del resto gli altri tuoi commenti, é per me un appuntamento imperdibile non solo per come scrivi- servono altri complimenti? attribuisciti quello che ti fa più piacere perché tanto lo condivido- ma anche perché mi suoni molto familiare. Sia un fatto generazionale? imprinting? scelte? Mah, di tutto un po’ probabilmente, fatto sta che di questi tempi, bui, la trovo una cosa preziosa. Grazie quindi, continuerò a saltabeccare su genealogie reali e tiratone storiche- sei avvisato ma non te la prendere, son fatta così- e per il resto puoi contare su un’altra fedele lettrice. Prosit!

    • Grazie, Claudia, sia per aver vinto la ritrosia ed esserti manifestata, sia per i complimenti. Che, naturalmente, mi fanno molto piacere ma ancor di più sapere che c’è qualcuno là fuori che condivide, partecipa e trova interesse in ciò che io trovo interessante. Ed è la cosa più importante, per me. Grazie, quindi, manifestati ogni tanto, se ne hai voglia, per farmi sapere se vado bene o no. Che serve, eccome. Ciao.

  2. Egregio Maestro, non è facile dialogare avendo davanti una semplice Val Sozzine quando tu descrivi paesaggi, città, storia, culture dell’Europa che ha sempre contato. Come misurarsi, pur partendo da una rispettabile casata camuna, con i Sassonia-Coburgo-Gotha ? Si legge, si apprende, si invidia (un pochino) ed è comunque la prima piacevole attività del mattino.

    • Grazie Carlo, l’appellativo è decisamente esagerato ma far parte di un primo rituale mattutino, per di più piacevole, è una cosa che mi riempie di soddisfazione, per cui ogni sforzo è ampiamente ripagato. Grazie.
      Dopo di che, da quel che intuisco, sposare l’imperatrice inglese è più un fardello che un piacere, per gli annessi e i connessi, per cui non sottovaluterei le rispettabili casate camune, che hanno parecchi vantaggi.

    • Ciao Elena, sei stata chiara e grazie per aver fatto capolino, se passi di qua e c’è qualcosa che ti diverte o che ti fa minimamente piacere, io son già contento. A presto.

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