almanacco dei sette giorni, per procrastinare (20.38)

✦ La mia settimana comincia nel migliore dei modi, visto che ho il piacere di assistere alla conferenzina stampina di Berluschini alle dimissioncine dal San Raffaelini. Non è che stesse benissimo prima, dopo il covid le consonanti nel discorso si sono fatte ancor più confuse e incomprensibili.

✦ Anche stavolta la bottiglia di amarone del 1994 resta chiusa. A proposito di covid, il fratello Gallagher (sto parlando degli Oasis, per i profani) che pensavo intelligente (Noel) ha detto che lui la mascherina non se la mette e che se si ammala sono solo affari suoi mentre il fratello che reputavo scemo (Liam) ha detto che il covid è una cosa seria e che non bisogna fare gli stronzi. Vedi come ci si sbaglia, nelle cose?
✦ Sempre sul contagio, la virologa Ilaria Capua spiega che «il pranzo della domenica con la famiglia può essere più rischioso che andare al supermercato» e questa sì che è un’ottima notizia, ora sì che ho un motivo più che giustificato e d’ora in poi domenica la passerò in un posto sicuro, al supermercato.
✘ Sempre pandemia, Tenet, il nuovo film di Nolan nei cinema (ne parlo qui in fondo), ha incassato complessivamente duecento milioni di dollari, e sto parlando di mondo. Pochi per un film che ne è costati più di quattrocento. Ma il motivo non è il film, il fatto è che nessuno va più al cinema. Cosa vera già prima della pandemia, ancor più vera ora. I servizi di streaming casalingo registrano numeri in grande crescita e il cinema agonizza. Io ci sono andato ed eravamo come le dita di due mani, ma vuoi mettere?
☀ Passando ad altro, da novembre 2021 le Barbados diventeranno una repubblica. Ora, io non sapevo che forma avessero fino a oggi e apprendo ora che sono una monarchia e la regina è, indovina?, Elisabetta II d’Inghilterra. Per cui, dopo solo cinquant’anni dall’indipendenza dal Regno Unito, è tempo di repubblica. E quando cade una monarchia io festeggio: metto su Rihanna.
✘ Fuffa in rete, ma tanta: gira il video dei ragazzi a scuola che fanno l’autoscontro con i banchi con le ruote, ed è un video di anni fa e, comunque, se ai miei tempi io avessi avuto un banco con le ruote altro che autoscontro, girano i video e le foto della protesta delle minigonne delle studentesse francesi e sono video e immagini di più di dieci anni fa. E bene che almeno i contesti sono appropriati. Di certo la rete italiana diventa sempre più autoreferenziale e provinciale, il mio invito è di fare uno sforzo e uscire dal cortiletto di Salvini, Feltri, Repubblica e i social nostrani.
☀ La senatrice Monica Cirinnà, PD, ha dichiarato di volersi candidare a sindaca di Roma, facendo le primarie del partito. Ora, siccome io la ricordo con gratitudine per la legge sulle unioni civili e come prima firmataria di una proposta di legge sul suicidio assistito, e anche perché è persona seria e concreta, sarebbe un’ottima cosa per Roma. Che, ricordo, è devastata da decenni di Alemanno, orrendo, Marino (non tanto lui, quanto il PD romano, per fortuna per poco) e molto Raggi, peggio degli imperatori del quinto secolo, a botte di quattro alla volta.
☀ Armand Duplantis al Golden Gala di Roma ha saltato con l’asta 6,15 metri. Record del mondo, un centimetro sopra il Bubka del 1994. Io me lo ricordo il record di Bubka, quello e gli altri sedici outdoor, perché lo vidi in diretta e vivaddio non riuscivo proprio a capire come si potessero fare i record un centimetro alla volta, io se avessi potuto avrei saltato una volta sei metri e quaranta e bon, sarei rimasto nella storia della disciplina per l’eternità. Bubka, giustamente, lo faceva per soldi, era anche il tempo dell’Unione sovietica, ci mancherebbe, ma io proprio non lo capivo. E ora tutti quei centimetrini sono il passato.

✘ Superati i trenta milioni di contagiati al mondo e quasi raggiunto un milione di morti. Questo lo scrivo per il me del futuro e, sarebbe utile, per gli stronzi che negano l’evidenza. Penso sempre più che ciò che ci farà svoltare in un breve tempo sia un test veloce (minuti) ed economico (uno-cinque euro). Si vuol fare un rave? Test fuori e dentro i negativi si comportano normalmente. Come a scuola, a cena, ovunque. Le mie aspettative al momento vanno in questa direzione.
✦ Ancora: la Crusca prende atto dell’uso e nonostante «sarebbe stato forse preferibile che il nostro acronimo si fosse affermato al femminile, in modo da evitare fraintendimenti tra nome del virus (SARS-CoV-2) e nome della malattia (COVID-19)» ora ammette per coerenza l’utilizzo al maschile di covid-19: il covid-19. Cosa peraltro che ho sempre fatto anch’io, evidentemente sbagliando.
☀ Ah, domenica sera appuntamentone: alla Cineteca Milano MIC di viale Fulvio Testi alle 17 proiettano La corazzata Potëmkin accompagnata al pianoforte da Francesca Badalini su musiche di Arvo Pärt. E mi chiedo: quanti alla fine si alzeranno in piedi per dire la solenne battuta? È un buon motivo per esserci.

59 secondi di… Bernina express

Dopo la guidina di ieri, a corredo, i cinquantanove secondi del trenino (ah, i diminutivi) presi dal centro dei vagoni scoperti, felicitandomi ora che li vedo (i secondi, non i vagoni) dello stabilizzatore della macchina fotografica, davvero notevole al punto che sembra avvitata. Io invece ballavo, eccome. Il treno, come si vede, è lanciato a bomba contro l’ingiustizia. Ma finisce bene.

Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più compassionevole del circondario, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbia un qualche tipo di senso immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

le allegre nonché inutili guide turistiche di trivigante: il trenino rosso del Bernina

Prima considerazione: immaginare e poi realizzare un treno rosso è un gran colpo di genio, grande visibilità, effetto-plastico in miniatura immediato, senso giocoso. Magnifico.
Il treno di cui parlo (trenino, vien da chiamarlo trenino proprio perché rosso e amichevole) è il Bernina Express che collega Tirano, capitale dell’Albania, a Sankt Moritz, amena località svizzera dai prezzi proibitivi. Scherzo, Tirano Valtellina.
Il treno si abbarbica sususu fino al passo del Bernina per poi scendere di là, in Engadina, il tutto elettricamente: poiché il motore elettrico non permette oltre certe pendenze, bisogna lavorare di grande ingegneria e così è stato, il percorso è una sorpresa continua. Anche perché non è facile far curvare un treno, serve un certo raggio, per cui i binari attraversano montagne, valli e gole, vengono lanciati con anelli e ponti là dove serve recuperare quota in breve, su fino ai duemilatrecento metri del passo. E Tirano è a quattrocento, per dire il viaggio verso l’alto.

Bisogna immedesimarsi e immaginare il contesto e l’entusiasmo di un’epoca precisa: primissimi anni del Novecento, pochi anni prima il treno non c’era, ora sì. Per dire, la seconda guerra di indipendenza la fecero a piedi, la terza in treno. Pare poco? Qui non solo d’inverno la tratta commerciale tra Italia e Svizzera era impraticabile ma, comunque, anche d’estate toccava farla a piedi. Serve immaginazione, quindi, per sentire l’entusiasmo e l’eccitazione per ciò che arrivò in pochi anni, l’elettricità, il motore elettrico, il treno. Una meraviglia.
La ferrovia la fecero in dieci anni, gallerie, ponti, terrazzamenti, curve e rettilinei, stazioni, pali, fili elettrici, tutto quanto. Ed è quanto si vede oggi. E si vede benone, perché se siete persone dotate di un minimo di coraggio allora io consiglio il vagone aperto, per fare il viaggio in immersione.

Il modo migliore di godersi la giornata è a parer mio scendere al passo e fare un pezzo a piedi, fin dove si desidera. Poiché Sankt Moritz è sì in una grandiosa posizione ma in sé è mediocre, a meno che non ci andiate a sciare o abbiate un invito a cena da Marella, la parte più interessante è nel mezzo. Belle passeggiate in alto o nei boschi più in basso, con l’opzione Diavolezza se si desidera salire ancora.
Oh, ma questa mica è una guida completa, arrangiatevi. Io segnalo, il resto si trova facile. Aggiungo semplicemente che il costo è di 48 CHF per tratta, che non è poco perché con un CHF ci si può comprare un modesto castelletto nei Grigioni, ma ne vale decisamente la pena. Sarà una giornata da ricordare.

Le altre guide: amburgo | berlino | bernina express | bevagna | budapest (gerbeaud) | ferrara (le prigioni esclusive del castello estense) | libarna | mantova (la favorita) | milano (cimitero monumentale) | milano (sala reale FS) | monaco di baviera | monza e teodolinda | oslo | pont du gard | roma (attorno a termini) | roma (barberini) | roma (mucri) | roma (repubblica) | roma (termini) | da solferino a san martino (indipendenza) | velleia

cose là fuori: la torre Genex a Belgrado

Per gli amanti del brutalismo declinazione sovieticheggiante, io!, una visita è d’obbligo alla torre Genex di Belgrado: trentacinque piani di dolcezza armata per centoquaranta metri di altezza, di Mihajlo Mitrović.

Il suo vero nome è ‘La porta occidentale della città’ – in serbo cirillico Западна Капија Београда, Zapadna Kapija Beograda – e la sua forma dovrebbe appunto richiamare una porta. Obbiettivo non del tutto raggiunto, direi, dato che non ispira un’idea di apertura, tutt’altro. Il pippolone in cima è un ristorante girevole, chiaro esempio di mollezza occidentale. E la foto qui sotto è proprio sotto lo stipitone della portona.

La torre più bassa sono uffici, quella più alta residenziale, meglio saperlo prima di acquistare. Così, cose là fuori.

fine della suspance

Oggi ho scoperto una cosa. Che suspans.
Oggi ho scoperto, per caso, che la suspance, come l’ho sempre interpretata io, non esiste.
Esiste solo e soltanto la suspense. Che trauma. Una vita che mi accompagnavo felicemente alla suspance e ora scopro che non esiste e che era pure una parola iperzoppa.
Esiste la suspense, parola inglese derivata dall’espressione francese en suspens, in sospeso, e tale è in inglese, ovviamente, in francese e in italiano. Loro, inglesi e francesi, accentano suspènse e noi sùspense (sàspens, come rèport), per lo più.
Suspense, suspense, suspense. Ora devo impararlo, sconfiggendo l’abitudine di una vita. Ce la farò? Che suspense. Uff.

confluenze: 4

Qualche settimana fa, di passaggio da Coblenza, avevo tentato di fare mente locale sulle città costruite alla confluenza di due o più fiumi. Perché già le città su un fiume hanno qualcosa in più ma quelle a una confluenza sono ancora più in alto nella scala Mercalli delle città interessanti.
Non che la mia mente locale avesse dato chissà quali frutti ma considerando che sto cercando di farlo in modo tradizionale – cioè la mente della mente locale è proprio la mia, non è una locuzione astratta, non sto cercando in rete – ero giunto ai seguenti risultati: Lione, ovviamente, alla confluenza tra Saona e Rodano (c’è anche un museo); Coblenza dove si uniscono Reno e Mosella; Belgrado, tra Danubio e Sava.

Oggi, in un raro momento di scavo fruttuoso nella memoria, mi è sovvenuta Passau che è alla confluenza di non due ma ben tre, dico tre!, fiumi: Danubio, Inn e Ilz. È record. Per il momento, almeno. Ne esisteranno altre da tre? E da quattro?

Aggiornamento grazie ai preziosi contributi ricevuti:

Confluenze di tre fiumi:
– Passau: Danubio, Inn e Ilz

Confluenze di due fiumi che ne generano uno nuovo:
– Pittsburgh: Allegheny e Monongahela generano l’Ohio
– Ponte di Legno: Narcanello e Frigidolfo generano l’Oglio

Confluenze di due fiumi:
– Belgrado: Danubio e Sava
– Bressanone: Isarco e Rienza
– Coblenza: Reno e Mosella
– Lione: Saona e Rodano
– Treviso: Sile e Botteniga
– Washington: Potomac e Anacostia

59 secondi di… stazione di Amburgo

Amburgo è nota per il porto, chiaro, ma anche la stazione è poderosa. Gran viavai.

Per l’ennesima puntata di “59 secondi di…”, la rubrica più aschenazita del campetto, un altro episodio fatto di soli cinquantanove secondi di qualsiasi cosa venga in mente a me o a voi, che abbia o meno un qualche significato intrinseco e che abbiate voglia di immortalare. Preferibilmente con i mezzi più ridotti possibile.

minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno undici, pifferai sbagliati, animali coalizzati, servizi del Comune

Piove, grigio e tira vento. Sono a Brema e non è evidentemente, un caso: in alcuni dialetti della val padana la brema è il freddo e, in effetti, così è. Certo, in trevisano la brema è il documento, il che potrebbe far vacillare la mia solida congettura, ma non posso certo occuparmi di tutto io. Piuttosto, già che ci sono vorrei sgomberare il campo dai fraintendimenti in cui sono occorso pure io medesimo: «il pifferaio di Hameln» (italianizzato in Hamelin, «Der Rattenfänger von Hameln»), o «il pifferaio magico» non c’entra nulla con Brema. Stava, appunto, a Hameln, in Bassa Sassonia. Storia tragicona, tra l’altro, mica bazzeccole. A Brema, invece, c’erano i musicanti di Brema («Die Bremer Stadtmusikanten») e l’unica analogia tra le due storie è l’essere entrambe state raccolte dai Grimm. La storia dei quattro musicanti racconta la vicenda di un asino, un cane, un gatto e un gallo che, stufi di venire maltrattati nelle reciproche fattorie, scappano insieme verso Brema con l’intento di diventare musicisti e, mettendosi insieme e unendo le forze, riescono a occupare una casa, a sfamarsi e a sfuggire all’attacco dei briganti. Che confusione.

Prima di arrivare in un posto, una città, una regione, uno stato, mi piace provare a riassumere mentalmente tutto ciò che conosco di quel luogo, qualsiasi cosa. Di Brema ho richiamato: erroneamente il pifferaio, faccio ammenda; il «magico 4 per 4 del circo di Brema» di De Gregori (la canzone è «Ninetto e la colonia») che chissà che vuol dire ma ha magari a che fare coi musicanti (e comunque poi apparve un pellegrino vestito di chiffon); il Werder, vabbè. Non molto, in effetti, non mi viene in mente nemmeno qualcuno nato a Brema o che ci abbia fatto qualcosa. Ignorante perché ignoro.
Ignoravo anche l’esistenza del Rolando (Orlando) di Brema, ovvero una statua medievale alta cinque metri che occupa la piazza principale della città e simboleggia la libertà e l’autonomia della libera città di Brema (che è una città-stato, tra l’altro). Ovunque in Europa si trovano spade d’Orlando, conficcate o per toponomastica, ovunque riferimenti a lui o ad altre figure della Chanson, per esempio il perfido Gano di Maganza, e scopro or ora che in alcune città tedesche (Quedlinburg, per esempio) vi sono statue a lui dedicate. Credo che il nesso sia Carlo Magno. A Roma, per citare un esempio locale, esiste uno stretto vicolo a fianco del Pantheon nel quale, secondo la leggenda, la spada di Orlando, la Durlindana, si sarebbe conficcata dopo un lungo lungo volo. Il «vico della spada d’Orlando», per l’appunto, bella storia. La statua di Brema protegge i viandanti che si presentano al suo cospetto e garantisce un viaggio sicuro. Eccomi, anche se alla fine invece che all’inizio.

Una delle certezze della Germania – una bella certezza per un viaggiatore – è che, inviariabilmente, sotto qualsiasi municipio di una qualsiasi città tedesca si può trovare a colpo sicuro una ratskeller, di solito di origine medievale, ovvero una cantina in cui mangiare carnazza con patate e crauti, bere vino e condividere tavoli. Ma proprio proprio sotto il municipio, ne è sempre parte integrante. Il che colpisce chi vien da fuori ma, riflettendoci un secondo, tutto sommato è un ottimo riflesso, diretto, delle politiche sociali comunali. Usanza da importare, fossimo meno rigidi su queste cose.
Bel centro, Brema, quel che è rimasto da un bombardamento insistito come pochi, era pur sempre un porto strategico tedesco nel mirino degli Alleati, diciamo che una mezza giornata la merita senz’altro. Ed è quello che faccio io, poi piglio su baracca, burattini, zaini, animali e flauti e mi metto in viaggio verso casa. Porto con me parecchio anche da questo viaggio, ho messo a posto nella mia testa alcune zone d’Europa che non mi erano chiare, ho visto gente e fatto cose, ho imparato qualcosetta e mi sono parecchio svagato. Mi sono divertito a scrivere questo minidiario come mi sono divertito a leggere e a rispondere – quasi sempre – ai commenti di chi ha voluto partecipare, grazie a loro; spero di aver suscitato qualche sorriso qua e là, non sempre un lavoro quotidiano riesce ad avere la medesima intensità, anzi. Ci sono, ora è tempo di far fagotto e ci vediamo, magari, in giro.

l’indice: giorno zero | giorno uno | giorno due | giorno tre | giorno quattro | giorno cinque | giorno sei | giorno sette | giorno otto | giorno nove | giorno dieci | giorno undici |

minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno dieci, piove, non piove, piove, costituzionalismo da spiaggia

Vagolo al cospetto del mar Baltico, l’aria è fresca e leggera, pulita direi, in quattro ore piove sei volte, tre vien fuori un caldo equatoriale, una un vento da portar via le fette di torta dal piatto. I tedeschi premuniti, di solito di una certa età, si cambiano ogni dieci minuti, aggiungono o tolgono strati alla cipolla, avvisati. Quelli meno no, non tolgono e non aggiungono niente, si godono il fresco, il caldo e la pioggia, come faccio io. Il posto è di vacanza, uno di quei posti che piacciono ai tedeschi in cui puoi mangiare, stando seduto a guardare il mare o il passeggio, un cappuccione da un litro, un piatto di torta al formaggio e gelatina di frutta e uno spiedino di gamberi, tutto insieme. Una cosa che non ho mai capito della Tedeschia è questa: ovunque si vedono ultrasettantenni – uomini e donne, sia chiaro, alla pari – intenti a bere mezzilitri di birra e mangiare maiali stracotti con grande soddisfazione, condendo il tutto con grande serenità. Ma, mi domando io, i loro medici curanti che dicono? Ovvero: sono i medici di base tedeschi diversi dai nostri medici di base? Seguono discipline diverse? Sono più avanti, più indietro? Fosse che qua muoiono a cinquant’anni, capirei, ma non mi pare sia così. Anzi. Dev’essere quella gran balla del colesterolo.

Il piano, ora, è di proseguire verso ovest restando sufficientemente in quota, passare dal primo porto tedesco, Amburgo, per approdare al secondo, Brema. Amburgo è una città molto interessante, spesso trascurata a favore di nomi più noti, ne avevo fatto una guida tre anni fa, elencando almeno tre buoni motivi per andarci. Lo confermo, nel frattempo io salto e proseguo perché, appunto, ci sono già stato due volte. E poi i giorni sono agli sgoccioli: agosto sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grand… no, no pardon. Agosto sta effettivamente finendo e certe cose è bene che ricomincino, contagi permettendo, e la mia presenza è richiesta. Pianifico, dunque, le tappe del rientro, visto che i milletrecento chilometri che mi separano da casa vanno in qualche modo percorsi.

Oggi è il decimo giorno che sono via e mi sembra di essere vagabondolo da parecchio tempo. Questo per dire che, per viaggi di questo genere, non serve avere a disposizione molti giorni, anzi. A volte ne bastano cinque o sei, se ben gestiti, non serve avere davvero molto tempo libero per pianificarne uno. Certo, se son di più è meglio. Anche perché di solito funziona così, almeno per me: verso il settimo, ottavo giorno, c’è un momento di stanchezza fisica e mentale, perché i venti chilometri percorsi a piedi, mediamente, ogni giorno e i treni, gli spostamenti e i panini si fanno sentire. Ma è una modesta flessione, basta concedersi una pausa, un diversivo anche breve, e il momento passa rapidamente. Poi, è tutta discesa, nel senso che da quel momento potrei stare in giro per sempre.

Casa si fa sotto anche per vie traverse, un paio di telefonate con amici. Referendum? Che referendum? Ah, sì, qualcosa mi sovviene, eravamo in lockdown chiusi dentro casa ed era stato rimandato, giusto, ma di che si trattava? Ah, certo, la riduzione del numero dei parlamentari. Che ne penso, che ne pensiamo? Mah, difficile a dirsi, è già difficile normalmente, lo è ancor di più a guardare nuvole che corrono sulla linea dell’orizzonte del mare, le riflessioni sull’architettura costituzionale vengono meglio al tavolo, nello studio. Sì? No? Ne discutiamo, condividiamo incertezze, di fatto saremmo tutti per il no ma i dubbi si insinuano. Perché è un referendum fatto per mille altre ragioni che quella di far funzionare meglio il Parlamento. Di che si parla, dunque? E io come faccio a pensare ai parlamentari italiani con davanti una fontana con le foche?

Questo è un lavoro per il me stesso del futuro, ci penserà lui tra qualche giorno. Non io, non ora. Ora, nuvole.

Oggi è proprio una giornata da Van Loon di Francesco Guccini che, oltre a essere una canzone davvero eccezionale è, per me, anche fonte di memorie personali cui ripenso con parecchia nostalgia. Oplà.

l’indice: giorno zero | giorno uno | giorno due | giorno tre | giorno quattro | giorno cinque | giorno sei | giorno sette | giorno otto | giorno nove | giorno dieci |

minidiario scritto un po’ così dei giorni in Europa al tempo dei focolai: giorno nove, concatenamento da irresponsabili, la vacanza tedesca al mare, l’onestà nel fare le cose

Primo giorno vero di Germania e piove. Ci sta, bello, per carità, il Baltico in effetti è bene che sia così, mi piace. Ma la Polacchia, se guardo qualche foto indietro, ha espresso tanti e tali cieli tersi e giornate luminose che oggi paiono saturate in modo irreale. Ieri sera a Stralsund decido di cenare in una taverna intitolata a Wallenstein, che cinse d’assedio la città nel 1628, durante la guerra dei Trent’anni, in virtù del suo titolo di comando di «Ammiraglio del Mare del Nord e del Mar Baltico» contro i perfidi svedesi. Vabbè, ognuno le cose se le sceglie per i propri motivi. Comunque, mi siedo nella taverna, ci saranno una quindicina di avventori, e percepisco un’aria un po’ strana da ritrovo di nerd il sabato pomeriggio per giocare con i pippolini fantasy e ai giochi di ruolo. Sarà perché più di un cameriere è vestito da boh, idea contemporanea di un tizio medievale? Comunque, arriva uno di loro e mi spiega, serissimo, che la regola della taverna è che le donne non devono parlare, almeno all’inizio, e che per prima cosa devono lavare con una catinella d’acqua le mani al proprio compagno. Mapporc… Giuro, gli scoppio a ridere in faccia. Ma che siete, ritardati? Non ci posso credere, lui ci rimane pure male, e ci mancherebbe!, mi alzo e me ne vado trascinandomi le balle che nel frattempo mi son cascate di sotto. In rete, recensioni entusiastiche, ma che divertente machedivertente. Sarò un peso io, immagino. Trovo un posto da barcaioli proprio sul molo e faccio il mio solito pieno di aringhe e di quei due pesci in croce che pescano qui, al nord. Poi sogno di soffocare per un boccone nella taverna di Wallenstein e che un nerd mi deve salvare facendomi la manovra di Himmler, rendendomi poi loro schiavo morale.

Oggi è la giornata dell’impresa: il concatenamento di non una, non due ma ben tre città anseatiche sul mar Baltico in una sola giornata: Stralsund-Rostock-Wismar. Fattori di difficoltà: sto tentando l’impresa in solitaria ed è una prima assoluta; il dislivello complessivo, se l’altimetro non mente, è di circa un metro, un metro e mezzo; le condizioni meteo sono del tutto avverse, tira vento e pioviggina qua e là; la sto affrontando in estiva, è vero, ma anche l’irraggiungibile Hermann Buhl sostenne che questa impresa in invernale sarebbe «da pazzi bavaresi»; lo sviluppo complessivo è di circa centosedici chilometri e ne coprirò buona parte con due treni regionali; due città su tre sono patrimonio Unesco riconosciuto, quindi richiedono tempo. Sono pronto, sono pronto, sono mesi che mi alleno per questo. Vado, dunque. Lascio Stralsund che, devo dire, è proprio una bella cittadina baltica, con il buffo municipio a pinnacoli che è un po’ la caratteristica di questo tipo di città – l’ho già visto a Lubecca e su su fino a Tallin – le mura e le torri, ampie piazze per i mercati, data l’assoluta natura commerciale di questi posti, e vado a Rostock. Che è la meno Unesco delle tre ma è quella con il porto più grosso ed è un tripudio di rimorchiatori e gru marittime sopra carri ponte. Una delizia.

Tutte queste città non offrono la fronte al Baltico aperto, sarebbe da pazzi, sono piuttosto annidate a poca distanza in qualche piccolo estuario o canale interno, in qualche svoltolo che offra un minimo di riparo. Ciò nonostante il fronte marittimo di Rostock è un enorme pontile in cemento lungo alcuni chilometri costellato di gru e di ormeggi per navi da rimorchio e da trasporto, il tutto battuto da un vento costante e, oggi, da pioggerellina orizzontale. E su questo pontile, un luna park con tanto di montagne russe e di autoscontro e una fila lunga qualche chilometro di camper allineati col muso verso l’acqua. I tedeschi sono venuti al mare. Stupendi, sono seduti con i loro tavolini in questo immenso parcheggio portuale, bevono birra alle dieci del mattino, qualcuno è già andato al luna park e manca solo uno stereo che trasmetta pezzi dei Rammstein o, magari, degli Scorpions. Ma io a questi voglio bene, altro che ai nerd ritardati, perché sono onesti, diretti, quel che vedi è quel che è, fanno ciò che gli piace senza la sovrastruttura culturale della vacanza entusiasmante da raccontare con cinquemila diapositive, o Instagram, peggio, si godono alcune cose qui come a casa. E non è che i nostri nell’area attrezzata camper di Igea Marina siano diversi, dico né meglio né peggio, o quelli che vedi mangiare nelle rotonde spartitraffico appena fuori Ravenna.

Il mare qui è talmente entusiasmante per brezzolina marina che serve la sedia apposita, quella di Thomas-Mann-al-mare, lubecchiano vero, quella del gentiluomo tedesco che passa una bella vacanza al mare contemplandolo e riflettendo sull’idea stessa di andare al mare. Se ne può parlare, senz’altro, ma bisogna tener conto che una larga fetta di mondo considera mare una cosa molto diversa da quella broda caldiccia, con tutti i pregi del caso, per carità, cui siamo abituati noi. Il nostro fascino del mare d’inverno è, in parte, il fascino del mare d’estate per altri.

E poi concludo felicemente il concatenamento: il cielo si apre e Wismar si mostra in tutta la sua bellezza. Non è Siena, per carità, dove basta entrare nel duomo per avere una crisi mistica permanente ma se il termine di riferimento è una città medievale e rinascimentale del mar Baltico con tutte le proprie cose a posto e, in questo senso, di grande bellezza, allora Wismar è magnifica. Con le rondini che sviano allegre sul mare, la città è davvero bella e i turisti l’hanno colto, giustamente.

Fatico a trovare un posto dove dormire ma, alla fine, lo trovo non troppo distante e a un prezzo a metà tra il ragionevole e l’irragionevole. Certi gabbiani marroni da combattimento volano sopra le teste e io, che conosco i miei pollastri crucchi appassiti il sabato sera, vado a mangiare a cinque e mezza e bon, buon dopocena a tutti.

Oggi, vedi il caso?, sto ascoltando a ripetizione Go your own way dei Fleetwood Mac che è sì una canzone molto nota ma è anche una canzone splendidamente scritta e arrangiata, in crescendo fin dalle prime battute e che ha, paradossalmente, nel ritornello (la parte più conosciuta, ovvio) il pezzo meno interessante.

l’indice: giorno zero | giorno uno | giorno due | giorno tre | giorno quattro | giorno cinque | giorno sei | giorno sette | giorno otto | giorno nove |