minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: febbraio, è passato un anno, il giallo, ripetere gli errori (ho da sempre scritto ‘perseverare’)

Il primo cappuccino al banco, finalmente. Era quasi un mese che bevevo cappuccini da asporto per strada, nascosto, vicino ai cestini dell’immondizia, perché nelle vicinanze del bar non si può, buttati giù rapidamente perché non è così che, comunque, si fa. E le persone manifestano entusiasmo: ah che bello, finalmente, c’è un tavolo libero?, insomma la soddisfazione si tasta. Perché dopo le settimane rosse aggratis causa incompetenza dell’amministrazione regionale, dopo quelle arancioni di deriva, da oggi anche la Lombardia, sempre in testa alle classifiche dei peggiori, è gialla. Durerà quel che durerà, perché i solerti giornalisti già ci fanno sapere che le persone nelle grandi città si assembrano e che la curva dei contagi si flette, bastardella, elastica verso l’alto. Perdio, nemmeno il tempo di cominciare.
E poi c’è la coazione a ripetere. Comincia oggi febbraio e tocca dircelo: è quasi un anno. Perché a febbraio scoprivamo Codogno e Vo’ euganeo, Wuhan, il maratoneta festaiolo paziente zero, il monitoraggio dei contatti con la Cina, la sospensione dei voli, qualche improvvido con la mascherina, le situazioni di rischio, una forma primordiale di distanziamento sociale, e molte di queste cose erano fuffa, se non balle o sciocchezze. Ma si sa sempre dopo. Anzi no, non sempre. A volte si sa anche durante. Per esempio, io so che richiamare Bertolaso per gestire la campagna lombarda delle vaccinazioni è una cazzata e lo so ora, no dopo. Oltre all’insopportabile fastidio per la riproposizione degli errori marchiani – Bertolaso è sinonimo di fallimento sfrontato e di spreco inutile di risorse, fin dai tempi del G20 per arrivare agli ospedali in Fiera sparsi per l’Italia -, provo insofferenza per la spudorata inadeguatezza della giunta lombarda. Lo diceva Leopardi nel venditore di almanacchi, nessuno desidera rivivere la propria vità così com’è, meglio la sorpresa, anche dovesse andare peggio. E io dico, allora, invece che Bertolaso prendiamo, che so?, Pistolazzi del quinto piano, quello della carrozzeria. Farà disastri? Possibile, ma almeno non lo sappiamo fin d’ora. Già il piano vaccinazioni zoppica vistosamente, non tiriamogli un colpo alla tempia con Bertolaso. Osiamo l’ignoto invece del certo.

Gialli, gialli, siamo gialli. Che fare, allora? Voglio andare al ristorante. Sì, al ristorante ma non nella mia città, fuori. In un’altra città. Sì, mmm. E poi voglio andare in un museo, non importa quale, un museo, magari utilizzando l’abbonamento che giace inusato da quasi un anno. E poi voglio leggere il giornale a un tavolino del bar, magari restando seduto un’ora. Sì, almeno. Poi voglio andare di là e poi di qua e poi su e poi giù. Quanto tempo abbiamo? Una settimana, due? Dai che mi devo regolare, tra quanto rivedranno i parametri? E poi voglio andare a camminare nei boschi ma non gli stessi soliti due boschi in cui cammino da oltre un anno, come l’orso dello zoo un po’ rimbecillito e sedato, voglio boschi nuovi o, almeno, seminuovi. E poi voglio andare a vedere il teatro Bibiena, san Maurizio a Milano, la galleria degli antichi di Sabbioneta, il Po alla confluenza con l’Adda a Maccastorna, santa Maria delle Grazie a Soncino, Borgo Ticino a Pavia, la Certosa, il tramonto da Barna e Plesio sul lago di Como, l’orrido di Inverigo, la cappella di Teodolinda a Monza, l’abbazia di Morimondo, il Mincio a Valeggio, la danza macabra a Clusone, passo Gavia, Montecastello a Tignale, la centrale Taccani… Quanto tempo resteremo gialli?


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre | 6 gennaio | 15 gennaio | 19 gennaio | 26 gennaio | 1 febbraio |


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