giudicare dalla copertina

Un po’ di dischi in uscita in settimana con copertine che hanno catturato il mio interesse. I Pink Cigs, genere hard rock, che propongono una messia del futuro in ambientazione tipo-pianeta-delle-scimmie, con meno piglio della Francia di Delacroix nonostante la spada indichi la direzione della lotta, colori sgranati e tonalità anni Settanta per musica di sicura riuscita. Pink Cigs – Pink Cigs (2020).

Forse è cascata nella palude con il vestito della sera. Ma questi dell’indie folk sono eccentrici, si sa. Jennie Lowe – Ghost Tracks (2020)

Gli Aiming For Enrike puntano invece sul gay-pop per il loro nuovo disco, la musica per l’esercizio è rappresentata dal gigante seminudo che sega le montagne innevate. Ha senso. Aiming For Enrike – Music For Working Out (2020)

Il pop rock di (dei?) Naïve sgorga invece direttamente dagli alberi. O il signore si è incastrato. Non fatevi fare le copertine dagli amici.
Naïve – Endurance (2020)

Oggi in ufficio è successa una cosa pazzesca: è esplosa una signorina.
Ephemerals – The Third Eye (2020)

Non riesco a ricostruire il senso dell’idea: Valle viene spacchettato, quindi avanti col disco di bossa nova, oppure viene incellofanato a salire? Il titolo (‘grigio’) non aiuta a capire. Marcos Valle – Cinzento (2020)

Vualà.

laccanzone del giorno: The Boomtown Rats, ‘(I never loved) Eva Braun’

Nessun grande seguito ma nella ristretta cerchia degli affezionati, tra i quali mi annovero, i Boomtown Rats sono oggetto di un vero e proprio culto.
Va bene, stabiliamo i facili collegamenti: il Live Aid, presente? Esatto, il maxi-concerto del 1985 organizzato per raccogliere fondi per contrastare la carestia in Etiopia. Ecco, gli organizzatori furono due: Midge Ure degli Ultravox, sempre dimenticato, e Bob Geldof, allora cantante dei Boomtown Rats, appunto, e sull’orlo di una carriera solista. I due avevano scritto l’anno prima Do They Know It’s Christmas? che, per chi c’era, superò ogni livello conosciuto di diffusione e inaugurò la stagione degli eventoni per beneficienza. ‘Usa for Africa’ nacque sulla base di quell’esperienza.

I Boomtown Rats, dicevo: gruppo irlandese punk-rock, new wave fondato nel 1975, centrò subito un disco bellissimo, A Tonic for the Troops, nel quale lo smalto era già chiaro, grazie a un’infilata notevole di singoli come Like Clockwork, She’s So Modern, Rat Trap e, appunto, (I never loved) Eva Braun. Canzone per me irresistibile, mi fa ridere anche l’idea del protagonista che si giustifica spiegando di non aver mai amato Eva Braun, mi delizia in particolare il coro da 1:57 e mi ritrovo a tutt’oggi a cantare a squarciagola No matter what people say, / I never loved Eva Braun. Tutturuttutttutututu.

L’anno dopo i Boomtown Rats pubblicarono un altro disco bello, The Fine Art of Surfacing, di cui è facile ricordare il singolone trascinante, I Don’t Like Mondays (bello anche il video girato alla maniera del ‘Villaggio dei dannati’): la giovane Brenda Ann Spencer nel 1979, uscendo per andare a scuola, compì quella che è considerata la prima strage scolastica americana e alla domanda sulle ragioni che l’avessero spinta la risposta fu, ovviamente, «Nothing’s happening today. I don’t like Mondays» e tutta un’altra serie di banalità.
Due anni dopo i Boomtown Rats pubblicarono il loro ultimo disco menzionabile, Mondo bongo, di cui il singolo Banana Republic è una vetta che mi piace frequentare spesso e contiene elementi di puro genio musicale, a parer mio. Poi fu discesa, fino allo scioglimento subito dopo il Live Aid, appunto, causa assenza di contratto e di case disposte a sottoscriverne uno. A seguire, Geldof ebbe una discreta carriera solista, in bilico tra la professione e l’hobby (tra tutti, ricorderei The Vegetarians of Love).

Ricordo che Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, grazie.

Ed ecco, in conclusione, la buona notizia di oggi: i Boomtown Rats sono tornati, è uscito oggi il nuovo singolo Trash Glam Baby che anticipa il disco Citizens Of Boomtown, in uscita a marzo. Io dico ovviamente ‘bene’ e se poi seguisse pure un tour ne sarei estremamente lieto. Once in a lifetime.
Tutturuttutttutututu.

Kepler-22 è una stella nana gialla nella costellazione del Cigno

Johannes Kepler, Giovanni Keplero per molti, fu astronomo, teologo, filosofo della natura, teorico della musica, cosmologo, matematico, ed è noto per la formulazione delle tre leggi sui moti dei pianeti, leggi che prendono il suo nome.
Nell’Europa del Cinquecento, studiò e insegnò in numerose università, da Tubinga a Graz, divenne astronomo imperiale a Praga succedendo a Tycho Brahe, osservò lungamente la supernova 1604, conosciuta poi come la Supernova di Keplero, ovvero l’esplosione stellare del 1604 che rimase visibile nei cieli europei per oltre diciotto mesi (elementare Watson, se qualcuno ricorda), difese la propria madre da un processo per stregoneria, si mosse con cautela nell’impero diviso tra cattolici e protestanti, infine si trasferì a Regensburg, Ratisbona per molti.

Questa fu la sua ultima casa, in cui morì nel 1630 poverello e in disgrazia. C’era la peste, c’era la guerra dei trent’anni, c’era la fame, c’erano gli integralisti religiosi e poco spazio per la scienza e la conoscenza.

Gli ultimi anni, almeno dieci, devono essere stati duri. Sconsolato, sentendo evidentemente approssimarsi la morte, compose il proprio epitaffio:

«Mensus eram coelos, nunc terrae metior umbras.
Mens coelestis erat, corporis umbra iacet» .

Mi sono commosso. Optando per una traduzione sommaria, si potrebbe dire: «Misuravo i cieli, ora fisso le ombre della terra. La mente era nella volta celeste, ora il corpo giace nell’oscurità». Sic transit.
Fu sepolto in un cimitero poco dopo distrutto dalle devastazioni della guerra, le truppe del re di Svezia stavano invadendo la Baviera, ma la lapide fu risparmiata, la possediamo. Le sue leggi, invece, furono accettate dalla comunità scientifica solo dopo che Newton ne fece uso, quindi dopo la metà del Seicento. Tardi.

laccanzone del giorno: Maxïmo Park, ‘Our Velocity’

Non era possibile andare avanti senza inserirli ne ‘leccanzoni del giorno’: troppi dischi belli, troppe canzoni memorabili. Books from boxes, Girls Who Play Guitars, Russian Literature, tutto il disco Our Earthly Pleasures, Apply Some Pressure (il video era bello), The kids are sick again e così via.
In questo caso, Our velocity: ispirato da una fotografia, secondo Paul Smith, è uno dei pochi pezzi con un contenuto politico dei Maxïmo Park mentre il video, diretto da Nima Nourizadeh, è del 2007 e per allora aveva una trovata originale, ovvero la moltiplicazione della band sotto il movimento oscillante della camera.

Hanno un po’ disbandato, per usare il termine inglese preciso, negli ultimi anni, perdendo un pezzo e rilasciando – l’ho fatto di nuovo – qualche disco forse non del tutto all’altezza dei precedenti. D’altronde, son pur sempre quindici anni per tutti, nemmeno io scrivo le cose belle che scrivevo quindici anni fa. Ma averne, perdio.

Ricordo che Trostfar, gentilmente, raccoglie tutte leccanzoni in una pleilista comoda comoda su spozzifai, grazie.

le allegre (insomma…) nonché inutili guide turistiche di trivigante: storie di nazismo e di resistenza a Monaco di Baviera

È possibile passare dalla Repubblica Sovietica di Monaco (Münchner Räterepublik) al nazismo in meno di quindici anni? Sì, è possibile. Perché, come dice il saggio agente K, «una persona è matura. La gente è un animale ottuso pauroso e pericoloso» e così laggente non solo a Monaco in così poco tempo si buttò di là, senza pensarci o pensandoci bene per interesse.
Ma a Monaco questo avvenne in modo particolare – la si potrebbe definire un baluardo del nazionalsocialismo, come buona parte della Baviera, Hauptstadt der Bewegung, la “capitale del movimento” -, il sostegno fu presto massivo ed entusiastico, altroché, e diventò senz’altro la prima città del Führer (Führerstadt). E poi offriva già infrastrutture consone al Terzo reich, come per esempio Königsplatz, un enorme spazio dal nome già adatto circondato da edifici neoclassici e perfetto per le adunanze e per i roghi di libri (sì, il posto è questo, tra gli altri numerosi).

Costruita alla maniera dell’Acropoli ateniese per volere di Massimiliano I di Baviera, per svariate ragioni che non hanno a che fare con quanto vado dicendo ora, Königsplatz fu riconosciuta poi come il luogo perfetto per le manifestazioni pubbliche del nazionalsocialismo. Il che, vista la retorica del luogo e la smisurata pompa, la dice lunga su come le cose non nascano mai d’improvviso ma siano sempre figlie, in sostanza, di ciò che c’era prima.
Comunque, la piazza fu ripavimentata, vennero spazzati via gli alberi, coronata da altri edifici come per esempio il memoriale dei caduti del putsch del 1923 (il Bierhallenputsch, vedremo poi perché), ma io voglio parlare del Führerbau.

Il palazzo di rappresentanza del Führer, appunto, servì tra le altre cose alla firma dell’accordo di Monaco, che permetteva – per farla mooolto breve – a Hitler di risolvere la pretestuosa questione dei Sudeti semplicemente annettendoseli. Quel vecchio ebete e rincoglionito di Chamberlain ritornò in Inghilterra sventolando la bandiera della vittoria (era pronto a giurare che Hitler si sarebbe senz’altro fermato lì, soddisfatto) e fu in quell’occasione che Churchill, sempre brillante, disse: «Dovevate scegliere tra la guerra ed il disonore. Avete scelto il disonore e avrete la guerra». Profeta anche quella volta, poi nel 1945 a guerra vinta perse le elezioni, anche quella volta per colpa della volubilità de laggente. Ma non devo divagare.
Qui sotto i partecipanti alla conferenza di Monaco poco dopo la firma dell’accordo (la foto proviene da Bundesarchiv, Bild 183-R69173), si notano anche Mussolini, Ciano (noi andiamo in coppia) e Daladier, altrettanto imbelli, e più sotto la stessa stanza oggi (la foto è di Drrcs15).

Ma non solo: il Führerbau servì anche a raccogliere tutte le opere d’arte che i nazisti requisirono in giro per l’Europa. Difficile farsene un’idea. Siccome era comodo, anche il feldmaresciallo Göring decise di ospitare la propria collezione d’arte privata qui, nelle sale del palazzo. Per dare una quantità comprensibile, quando i nazisti occuparono Parigi e requisirono il Louvre, Göring si appropriò di un terzo del patrimonio del museo per la propria pinacoteca privata. Ora: pare chiaro che sì, i nazisti erano soliti mettere la mano alla pistola al solo sentire la parola «cultura», ma la pistola serviva evidentemente a eliminare i legittimi proprietari.
Oggi, meglio, è sede dell’Università di musica e spettacolo.

Ecco, l’università: nel 1942 ormai la nazificazione della Germania era più che completa e i luoghi di istruzione non facevano certo eccezione, al contrario. Nell’estate di quell’anno, un gruppo di cinque studenti di ispirazione cristiana dell’Università di Monaco, la «Rosa Bianca», cui si aggiunse dopo poco un docente, cominciò a diffondere opuscoli in cui invitavano studenti e insegnanti a ingaggiare la resistenza passiva contro il regime nazista, sbugiardandone la propaganda. Nel corso dell’autunno e dell’inverno, furono diffusi cinque opuscoli finché Sophie Scholl, l’unica donna del gruppo, durante la distribuzione del sesto opuscolo decise di gettarlo dalle scale dell’atrio dell’Università, cioè da qui:

Lei e alcuni del gruppo furono visti da un bidello che riuscì a fermare Sophie, chiamando la Gestapo. Dopo alcuni giorni di tortura, Sophie, suo fratello Hans e Christoph Probst furono sottoposti a un processo farsa, di quelli che era solito condurre il tristemente noto giudice Freisler, e furono condannati a morte per decapitazione. Furono rinchiusi nel carcere di Stadelheim, a Monaco, e poi uccisi il 22 febbraio 1943. Il resto del gruppo fu processato e condannato a morte ad aprile, pochi mesi dopo.

Oggi nell’atrio dell’Università un busto ricorda Sophie Scholl – ormai assurta a simbolo del gruppo – e l’azione della Rosa Bianca; nel cortile davanti all’entrata, invece, c’è un piccolo monumento invisibile ai più che, senza didascalie o altro, richiama gli opuscoli distribuiti da quelle persone coraggiose, quasi tutte ventenni.

A fianco della prigione di Stadelheim, nella parte meridionale di Monaco, c’è tuttora un cimitero piuttosto grande, il cimitero della foresta di Perlacher, nel quale furono sepolti i fratelli Scholl e il loro amico Probst. Con un’intuizione cui va reso il giusto merito, la tomba dei due fratelli è ornata da una croce con un unico braccio, unito tra i due.

La foto è di Rufus46 ma la migliore recensione del luogo è di Margit Primus che scrive: «un bellissimo cimitero idilliaco. La tomba dei fratelli Scholl era una questione di cuore (Das Grab der Geschwister Scholl war eine Herzensangelegenheit)». Il bidello che denunciò i componenti della Rosa Bianca, Jakob Schmid, fu poi processato e condannato a cinque anni, nei quali non riuscì mai a spiegarsi il motivo della propria condanna e, soprattutto, il motivo della revoca del diritto al salario. Il giudice Freisler, invece, morì pochi mesi dopo gli Scholl sotto un bombardamento alleato.
“La Rosa Bianca – Sophie Scholl” (Sophie Scholl – Die letzten Tage) è un bel film del 2005 che ricostruisce attentamente gli avvenimenti che ho appena tratteggiato.

Ed eccomi, alla fine, al Bierhallenputsch, ovvero il putsch – colpo di stato – della birreria del 1923: la Bürgerbräukeller, un’enorme birreria di quelle che solo a Monaco e che poteva contenere fino a tremila persone, fu tra il 1920 e il 1923 il ritrovo dei simpatizzanti nazionalsocialisti e fu teatro, appunto, del fallito tentativo di colpo di stato di Hitler di quell’anno.
Da allora, preso il potere, ogni 8 novembre Hitler era solito celebrare nella birreria i caduti in quel tentativo, tenendo un lungo discorso e marciando, il giorno dopo, fino a Königsplatz. Qui sotto una foto proprio della riunione nazista del 1923 (Bundesarchiv Bild 146-1978-004-12A).

Sapendo dell’abitudine di Hitler di celebrare la ricorrenza ogni 8 novembre, nel 1939 un carpentiere tedesco, Georg Elser, organizzò un attentato alla vita del dittatore (ci lavorò per anni): sebbene abbia agito da solo e senza alcun mezzo è senz’altro colui che andò più vicino di tutti a uccidere il Führer.

Nemmeno von Stauffenberg arrivò così vicino e aveva certo ben altri contatti e possibilità. La storia di Elser è davvero straordinaria e l’ho raccontata sommariamente qui, senza riuscire a trasmettere la grandezza di quest’uomo e della sua azione: si fece carico in modo individuale non solo di un’operazione impossibile, peraltro fallendola di pochissimo, ma anche delle tremende conseguenze che essa portava con sé. E così fu.
Elser è senza dubbio una delle persone degne di maggior ammirazione di cui io abbia mai letto o sentito.
Oggi la Bürgerbräukeller non esiste più, fu abbattuta nel 1979 e al suo posto fu costruito un complesso di edifici, il Gasteig, tra cui una sala conferenze e la sede della SIAE tedesca. Eccone una parte:

Una placca ricorda Georg Elser (la foto è di Richard Huber).

In definitiva, Elser, senza studi in college esclusivi o scuole di alta formazione al governo, aveva compreso ciò che Chamberlain e Daladier non compresero mai, cioè che Hitler andava fermato a tutti i costi. E che era necessario agire.
Molte storie che si incrociano, a Monaco come ovunque, tutto sta nel decidere se le si voglia trovare oppure no. E, magari, raccontarle.

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vedere, capire, comprendere

Anche per l’anno prossimo, il mio augurio è il medesimo e comincia da questa ardita premessa di Marie Skłodowska Curie:

«Della vita non bisogna temere nulla. Bisogna solo capire».

Ovvero, di essere in grado di esercitare i propri mezzi per ottenere la comprensione delle cose e delle persone. Non per tutti, però, l’augurio è rivolto solo a chi ha voglia di fare lo sforzo.
Siccome però il piccolo post al riguardo l’ho già scritto, rimando a quello.