«e tutti e tre formavano la trinità diabolica che regnò per undici anni sul trono pontificio», il libro che non volevano farvi leggere

Finalmente in uscita l’autobiografia dell’anno: le memorie, i segreti, i peccati del Papa più discusso della storia e dei suoi nove o forse dieci figli, i “Figli di Papa” che animarono la vita mondana dell’Italia del Cinquecento. La Spagna, il Portogallo, il Nuovo Mondo e il trattato di Tordesillas, la reciproca simpatia con Savonarola, i Francesi che s’incazzano, tutti i tronisti della famiglia, il Giubileo e soprattutto Vannozza. Peperina.

«Papa Borgia fu senza dubbio uomo del suo tempo, con tutto il peso morale che ciò può comportare: e peccatore fin che volete. Ma fu anche un papa straordinario» (l’Avvenire). In tutte le edicole dei paesi cattolici e di quelli ancora da scoprire.

la musica delle stagioni, autunno 2021

Due giorni fa c’è stato il solpizzio d’inverno, per cui oltre a venire l’inverno io implacabile cadauno la pleilista della stagione appena finita: l’autunno. È sommariamente andata così: poiché l’autunno è stagione ricca di uscite discografiche, all’inizio ho inserito parecchia roba buona uscita, appunto, da poco; poi, ad autunno inoltrato, mi sono messo a lavorare a una compilona ben più grande e impegnativa per cui ho virato più sui classici, e anche questa ne ha risentito. Ma non è mica andata male, anzi, a parer mio.

Chiudendo peraltro con un brano che molto mi diverte in questi giorni, nonostante la flemma dei giovani. Eccole qua, tutte le stagioni, sedici:

Eccole, tutte: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (94 brani, 6 ore) | estate 2018 (82 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (133 brani, 9 ore) | primavera 2019 (51 brani, 3 ore) | estate 2019 (107 brani, 6 ore) | autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (127 brani, 8 ore) | primavera 2020 (102 brani, 6 ore) | estate 2020 (99 brani, 6 ore) | autunno 2020 (153 brani, 10 ore) | inverno 2020 (91 brani, 6 ore) | primavera 2021 (90 brani, 5,5 ore) | estate 2021 (54 brani, 3,25 ore) | autunno 2021 (92 brani, 5,8 ore)

Orco cane se volano, ’ste stagioni.

la storia col botto: Luis Carrero Blanco

Ieri ma nel 1973.
Delfino e consigliere del fascistissimo Franco, al suo fianco fin dalla repressione dello sciopero delle Asturie nel 1934, Luis Carrero Blanco fu nominato Presidente del Governo spagnolo l’8 giugno 1973, quando il caudillo, vecchio sempre più bastardo ma non rimbambito, gli cedette la carica, mantenendo però per sé quella di Capo dello Stato e Generalissimo degli Eserciti. Franco, ottantunenne, stava preparando la sua successione: pur avendo restaurato la monarchia e designato il Re Juan Carlos I per l’avvicendamento, Carrero Blanco sembrava essere in ottima posizione per la prosecuzione del regime franchista, avendo condiviso e consigliato ogni azione con il dittatore negli ultimi quarant’anni.
Il 20 dicembre del 1973 saltò in aria nella sua auto, attentato subito rivendicato da ETA. Ma in aria per davvero.
Fu l’attentato più spettacolare della storia spagnola, avvenuto quindici minuti prima dell’inizio del famoso processo 1001, contro dieci membri del sindacato clandestino CC.OO. Un commando di ETA aveva affittato un appartamento a piano terra al numero 104 della calle Claudio Coello a Madrid, aveva scavato un tunnel sotto la sede stradale e collocato circa un quintale di esplosivo sotto terra. Al passaggio dell’auto di Carrero Blanco l’esplosione fu colossale e scavò un gigantesco cratere: l’auto fece un volo – in alto! – di quaranta metri, finendo prima sul tetto del palazzo di fronte, per precipitare poi nel cortile interno dall’altra parte.

Un anno dopo l’attentato cominciò a circolare un libro intitolato “Operación Ogro“, scritto da Eva Forest, militante anarchica, che ricostruiva nei dettagli la preparazione dell’attentato; qualcuno lo considerò un tentativo di depistaggio delle indagini. Nel 1979 Gillo Pontecorvo (a proposito, mi mancherà) trasse un film, Ogro, da questo libro, con il sempre compreso Gian Maria Volontè nel ruolo protagonista.

A seguito dell’attentato, uno degli slogan più utilizzati nelle manifestazioni sindacali in Spagna degli anni successivi fu: «Luis Carrera Blanco, volò più in alto di Franco». O la canzonetta: «Siendo Carrero ministro naval / su único sueño fue siempre volar / Hasta que un día ETA militar / hizo su sueño por fin realidad. / Así voló, Carrero voló». Ma io ammetto di preferire il titolo attribuito a furor di popolo: «Luis Carrera Blanco, il primo astronauta spagnolo».

(Questo è un vecchio post del 2006, l’ho riesumato per la ricorrenza. A Madrid c’è ancora la targa in onore di Blanco e la prossima volta che ci vado giuro che la imbratto).

inception casalingo

Le idee del venerdì pomeriggio. Abbiamo connesso un pc a un altro con anydesk, il secondo a un terzo, quello a un quarto, a sua volta a un quinto e quell’ultimo al primo. E la situazione ci è scappata di mano.

Ora non sappiamo dove siamo e chi comandi chi. Non sappiamo più nemmeno chi siamo, incapsulati uno nell’altro. Ma che succede quando cominci a giocare con la fisica di tutto questo?
Eh, saperlo. Ehm… aiuto?

minidiario scritto un po’ così di un paio di giorni in giro: tre. Il cervo padano. Vongole e cippi. La possente. I fatti di quasi dieci anni fa

Da Comacchio all’abbazia di Pomposa è praticamente d’obbligo, non che resti molto del grandioso complesso ma la chiesa e il refettorio sono senz’altro motivo valido per andarci e, se qualcuno desidera, fermarsi in fervorosa preghiera come fece papa GPII. E poi c’è la questione delle note musicali, ne dissi tempo fa. Per arrivarci, tocca percorrere un po’ di Romea, oggi statale 309 ma strada antichissima, da Venezia a, appunto, Roma. Oggi è uno sbaffo di asfalto lungo il quale corrono tutti, lanciati verso chissà che, e ne fanno le spese perlopiù le nutrie sfracellate a bordo carreggiata. A fianco, alberghi, night, ristoranti abbandonati o fatiscenti, risultato di una pianura e di un sistema produttivo che va pian piano estinguendosi, servirebbe che chi di dovere ci pensasse complessivamente, non di comune in comune, di piazzola in piazzola. Basta curvare e si torna nella quiete del delta, tutto è più ovattato e placido. A pochi chilometri si trova il Boscone della Mesola, una riserva naturale che conserva la vegetazione primordiale della pianura padana, cioè i boschi e i sottoboschi che una volta andavano da Torino all’Adriatico, e non solo, anche flora e fauna tipiche, basti dire il cervo della Mesola o cervo delle dune, che è un tipo di cervo diverso da tutti gli altri e che discende proprio dai cervi che una volta abitavano il nordest produttivo, prima dei Galan. Posso immaginare che il Boscone si sia salvato per esser stato riserva di caccia degli Este, avendo a uno dei capi il castello di Mesola, delizia estense con pianta quadrata e torri ai vertici di gran bellezza e armonia. Il parallelo mi viene in mente subito con il bosco della Fontana a Mantova, altro luogo meraviglioso e anch’esso riserva gestita dal nucleo dei carabinieri per la protezione ambientale. Bei posti. Soprattutto col nebbione.

Da lì a svirgolare a Goro, centro mondiale della vongola, è un attimo, basta seguire il Po, quello di Goro per l’appunto. Il paesello, oltre ad aver dato i natali a Maria Ilva Biolcati, persona gentile, colta e rispettosa come poche, è stretto tra il fiume e il mare, per cui pesca di qua e di là con grande soddisfazione. Fornendo vongole allo mondo intiero. Non che ci sia molto altro tra l’argine e il porto, perché il paese è bruttarello, con rispetto parlando, una scuola in stile razionalista pulito par persino bella, qui. Dopo un ottimo cappuccino gorese, il milionesimo, scavallo il Po di Goro per andare a Taglio di Po, una località appena di là dove si conserva un cippo di confine tra Repubblica di Venezia e Stato Pontificio.

Sghimbescio ma c’è. Ma il passaggio del Po di Goro era una volta un salto politico e culturale colossale, dal papato alla repubblica marinara, e in una certa misura lo è anche oggi, perché dalla Romagna si finisce in Veneto. Meno di una volta, certo, che era dalla gestione PCI a quella della DC in un balzo, oggi il leghismo – atteggiamento ben più ampio del bossismo o del salvinismo, direi un misto fatale di individualismo, liberismo e assistenzialismo – è diffuso in modo un po’ più uniforme. Vorrei vedere differenze marcate tra il di qua e il di là ma per così pochi chilometri non riesco. Il confine è qui e non al Po, più su, avrei giurato. Qui sono nell’alto Polesine, quello di cui domani è l’anniversario della grande alluvione, settant’anni, quella per cui ancora poco tempo fa in tutta la bassa padana fino al Piemonte si facevano le lotterie nei bar con l’uovone di pasqua polveroso per aiutare gli alluvionati, cinquanta o sessant’anni dopo. E il Polesine per me ragazzetto era un’entità teorica, poteva benissimo essere il delta del Mekong o, chissà, magari dove c’è Littoria o chi lo sa. Qui la questione delle acque è sempre aperta, i corsi cambiano, il paesaggio si modifica di continuo sia perché spinto dall’ambiente sia perché ripristinato o adeguato dall’uomo, tutto resta così perché è pieno di idrovore che pompano fuori l’acqua, mica nulla è consolidato.

Di delizia in delizia, costeggio il Po fino a Copparo, rientrando nel più amichevole territorio romagnolo. Lì, sulla piazza di quella che era la residenza estense ci sono due bar, uno è il ‘Dolce vita’, l’altro l”Amarcord’, di cliché in cliché. In tema, incontro due persone, Mares e Dovis, meraviglia dell’onomastica romagnola, cantata anche propriamente dagli Offlaga Disco Pax. Un tempo dalle mie parti conoscevo due fratelli, Igler e Inglis, ma in Romagna il livello è più alto. Costeggio ancora, ma son sempre distanze ridicole, perché voglio andare a Stellata. Certo, c’era la casa di vacanza del figlio di Ariosto, vero, ma quella che voglio vedere io è la rocca possente.

In tutta la sua possenza. Da qui e alla sua compagna al di là del fiume si stendeva una catena lunga seicento metri, e se avete mai sollevato una catena grossa un’idea l’avete, che per ragioni difensive o di pedaggio ostruiva la navigazione in questo punto del Po, dove fa una curvona e diminuisce la velocità. La rocca di là poi se l’è portata via lo stesso, il fiume, d’altronde stava all’esterno, questa no, è ancora qui da mille anni, rifatta e ricostruita. È bello si chiami così, possente, perché è piccolina e tamugna, tozza. È chiusa perché, a ben guardare, le mura sono solcate da crepe che ne mettono a rischio la stabilità. E qui mi tocca fare i conti con ciò che io, a distanza e incurante, avevo dimenticato: il terremoto del 2012. Già, perché un conto è il terremoto che distrugge tutto, Friuli, Irpinia, e un conto quello che scuote, percuote, danneggia ma non abbatte, o quasi. Allora che si fa? Tocca sistemare, ristrutturare, rattoppare con grazia, materiali acconci e grandi costi. E se sono fienili, cascine, castellotti, le spese sono ingenti e non sempre ne vale la pena. Oppure non ci sono soldi, almeno adesso, si vedrà più avanti, come nel caso delle chiese, tante, e degli edifici pubblici: il municipio di Mirandola, per citarne uno, è ancora tutto puntellato, con il cartello ‘lavori urgenti di ripristino per il sisma 2012 eccetera’, che lascia straniti, e i soldi forse cominciano ad arrivare adesso. Ed è l’edificio principale del Comune, voglio dire. La campagna è costellata di ruderi, costruzioni rovinate o parzialmente crollate e inagibili, a volte castelli lasciati a sé, ma anche le cittadine sono punteggiate di cadaveri avvolti nei tubi innocenti, in attesa di non si sa che.

La vista è straziante, per me. Eeeeu, son passati dieci anni, quasi, sarà tutto ricostruito. Eh no, è più complicato. Gli stessi soffitti affrescati del castello estense di Ferrara sono tutti ricoperti di nastro adesivo speciale, per tenere insieme le parti dipinte attorno alla crepe. Mica banale sistemare e resaturare, servono tempo e un sacco di soldi. Ed è l’Emilia efficiente, che fa e non si tira indietro, ma le cose sono complesse, davvero. Tocca fare delle scelte e son scelte che chiunque di noi farebbe, inutile ragionare in teoria. Io, da lontano, mi rendo conto di non averci pensato e di aver dato per scontate molte cose.

Per chiudere, visito Cento, Mirandola e poi prendo la via per Ostiglia, seguendo il fiume in senso contrario e tornare a casa. Un bel girolino, tanto in pochi chilometri, lo consiglio. Che è il motivo per cui scrivo i minidiari di viaggio, dare suggerimenti, perché le cose io già le ho in testa. Andarci a novembre, poi, o d’inverno, ha un sapore tutto suo e secondo me è il momento migliore. Ognuno decida per sé, chiaro, ma mai scartare le ipotesi a priori. È un cattivo modo di viaggiare e, in definitiva, di stare al mondo.


L’indice di stavolta

minidiario scritto un po’ così di un paio di giorni in giro: due. Il delta. Cose garibaldine nel senso di Anita. L’Ulisse. Quasi piglio una sberla

Da Ferrara in là, una volta, era tutta palude. Poi, dai e dai, un po’ alla volta, si è asciugato, prosciugato e bonificato, e poi canalizzato e dragato, e poi di nuovo, un po’ più in là e dove nel frattempo è cambiato. Ma da ben prima del fascismo, hai voglia, la grande bonifica estense è, appunto, di tre secoli prima, e i braccianti dalla romagna venivano spostati fin da allora. Oggi, a parte certe valli di grande fascino, tutto è coltivato e inframezzato da canali piccoli e grossi, da rami del Po di nome diverso, il Po di Goro o il Po di Volano, per dire, e i trattori hanno ruote piene e sottili o, addirittura, i cingoli. Perché è tutta sabbia, buona per coltivare gli asparagi, la vite – i vini delle sabbie, li chiamano -, qualche zucca, qualche mela, riso e meloni, zafferano, radicchio, robe che comunque vengon meglio da altre parti. Ma è roba buona, magari non l’eccellenza ma è buona e vien su bene, perché comunque è fertile. Finché quel tizio a inizio Novecento non scoprì come estrarre l’azoto dall’aria, l’unico modo per aver più roba da mangiare era ampliare le coltivazioni, non c’era mica altro sistema. A costo di strapparla al mare e far diventare le isole terraferma. Oppure, ma durava poco, recuperare l’azoto nell’unico modo conosciuto fino al tizio del Novecento, ossia dai cadaveri. E giù, tritate di ossa di fosse comuni, in America mica ce l’avevano coi bisonti, non in particolare, ma a parte la carne i teschi servivano benissimo allo scopo. Poi il tizio ha scoperto la cosa e sono nati i fertilizzanti moderni, che hanno cambiato il mondo e, probabilmente, lo hanno condannato. Molto più cibo e in un secolo siamo passati da un miliardo e mezzo a quasi otto.

Vabbè, altra storia. Io punto a est ma un po’ più in basso, a Mandriole, che è quasi Ravenna. Il 2 agosto 1849, Garibaldi con Anita e un pugno di fedelissimi era in fuga da Roma, dopo aver difeso la Repubblica da quegli accidenti di francesi che son papalini solo quando gli fa comodo. Quella volta gli faceva. Una meravigliosa costituzione, un esperimento entusiasmante con tanto di ente protezione animali, il primo al mondo, il papa a Gaeta a masticare amaro, giovani da tutta Europa accorsi con gli occhi brillanti, il primo nucleo di Stato laico e niente, tocca scappare con Mameli morto e con Anita ferita. E incinta. Il 2, dicevo, arrivarono a Comacchio, gran folla e discorso che infiammò la popolazione, pur sempre stato della Chiesa, e poi via, più su, in fuga verso Venezia, sperando di trovar ricovero. Il giorno dopo arrivarono a un capanno in quello che oggi è il lido delle Nazioni, tra il Tahiti Village, la Baia di Maui e il Bagno Bambù, che oggi non ci si crede. Il capanno c’è ancora e non si capisce come non sia stato fagocitato dalla riviera del tunnel del divertimento, garibaldini contro romagnoli assatanati, bella lotta. Anita non stava davvero bene, per cui ripiegarono indietro con la barca, tornando a Mandriole, dove c’era una fattoria organizzata e disposta ad accoglierli. E lì, il 4, Anita morì. Ma porco cane, ventotto anni e incinta, certo che era battagliera e pronta a tutto ma si può morir così? Sì, si può. E oltre alla morte, bisognava pur continuare a scappare, per cui a Garibaldi toccò pure lasciarla lì. Non immagino lo strazio. Dalla fattoria, oggi monumento nazionale, Garibaldi scappò verso nord e alcuni pietosi fedeli seppellirono Anita poco più su, dove oggi c’è un cippo che dice che lì posero il corpo «occultamente». Ma, l’ho detto, è tutta sabbia, sei giorni dopo alcuni ragazzini videro spuntare cose strane dal terreno. Allora i poveri resti di Anita furono recuperati e portati al cimitero del paese, stavolta però alla presenza dei legati pontifici, che non mancarono di far rapporto dicendo che il corpo presentava chiari segni di strangolamento. Ma vigliacchi. Garibaldi, dissero in molti, i fattori, dissero altri. Il medico presente smentì ma le voci rimasero. Tre mesi dopo, appena possibile, Garibaldi tornò, prese la sua Anita e la portò a Nizza, dove lui era nato. Solo molto dopo, con operazione di propaganda fascista, sarebbe stata portata a Staglieno e poi sul Gianicolo, dov’è ora. In disparte rispetto all’Eroe.

Proseguo fino al mare ed è una sequela di lidi: Spina – che era una città enorme e importantissima nell’antichità, qui vicino, ma bisogna tenersi forte perché questo scombussola: erano etruschi, mache? -, Estensi, Pomposa, Nazioni, Volano, e tra dancing abbandonati oltre fantasia, Maracaibo o Venere per dirne due, alberghi dismessi come il Monnalisa, luoghi di ristoro improbabili, la Piadina Ciliegina, la pizzeria Sayonara, l’Ippopotamus, il Trambusto, o certi bagni come l’Aloha o il capo Hoorn, mah, io cammino sul mare che mi piace di più a novembre che ad agosto e, stando sull’Adriatico, non mi può che venire in mente De André, «ma voi che siete uomini / sotto il vento e le vele / non regalate terre promesse / a chi non le mantiene». Guardo l’Ulisse Primo, una nave gru da una cinquantina di metri che sistema i frangiflutti dopo i bagordi dell’estate. Ha un carico di pietre nuove, belle rosa, e il manovratore scarica bestemmie a raffica via radio perché trova cose che non dovrebbe. E ‘Primo’ è in lettere, per cui non capisco se sia un cognome di un Ulisse chissà o se, invece, ci sia un Secondo. Ordino un cappuccino allo ‘Chalet del mare’, faccio parte del contesto, mi siedo fuori e guardo, fa ancora caldo, lungo la spiaggia parecchie persone camminano e si godono lo spazio, non sono gli stessi di tre mesi fa. I bar aperti sono due, l’altro è l”Exclusiv’, ed è proprio scritto così. Parecchie imprese edili, ci son da rifare i bagni o gli alberghi, sono i mesi buoni.

Torno indietro anch’io, e vado a Comacchio per la sera. Terre contese, queste, prima dai romani agli etruschi, fino agli estensi e ai cardinaloni, perché qui c’erano e ci sono le saline, ricchezza non scambiabile. L’altra ricchezza sono, chiaro, le anguille, che son talmente grassone che è come mangiare il lardo, quello è l’effetto sul regime alimentare. Il consiglio da amico è questo: alla griglia. Comacchio ha le valli, che son però piatte e fatte d’acqua, proprio quelle valli dell’Agnese va a morire, ha i canali come Chioggia e dei ponti ribaldi in mattoni un po’ storti e senza le spalle, chissà quanti son cascati dentro la notte, ha delle curiose anatrelle di plastica simili alle vere lasciate nei canali immagino per iniziativa comunale, che quando si bucano affondano con la testa, ha il famoso ponte tripartito, cioè che sormonta ben tre canali, ha un campanile bislacco che si troncò non appena finito, rimanendo monco, ha un curioso biciclettaio su un canale, perché è vero che c’è l’acqua ma è pur sempre Romagna, terra di biciclette. Come l’Agnese.

Ovvio, vado a mangiar l’anguilla. Marinata, poi con i garganelli, poi alla griglia, poi spalmata sul pane, poi in testa, due al posto delle scarpe e una grossa da usare come barchetta per tornare a casa. Tra i grandi piaceri della vita, annovero quello di mangiar da solo. Anche quello di mangiar in compagnia, sicuro, non è che uno escluda l’altro, ma mangiar da soli in viaggio ha un che di particolare, di significativo per me. Bene, son lì che mangio da solo e come faccio spesso, leggo. È un libro che mi appassiona, per cui sono abbastanza immerso. A un certo punto mi accorgo che una cameriera, cioè una delle due sorelle proprietarie, più o meno mia coetanea, mi gira attorno. Ma io ho ancora il piatto pieno. Sollevo lo sguardo e vedo che ha le parole dentro che vorrebbero uscire e che le trattiene a malapena. Mi dica, le dico, e lei mi dice ma possibile che lei legga mentre mangia? Guardi che poi digerisce male, meglio che si concentri sul mangiare, altro che leggere. E mi vengono in mente certe cose dette quarant’anni fa, il non leggere appunto mentre si mangia, il non bere per le rane in pancia, il non fare il bagno dopo mangiato, le cose basilari della salute. Ma non è che me lo dice perché non presto attenzione ai suoi piatti, peraltro eccellenti, me lo dice proprio per il mio stomaco. Io la ringrazio e provo a spiegare che sono anzi molto rilassato leggendo e che tutto va e andrà bene. Ma lei è partecipe e sfagiola il meglio: le darei una sberla, le darei. Così. Testuale. A vederla leggere. Poi dice, certo, lei può dirmi anche di farmi gli affari miei ma io le dico che non dovrebbe leggere. A me vien da ridere, anzi rido, la ringrazio per la premura e continuo, ma apprezzando la romagnola schiettezza, a farmi andare di traverso la digestione. Che spasso, stare in giro.


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minidiario scritto un po’ così di un paio di giorni in giro: uno. Ferrara e le cose ferraresi tranne il pane

Uno spunto di lavoro e via, Ferrara. Occasione ghiotta, oltre alla salama cotta su letto di purè – che non vuoi aggiungerci del vino per poi mezz’ora dopo accoltellare un oste per avere dell’acqua? – la città è ricca di spunti, a patto di aver fermi due concetti: addizione e devoluzione. Eh sì, perché così stretta tra stato della Chiesa e Venezia a far da vaso di coccio, alleandosi di volta in volta con Mantova, in condizione simile e sempre pronta a tradire i patti per propria convenienza, e con l’uno e l’altra, qui è sempre stato necessario stare attenti. In realtà, la storia degli Este è durata qui tre secoli a far tanto, da Azzo a Cesare, porello, in mezzo un barcamenarsi che ti raccomando, compreso doversi pigliare quella disgraziata di Lucrezia, ovviamente Borgia, e di doverne sopportare i capricci pur di entrare nelle grazie del papa, suo padre, e raccattare legittimamente il titolo di duca. «Illegittima» mi dice l’ennesima guida occasionale che incontro per strada. Illegittima, certo, ma com’è, di grazia, una figlia legittima di papa? Resto insoluto ma la locuzione “figlia di papa” è quasi meglio di quella con l’accento.
Nei tre secoli di Este, tanta dovizia: di architettura, di poesia, di pittura un po’ meno ma chiamando qualcuno da fuori, Ligorio, LBAlberti, si risolve. Di poeti no, non ce n’era bisogno: Boiardo, Ariosto e Tasso bastino per tutti, triade imbattibile o quasi. Certo, a parte poi Boiardo che aveva rocca a Scandiano e faceva conte a sé, tutta la mia attenzione è sempre andata ad Ariosto, magnifico nell’Orlando ma sommo nelle Satire, e nulla voglio sapere di Tasso, che lascio volentieri ai romantici, con la maiuscola: io son Ariostista, mica Tassista.
L’addizione, dicevo. Fu erculea sia per lo sforzo sia perché fu Ercole d’Este a volerla. In pratica, la Ferrara medievale si era un po’ scombinata, perché il Po, che lambiva le mura meridionali, decise a un certo punto di strappare e di pigliare un’altra strada, tirandosi dietro tutta la canalizzazione e il Reno, quello bolognese. Insieme a questo, era venuta un’epoca di ricchezza e in cui certe idee si facevano largo, ed Ercole recepì. Si costruì una nuova cinta muraria molto ma molto più ampia, un certo fossetto che faceva da confine settentrionale, proprio davanti al castello, fu interrato e si aprì un enorme pezzo, tutto nuovo, di città. Città moderna, la prima d’Europa, con ampi viali, ortogonali, spazi pubblici, un progetto ideale ed urbanistico innovativo. Un’addizione alla città, appunto, così grossa da raddoppiarla, anzi quasi tre. Furono costruiti alcuni palazzi, qua e là, vedi quello dei Diamanti, miracoloso per bellezza, con ampi giardini, fu inglobata la Certosa e il cimitero, ampi spazi vuoti da riempire nel tempo, quadrivi e incroci definiti.

Ma l’idea superava i tempi e la crescita sperata in realtà sarebbe avvenuta solo nella seconda metà del Novecento, tardino per Ercole e i suoi urbanisti: la città e le botteghe rimasero dov’erano, i traffici pure, gli spazi vuoti rimasero vuoti. Nonostante un’altra idea notevole per i tempi, ovvero invitare tutti gli ebrei cacciati di Spagna, i marranos del 1492, a stabilirsi qui, ben sapendo che portano sempre iniziativa, pensiero, intraprendenza e, quindi, scambi e ricchezza. Ma anche questo non bastò, perché si stabilirono nelle zone più interiori della città vecchia. Non che sia del tutto un male, Ariosto, che aveva approfittato dell’espansione urbanistica e dei villini costruiti ex novo, comprò casa e giardino, sistemandosi una volta per tutte, seppur dalla parte opposta della sua sposa segreta. Ma, tanto, a lui piaceva camminare. E la casa, bellissima e proporzionata, la famosa “parva sed apta mihi”, gli calzò perfettamente, anche se ho scoperto oggi la definizione gli preesisteva.
Fatta l’addizione, nemmeno il tempo di godersela che Alfonso II morì un secolo dopo senza eredi legittimi, in questo caso sì, e il papa colse l’attimo per incamerare tutto quanto, Ferrara, ducato, pertinenze, servitù. E gli Este via, a Modena e Reggio, imperiali, dove un paio di appartamentini gli erano rimasti. Questa fu la devoluzione e lo splendore di Ferrara andò bellamente in vacca, in mano ai legatini e ai cardinalacci. Papalina, divenne.

Ferrara resta in un limbo un po’ suo, in cui è sempre difficile collocarla. Vuoi perché non è su alcuna linea ferroviaria o autostradale nota ai più – ce ne sono, una buffissima Ferrara-Porto Garibaldi, RA8, ma chi la sa? – e appare raramente nelle cronache. In realtà, con una buona mappa sottomano, è ad appena ottanta chilometri da Mantova, a meno di trentacinque da Bologna, ed è proprio lì, e a un tiro di schioppo, o ciapello, da Padova e Venezia. Ravenna è dietro l’angolo, quasi si potrebbe vedere. Ma è come se galleggiasse fuori, in un mare interno proprio non lambito dai viaggi tradizionali. Bisogna decidere di andarci, proprio, puntarla e non cambiare idea. Che dire? Ne vale la pena, chiaro, fosse anche solo per la salama di cui sopra e per il castello (la mia inutile guida di dieci anni fa alle prigioni), per le viuzze che ci si potrebbero girare i film del medioevo senza cambiare proprio nulla, non c’è nemmeno l’asfalto, per la concentrazione di palazzotti di gran fattura, squisita direbbe qualcuno, per De Pisis o Bassani o Boldini o Savonarola o Antonioni, secondo i gusti.
Io incrocio un’altra guida improvvisata che vede in me, immagino, uno interessato, e tra le altre cose lo sfrontato ha l’ardire di sostenere che il palio, cioè quella cosa con i cavalli che corrono per la città, sia stato inventato a Ferrara ben tre anni prima che Siena. Prima o poi mi cascano sempre sul campanile, non c’è niente da fare. Vada là a dirlo, gli faccio, e lui mi racconta che c’è pure andato. Apperò, il coraggio. Mi intrattiene parecchio, svirgola solo di tanto in tanto – «quella popolazione dell’Europa centrale, i Mongoli», saran contenti i tedeschi e quegli altri – ma la sostanza c’è, sbaglia poco e dà indicazioni utili. Bisogna però essere accoglienti in precedenza, secondo me, per far avvenire le cose, lo dicevo qualche giorno fa (ieri, ecco).
Ancora niente nebbione, per ora. Un po’ è il cambiamento climatico, sicuro, ma di sicuro le ultime nebbie del pianeta, qualora dovesse essere così, saranno qui, prima di sparire per sempre. E un giro per la città ottusa dal nebbione è una cosa che nella vita va fatta, secondo me. Fosse anche per una sola manciata di ore, come io, oggi.


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