minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: marzo, i contagi che accelerano, un anno e non sentirlo, la vita già vissuta, il carattere dei paesi

Eh sì, ho subito il contraccolpo della zona arancione rafforzata. Non della chiusura in sé, una pandemia è una pandemia e per quanto uno lo voglia, è difficile imbrigliarla, quanto più per tutto il contorno, anche stavolta. È passato un anno e non sembra, per certi versi pare la riproposizione di vita già passata e di sorprese già avute, i tifosi che si accalcano fuori dallo stadio per Atalanta-Real Madrid sono la figurina già incollata dei tifosi che si accalcavano un anno fa per Atalanta-Valencia, la gente che si spinge e se mena sui navigli a Milano la stessa di un anno fa, stesso posto, senza l’aperitivo di Zingaretti, la schiera di virologi che dice che sia necessario un lockdown rigido, i dati che peggiorano, le terapie intensive che si riempiono, i respiratori che mancano. Perché sì, nel più grande ospedale della mia città, quello trasformato in un hub regionale specifico per i malati di covid, questa settimana un paziente di cinquant’anni si è sentito dire che, dovesse peggiorare, non ci sarebbe stato un respiratore libero. Un anno, dunque, a inventarsi respiratori dalle maschere da immersione di Decathlon, a ripeterci che non ci saremmo fatti trovare impreparati – ma l’inazione era già chiara dall’estate -, a stringere lucrosi contratti per i vaccini che ci avrebbero sommersi, ed eccoci qua: mi spiace, non c’è il respiratore, la dovremo mandare nel capoluogo, sempre che non peggiori anche là.
E così no, però. Così non mi sta bene, non mi sta bene affatto. Non è così che io affronto i problemi e non è così che vorrei vedere il mio paese affrontarli. Ogni paese, intendo ogni nazione, ha un proprio carattere, proprio come le persone. Nelle situazioni di tensione, il carattere emerge con più evidenza e così è stato anche per noi. Attendere, vedere, non farsi venire il malanimo in anticipo, procrastinare per poi, a cose avvenute, affrontarle con toni drammatici, con i mezzi dell’emergenza, con il pathos della crisi, della paura, dei toni gridati e delle accuse che volano a destra e a manca. Ignorare il problema per mesi e poi inseguire con l’elicottero e il megafono un tizio che cammina sulla spiaggia. Questo è il nostro modo, nazionale, di affrontare i problemi, che siano dissesto geologico, crisi climatica, debito pubblico, spread, pandemia o nuovo governo. L’entusiasmo al limite della devozione per Draghi è preoccupante, sia perché eccessivo e sintomatico di patologie umorali ben serie, sia perché passerà con la velocità con cui è venuto. E così i problemi, nulla all’orizzonte, poi la situazione drammatica e poi puf, spariti fino alla prossima crisi.
Ecco no, io per il mio benessere psicofisico ho imparato, nel tempo e con l’esperienza, che non è un buon approccio, per me. Io le cose le devo affrontare subito, quando ancora non sono preoccupanti, le devo lavorare, suddividere, analizzare e poi, se possibile, almeno parzialmente, risolvere. Per non doverci pensare poi, a cose peggiorate, o per non doverci pensare troppo a lungo o, anche, per non dovermi ritrovare di nuovo, magari un anno dopo, nella medesima situazione. E poi, se mi trovo in difficoltà, mi concentro sulle priorità e tralascio le sciocchezze, cosa che evidentemente non riusciamo a fare collettivamente: il destino dei Cinque Stelle, il futuro di Conte, l’espulsione di Pjanic nel 2018, il libro di Casalino, San Remo, perdio San Remo!, le feste di Genovese, i sottosegretari, la loro distribuzione e il governo dei migliori, l’autista Atac e i suoi video su TikTok, lo stadio della Roma, lo spareggio tra la Farfalla e l’Orsetto tra i cantanti mascherati, Ronaldo al Miami, gli amori di Bollani, Celentano su tutti, due ore di elenchi di Salvini per rilassarsi, il golden globe a Laura Pausini, Sgarbi prossimo sindaco di Roma e vabbè, giusto per attenermi alla prima pagina del Corriere di oggi. Per dire. E Zingaretti si occupa della D’Urso. A posto.

C’è da chiudere? Chiudiamo, ma per davvero. Serve acquistare respiratori in previsione, anche se magari non li useremo? Facciamolo, nella giusta misura. Vaccinare il paese sarà un’operazione molto complicata? Bene, destiniamo persone, luoghi e risorse in anticipo, così da essere pronti quando sarà. Potrei andare avanti molte righe, non è il caso, sono tutti esempi retorici riferiti al passato. Ma a pensare alle priorità poi si passa per pesantoni, cheppalle, vogliamo divertirci? Tiene banco, di nuovo, la pasqua, oddio come passeremo la pasqua?, come l’anno scorso e come natale due mesi fa. Vi prego no, non di nuovo. Non ce la faccio. Più passano le settimane e più mi convinco, non so bene nemmeno io perché, che la prossima estate non sarà come quella passata. Cioè, non vi sarà un crollo del numero dei contagi a maggio e giugno, che ci permetterà di passare svagati tre mesi, per lo più senza mascherina. Quello era il risultato di due mesi di lockdown vero, pesante, serio. Quest’anno, ho l’impressione, sarà più un tira e molla, come questi mesi. Ed è un errore fare calcoli sulla mitigazione dei contagi per merito del clima, non avverrà, come dimostrano gli Stati Uniti la scorsa estate: faceva caldo e fu un disastro. Allo stesso modo, è un errore contare sui vaccini se poi le vaccinazioni non si fanno. È vero che in Inghilterra come in Israele i contagi sono crollati del 40% e i deceduti di un terzo ma loro hanno e stanno facendo fatto due cose che noi non stiamo facendo: un lockdown duro e prolungato e le vaccinazioni, anche se una sola a persona. Ecco, il carattere delle nazioni, l’Inghilterra non è certo stata meglio di noi, non ha pianificato alcunché ma, almeno, nell’emergenza reagisce e si concentra sulle priorità. La Germania va dritta per la propria strada, lockdown pesante e vaccinazioni con richiamo per tutti, più lento ma sicuramente più efficace.
Noi no, dichiarazioni eclatanti per provare a prendersi il posto di ministro, o di sottosegretario o, almeno, superconsulente, risse per strada e gente assembrata per gli aperitivi, a differenza di chiunque non ci siamo fatti mancare una crisi di governo, tanto opportuna quanto al momento giusto. Quanto tempo negli ultimi mesi abbiamo parlato di strategie per affrontare il covid e quanto di Renzi?
Ancor più di un anno fa, mi è chiaro che devo vivere in un paese, in una nazione, che si comporta come mi comporterei io. In generale, diciamo, come approccio. Se io fossi uno che reagisce sul piano fisico, che si rinchiude, uno che affronta di petto con i pugni chiusi le situazioni e per cui gli altri sono tutti potenziali nemici, andrei in Russia o in Corea del nord. Se fossi un ottimista sereno, avessi un buon carattere sociale e pensassi sempre collettivo, probabilmente andrei in Svezia. Se fossi una persona concentrata su di sé, dedita alle remunerazioni per compensare le delusioni, se mettessi al primo posto gli affetti e la famiglia contro tutti, se preferissi l’uovo oggi, se volessi acquistare una villetta costruita di fresco a sessanta chilometri dal centro e un suv bello grande così non mi faccio male, allora dovrei andare in Italia.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: febbraio, le bestemmie, l’«arancione rafforzato», una difficile convivenza, devo trovarmi un posto

Bestemmie, ostie, madonne, santi, da ieri sera sto tirando giù di tutto. Adesso siamo in zona arancione, «arancione rafforzato». Dopo un anno, ancora lì siamo. Prima un focolaio in un asilo, poi un paio di feste di compleanno e poi, ad allargare il giro, domenica c’erano almeno duemila adolescenti in piazza in città senza alcuna protezione. Sì, in questo momento ho voglia di prendermela con qualcuno, cerco la rissa, vanno bene anche duemila gnarelli, sono qua. Checcoglioni. Poi ce l’ho con i miei corregionali, dio li fulmini!, che hanno votato lega e forzaitalia, regalandomi la tutela di Fontana, Moratti e Bertolaso. Che poi io dico: quando c’è un’emergenza, una situazione critica, uno fa due conti e poi si affida, perché bisogna affidarsi, ai migliori che trova in giro, medici, operatori, amici e parenti. Ma non ci si affida ai più ritardati, trafficoni, affaristi, stronzi che ci siano in giro, no? E invece sì. Grazie.
Domenica nella mia città sono stati vaccinati cinquantanove ultraottantenni. 59. Lunedì la Regione Lombardia ha sottoscritto il protocollo d’intesa con le strutture private e le farmacie per la somministrazione dei vaccini, ma guarda te che sorpresa. Oltre alla beffa, il danno per cui non solo i vaccini saranno a pagamento per chi ha urgenza o per chi desidera farli prima di dieci anni ma il protocollo autorizza anche le farmacie a somministrare il vaccino antinfluenzale, di cui la Regione ora è piena. A novembre e dicembre erano introvabili, abbiamo pagato quasi tutti per farli o farli fare e adesso sono dappertutto. Non bastasse, sempre la Regione annuncia che sarà possibile chiedere il rimborso, ancora non si sa come, per i vaccini antinfluenzali fatti privatamente in fine d’anno e così si compie il giro: attraverso di me, la Regione – anche stavolta – ha finanziato le strutture private. È un regalo continuo.
Vero che le aziende produttrici stanno rallentando la produzione di vaccini – è di oggi la notizia che AstraZeneca ha tagliato ulteriormente del cinquanta per cento la fornitura, succede quando non c’è più la leva economica delle penali a far da pungolo – e di conseguenza certe regioni (Lombardia) stanno già accampando scuse per i ritardi ma è altrettanto vero che dei cinque milioni di dosi già consegnate ne sono state utilizzate finora solo tre milioni e mezzo, cioè la campagna vaccinale va comunque più lenta delle pur lente forniture. Perché tanto si sa sempre a chi giova, no? Rallenta, paralizza il pubblico e la magia riuscirà sempre senza nemmeno doversi sporcare le mani. E così al momento l’unica soluzione, di tipo medievale, è richiudere tutto e aspettare, facendo finta di avere delle ideone da mettere in pratica.
Che, poi, chiudere. A me andrebbe anche bene un patto chiaro, chiudiamo per davvero per tot mesi e nel frattempo vacciniamo seriamente, isoliamo, tracciamo, e facciamo dei patti chiari che ci permetteranno di essere amici, poi. Ma la chiusura dettata da Confindustria no, perdio, non mi sta bene. Perché si chiudono le scuole, si limitano i movimenti ma solo dei semplici cittadini, non parliamo delle strutture di cultura e spettacolo, dei centri sociali, delle palestre, ma per carità, i negozi, i centri commerciali, le industrie guai a chi le tocca, al massimo nel fine settimana. Lavora, consuma e poi sta’ a casa. Il paradiso dei miserabili, con la pizza a domicilio. Dopo un anno, ancora la stessa solfa, non ci siamo mossi di un ciapello, i furgoncini delle impresine ancora lanciati a mille sulle autostrade perché il PIL è tutto nostro.

Non c’è niente da fare. Inquinamento, pandemia, affarismo, cementificazione, clientelismo, assenza di prospettive che non siano il fatturato di oggi, individualismo spintissimo, non c’è niente da fare: siamo i peggiori in tutto. E continuiamo a esserlo, qui in un certo pezzo di val padana tra il Piemonte e il Veneto. E con orgoglio, pure.
Per carità, moltissime brave persone, tutte frustrate e intristite peraltro, che è un po’ il motivo per cui poi si resta, senza sbattere la porta dietro di sé. Ma non basta, non può bastare. Perché sono trent’anni che si attribuiscono poteri alle regioni e sono trent’anni che qui la maggioranza vota il peggio, se non si è eletto Ambrosoli, uno dei pochissimi candidati di valore nei decenni, c’è ben poca speranza. E il prossimo giro, azzardo, sarà la Moratti, o se non lei analoga o analogo. In ogni caso, proni a Confindustria, agli esercenti, complici del popolo delle partite iva che non emette fattura, di chi intasca i ristori e poi comunque vota a destra, di chi è perennemente alla ricerca della gabola per non fare il proprio dovere, fisico, etico ed economico, di chi non fa assolutamente nulla per gli altri e per la comunità ma che pretende sempre ogni tipo di aiuto e risarcimento, per poi blaterare contro i vaccini.
Ma non è una lotta tra cattivi e buoni. È peggio. È uno scontro tra maggioranze variabili, di cui facciamo di volta in volta parte tutti. Ho adattato anch’io le norme anticontagio a mio piacimento, riducendo i giorni di isolamento anticipando il tampone, o superando qualche confine che non sarebbe stato lecito superare, ho rotto le balle anch’io sulle cose che mi interessavano facendo finta di non vedere quelle a mio vantaggio, ho approfittato anch’io dell’elasticità e spesso dell’assenza delle sanzioni, lo schifo della faccenda sta, appunto, nel fatto che si sguazza tutti nello stesso recinto e ci si sporca tutti, prima o poi, dando un colpetto di qua e uno di là.
Per carità, un motivo c’è sempre, la burocrazia, i lacci, la lentezza dell’amministrazione, anche solo il sopravvivere, la giustificazione si trova e, comunque, quasi nessuno la chiede mai. È il Berlusconi fuori e dentro di me, entrambi, che mi fanno impazzire. E là fuori è pieno.
Occhei, d’accordo, avete vinto, sarà la stanchezza, sarà la frustrazione. Farò i miei piani per migliorare la situazione e farò le mie cose appena sarà possibile farlo, al momento però sono talmente smarronato che non collaborerò più, almeno finché l’idraulico dell’alta Val Brembana non lo farà. Infantile? Certo. Ci picchiamo? Volentieri.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: febbraio, basta conservarlo al freschetto, al 3%, magari esistessero solo fare e non fare

Con il cambio di governo, pare di avvisare qualche minimo cambio di impostazione: forse sarà adottata una politica di chiusure localizzate, zone rosse comunali, e i colori delle regioni, annuncio di ieri, saranno comunicati almeno una settimana prima. Beh, è già qualcosa, l’effetto suspans in certi settori produce perlopiù effetti nefasti e nessuna tensione positiva. Sul fronte delle vaccinazioni, nessuna nuova e nessuna accelerazione, purtroppo. Il brusio di fondo è insopportabile: c’è chi propone di produrre i vaccini in Italia, e qui il profano come me fa l’espressione del «ma sul serio?», in Regione Lombardia cominciano a buttar lì che mancano le dosi e, di conseguenza, non si potrà rispettare il piano previsto di un milione di vaccinazioni ogni ora (vabbè, qui era facile esser profeti), oggi si scopre che il vaccino che andava conservato a ottanta gradi sotto zero si può conservare anche a meno quindici, e qui il profano come me fa la faccia da «ma davvero?», e che il richiamo può tranquillamente essere fatto anche dopo tre settimane, anzi meglio dopo tre mesi, e qui i punti interrogativi sulla testa del profano diventano folti (eufemismo, potrebbero essere bestemmie). Le prenotazioni per gli ottantenni, almeno in Lombardia, hanno avuto alcuni aspetti curiosi – il risponditore automatico: «la invitiamo ad attendere, ci sono decentodiciottomila persone in attesa davanti a lei», e le virgolette non sono a caso – però poi la prenotazione è andata a buon fine, forse. Che poi si traduca in una vaccinazione vera è tutta da dimostrare. Con le storture del caso, il vicino settantenne è stato vaccinato, la dirimpettaia novantenne no. Chissà, in ogni caso i numeri dei vaccinati restano molto bassi. Ora siamo al 3,6% della popolazione alla prima somministrazione, poco più del 2% quella già richiamata, insomma, percentuali da lotteria. In Israele e in Inghilterra, paesi che si sono buttati sulla vaccinazione di massa anche a costo, gli inglesi, di fare solo la prima somministrazione, le cose paiono migliorare rapidamente, con i contagi a picco. Esistono alcuni stati che non contano alcun caso di infezione, dopo le restrizioni: in Nuova Zelanda, per esempio, in cui accettano anche visitatori ma solo dopo aver trascorso quindici giorni, a proprie spese, in un albergo a fianco dell’aeroporto e dopo un tampone finale; in Australia, e le immagini della finale degli Open di ieri con il pubblico, con mascherina ma nemmeno troppo distanziati, mi hanno colpito.

In generale, rilevo in me e attorno a me stanchezza e un po’ di frustrazione. Nessun progetto, nemmeno a breve termine, poche e prive di entusiasmo le proposte di ‘far qualcosa’, spesso limitate a un caffè se la zona è gialla ed è permesso e senza particolare goduria. Che, poi, di che si parla? Sempre di quello. Sono sparite anche le domande, cosa farai?, cosa farete?, dove andrete?, ci vediamo?, sostituite da quelle per sapere se i negozi di vestiti per adulti sono aperti, se settimana prossima saremo rossi o arancioni, per sapere dove fare un tampone rapido o cosa bisogna fare se si è contatto di un contatto di un positivo. Più difficili, se possibile, alcuni aspetti legati alla convivenza collettiva. Per fare un esempio concreto, un mio collega si mette in isolamento fiduciario perché la figlia risulta positiva. Il medico, correttamente, gli prescrive quattordici giorni di isolamento e un tampone alla fine del periodo. Tutto giusto e tutto legale, per carità, ma noi colleghi che abbiamo pranzato con lui tre giorni prima, in zona gialla, tutto in ordine, non sappiamo come comportarci. Glielo facciamo presente, con tatto, spiegandogli che sarebbe molto utile per noi sapere se sia positivo o meno, traducendo eventualmente noi da contatti di contatto a contatti diretti. E, magari, saperlo rapidamente, non dopo due settimane. Lui ci risponde, come molti, che non ci aveva pensato e che sì, magari, adesso vedrà e poi ci farà sapere. Naturalmente poi non accade più niente e a noi non resta che prenderne atto o, semmai se proprio, andarci a fare un tampone a spese e iniziativa nostra. Qualcuno ha sbagliato? Formalmente no. È un labile confine attorno al legale, ciò che è consentito e ciò che non lo è, per lui è stato sufficiente rispettare le norme, per me no, perché mi sarebbe stato utile saperne di più, così da comportarmi socialmente in modo più responsabile. Era lecito andare entro il 21 dicembre alle Maldive, visto che c’erano pure degli sconti pazzeschi? Sì, era permesso. Aveva senso farlo? No, per me no, ma qui siamo nel campo dell’opinabile. Ed è difficile, perché anche le persone più vicine, quelle con cui crediamo di condividere anche i valori fondanti dell’esistenza, si comportano in modo differente, a volte lievemente a volte radicalmente, di fronte a questo tipo di situazioni e questo genera conflitto, fraintendimento, soprattutto là dove i comportamenti sono lasciati al volere o all’interpretazione individuale.
Il che, almeno per quanto riguarda me, lascia ancora un po’ più soli in questo momento, già, di non banale solitudine. Passerà, sì, passerà. Amen.
Ah, e Immuni? Ahah.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: febbraio, sono stato attentissimo, mi senti?, Lui ce l’ha con Noi

Due settimane di blackout sulla questione pandemia. Non io, non il mio minidiario, proprio il paese tutto. Perché c’era la crisi di governo e buonanotte pandemia. Tre giorni fa era persino difficile trovare su un qualsiasi giornale notizie riguardo i colori delle regioni, chissà, o l’andamento delle vaccinazioni. Ora c’è Draghi, forse ricominciamo a occuparci della questione. Bene, tra parentesi, la conferma di Speranza al ministero della Salute, non tanto per lui – che comunque non è stato certo il peggiore – quanto perché così non si perderà tempo a spiegare al nuovo ministro dove sta la scrivania.
Mentre, come tutti, ero in attesa che le cose ripartissero, ho letto alcuni articoli interessanti sugli errori che, comunemente, facciamo in tema di pandemia. Ma io no, mi son detto andando a leggere, figuriamoci, sono attentissimo. Che poi è la stessa cosa che dicono tutti quelli che scoprono di essere positivi. Ma come può essere? Può.
Le persone mentono. Poiché mentono sui pesci pescati, mentono anche sul covid. Mentono sulle trasgressioni alle buone norme anti-contagio e mentono sui propri sintomi, qualora vengano loro richiesti. Stato tra la gente? Ma va’. Tosse? Mai. Febbre? Macché. Se poi lo dice un amico o una persona simpatica, o bella, dev’essere per forza vero. Il fatto che sia permesso non vuol dire che sia sicuro. Beh, ma se il DPCM lo permette, se si può fare, allora lo faccio. Grande fraintendimento. È chiaramente lecito andare al supermercato in ogni scenario ma ciò non significa che sia un ambiente raccomandabile, lo sappiamo in teoria ma in pratica ci comportiamo come se lo fosse. I termoscanner all’entrata, da questo punto di vista, aiutano poco. L’ho già fatto una volta e non è successo niente. Questa, magari, è una giustificazione più implicita, è più raro che venga espressa a parole, di fatto però costituisce un metro dei nostri comportamenti ripetitivi: aver trasgredito e non aver subito conseguenze falsa la nostra condotta generale. Ma siamo all’aria aperta. Certo, ciò non toglie che parlare un’ora con una persona a mezzo metro senza mascherine sia piuttosto rischioso, anche se ogni volta che si incrocia un podista per tre secondi si scuote la testa perché non ha bocca e naso coperti. Mi piace mettere mascherine eleganti o diverse dagli altri. Con la bandiera italiana, magari. Bene, benissimo, magari di stoffa fatte dalla mia sarta così brava con una fantasia floreale stupenda. Ottimo. Oppure una mascherina chirurgica perché la ffp2 tira un sacco le orecchie. Oppure, ed è il meglio, abbassarla quando si parla, al telefono o con l’interlocutore, perché si teme di non essere sentiti. Un anno e ancora la cosa non è chiara.

La confusione regna abbastanza sovrana, sia dentro che fuori di me. Più che altro, fuori, devo dire. Nell’arco di otto ore ho sentito dire da un’amica che ha un’amica che lavora in ospedale che la variante inglese del virus è sicuramente molto infettiva ma decisamente meno grave e da un funzionario della Regione che di variante inglese si muore molto di più. «Ormai serve il lockdown, le zone rosse non bastano per contenere le varianti, andava già fatto a dicembre». «È sotto gli occhi di tutti che la faccenda delle Regioni colorate non ha funzionato». «Il sistema dei colori ha funzionato, ci ha permesso una mitigazione dell’epidemia, regolando la velocità come fosse acqua che scende da un rubinetto». «Chiedere un lockdown generale è una misura barbara, senza razionale scientifico. Le soluzioni sono lockdown mirati, provinciali, localizzati, chirurgici e rapidi». «Il problema non si risolve con le chiusure che servono solo a guadagnare tempo. Si risolve con il vaccino». «Vanno applicate con severità le misure che abbiamo. Un lockdown severo non serve, ma occorrono chiusure chirurgiche». Potrei andare avanti per pagine. Una delle cose che prediligo è quando si parla del virus come se avesse volontà e intenzioni (e con ‘si parla’ intendo un virologo): «Attenti alle varianti. Ma da virologo vi dico: il Covid ha interesse a farci meno male», per dire, sul giornale di oggi. Ed è Giorgio Palù, virologo, presidente dell’agenzia italiana del farmaco Aifa, non Bislazzoni al Bar Sport, che avrebbe ben diritto di personalizzare ’sto rompimaroni di virus. Io, noi, lui, anzi Lui, senza ovviamente dimenticare Loro, che il virus l’hanno creato. Bene.


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le allegre nonché inutili guide turistiche di trivigante: camminare sull’Adda e guadare i corsi della storia

No, non in senso letterale, a fianco. Ci sono molti modi di godersi un fiume, uno dei più soddisfacenti è quello di camminarci a fianco, seguendone il corso.
E uno dei fiumi che più si prestano a questo è l’Adda, in molti suoi tratti. Quello che io consiglio parte da Trezzo sull’Adda, appunto, e va verso nord, controcorrente. A piacimento, volendo fino a quel ramo del lago di Como, o quasi, potendo al desiderio guadare proprio come Renzo e i suoi patemi. Ed è fiume bello largone, placido, poi rapido e turbinoso, poi di nuovo largone, più basso rispetto al circostante così da non far vedere case o manufatti o quasi, casa di pesci, uccelli e viaggiatori fluviali.

L’Adda può, ovvio, esser percorso in ogni stagione ma, come per il Po e i fiumi della pianura, io prediligo e consiglio le giornate invernali in tonalità di grigio, quasi alla “Mestiere delle armi”, ed è già bello non aver la gamba in cancrena. Che poi grigio davvero non è, sono verdi, tanti, e marroni e infinite variazioni sul tema. E non ci son le moltitudini, mica cosa da poco.
Fin da Trezzo, l’Adda mostra la sua parte industriale, incanalata a volte per ragioni idroelettriche, per dar corrente alle tramvie milanesi tra fine Otto e inizio Nove, dalla meravigliosa centrale Taccani in ceppo dell’Adda, proprio sotto il castello di Trezzo costruito con lo stesso ceppo, prodigioso impianto che, sfruttando la curva del fiume, non aveva necessità di condotte a caduta, alle Esterle e Bertini, più su.

Più in alto il fiume si strozza, impedendo la navigazione in entrambi i sensi. E subito l’immaginazione corre a mercanti che, scaricate le merci da una parte percorrono il tratto a dorso di mulo per ricaricarle appena di là, su una nuova barca e proseguire il viaggio. O a eserciti infiniti che colgono il guado proprio qui che si stringe, che fossero francesi in cerca di sacco o piemontesi lenti e dubbiosi verso l’austriaco, da quando il Carmagnola aveva ruinato il ponte di Trezzo creando il secolare confine tra Milano e Venezia. Ma fin da molto prima, che le tracce son antichissime e si posson vedere, alle rapide, siano castella del quinto secolo o tombe medievali con le ossa, pure, o chiesette abbarbicate, chiedere del custode che mi pare abbia voglia di chiacchierare.

Ed è proprio qui, alle rapide, che Leonardo, beato ospite dei Melzi più giù, a Vaprio, ambientò le sue “Vergini delle rocce” e forse chissà altri suoi quadri più famosi, e che ragionò di canali, chiuse e traghetti spinti dalla corrente. Ne esiste uno, di traghetto, in funzione e bello da vedere e da prendere, e pure di canale per la navigazione a fianco della strozzatura, quest’ultimo invece in disuso. Se vi fossero amministrazioni non dico illuminate ma almeno sagge, si ripristinerebbe tutto, le chiuse e le casette di controllo, che altro che il canale du Midi, ne faremmo bocconi. Ma tocca rimettere in tasca le aspirazioni più alte, putroppo, di questi tempi leghisti.

Il segno dell’industria, potente, della fine Otto, è anche nel ponte di ferro di San Michele a Paderno d’Adda, uno dei più grandi anche oggi a campata unica, con sopra la strada e sotto la ferrovia, capolavoro di Röthlisberger riconosciuto dall’Unesco per l’archeologia industriale italiana. Perché l’industria è senz’altro una chiave di lettura necessaria di questo corso d’acqua, oltre alle folaghe e i sanguinelli, da qui a Villaggio Crespi e ancor più giù, fino alle centrali più moderne a Cassano.

Come tutti i luoghi, anche l’Adda restituisce ciò che si va cercando: se quiete, acqua, flora e fauna di grande bellezza, piuttosto che storia, industria, persone e merci, battaglie magari, anche se per queste seconde qualcosina serve sapere. Magari serve quella saggezza necessaria per cui, forse, non si guarda il dito di Leonardo ma l’idea che sta al di là.

Saggezza che, con evidenza, noi non abbiamo. Il dito punta proprio lì. Dove indica l’altro dito. Un tesoro nascosto? Un’invenzione che cosa le cose? Servirebbe un terzo dito che indichi, che stuzzichi e che, magari, prematuri.
Andateci, eddai, è un bel posto.


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: febbraio, è passato un anno, il giallo, ripetere gli errori (ho da sempre scritto ‘perseverare’)

Il primo cappuccino al banco, finalmente. Era quasi un mese che bevevo cappuccini da asporto per strada, nascosto, vicino ai cestini dell’immondizia, perché nelle vicinanze del bar non si può, buttati giù rapidamente perché non è così che, comunque, si fa. E le persone manifestano entusiasmo: ah che bello, finalmente, c’è un tavolo libero?, insomma la soddisfazione si tasta. Perché dopo le settimane rosse aggratis causa incompetenza dell’amministrazione regionale, dopo quelle arancioni di deriva, da oggi anche la Lombardia, sempre in testa alle classifiche dei peggiori, è gialla. Durerà quel che durerà, perché i solerti giornalisti già ci fanno sapere che le persone nelle grandi città si assembrano e che la curva dei contagi si flette, bastardella, elastica verso l’alto. Perdio, nemmeno il tempo di cominciare.
E poi c’è la coazione a ripetere. Comincia oggi febbraio e tocca dircelo: è quasi un anno. Perché a febbraio scoprivamo Codogno e Vo’ euganeo, Wuhan, il maratoneta festaiolo paziente zero, il monitoraggio dei contatti con la Cina, la sospensione dei voli, qualche improvvido con la mascherina, le situazioni di rischio, una forma primordiale di distanziamento sociale, e molte di queste cose erano fuffa, se non balle o sciocchezze. Ma si sa sempre dopo. Anzi no, non sempre. A volte si sa anche durante. Per esempio, io so che richiamare Bertolaso per gestire la campagna lombarda delle vaccinazioni è una cazzata e lo so ora, no dopo. Oltre all’insopportabile fastidio per la riproposizione degli errori marchiani – Bertolaso è sinonimo di fallimento sfrontato e di spreco inutile di risorse, fin dai tempi del G20 per arrivare agli ospedali in Fiera sparsi per l’Italia -, provo insofferenza per la spudorata inadeguatezza della giunta lombarda. Lo diceva Leopardi nel venditore di almanacchi, nessuno desidera rivivere la propria vità così com’è, meglio la sorpresa, anche dovesse andare peggio. E io dico, allora, invece che Bertolaso prendiamo, che so?, Pistolazzi del quinto piano, quello della carrozzeria. Farà disastri? Possibile, ma almeno non lo sappiamo fin d’ora. Già il piano vaccinazioni zoppica vistosamente, non tiriamogli un colpo alla tempia con Bertolaso. Osiamo l’ignoto invece del certo.

Gialli, gialli, siamo gialli. Che fare, allora? Voglio andare al ristorante. Sì, al ristorante ma non nella mia città, fuori. In un’altra città. Sì, mmm. E poi voglio andare in un museo, non importa quale, un museo, magari utilizzando l’abbonamento che giace inusato da quasi un anno. E poi voglio leggere il giornale a un tavolino del bar, magari restando seduto un’ora. Sì, almeno. Poi voglio andare di là e poi di qua e poi su e poi giù. Quanto tempo abbiamo? Una settimana, due? Dai che mi devo regolare, tra quanto rivedranno i parametri? E poi voglio andare a camminare nei boschi ma non gli stessi soliti due boschi in cui cammino da oltre un anno, come l’orso dello zoo un po’ rimbecillito e sedato, voglio boschi nuovi o, almeno, seminuovi. E poi voglio andare a vedere il teatro Bibiena, san Maurizio a Milano, la galleria degli antichi di Sabbioneta, il Po alla confluenza con l’Adda a Maccastorna, santa Maria delle Grazie a Soncino, Borgo Ticino a Pavia, la Certosa, il tramonto da Barna e Plesio sul lago di Como, l’orrido di Inverigo, la cappella di Teodolinda a Monza, l’abbazia di Morimondo, il Mincio a Valeggio, la danza macabra a Clusone, passo Gavia, Montecastello a Tignale, la centrale Taccani… Quanto tempo resteremo gialli?


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: gennaio, è il posto che fa l’assessore?, comprare vaccini per ringraziare, i colori dell’arcobaleno, i baristi stronzi

Non era colpa di Gallera. È proprio la carica che fa quell’effetto lì, di rendere un po’ surli e un po’ farabutti. O, forse, l’istituzione stessa, la Regione Lombardia. Perché in queste ore emerge che da maggio l’ISS (Istituto Superiore della Sanità) ha rivolto alla Regione Lombardia ben 54 (cinquantaquattro, sei al mese a contare largo) rilievi riguardo a errori nel computo e nella trasmissione dei dati, non ottendendo risposta. Non stupisce, dunque, che la settimana scorsa sia stata una settimana rossa aggratis, dovuta alla trasmissione parziale ed errata dei dati, ancora. Sarebbe stata una settimana arancione e i conti di chi avrebbe potuto tenere aperto e invece ha chiuso ammontano a circa seicento milioni di euro, probabilmente mettendola giù un po’ dura. E poi l’incomputabile, le scuole, il lavoro, il resto. La merdona pestata stavolta è piuttosto grande, nonostante l’abitudine, ormai, e di conseguenza lo scaricabarile è poderoso: colpa del Ministero, dice il governatore, non è colpa nostra, dice l’assessora, entrambi costringendo l’ISS a rendere pubblici i documenti che li sbugiardano, e allora la colpa diventa «di nessuno», a sentir Fontana. Il bello è che il ricorso al TAR l’hanno fatto proprio loro, facendo emergere l’incompetenza al potere (lombardo).
Si potrebbe proseguire a lungo sul locale (Gallera sulle ciaspole che poi si proclama salvatore della regione) ma non ne vale davvero la pena. Meglio allargare la visuale, piuttosto. Pfizer annuncia una diminuzione del 29% delle forniture previste, il che fa sballare i piani di vaccinazione del nostro paese – piani già parecchio sbilenchi in proprio, va detto – e in tutta Europa. Anche AstraZeneca fa lo stesso, qualcuno suppone abbiano deciso di vendere dosi a chi paga di più, paesi arabi, qualcuno timidamente parla di fare causa, di sicuro si pone il problema delle nuove vaccinazioni e dei richiami, da fare in ordine. Perché non esigere la licenza del farmaco per ragioni di salute pubblica? È possibile, è lecito, lo consente pure l’Organizzazione mondiale del commercio, sarebbe un’azione efficace oltre la lamentazione. «Il mondo è sull’orlo di un fallimento morale catastrofico per la mancanza di un’equa distribuzione del vaccino» dice il presidente dell’OMS Adhanom Ghebreyesus (cosa ormai tristemente risaputa, lo riportavo anch’io a metà dicembre) e la proposta migliore della settimana l’ho letta qualche giorno fa: perché non comprare, noi italiani, vaccini anche per i paesi più poveri o, almeno, per quelli che nella pandemia ci hanno aiutato mandandoci medici e infermieri, tipo l’Albania o la Somalia? Noi, come tutti i paesi con capacità di spesa, ne abbiamo prenotati molti di di più di quelli necessari, tra l’altro (l’Unione Europea alla fine dovrebbe disporre di 2,3 miliardi di dosi, sufficienti per vaccinare tre volte i cittadini europei). Beh, certo, se siamo alle prese con le crisi renziane di governo non c’è spazio per null’altro, pare, nemmeno per il fatto che dal primo dicembre, quasi due mesi, noi siamo alla presidenza del G20. Ne avete sentito parlare? No, infatti. Eppure, tra le priorità che annunciamo c’è «assicurare una rapida risposta internazionale alla pandemia – che garantisca un accesso equo e universale a diagnosi, terapie e vaccini – e per rafforzare la resilienza globale alle crisi sanitarie del futuro». Comunque, l’uso di «resilienza» è proibito, avete scassato.

Lo so, ma non ce la faccio. Domenica sera il presidente della Regione Lombardia dichiara: «Sono convinto che se si individuasse un comportamento a metà tra la zona rossa e la zona gialla, si eviterebbe questo continuo su e giù, che crea delle condizioni di confusione e insicurezza inaccettabile per gli operatori economici e i cittadini». Tutti basiti. Secchi. Ma… ehm… l’arancione? Non c’è l’arancione? Spetta: giallo, arancione, rosso, sì, mi pare fosse così. Qualcuno ha un arcobaleno?
Un rabbino ortodosso di cui non voglio ricordare il nome dice che il vaccino può trasformare i fedeli in omosessuali e questo basterebbe, per me, per demolirgli il muro del pianto sulla testa. Amazon offre supporto logistico alla nuova amministrazione per la distribuzione del vaccino, bene, ma mi chiedo: serve avere Prime? Da noi si approva lo scostamento di bilancio e qualcuno ha fatto due conti: il deficit accumulato causa pandemia, finora, ammonta a 165 miliardi di euro. Ed ecco che i soldi del MES/Salvastati a) sono sempre più necessari, b) li abbiamo di fatto già spesi. Quando vado a prendere il caffè assisto ogni volta alla stessa scena: il/la barista che giacula contro il governo che nulla fa per loro. Quanto avete ricevuto con i quattro decreti ristori?, chiedo io, e solitamente loro bofonchiano qualcosa, parlano di ridicolo, di nulla. Eppure, i contributi a fondo perduto sono nell’ordine delle decine di migliaia di euro per esercizio, per esempio Jacopo Fo ha dichiarato ieri di aver ricevuto oltre trentamila euro finora per il proprio ristorante e la compagnia teatrale, quindi qualcuno da qualche parte mente. Certo, bisogna mettere per iscritto che i contributi sono proporzionali al fatturato perso, quindi se caro il mio barista hai servito caffè in nero fino all’altro ieri ti attacchi, e ti sta pure bene, caro il mio merdone. Tutto questo, ovviamente, se lo dico lo dico dopo aver ricevuto il caffè e prima che ci possano sputare dentro. Poi devo cambiare bar, chiaro.


Le altre puntate del minidiario scritto un po’ così delle cose recidive:
26 ottobre | 27 ottobre | 29 ottobre | 1 novembre | 3 novembre | 4 novembre | 6 novembre | 8 novembre | 11 novembre | 14 novembre | 18 novembre | 21 novembre | 25 novembre | 30 novembre | 4 dicembre | 8 dicembre | 12 dicembre | 19 dicembre | 23 dicembre | 30 dicembre | 6 gennaio | 15 gennaio | 19 gennaio | 26 gennaio |


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minidiario scritto un po’ così delle cose recidive, ovvero perseverare nella pandemia: gennaio, ioioio, l’università cattolica cubana, prima le seconde case

È bastato poco tempo, lo sapevo, non è che ci volesse una cima per immaginarlo. La neoassessora lombarda Moratti ha avuto la sua prima idea e, altrettanto prevedibilmente, è una sonora cagata. Ops, pardon, avrei dovuto argomentare prima per poi, delicatamente, condurre il ragionamento alla medesima conclusione. D’accordo. L’assessora al welfare con delega alla salute propone, in perfetta linea con il sentire lombardo diffuso, di tenere conto del PIL prodotto nel calcolo del numero di dosi di vaccino da distribuire. Non solo, aggiunge altri tre parametri di cui tenere conto: mobilità, densità abitativa e zone più colpite dal virus. Quindi: qual è la regione che produce più PIL di tutte? Qual è quella con la maggiore mobilità e densità abitativa? E, infine, qual è quella maggiormente colpita dal virus? E le risposte sono (in entusiastico coro, mi raccomando): «Lombardia, Lombardia, Lombardia!». Ergo: più vaccini alla Lombardia, niente al Kirghizistan. Il bello di una proposta è quando la prima parte significa «io» e quando la seconda, dopo una locuzione tipo «rispetto a», significa «tu», «voi» o «chiunquealtro, cosavuoichemenefreghi». Mezza Lombardia è già in visibilio, eh sì, era ora che qualcuno le cantasse belle chiare, finalmente qualcuno che si oppone all’odio antilombardo di questo governo. Non sto scherzando, se non vivete nella regione con la maggiore mobilità e densità abitativa di tutte, vi assicuro che qui i pensierini sono questi. E sono trasversali, da destra a sinistra senza bisogno di essere leghisti di via Bellerio. Ergo: Pago? Pretendo. Che, poi, sul pago ci sarebbe parecchio da intendersi, perché non è che siccome lo diceva il commendator Zampetti allora è vero. Direi, piuttosto, che siamo in zona sdrucciolevole, in quella zona per cui la lombarda era la sanità migliore del mondo e si è visto poi com’è andata (e sta andando, purtroppo). In quella zona in cui è più importante ripetere un assunto e farlo diventare verità invece che aprire la finestra e guardare davvero fuori come stanno le cose. Non vi dico in giunta: estasiati. Eccitati. Fontana, vicino a un cardiopalmo, spiega che la Moratti ha proposto «una serie di integrazioni che mi sembrano estremamente coerenti e logiche», qui bisogna parlarne con Arcuri immediatamente, questa Moratti è proprio un genio, come abbiamo fatto a non pensarci prima. Al contrario, non solo la Moratti dimostra di aver capito pochino del principio della salute pubblica – o se ne impippa, ovviamente -, non solo non ha pensato che se due criteri sono «la densità abitativa» e «le zone più colpite dal virus» allora bisognerebbe dirottare tutti i vaccini in India (anche per il PIL, forse), ma dimostra anche di aver capito nulla del funzionamento dei vaccini e della necessità di vaccinare tutti. Ma non solo: nelle ultime due settimane la tanto decantata Lombardia ha pure dato dimostrazione di non saper gestire le dosi di vaccino arrivate («il miglior modello organizzativo del mondo»), somministrandole con una lentezza e una disorganizzazione che sconsiglierebbero certo di inviarne di più. E il sistema di monitoraggio del numero dei contagiati è in tilt, per stessa ammissione dei sindaci, che non sanno più quanto malati ci siano nel proprio comune. Tutto ciò fa un argomento? Sì, no, boh, chi se ne frega, prima i lombardi, poi tireremo su i muri per non contagiarci. Il ministro Speranza twitta correttamente che: «Tutti hanno diritto al vaccino indipendentemente dalla ricchezza del territorio in cui vivono. In Italia la salute è un bene pubblico fondamentale garantito dalla Costituzione. Non un privilegio di chi ha di più», ha ragione, ma l’intento della Moratti era cominciare a conquistare consenso e così ha fatto. Che dire? Beh, Giulio: torna!

Il Giulio della frase prima è Gallera, l’assessore precedente, zimbello e disastro fatto corridore. E oggi in Toscana è iniziata la somministrazione del vaccino sviluppato da Moderna. Perché? Mi sa che ha a che vedere con il fatto che sono stati più efficienti nell’esaurire le dosi precedenti. Per restare sempre in zona lombarda, mi scuso ma la mia visuale è ancora più ristretta del solito, l’Università cattolica (ripeto: l’Università cattolica, non Sendero luminoso o il Partito Comunista Cubano) ha reso noto che sospenderà tutti i propri studenti in infermieristica che si rifiutino di fare il vaccino. E io miseramente a bocca aperta. È giusto, è sacrosanto, perdio. Perché se studi nel settore sanitario e non vuoi fare il vaccino vuol dire che non hai capito una fava del lavoro che ti accingi a fare, dello spirito e del rigore deontologico che la professione richiede. Nessuno pone dei limiti ad andare a guidare i tram, per dire, o a fare l’assessore in Regione. Gli studenti della Cattolica alle prese con l’esame di paleografia latina non avranno lo stesso problema, potranno anche obiettare e morire solitari e orgogliosi di sé sotto un’epigrafe sperduta in val Camonica. Nel frattempo, mentre il paese è distratto dalla fiducia al governo in Parlamento e riemergono da dietro i sassi i centristi da uno per cento e i tatticisti amorali, la maggior parte delle regioni italiane è arancione, alcune rosse, alcune gialle con restrizioni, il che inibirebbe la maggior parte delle iniziative, sulla carta, ma se le Regioni stesse annunciano ricorsi contro la colorazione e per strada non c’è alcun controllo, il risultato è che la mattina in tangenziale a Milano c’è la coda dei tempi belli. Ed è chiaro che a questo punto la risposta del Ministero alla faq che chiede se sia possibile raggiungere le seconde case anche fuori regione assume rilevanza capitale. Perché è immediatamente Pinerolo, Campiglio, Ponza e sa dio dove. Perché i legalisti a parole, quelli del guarda-che-si-può, gli stessi peraltro del qui-non-si-può che raccontava Benni quarant’anni fa, sono dappertutto e hanno l’autocertificazione etica e morale sempre compilata. Ovvio, perché si tratta di sé stessi e cosa c’è di più alto, di più nobile, di più rilevante?


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