dal 22 novembre 2005

Nel 2005 non avevo nulla a che fare con lei, accolsi la sua elezione con indifferenza. La CDU e le sue posizioni mi erano talmente distanti che la presi come l’ennesima elezione di un destrocristiano in Germania.

Poi sono passati sedici anni dalla sua nomina a cancelliera, ne son successe di ogni e lei è diventata, di fatto, il baluardo europeo – anzi, dell’UE – di fronte a posizioni di apertura su immigrazione, diritti civili, sviluppo energetico del futuro. Certo, in un’Europa sostanzialmente debole ma almeno c’era lei. E che dire? Mi ci sono affezionato, politicamente ed emotivamente, e molte volte, molte, ho pensato con gratitudine al fatto che ci fosse lei a tenere dritta la barra dell’Europa. E ora sì, ora sono pure un filo preoccupato del fatto che se ne vada. Già. Come si cambia, eh? Non l’avrei detto.

[Qui un documentario di ARTE che fa un dettagliato bilancio di questi sedici anni].

cacchio, Bart

Merda, come volevo bene a Bart. Avevamo vent’anni, anzi no, eravamo nella metà verso i trenta, noi usciti da lettere che facevamo i colloqui di lavoro in quell’era precaria dominata da Berlusconi e dall’ex-sinistra dei capitani coraggiosi e delle fondazioni, e ci facevamo beffe dei ciccioni pelati che nel mondo del lavoro sudavano cinismo e rassegnazione. E venivamo presi per il culo. Non diventeremo mai come loro, era il messaggio che non c’era bisogno di dirci, renderemo epico il quotidiano. Era un’immagine, ciccioni-pelati lo si è dentro, quando ci si lagna del lunedì e ci si agita il venerdì, quando si cerca il mare in laguna e poi ci si lamenta perché è brutto, quando si compra una Skoda e si pensa di avere una fuoriserie o, pure, si è vili e si sparla della moglie quando non c’è.
E il senso di tutto era che non diventeremo mai così, anche se potremo essere ciccioni e pelati fuori, non c’entra, pensavamo. Bart raccontava una storia, una storia in cui un guardiano di un obitorio in Russia, in qualche oblast dell’accidenti, alla fine si scopava i cadaveri. Poi un giorno una si sveglia, la stavano per cremare e lei si sveglia. E lui? Chissà che spavento e poverello l’hanno messo in galera perché dice che in Russia è reato la necrofilia. Capito? Cioè uno già ha il problema che si scopa i cadaveri e poi gli si svegliano e lo mettono pure in galera, capito?
Ecco, se avete riso siete come noi.
Bart no, non diventerà mai un ciccione pelato cinico e vile, resterà sempre fermo a quella magnifica instantanea del 2001 e alla sua sregolatezza (con genio, lui). Anche Libero De Rienzo non lo diventerà, perché accidenti se n’è andato ieri e mi dispiace davvero molto. E di certo lui non lo era. Io cercherò di non diventarlo, lo faccio da sempre, per non tradire i noi di allora.

(E sono diventato pelato, fuori, e tendo al sovra, che fatica, Bart).

«combatto non per la patria ma per rivedere il volto di mia madre»

È morto Angelo Del Boca, storico rigoroso. Fu il maggior storico della questione coloniale italiana, fece molto per fare chiarezza, eliminare tanta spazzatura di propaganda fascista, di qualunquismo post bellico, di invenzioni di convenienza che inquinavano la storiografia delle conquiste italiane in Africa. Fondamentale il suo Italiani, brava gente?, e il punto interrogativo è fondamentale, che sfatò quell’idea orrenda per cui sì, noi italiani certo eravamo andati a prenderci le colonie ma non eravamo certo come quegli altri, i tedeschi, magari gli inglesi o i portoghesi o gli spagnoli, quelli sì che erano cattivi, noi no, noi avevamo tutto sommato il cuore buono. Oleografia un po’ stile Mediterraneo, se il paragone può reggere. Balle, come Del Boca dimostrò con grande perizia. La bufala era però talmente forte che tutt’oggi persiste anche in numerose persone di buona fede ed è ciò che tocca fare a noi, ora: utilizzare gli strumenti di cui Del Boca ci ha dotato per contrastare queste convinzioni idiote. E la questione è ben viva, come dimostrano i fatti recenti della statua di Montanelli. Fu, anche, partigiano. Spiace, una fortuna averlo avuto.

c’è molto da guardare

Molto amato, anche attraverso Alice, per cose come “segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire”, quando faceva scalo a Grado e per quel magnifico periodo da ultrà del Catania con la cresta. E per quella scrittura automatica dei testi che non eri mai sicuro di aver capito cosa dicesse il testo e scoprivi poi anni dopo di aver sempre cantato “c’è un concentro di gravità permanente”. Ciao, Franco Battiato. E grazie di tutto.

accidenti, Marvellous

Se n’è andato Marvin Hagler, uno di quelli forti davvero che era un piacere vedere. E infatti era chiamato ‘The Marvellous’, con la ‘M’ maiuscola dei nomi, come ‘Marvellous’ sarebbe poi diventato. Uno che per arrivare a un match mondiale dovette aspettare sei anni e combattere oltre quaranta incontri, roba impensabile per i pivelli di oggi. Ed era Marvellous perché gestiva le guardie di destro o di sinistro con la stessa, eccellente, tecnica impareggiabile.

Ovviamente, Marvellous è quello che dà.

Ce ne sono molti di combattimenti belli, tra i suoi, si potrebbero citare Duran, i settanta punti in viso di Antuofermo (e peggio ancora fu il secondo incontro), ovviamente Hearns, alcuni direbbero anche Leonard, comunque il suo fu un dominio assoluto per sei anni, difendendo tutti i titoli dei medi unificati.
Fu un signore, rifiutò un sacco di soldi per improvvidi rientri e rivincite improvvisate, non era un chiacchierone e non aveva certo la verve e la consapevolezza di Ali, ma fu lo stesso un gran pugile, immenso per tecnica e bravura, onesto e retto nella condotta e nei comportamenti: «Se mi aprissero questa testa rasata, troverebbero un guantone da boxe. È tutto quello che sono. È la mia vita». O, ancor meglio: «Sono un pugile, sempre. Mentre cammino, parlo, penso. Solo che cerco di non farmene accorgere». Ciao, Marvellous, ce ne siamo accorti e va bene così.

«Noi faremo tutto con un’umiltà spaventosa. Alla noi»

Amo le persone che si impegnano. Nel fare ciò che preferiscono, certo, ma anche nei confronti delle altre persone e delle valide cause.
Enrico Greppi, «Erriquez», era certamente una di queste e io, come tanti, ho cantato in gruppo se mi rilasso collasso e ne ho sempre apprezzato coerenza ed energia. «Se tutti facessero pochissimo sarebbe già un’enormità», aveva detto di recente, ed è una cosa vera, specie se detta da lui che non si tirava mai indietro se c’era da sostenere una causa o da fare qualcosa di concreto per chi aveva bisogno. Mancherà.

la Brexit, veramente

Da ieri la Gran Bretagna è fuori dall’Europa. Male, molto male. Da quando, a sorpresa, i remain persero il referendum del 2016 è stato un susseguirsi di rimandi, di accordi non conclusi, di tentennamenti. E io, in cuor mio, speravo non si concludesse la frattura e ci fosse, chi sa?, un ripensamento. E invece no, ingenuo. Da ieri serve il passaporto per andare in Inghilterra, il visto per restare, il roaming dei telefoni non è più in vigore, insomma si è tornati alle lungaggini del passato. Un vero peccato.

Fa impressione vedere, invece, gli entusiastici titoli di giornale quando, il primo gennaio 1973, la Gran Bretagna entrò nel Mercato Comune Europeo, prodromo dell’Unione europea (la Greater Europe).

The front covers of London newspapers reporting Britain’s entry into the Common Market.
(Photo by Frank Barratt/Getty Images)

A tutti gli effetti, questo è un lutto. E come tale io, noi, lo vivo. Per cui, alla prima fase di dispiacere è seguita poi la fase di risentimento, fanculo Cameron, fanculo inglesi che hanno votato per l’uscita, fanculo inglesi tutti. La pagheranno cara, perché ora si renderanno conto dei vantaggi dell’appartenere all’Unione europea (siete mai stati a Sheffield negli anni Ottanta? Un disastro), si renderanno conto di quanti fondi le zone depresse (e in Inghilterra sono moltissime) abbiano ricevuto in questi decenni, quanto l’isolamento sarà deleterio per lo sviluppo del paese.

Le zone più povere dell’Europa settentrionale sono quasi tutte in Inghilterra e, guarda te!, sono anche le zone che hanno ricevuto più aiuti dall’UE e sono anche, anche!, le zone più decise nel sostenere la Brexit.

Bene, allora. Andate e godetevela. Fanculo.

«Di morte è la nostra testimonianza»

«Parlare, però, è ridare la vita a chi non c’è più», disse Nedo Fiano, scrittore, sopravvissuto all’olocausto e alla deportazione ad Auschwitz e Buchenwald e uno dei testimoni più instancabili di ciò che accadde durante il fascismo e la guerra, in particolare a coloro che furono deportati.

Per chi abita a Milano o in Lombardia, o chi lo ascoltava a Radio Popolare o nelle aule delle scuole, Fiano è stata una presenza costante nei decenni, sempre garbato e deciso, sempre senza arretrare di un passo anche nei momenti difficili, miserabili e umilianti, quando per esempio fu profanata la scritta all’entrata di Auschwitz. Mai una volta si è tirato indietro.
Oggi Nedo Fiano è morto, uno degli ultimi sopravvissuti.
La memoria che ci ha lasciato resta, è qui, è presente e documentata. La responsabilità di quella memoria è ora nostra, mia e vostra, guai a chi farà finta di nulla. «Colui che dimentica diventa complice», diceva spesso. Bisogna pensare a questa frase, bisogna capirla. Tra i figli, lascia Emanuele, persona intelligente che per fortuna sua e nostra molto ha preso dal suo babbo.