impossible to ignore

Linger, Dreams, Desperate Andy, I will always, Promises, sono molte le canzoni da ricordare dei Cranberries perché, volenti o no, «No Need to Argue» fu un disco che segnò un’epoca: quella dei miei, dei nostri e dei suoi di Dolores, vent’anni.

Dreams, per esempio, con quel crescendo che attaccava da un minuto in poi, fu uno dei singoli che mi piacevano. Ma era impossibile non conoscere, o ignorare, i Cranberries tra il 1993 e il 1994, ogni canzone un singolo, ogni singolo un successo, e le radio trasmettevano a ripetizione. Oggi, quindi, mi dispiace.

l’agonia di un settimanale importante

Ne ho già parlato: Pagina99, uno dei migliori settimanali di ragionamento sulla piazza fino ad alcune settimane fa, prima ha tirato parte delle cuoia abbandonando il formato cartaceo, adesso sta dibattendosi con difficoltà tremende. Il 12 dicembre la redazione ha rilasciato un terzo comunicato, opponendosi ai licenziamenti e promuovendo giorni di agitazione, poche ore dopo l’editore ha risposto con un altro comunicato dai toni più forti, il che non fa presagire nulla di buono. Spiace che venga a mancare un’altra testa (collettiva) nel panorama già striminzito, la mia solidarietà – per quel che vale – ai bravi giornalisti della testata, che hanno sempre fatto un ottimo lavoro.

un dispiacere grande: Tompetti

E poi, ieri sera, se n’è andato anche Tom Petty, mantenendo fede fino in fondo alla sua dichiarazione musicale, gli Heartbreakers.

Era un amico, per me e i miei amici, Tom Petty: perché ogni tot arrivava il momento del suo disco, quello in cui era lui il solo, ascoltarlo era proprio imperativo. Magari se ne stava in disparte per un po’, magari un bel po’, poi però arrivava il momento e non tradiva mai: ma io devo sentirlo sempre, mi dicevo, perché Tompetti è proprio ma proprio bravo. The Wild One, Forever, American Girl, Listen to Her Heart, I Need to Know, Stop Draggin’ My Heart Around, Don’t Come Around Here No More, Free Fallin’, I Won’t Back Down, Too Much Ain’t Enough, Runnin’ Down a Dream, Into the Great Wide Open, Mary Jane’s Last Dance e chissà quante altre non mi ricordo ora. E i Mudcrutch? E Dreaming to fly? E Jammin’ me? Tantissime…
Grazie Tompetti, grazie. Mi piace ricordarlo con il cappellone da cappellaio matto, anche se lui non amava quel video perché – diceva – distraeva dalla musica, mi piace ricordarlo quando faceva il becchino che sottrae il cadavere di Mary Jane, mi piace ricordarlo in piedi sull’ala dell’aereo, mi piace ricordarlo sul palco che si vedeva che si divertiva e gli piaceva.
Grazie Tompetti, oggi bisognerebbe mollare tutto, prendere l’auto con gli amici e andare in giro a caso tutto il giorno, sentendo le tue canzoni, Tompetti.
Lo faremo, promesso, Tompetti: te lo dobbiamo. Grazie.

they don’t hear me cry

Due giorni fa è morto Charles Bradley, grandissimo cantante soul cui volevo bene.

Aveva sessantotto anni e, uno potrebbe dire, ci sta. Potrebbe, il fatto è che Bradley era sostanzialmente all’inizio della carriera: infatti, dopo una vita randagia, aveva pubblicato il primo disco a 63 anni, nel 2011. No Time for Dreaming, bellissimo, uno dei dischi che mi piace mettere su quando ho voglia di gran musica.

Qualcuno l’aveva accostato a James Brown, non del tutto correttamente secondo me sebbene fosse uno dei suoi idoli, molti lo chiamavano «l’aquila urlante» («screaming eagle of soul»), per me era molto più vicino a Otis Redding, o Marvin Gaye se proprio.
Nell’estate 2013 ero partito per il Belgio con tutta l’intenzione di sentirlo suonare ma si trattava di un festival e lui suonò alle quattro del pomeriggio, quando io (noi, eravamo in missione) ero ancora per strada. Poi non ce ne fu più occasione ed è, ora, un rimpianto per me.
Restano i suoi tre dischi, un documentario sulla sua storia («Soul of America») e un bel dispiacere, perché oltre a essere davvero bravo era un uomo di un’altra epoca musicale, ricco di sentimenti e di dolore, simpatico quando voleva e sensibile, uno che si faceva carico della sofferenza: I can’t turn my head away / Seeing all these things / The world / Is burning up in flames / And nobody / Wanna take the blame.

Uno dei suoi pezzi che preferisco, The world (is going up in flames), con lui che se ne va in giro in tuta da meccanico su un autobus o un treno, Don’t tell me / How to live my life / When you / Never felt the pain. Che peccato, anche stavolta.
Come si fa a non volergli bene?

ho visto la Madonna!

Dio, come vorrei che venisse fuori un funeralone, con migliaia di persone, e soldati in libera uscita, marinai… puttane.

Se n’è andato anche Gastone Moschin, l’ultimo. L’architetto Melandri che, rapito dall’amore, porta a casa tutta la catena degli affetti da Donatella a Birillo alle bambine alla governante tedesca, in uniforme, severissima, è una delle scene meravigliose di tutto il cinema italiano. Mi mancherà, Moschin. Sbiliguda.