cose che uno a Manchester

Questo è quello che io intendo per godersi un quadro.

Una sontuosa marina di Henry Moore – Mount’s Bay: Early Morning Summer per essere precisi – vista da me medesimo seduto nella poltrona a sinistra medesima alla Manchester Art Gallery. Medesima.

Non dico andarci apposta, ma se uno c’è per altro allora sì, eccome.
E non trascurerei, in quel caso, Lowry: decisamente l’autore più significativo del contesto industriale manchesteriano (dopo gli Oasis, gli Smiths, i Joy Division e Badly Drawn Boy, chiaro).

«l’avevo comprata dal padre a Saganeiti assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire»

L’8 marzo scorso a Milano si è manifestato, ovviamente per i diritti di tutti oltre alle donne. E oplà, è caduto un secchio di vernice.

Lavabile, per carità, tutto risolvibile con poco lavoro e poca acqua.
Un modo persin rispettoso di manifestare dissenso contro Montanelli, reo di aver comprato in moglie una dodicenne etiope durante la guerra e di aver sempre trovato la cosa normale anche molti anni dopo. Il collettivo «Non una di Meno» ha così manifestato il proprio disappunto, diciamo.

Concordo, ritengo il tutto giustificato, io – che son meno signore – avrei fatto lo stesso ma non con la vernice lavabile.

Storie di vernici, in questi giorni.

ma sarete stronzi, perdio

A Roma non si pulisce nulla, ma nulla per davvero. Tant’è che la città fa schifino mica poco, da un po’ di tempo (almeno 5 Alemanno 2 Marino quasi 3 Raggi). E invece no: l’ufficio decoro del comune (volutamente tutto minuscolo) decide – per una volta – di pulire una cosa sola.

Naturalmente una pulizia fatta bene, alla romana di questi tempi.

Ma la tettoia, dico io? Non la si è vista? E la targa apposita a destra? Difficile non vederla.

Niente. E ciao alla scritta storica del ’48 del Fronte Democratico Popolare alla Garbatella. Complimenti vivissimi anche stavolta.

l’incompiutismo

Con grande arguzia, qualcuno ha notato che «il più importante stile architettonico in Italia dal secondo dopoguerra a oggi» è l’incompiutismo, ovvero le opere architettoniche non finite e lasciate lì.
Sono oltre 600 e, solitamente, belle grosse, le opere incompiute: Alterazioni e Fosbury Architecture ne hanno fatto un catalogo, INCOMPIUTO: La nascita di uno Stile, Humboldt, 2018, un viaggio attraverso quelle che loro chiamano – in modo appropriato – le «rovine contemporanee».
L’idea è buona, infatti ho acquistato prontamente e sono in attesa del postino, non vedendo l’ora di ricevere una serie di sonori cazzotti alla bocca dello stomaco.

Perché mica ci si crede, finché non si vede. Ne cadauno una io, tra le opere dell’incompiutismo che conosco: l’Asti-Cuneo, l’A33, gioiello suddiviso in più tronchi alcuni dei quali hanno l’aspetto qui sotto.

Tutti scappati? Rapiti? Disintegrati?

l’opposizione dopo Pamela Anderson

Dopo Pamela, interviene nel dibattito politico colei che venticinque anni fa era il mio riferimento culturale – che ricordi! – e ora è anche quello politico: Miriana Trevisan.

Riferisco: Trevisan, alla dichiarazione di Salvini di aver avuto in cameretta di poster di lei, ribatte: «Lui aveva il gusto di tenere il mio poster, il mio gusto può essere che Salvini non mi piace? Poi, capisco, c’è il fascino del potere…». Poi ancora meglio: «non apprezzo le persone che istigano alla violenza. Lui, a volte, fa una propaganda troppo forte. Io tendo a riconoscere gli altri come esseri umani. Penso che l’odio porti odio. Le persone non possono diventare uno scarto. Né si dovrebbe creare emarginazione o alimentare la paura o istigare la rabbia».
Sottoscrivo, sottoscrivo tutto. Guidaci, Miriana.

in August and everything after, man, them buffalo ain’t never comin’ home

Venticinque anni fa comprai un disco. Un grande disco.

Sì, August and Everything After dei Counting Crows. Fin dalla copertina c’era una cosa che non si capiva: il titolo del disco non corrispondeva a una title-track, e va bene, capita non troppo di rado, ma anche i versi stampati (“They’re waking up Maria…”) non corrispondevano a nulla all’interno del disco. Anche questo capita, ma chissà.
Ora, un millennio di anni dopo, la storia è chiara: era un pezzo lungo, complesso, e Adam Duritz in sala d’incisione non riusciva a suonarne una versione soddisfacente che risolvesse il bandolo della matassa. Alla settima o ottava incisione, avendo altre ottime canzoni già sul disco, lasciarono perdere e la canzone rimase fuori. Amen.

Ora, venticinque anni dopo, a gennaio scorso Adam Duritz ha trovato il bandolo. E io ne sono commosso.

Ora la traccia dodici è al suo posto, dove sarebbe sempre dovuta essere. Che belli, i miei, i nostri e i loro vent’anni. Grazie. Un bellissimo regalo.