siamo una delle community più belle e più grandi d’Italia

La chiusura (la caduta) di Italiansubs, oltre a chiudere un’epoca, è una pessima notizia per me e per tutti quelli che preferiscono guardare serie tv, documentari e film in lingua originale.
Nata nel 2005, Italiansubs rispondeva a un’esigenza più forte allora, ovvero di poter vedere delle serie tv senza dover aspettare i tempi biblici delle reti italiane, leggendarie per il loro ritardo sulla programmazione e la trascuratezza negli acquisti di produzioni straniere. Da allora, la proposta di sottotitoli del sito si è ampliata a dismisura, assumendo i caratteri di una vera e propria operazione culturale: infatti, se è diventato meno urgente tradurre e pubblicare i sottotitoli, che so?, del Trono di spade, perché oggi ci sono canali che sono ben tempestivi, Italiansubs ha curato centinaia di serie minori o meno diffuse che, spesso, in Italia non sono proprio arrivate; oppure si è dedicata a materiali più vecchi, altrimenti difficilmente recuperabili, come per esempio – per dire un genere – la stand up comedy americana, Carlin, Louis C. K. e via così.

Ma son solo esempi, la portata è stata davvero considerevole per il nostro paese e il rimpianto per la chiusura, dovuta peraltro alla pressione dei detentori dei diritti di alcune serie tv, ciechi di fronte a tutto ciò che non è il proprio profitto, è davvero forte. Non si poteva trovare un accordo? Niente traduzioni per qualche tempo attorno alla messa in onda, poi libertà di diffusione? Cose così. E la mancanza si sentirà davvero, perché da adesso l’offerta sarà molto molto più povera. E Netflix deciderà sempre più cosa dobbiamo o cosa non dobbiamo vedere. Perché è vero che uno le cose se le può anche guardare in inglese (e così sarà, per forza) ma è molto difficile seguire tutte le sfumature di alcune serie tv dal linguaggio complesso, per esempio Veep The Marvelous Mrs. Maisel e così via. E gli amici di Italiansubs mi mancheranno, infine, anche perché erano tutti, e dico tutti!, volontari: il loro lavoro, sempre di corsa e spesso di notte, non è mai stato retribuito materialmente. Pare poco? Quanti di noi qua fuori lo farebbero? Pochi.
Anche per questo motivo, è bene fargli pervenire un ringraziamento per quanto hanno fatto e, non secondario, una donazione per sostenere le spese legali: o bonifico (IT23T36000032000CA011719485 intestato ad Antonio Pilolli) o via paypal.
Grazie, signori. Grazie del bel viaggio.

«è gente impazzita d’automobilismo»

Ceronetti se n’è andato, da novantenne come è nell’ordine delle cose. Indigente, beneficiario di Bacchelli, e questo no, questo non avrebbe dovuto essere.
Marziale, Giovenale, Catullo, Orazio, il libro di Giobbe sono alcune delle sue magistrali traduzioni, ma è con Un viaggio in Italia e il di poco successivo Albergo Italia, i suoi piccoli e straziati saggi di viaggio nel nostro paese, che io son venuto su e mi sono educato. Male o bene che sia, questo non dipendeva da lui, ovvio.
E io gliene sono grato.

Aretha, inarrivabile

Franklin

Mi spiace davvero, Aretha Franklin è mancata da poco e non sarò certo io a dire quanto ha dato alla musica soul: posso dire quanto mancherà a me, ovvero molto.
Faremo bene a pensarci.

Tre suoi dischi da mettere sul piatto ora: I Never Loved A Man The Way I Love You (1967), Lady Soul (1968), Young, Gifted and Black (1972). Quattro, con il fondamentale live al Fillmore West del 1971.

Poco tempo dopo Matt “Guitar” Murphy, tra l’altro.

song of the day: Richard Swift, ‘Lady Luck’

Batterista degli Shins dal 2011 al 2016 e, per quanto mi riguarda, questo basterebbe.
Poi con i Black Keys, al basso, e anche questo non è poco, collaborazioni in giro come valente autore e polistrumentista, Damien Jurado per dirne uno e Lotte Kestner in “Turn the Wolves” per dirne due, è deceduto due giorni fa ed era davvero giovane.

L’inizio di questo pezzo è trascinante, poi ci sono dentro tante cose e a me spiace.

impossible to ignore

Linger, Dreams, Desperate Andy, I will always, Promises, sono molte le canzoni da ricordare dei Cranberries perché, volenti o no, «No Need to Argue» fu un disco che segnò un’epoca: quella dei miei, dei nostri e dei suoi di Dolores, vent’anni.

Dreams, per esempio, con quel crescendo che attaccava da un minuto in poi, fu uno dei singoli che mi piacevano. Ma era impossibile non conoscere, o ignorare, i Cranberries tra il 1993 e il 1994, ogni canzone un singolo, ogni singolo un successo, e le radio trasmettevano a ripetizione. Oggi, quindi, mi dispiace.