minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno nove, concatenamento da irresponsabili, la vacanza tedesca al mare, l’onestà nel fare le cose

Primo giorno vero di Germania e piove. Ci sta, bello, per carità, il Baltico in effetti è bene che sia così, mi piace. Ma la Polacchia, se guardo qualche foto indietro, ha espresso tanti e tali cieli tersi e giornate luminose che oggi paiono saturate in modo irreale. Ieri sera a Stralsund decido di cenare in una taverna intitolata a Wallenstein, che cinse d’assedio la città nel 1628, durante la guerra dei Trent’anni, in virtù del suo titolo di comando di «Ammiraglio del Mare del Nord e del Mar Baltico» contro i perfidi svedesi. Vabbè, ognuno le cose se le sceglie per i propri motivi. Comunque, mi siedo nella taverna, ci saranno una quindicina di avventori, e percepisco un’aria un po’ strana da ritrovo di nerd il sabato pomeriggio per giocare con i pippolini fantasy e ai giochi di ruolo. Sarà perché più di un cameriere è vestito da boh, idea contemporanea di un tizio medievale? Comunque, arriva uno di loro e mi spiega, serissimo, che la regola della taverna è che le donne non devono parlare, almeno all’inizio, e che per prima cosa devono lavare con una catinella d’acqua le mani al proprio compagno. Mapporc… Giuro, gli scoppio a ridere in faccia. Ma che siete, ritardati? Non ci posso credere, lui ci rimane pure male, e ci mancherebbe!, mi alzo e me ne vado trascinandomi le balle che nel frattempo mi son cascate di sotto. In rete, recensioni entusiastiche, ma che divertente machedivertente. Sarò un peso io, immagino. Trovo un posto da barcaioli proprio sul molo e faccio il mio solito pieno di aringhe e di quei due pesci in croce che pescano qui, al nord. Poi sogno di soffocare per un boccone nella taverna di Wallenstein e che un nerd mi deve salvare facendomi la manovra di Himmler, rendendomi poi loro schiavo morale.

Oggi è la giornata dell’impresa: il concatenamento di non una, non due ma ben tre città anseatiche sul mar Baltico in una sola giornata: Stralsund-Rostock-Wismar. Fattori di difficoltà: sto tentando l’impresa in solitaria ed è una prima assoluta; il dislivello complessivo, se l’altimetro non mente, è di circa un metro, un metro e mezzo; le condizioni meteo sono del tutto avverse, tira vento e pioviggina qua e là; la sto affrontando in estiva, è vero, ma anche l’irraggiungibile Hermann Buhl sostenne che questa impresa in invernale sarebbe «da pazzi bavaresi»; lo sviluppo complessivo è di circa centosedici chilometri e ne coprirò buona parte con due treni regionali; due città su tre sono patrimonio Unesco riconosciuto, quindi richiedono tempo. Sono pronto, sono pronto, sono mesi che mi alleno per questo. Vado, dunque. Lascio Stralsund che, devo dire, è proprio una bella cittadina baltica, con il buffo municipio a pinnacoli che è un po’ la caratteristica di questo tipo di città – l’ho già visto a Lubecca e su su fino a Tallin – le mura e le torri, ampie piazze per i mercati, data l’assoluta natura commerciale di questi posti, e vado a Rostock. Che è la meno Unesco delle tre ma è quella con il porto più grosso ed è un tripudio di rimorchiatori e gru marittime sopra carri ponte. Una delizia.

Tutte queste città non offrono la fronte al Baltico aperto, sarebbe da pazzi, sono piuttosto annidate a poca distanza in qualche piccolo estuario o canale interno, in qualche svoltolo che offra un minimo di riparo. Ciò nonostante il fronte marittimo di Rostock è un enorme pontile in cemento lungo alcuni chilometri costellato di gru e di ormeggi per navi da rimorchio e da trasporto, il tutto battuto da un vento costante e, oggi, da pioggerellina orizzontale. E su questo pontile, un luna park con tanto di montagne russe e di autoscontro e una fila lunga qualche chilometro di camper allineati col muso verso l’acqua. I tedeschi sono venuti al mare. Stupendi, sono seduti con i loro tavolini in questo immenso parcheggio portuale, bevono birra alle dieci del mattino, qualcuno è già andato al luna park e manca solo uno stereo che trasmetta pezzi dei Rammstein o, magari, degli Scorpions. Ma io a questi voglio bene, altro che ai nerd ritardati, perché sono onesti, diretti, quel che vedi è quel che è, fanno ciò che gli piace senza la sovrastruttura culturale della vacanza entusiasmante da raccontare con cinquemila diapositive, o Instagram, peggio, si godono alcune cose qui come a casa. E non è che i nostri nell’area attrezzata camper di Igea Marina siano diversi, dico né meglio né peggio, o quelli che vedi mangiare nelle rotonde spartitraffico appena fuori Ravenna.

Il mare qui è talmente entusiasmante per brezzolina marina che serve la sedia apposita, quella di Thomas-Mann-al-mare, lubecchiano vero, quella del gentiluomo tedesco che passa una bella vacanza al mare contemplandolo e riflettendo sull’idea stessa di andare al mare. Se ne può parlare, senz’altro, ma bisogna tener conto che una larga fetta di mondo considera mare una cosa molto diversa da quella broda caldiccia, con tutti i pregi del caso, per carità, cui siamo abituati noi. Il nostro fascino del mare d’inverno è, in parte, il fascino del mare d’estate per altri.

E poi concludo felicemente il concatenamento: il cielo si apre e Wismar si mostra in tutta la sua bellezza. Non è Siena, per carità, dove basta entrare nel duomo per avere una crisi mistica permanente ma se il termine di riferimento è una città medievale e rinascimentale del mar Baltico con tutte le proprie cose a posto e, in questo senso, di grande bellezza, allora Wismar è magnifica. Con le rondini che sviano allegre sul mare, la città è davvero bella e i turisti l’hanno colto, giustamente.

Fatico a trovare un posto dove dormire ma, alla fine, lo trovo non troppo distante e a un prezzo a metà tra il ragionevole e l’irragionevole. Certi gabbiani marroni da combattimento volano sopra le teste e io, che conosco i miei pollastri crucchi appassiti il sabato sera, vado a mangiare a cinque e mezza e bon, buon dopocena a tutti.

Oggi, vedi il caso?, sto ascoltando a ripetizione Go your own way dei Fleetwood Mac che è sì una canzone molto nota ma è anche una canzone splendidamente scritta e arrangiata, in crescendo fin dalle prime battute e che ha, paradossalmente, nel ritornello (la parte più conosciuta, ovvio) il pezzo meno interessante.

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2 commenti su “minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno nove, concatenamento da irresponsabili, la vacanza tedesca al mare, l’onestà nel fare le cose

  1. In realtà i nerd della taverna erano tutti vampiri che attendevano il tramonto per scatenartisi contro… brr
    Per fortuna che sei fuggito…
    …perché se ti facevano la manovra di himmler… non so… ti ostruivano anche il foro di uscita?.. ti deportavano la trachea?.. mah … vai a saperlo

  2. Oddio, hai ragione, per fortuna non sono cascato nella loro trappola, mi avrebbero di certo mangiato il cervello con i crauti e riempito la scatola cranica di patate e birr… mmm, ma sai che?

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