la leggenda del motocross

Prosegue l’epopea dei ladri del Louvre o, per la serie, meglio stupidi che colpevoli: viene preso un altro, Niakate Abdoulaye, che sostiene di non sapere nemmeno che quello fosse il Louvre.

Già il «Cross Bitume» non è male (e io ho il sospetto sia Mitume nel resto del mondo, ma non trovo adeguata verifica), «la leggenda del motocross» ancor meglio, mi fa molto ridere la più totale distanza tra i curricula ladrorum dei pesci pigliati e la sveltezza e audacità del colpo. O sono davvero soliti ignoti che hanno pescato sette carte vincenti una via l’altra e non il solito minestrone alla fine, e viene da alzare il sopracciglio, oppure stanno arrestando gente a caso, tipo il povero Bitume e la sua moto, tanto per dimostrare che la polizia si incazza e non dorme.

efficiace

Vuol dire che funziona funziona.

Gia alcune incertezze, lo spazio dopo l’apostrofo, l’accento-apostrofo, annunciavano il disastro, poi puntualmente pervenuto. Nemmeno il dubbio tra “efficace” ed “efficacie”, perlomeno. E stampa e attacca tutto e poi è efficiace.

che ne pensi? Cortesi recensioni pt. 6.332

Già è difficile normalmente, se poi recensore e recensito sono due picchiatori verbali le cose non possono che migliorare. Nel 1971 Norman Mailer pubblicò Il prigioniero del sesso, pamphlet polemico nei confronti della letteratura femminista del tempo. La «New York Review of Books» chiamò per la recensione Gore Vidal, allora i rapporti tra i due dovevano ancora iniziare e lo fecero nel migliore dei modi: Vidal definì la lettura del saggio come un’esperienza simile a «tre giorni di flusso mestruale».
Nel 1977 a una festa, Mailer stese con un diretto Vidal ma nel mezzo ce ne furono di ogni colore e gusto. Le racconta Giulio Passerini in ‘Inimicizie letterarie’.

ohi ohi, e l’amicizia a cena?

Andata?

Dice Le Pen: «La cosa che forse le invidio – dice Le Pen – è l’enormità del piano di rilancio che ha riguardato l’Italia e che noi, la Francia, andremo a pagare. Con 240 miliardi di Pnrr ricevuti dall’Unione europea è più semplice». Come nel 2024, il sospetto è quello dell’asse Le Pen-Salvini, il presidente lui italiano si irrita, Conte titolare della pratica al tempo si sente di dover intervenire e bon, quelle piccolezze lì.

figurati la fissazione identitaria dei serenissimi

Uno studio non so quanto affidabile sostiene che il leone alato su una delle due colonne di piazza San Marco possa essere della dinastia Tang e, quindi, provenire dalla Cina.

La vicenda delle due colonne, che dovevano essere tre ma una naufragò, è nota: l’erezione delle due colonne risalirebbe alla seconda metà del XIII secolo, perché considerando i marmi di cui sono composte (marmo rosso egiziano per la colonna di San Todaro e marmo troadense per la colonna di San Marco), ampiamente utilizzati nella tarda antichità, è quasi certa la loro provenienza da Costantinopoli, visto che dopo l’impero romano nessuno ebbe la capacità tecnica ed economica per reperire colonne di quella mole e qualità. Se è quindi abbastanza certo fare risalire lo spostamento e l’erezione a Venezia al periodo dell’Impero latino di Costantinopoli, tra il 1204 e il 1261, la vicenda delle statue è meno nota.
Il leone alato è una scultura bronzea molto antica, si ritiene greca o siriaca, probabilmente in origine una chimera, cui vennero successivamente aggiunte le ali per chissà quali vie traverse. In effetti è ricciolone mica poco, ricorda il medio oriente. Almeno fino allo studio di oggi, che ne afferma l’origine cinese, sia per morfologia stilistica che per presunti studi sugli isotopi del piombo contenuto nel bronzo. Niente di più probabile, comunque, visti i traffici veneziani con l’oriente, magari è venuta a cavallo con Marco Polo. O volando, viste le ali. Ancor più probabile oggi che il leone di Venezia sia ‘made in China’, non fa una piega.

ancora Strinati o della mancanza degli editor

Vabbè, senza malvolenza ma mi è capitato lui, oltre all’appunto di ieri su la Breve storia dell’arte di Claudio Strinati, un paio di scivoloni dovuti veramente all’assenza di una qualche revisione pre-pubblicazione, quanto mancano gli editor nelle case editrici. Sono entrambi veniali ma, insomma, l’editore è Salani, non proprio uno da sottoscala:

“l’imperatore del Sacro Romano Impero, re dei Romani e di Gerusalemme e re di Sicilia, Federico II di Svevia Hohenstaufen, nipote di Federico Barbarossa e figlio di Costanza d’Altavilla.
Nato nel 1194 e morto nel 1251 in Italia, Federico è stato il più cosmopolita, laico, progressista, illuminato sovrano dell’Europa del tempo”.

D’accordo su tutto, per carità, ogni parola buona su Federico II è ben spesa, ma era il 1250.

“Le figure di San Clemente o dell’Arazzo di Bayeux sono concettualmente molto più vicine ai Peanuts (opere del X secolo) che al Caravaggio (autore del XVII secolo)!”.

Questa è dura, se fosse solo un refuso, mancando una X, l’ordine dell’elenco dovrebbe essere invertito: invece i Peanuts nel decimo secolo è proprio un errore, marcato ancor di più dall’essere in una frase dal tono scherzoso.
Ho l’impressione ce ne fossero di più ma già tre refusoni come questi per un testo solo sono parecchio. Peccato, perché il racconto è gradevole e istruito, ovviamente, e questo tipo di errori sono in grado di rovinare il piacere. Editor, editor, editor. E correttori di bozze, non è vero risparmio, matti.