solquizzio d’estate, tardivo oserei dire

Oggi è il solquizzio d’estate, quel momento in cui una stagione passa, la primavera, e comincia l’estate.

Come sempre, non è il caso di spiegare qui cose che sappiam tutti, la volta azimutale, la processione curvometrica e la derivazione orbitale del pianeta, tutte cose che fanno sì che la stagione muti. Meglio augurarsi una buona stagione entrante, ai meritevoli, e nulla agli insipienti.
Una domanda, solo: com’è che qui è luglio da più di un mese, già?

il Zentralfriedhof Friedrichsfelde Lichtenberg, Luciano ha parlato

Il Zentralfriedhof Friedrichsfelde Lichtenberg è un cimitero di Berlino, piuttosto noto perché ospita il Memoriale dei Socialisti, il Gedenkstätte der Sozialisten, nel quale sono sepolti molti esponenti di spicco del movimento socialista, socialdemocratico e comunista tedesco, tra cui Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. È in questo cimitero che Mies van der Rohe eresse il memoriale per i caduti della rivoluzione spartachista, poi distrutto dai nazisti. Anche Käthe Kollwitz è sepolta qui. Insomma, per dire che merita una visita e, come vado dicendo, anch’io ci sono andato e sono contento di averlo fatto (anche nella mia guida vecchiotta di Berlino). Anche perché a poca distanza c’è quella che fu la sede della Stasi, il museo a essa dedicato e l’archivio dei documenti, ma questa è una storia tutta sua. Bisognerebbe cominciare guardando Le vite degli altri, film magnifico e terribile proprio su questo.
Ma tornando al Zentralfriedhof, impossibile non andarci dopo la recensione di Luciano, che infila due petizioni di principio, una concordanza sbilenca e insieme una valutazione politico-teologica, bontà sua, che da sole giustificano senz’altro la visita all’ameno cimitero.

Come tutti i cimiteri, Luciano lo sa. Socialista, riposa tranquilli.

una cosa cui non avevo mai pensato (righe bianche e nere uno)

Domenica a casa mia, in un quarto d’ora di buriana impressionante che lasciato un tappeto di foglie sminuzzate sul quale si sono adagiati dieci centimetri di palline da golf di ghiaccio, sul quale si è adagiato a sua volta un pino da venti metri, porello, tra le cose danneggiate dalla grandine c’è stata la mia auto. Eh, pazienza, che farci?
Lunedì quando il carrozziere mi ha detto che avrebbe fatto fotografie dei danni, mi sono chiesto come, visto che nelle foto che avevo fatto io non si vedeva nulla, se non i riflessi, nonostante i bozzi siano ben visibili a occhio nudo.
Poi l’ho scoperto e mi è piaciuto. È tornato con un tondo di cinquanta centrimetri di diametro fatto di stoffa tesa a righe bianche e nere. Appoggiandolo sulla carrozzeria e fotografandone il riflesso, là dove ci sono le ammaccature le righe si stortano, a seconda di larghezza e profondità.

E vualà, foto fatte, chiarissime. Complimenti, ingegnoso, davvero non male.

instamagnets (Ferragni, trema)

Da anni raccogliamo calamite da frigo, purché brutte. Ma brutte brutte.
Poi, una volta finito il frigo alcuni anni fa, siamo passati al livello superiore: il muro. Condivido il trucco: le monetine centesimine piacciono alle calamite, si attacca la monetina al muro e via, fatto.

Poi, con la costanza che ci contraddistingue e la dedizione ai viaggi, le calamille sono aumentate a dismisura, ora sono più di cinquecento, grazie anche ai produttivi scambi con amici affezionati altrettanto spostati (grazie G. e A.). Il che, in metri quadri, vuol dire l’intera parete della stanza del caffè nel santo uffizio. Il passo successivo, qualche giorno fa, a scopo di ampia e rigorosa documentazione e catalogazione, è stato aprire la pagina instagram.

Nonostante tra i social sia uno tra i più idioti, le cose vanno così di ’sti tempi, amen, comunque la prepotenza Ferragni ha le ore contate.

le allegre nonché inutili guide turistiche di trivigante: creare l’illusione della regolarità a Vicenza

Ogni volta che mi capita, vado a Vicenza. Perché sia che si insegua un sogno pigafettiano, sia che ci si voglia lustrare gli occhi con la perfezione olimpica del teatro, sia che si sia palladiani come me, sia che si abbia quel desiderio di gatto al palato, ecco, la destinazione vale il viaggio.
Ma siccome queste sono le mie “guide inutili” – ovvero per le indicazioni vere arrangiatevi, in giro c’è un sacco di gente che sa le cose – a me interessa parlare qui di una cosa specifica a Vicenza. Vado.
Se a certe persone l’afflato al cibo viene improvviso e dirompente e bisogna provvedervi d’urgenza causa rischio morsi, così viene alla mia amica C. e in poco troviamo un posto dove mangiare; sul muro di fronte, c’è questa bombolettata di street art che rimanda, direttamente e con evidenza, a un altro posto di Vicenza.
[Ah, se la vedete, di fronte si mangia molto bene].

Esatto, la basilica. La basilica palladiana. Ricordando che la basilica nasce come edificio civile, là dove si trattano gli affari, i commerci e le dispute giuridiche, e che tale è a Vicenza, eccola in tutta la sua sfolgorante e angolare bellezza nella mia foto:

Ora mi tocca spiegare un paio di cose, se no non si capisce. La basilica palladiana era prima il palazzo della Ragione, ovvero un edificio medievale di mattoni, con logge a volte, al cui primo piano stavano botteghe e al secondo un’enorme sala di ispirazione veneziana per l’amministrazione della giustizia e le trattative commerciali, il tutto un po’ sghimbescio e irregolare, tant’è che ci passava una via in mezzo, prima, essendo frutto di sovrapposizioni di secoli. La tipologia è presente in molte altre città della pianura padana, l’esemplare più eccellente è a Padova.
Bene. Al volger del Rinascimento, ai vicentini come a tutti gli altri gli vengono un po’ a noia le forme medievali, quei mattoni sghimbesci, quelle finestre una alta e una bassa, quelle volte un po’ dirupate e anche scassine, a dirla tutta. Allora, e la faccio brevissima, ci pensano su più di un secolo, coinvolgendo fiori di architetti, cominciando in un modo e poi cambiando idea, a un certo punto ne crolla pure un angolo, finché un ancora poco noto Andrea di Pietro della Gondola poi Palladio presenta un progetto che viene approvato, grazie anche al caldeggiamento dei maggiorenti della città, leggi Trissino e Valmarana.

L’idea è dotare il palazzo della Ragione di un involucro esterno di marmo che regolarizzi le forme e laddove sia impossibile farlo, che dia l’illusione che lo siano. Mica si può tirar giù tutto e ricostruire, costa un sacco di sghei. E Palladio sa cosa si può usare in questi casi: la serliana. Che è quell’elemento formato da un arco a tutto sesto affiancato a destra e sinistra da due aperture con un architrave sorretta da due colonne (o due coppie, vedi Palladio). E che nonostante abbia il nome di Sebastiano Serlio, architetto classicista del Cinquecento, è in realtà un elemento architettonico romano e bizantino, a Spalato al palazzo di Diocleziano si possono vedere. Ecco le serliane d’angolo della basilica palladiana, dai Quattro Libri dell’Architettura:

E vualà, la basilica tutta bella regolare che ancora oggi è lì da guardare. Bravo Palladio.

Ma il trucco, l’ho detto, c’è. Ed è questo: la serliana mantiene immutato l’arco, ed è qui che avviene l’illusione e l’occhio si inganna, ma varia di volta in volta la distanza delle colonne dai pilastri, cioè la dimensione delle aperture laterali. Lo disegno che si capisce meglio:

Non ce n’è una uguale all’altra, le variazioni son talmente spinte che in alcuni casi, in un angolo per esempio, ha dovuto togliere i tondi, al primo piano, o devono essere mantenuti pieni per non indebolire la struttura, talmente è stretta, al piano terra.

Ecco, fatta la magia, è ancora lì da vedere, meglio se contemplare. Ed è fatta anche la guida, quel che avevo da dire l’ho detto. Quindi, baccalà.

Le altre guide: adda | amburgo | berlino | bernina express | bevagna | budapest (gerbeaud) | ferrara (le prigioni esclusive del castello estense) | libarna | mantova (la favorita) | milano (cimitero monumentale) | milano (sala reale FS) | monaco di baviera | monza e teodolinda | oslo | pont du gard | roma (attorno a termini) | roma (barberini) | roma (mucri) | roma (repubblica) | roma (termini) | da solferino a san martino (indipendenza) | velleia | vicenza

sì, fu vera gloria, dice il postero

Eh sì, è il cinque: Bella Immortal! benefica / Fede ai trionfi avvezza! / Scrivi ancor questo, allegrati; / Chè più superba altezza / Al disonor del Golgota / Giammai non si chinò. E manca poco al Manzoni per chiudere, alle stanche ceneri e al magnifico atterra e suscita. Niente da dire, sapeva scrivere, mica lo scopro io.

Sarà che, però, amo poco le odi e le trombonate, specie se infarcite di Fedi e Provvidenze che interagiscono strettamente con le vicende umane, il mio trasporto per le manzonianate è limitato. Ne sfagiola un cantico / Che forse non morrà, furbone. Di certo non convengo con il Massimo / Fattor, che volle in lui / Del creator suo spirito / Più vasta orma stampar, ma capisco l’ode. Resta la riconoscenza al rivoluzionario per aver spazzato via la polvere dell’ancièn su tutta l’Europa e ad aver minato le basi delle poche monarchie e aristrocrazie sopravvissute. E se questo ci è costato qualche cavallo nei refettori dei monasteri o dover andare al Louvre per vedere certi quadri, pace.

La spoglia immemore diventò tale in mezzo a una pletora di persone, perché per quanto in esilio un ex imperatore, due volte sull’altar, la sua bella corte se la tirava dietro. E poi, essendo nell’isola, vuoi mettere l’avvenimento dell’esserci mentre stira le gambe?

Una rappresentazione credibile è la prima immagine in alto, una bella folla di astanti che, per motivi diversi che andavano dall’affetto al dovere alla curiosità, assistette al trapasso. Il gran maresciallo Henri-Gatien Bertrand, fedele compagno e servitore, e il generale Charles Tristan de Montholon, entrambi autori di memorie dell’esilio napoleonesco e rivali per la posizione di primo amico. Chi, invece, non era amato dalla spoglia quando vivente era il dottor Francesco Antommarchi, inviato a sant’Elena dalla madre dell’imperatore e autore di un libro di memorie del tutto inattendibile. Sempre lei, gli mandò anche un cappellano, l’abate Angelo Paolo Vignali, entrambi costretti alla residenza isolana fin dal 1819. Chi non era contenta per nulla dell’esilio toccatole era la moglie di Bertrand, la contessa Françoise Elisabeth “Fanny” Bertrand, presente con i suoi figli, uno dei quali oltre a essere chiamato Napoleone ne portò pure le ceneri (è il ragazzo affranto tutto a sinistra con la mano sulla fronte). Dato il rango, ecco un valletto, Louis Marchand, vicino a N. fin dal 1814, uno dei servi più fedeli, “Ali”, Louis Étienne Saint-Denis, noto come “il Mamluk Ali” e la sua moglie inglese ma cattolica Mary ‘Betsy’ Hall, i camerieri Jean Abra(ha)m Noverraz, svizzero, e sua moglie Joséphine Brulé. E il cuoco? Eccolo, anzi eccoli: Jean Baptiste Alexandre Pierron, esperto di dessert, e Jacques Chandelier, per il resto, inviato dalla sorella Paolina. Il maggiordomo Jacques Coursot chiude la servitù stretta. Infine, tre ufficiali inglesi, con comprensibili compiti di controllo: un medico, il dottor Francis Burton, chirurgo irlandese che impresse la maschera funebre, il dottor Archibald Arnott, chirurgo pure lui, e il capitano William Crokat, scozzese, che portò a Londra la notizia della morte dell’odiato franzoso.

E i dì nell’ozio / Chiuse in sì breve sponda e bon. Ma la memoria era destinata a durare, persino fino a oggi, Segno d’immensa invidia / E di pietà profonda, / D’inestinguibil odio / E d’indomato amor. E suscita ancora discussioni e pareri avversi, basti pensare, per fare un esempio, che qui da noi con la locuzione una Waterloo intendiamo una tremenda e profonda sconfitta, ragione per cui non ci toponomiamo le strade, continuando dunque a tenere, in fondo, per l’imperatore e a parteggiare per le sue sorti anche oggi, duecentouno anni dopo. Ma son quelle glorie umane, alla fine, un po’ vere e un po’ no, in vacca.

la musica delle stagioni, inverno 2021

Stavolta sono andato lungo, le cavallette la tintoria, le solite balle, rimedio subito. È finito l’inverno da un mese e io non ho ancora postato la mia pleilista della stagione, nonostante le pressantissime richieste, non dico la pressione cui sono sottoposto. No, non la dico. Comunque, nel trimestre sono uscite cose buone, sia di artisti noti che di esordienti, ne dò conto qua e là nei generi che mi piacciono, chiaro. Poi, come sempre, scappa dentro qualche classicone che è proprio un peccato lasciar fuori. The rover dei Led Zeppelin basterebbe a dirlo, ed è seconda. Col ritardo accumulato, son già a diciotto con quella della primavera, qui le stagioni volano.

Ed ecco il comodo riepilogo delle diciassette stagioni, tutte quante, altro che Sentieri:

Eccole, tutte: inverno 2017 (75 brani, 5 ore) | primavera 2018 (94 brani, 6 ore) | estate 2018 (82 brani, 5 ore) | autunno 2018 (48 brani, 3 ore) | inverno 2018 (133 brani, 9 ore) | primavera 2019 (51 brani, 3 ore) | estate 2019 (107 brani, 6 ore) | autunno 2019 (86 brani, 5 ore)| inverno 2019 (127 brani, 8 ore) | primavera 2020 (102 brani, 6 ore) | estate 2020 (99 brani, 6 ore) | autunno 2020 (153 brani, 10 ore) | inverno 2020 (91 brani, 6 ore) | primavera 2021 (90 brani, 5,5 ore) | estate 2021 (54 brani, 3,25 ore) | autunno 2021 (92 brani, 5,8 ore) | inverno 2021 (64 brani, 3,5 ore) |

In totale più di novantasei ore, la durata esatta che servirebbe per andare da piazza San Pietro a Capo Nord e ritorno in auto, traffico norvegese permettendo. Non è comodo? E le belle copertine? Eccole.

Solite regole e princìpi, un nome solo a pleilista, un brano solo cadacranio, niente laiv. Ma i princìpi stan lì proprio per esser trasgrediti, o no? Oh, se qualcuno – il signore lo voglia! – si diverte, me lo dica. Non mi offendo.