minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 23

Ecco, l’ora legale: è sempre stata una gioia, una festa per gli occhi, sette mesi di luce in più e fin dal giorno dopo ogni attività si è prolungata verso la sera, che so?, camminare in collina o giocare all’agricoltura o stare fuori, in generale. Ecco, ora no. Stavolta no. Succede uguale, viene buio più tardi ma il pensiero, non solo mio da quanto vedo, è stato: oh, quand’è-che-viene-buio? Perché non poterselo godere è peggio che non averlo. Come, direi, ogni cosa. Straziantella, a pensarci.

I dati sono in timida discesa e la cosa è rassicurante, sia dal punto di vista concreto – i malati – sia dal punto di vista dei reclusi, lo sforzo ha significato. Bene. Naturalmente non se ne parla di allentare le misure, mi pare giusto, ancor più visto che tra due settimane è pasqua e sarebbe un delirio di gente in giro con salame e uova a fare i contagi di pasquetta. Qualcuno ora dice fine aprile, qualcuno dice maggio, ipotesi, è troppo difficile fare previsioni su una situazione come quella attuale, per vari motivi: prima di tutto non esistono situazioni di riferimento dalle quali trarre conclusioni attendibili; in secondo luogo, la diffusione di una pandemia è dovuta all’intreccio di un numero così alto di fattori complessi da essere difficilmente dipanabile mentre accade. Cominciano però a circolare alcune indicazioni su cosa avverrà dopo e le riporto qui, quelle plausibili, per fare un confronto quando saranno accadute: si ipotizza una ripresa graduale, sia per età che per attività, il tutto punteggiato da test a tappeto e mascherina in ogni momento. Qualcuno, poi, si spinge oltre: uno scenario credibile ipotizza che a una riapertura graduale seguirà poi una ripresa delle restrizioni, magari non tutte, non appena il contagio ricomincerà a crescere (aeroporti e stazioni chiuse, parchi, cinema etc. chiusi, ristoranti e comportamenti sociali contingentati e così via). Attraverseremmo, quindi, diversi cicli di misure contenitive prima di raggiungere o la cosiddetta «immunità di gregge» attraverso i contagi graduali o attraverso la vaccinazione massiva della popolazione. In entrambi i casi, ci vuole tempo. Infatti, queste misure non possono portare a zero i contagi ma servono a proteggere i soggetti più deboli e a dare il tempo alle strutture sanitarie di curarli come si deve. La sfida, a questo punto, sarà trovare un punto di equilibrio tra questa esigenza e le esigenze lavorative ed economiche del paese, ed è per questo che già, in Italia, si fa un gran parlare di chi guiderà il paese in questa seconda fase. Danno tutti per escluso Conte, al momento, e il nome sugli scudi è quello di Draghi. Plausibile, vista l’esperienza specifica, io l’ho detto nell’autunno 2018, in tempi evidentemente insospettabili. Ci sono fattori, però, – tornando ai possibili scenari – che non conosciamo, per esempio se con il caldo il contagio possa recedere o meno, se per esempio alcune strategie come la localizzazione, i test a tappeto, il tracciamento dei contatti possano in qualche modo evitare il ritorno a forme di quarantena diffusa. Poi c’è il fattore farmacologico, ovvero che oggi non possediamo dei medicinali specifici ma qualora saltasse fuori un rimedio efficace, o una combinazione di rimedi già esistenti, allora la situazione potrebbe cambiare favorevolmente. Anche le ormai comprese modalità igieniche e di distanza sociale potrebbero aiutare a non ricadere in forme di isolamento così forti, difficile dirlo. Ma l’ipotesi di cicli di contenimento al momento pare la più probabile. La Corea del sud, memore delle esperienze di SARS e MERS, ha invece fatto scelte diverse e durevoli nel tempo, forniture costanti di dispositivi di sicurezza personale e aziendale, comportamenti diffusi, strutture sanitarie pronte all’evenienza e così via, ma è pur vero che il modello non è del tutto esportabile in Occidente, poiché in Corea il controllo statale è davvero ferreo.
Cosa ci aspetta? Vedremo. Nel frattempo, quand’è-che-viene-buio?

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 21

L’angolo di visuale è sempre più ridotto, senza il confronto con le altre persone: si dice di possibili tumulti, avvertono i servizi segreti non deviati, si racconta di qualche furto della spesa fuori dai supermercati, chissà se uno o decine?, di sicuro più aumentano le persone, le piccole imprese e le aziende in difficoltà – dato che le entrate sono ferme per molti, me compreso – e più c’è spazio per approfittarne per gente senza coscienza e più c’è spazio per casini, fomentati e non. E poi: newsletter false di richiesta di sostegno economico a nome delle maggiori ONG, finte lettere intestate al Viminale, appese in alcuni condomini, che invitano a lasciare il proprio appartamento, sono episodi o fenomeni più ampi? Difficilissimo dirlo stando davanti a un computer senza poter uscire, la certezza è che ci sono persone talmente miserabili d’animo che manco riesco a immaginare. Lo so, niente di nuovo ma constatarlo di persona mi colpisce e mi fa soffrire ogni volta.
Nel frattempo, nel resto del mondo il virus si sparge senza risparmio, in particolare in USA e Spagna, particolarmente impreparati. In Europa, l’Olanda prende una posizione particolarmente irritante sostenendo il ciascun per sé (è da tempo che lo vado dicendo: la loro non è libertà, le droghe leggere, la prostituzione, è completo disinteresse per gli altri) e Prodi, un ottantenne di classe infinitamente superiore alla quasi totalità dei più giovani datisi alla politica, risponde per le rime, unico o quasi. Bastano alcune timide righe sui giornali che ipotizzano una timida recessione del numero di contagiati (che vuol dire: diminuzione dell’aumento) e la lettura collettiva è ovviamente a proprio favore: «qual è la prima cosa che farai quando potrai uscire?», chiede Repubblica da ieri. Eh no, così non aiutate. I microbi della politica, Renzi, Meloni, dicono bestialità fregandosene delle conseguenze e bisognerebbe ricordarselo, poi. Salvini no, lui va dalla D’Urso e insieme recitano in televisione l’Eterno riposo, vivaddio senza più nemmeno il pudore della preghiera. Schifosi. Nel frattempo, arrivano trenta medici albanesi in aiuto e il presidente albanese Edi Rama fa un discorso encomiabile, per contenuto e modo, perché sa che casa è dappertutto. Ovviamente poi prende il plauso peloso anche di chi, qui, pensa che casa sia solo in una villetta in periferia in pianura padana e poi al bar dice castronerie sugli albanesi.
A proposito di bar: io è dal 7 marzo che non bevo un cappuccino. Più o meno come tutti, ne sono a conoscenza. Mi manca il bar, quel momento in cui tutto deve ancora iniziare e io mi concedo il bancone e, appunto, il cappuccino. È una cosa che apprezzo sinceramente quando la faccio, non ho bisogno di rendermene conto ora: ecco perché mi manca. Come i concerti, le partite di basket, le cene fuori, le zingarate e soprattutto i viaggi. Madonna, meglio che non ci pensi. Perché tra tutte le cose che ripartiranno gradualmente, quelle saranno di certo le ultime. Un treno? Un aereo? Un pullman? Ciao. Mi trovo a guardare le mappe, a segnarmi i posti da vedere, costruire itinerari immaginari: sì, Eisenach, poi Gotha, Erfurt e Jena, perché Weimar la conosco. Comunque, un giretto, impossibile saltarla. Sì, treno regionale perché sono tutte a un tiro di schioppo, diciamo un giorno per una. Beh, poi di sicuro tornare a Lipsia, a vedere la chiesa di Bach, o a Chemnitz, per salutare il testone di Marx. Aaaaargh.

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minidiario scritto un po’ così dei giorni di reclusione causa cojonivirus: giorno 20

Il trucco è trovare persone bisognose di spesa vicino ai posti dove mi interessa andare. Mi spiego. L’ho detto, cerco di rendermi utile facendo la spesa per il maggior numero di persone possibile: questo ha senso poiché una persona, io, a fronte di molte, loro, in giro; e ancor di più perché permette a loro di non dover uscire e, di conseguenza, correre rischi inutili. E, lo dico, permette a me di stare fuori all’aperto invece che chiuso in casa. Quindi, spesa e missione di necessità all’interno del Comune. Tutto bene, tutto lecito finora. Anche se, ormai, si comincia a non capirlo più, all’ennesimo (quinto?) modello di autocertificazione da compilare e portare con sé: adesso è talmente complicato che richiede di autodichiarare di essere a conoscenza delle norme, statali e regionali, che regolano i movimenti in questo periodo. Ed è falso, almeno nel mio caso: non ho letto le norme, ho letto qualche articolo che le sintetizza e bon, esco. Con il modello di autocertificazione precedente. Perché essere a norma va bene ma dover uscire per la quinta volta, raggiungere l’ufficio perché non ho la stampante, ricompilare tutto, stampare e tornare a casa mi pare davvero irragionevole. Oltre a tutto, ho il sospetto che più il modulo si infittisce e meno i vigili fermino le persone. Un’idea così. Tra l’altro, come avevo immaginato addirittura io che so poco di tutto, le sanzioni sono slittate dal penale all’amministrativo: ovvio, fin dall’inizio mi chiedevo come avrebbero fatto poi a gestire un numero così alto di denunce.
Tornando all’inizio, devo pianificare gli spostamenti in modo sensato, sia per non compiere inutili giri (il vigile non lo capisce), sia perché c’è un posto che mi interessa visitare con una certa frequenza e dove non potrei andare secondo quelle che suppongo siano le norme attuali. Allora, ho cercato e trovato una signora bisognosa di spesa nei paraggi e vualà, il gioco è fatto e ho il lasciapassare. La signora si chiederà come mai ciclicamente io insista per andare ad acquistare qualcosa per lei.
Le persone recluse in casa percepiscono il non poter andare a fare la spesa come una riduzione della propria autonomia, prefigurazione del futuro, per cui tendono a innervosirsi (non tutti ma insomma, poi l’età non aiuta). Cerco di spiegare loro che le cose non hanno relazione, la pandemia e la loro mobilità, subiamo tutti una riduzione di autonomia ma, solitamente, non c’è verso. Alcuni provano vergogna e si scusano di continuo, e la cosa mi commuove mentre cerco di spiegare come la vergogna sia proprio un sentimento fuori luogo, in questo caso. E poi c’è il problema dei soldi: io anticipo la spesa, ovvio, e molti di loro vorrebbero rimborsarmi subito. Capisco ma non c’è modo, visto che non hanno la possibilità di reperire contanti e men che meno fare operazioni online. Tenete i conti, alla fine pagherete tutto, eheh.

Venendo al generale, la pandemia si sta diffondendo dappertutto, gli USA sono prontamente diventati il paese al mondo con il maggior numero di contagiati, Germania e Francia dopo gli sberleffi iniziali si sono adeguate al modello di contenimento italiano, la Gran Bretagna dopo un delirio iniziale dovuto a cultura e orgoglio (incredibile come le nazioni reagiscano come i singoli individui) ha chinato il capo e sta solo ora cercando di fare fronte, considerando che ha una sanità pietosa, a est Europa il contagio non pare progredire (il miracolo dell’informazione oltre cortina prosegue); l’unico paese controcorrente è la Svezia, che ha deciso che non è come l’Italia e, di conseguenza, non avrà problemi. Aspettiamo qualche giorno.
Qui da noi, oltre a contenere la malattia, ci si impegna a capire come mai la diffusione sia così ampia e come mai la percentuale di mortalità non sia in linea con gli altri paesi: per la prima domanda, essendo io in una delle zone più colpite, ho la convinzione – suffragata da una pur ridotta esperienza diretta – che sia dovuto al fatto che, attaccati alla lira e irresponsabili, molti non abbiano affatto smesso di lavorare né di frequentare parenti stretti; per la seconda questione alcuni avveduti stanno ipotizzando che stiamo facendo dei conti sbagliati, non tenendo conto della vera diffusione che sarebbe da cinque a dieci volte maggiore per volume.
Domani, qualche storia in tempo di pandemia.

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