cheddiceilDanci?

Caro Celati,
il suo Guizzardi resta uno dei libri più divertenti che abbia letto, i giri scompisciati di un avventuriero senza famiglia scemo e scoordinato che più di trent’anni fa hanno colpito la mia immaginazione per non lasciarla più, in ottima compagnia dei personaggi di Pulci, di Ariosto, ovviamente di Rabelais, della famiglia di Durrell, degli sbalestrati cittadini di Quiriny, insomma di quella parte della vita un po’ irregolare in ombra che prediligo e di cui ambisco far parte.
Eran giusto venti giorni fa che, proprio nei dintorni di Comacchio, rileggevo i suoi racconti girovaghi della Foce, con la maiuscola, e mi dicevo che lei è proprio bravo, sia a scrivere che a raccontare che ad andare a piedi, mentre io ero lì con l’auto e con la scrittura ciao. E i posti eran proprio quelli, quelli suoi e dei suoi narratori, cioè ho guardato anche stavolta la realtà con lo sguardo un po’ stralunato e vagabondo che ho appreso, in buona parte, anche da lei.

Certo, poi lei ha fatto cose ben più serie, l’Ulisse io l’ho letto tradotto grazie a lei, mica paglia, ma resto in sostanza guizzardiano e dalle parti dell’estuario e della pianura.
Ora, caro Celati, lei è partito per un viaggio che spero sia fino in fondo uno dei suoi e io non posso che augurarle, di cuore, di camminare molto e con soddisfazione, di incontrare benzinai e baristi, di sedersi ogni tanto sul ciglio della strada a contemplare la pianura. Grazie, Celati, grazie di cuore. Faccia buon viaggio.

Coraggio

Un punto di riferimento. L. era questo per me, oltre a tante altre cose.
Non un punto di riferimento confessionale, non era la persona cui andassi a chieder consiglio per i miei patimenti, non sono io il tipo, tantomeno lei. Figuriamoci. Un punto di riferimento vero, capace di far sintesi, di andare al punto senza far venire meno la comprensione e tralasciare la considerazione, e di tracciare una direzione, alzando il livello del discorso, puntando più in alto. Non le si dovevano nemmeno spiegare le cose, bastavano poche parole che aveva capito. Che cosa rara.
Un modello, ecco cos’era per me. Tra le altre cose. Lo sguardo era molto più ampio, irraggiungibile, anche se tutto diventava chiaro come il sole quando lo condivideva, allora sì che era facile arrivarci, gli obbiettivi e l’impegno da metterci più significativi, più generali e più utili, senza perdersi nelle cose piccole o attardarsi con gli sciocchi. Era sufficiente per me ascoltare, farmi trascinare, bisognava aver pazienza perché talvolta tracimava ma ciò che imparavo anche in quelle occasioni era di grano spesso, più di quanto avrei raccolto da solo in molto tempo. Non si usciva mai da casa sua a mani vuote.

Perché scrivo queste righe, che sarebbero un po’ fatti miei, e semmai suoi, ma non certo di queste pagine? Cosa che infatti non faccio mai, o quasi. Perché devo andare avanti, scrivere la mia prossima cretinata e un punto tra ciò che è stato in questi giorni e quello che sarà nei prossimi lo devo pur mettere. Una separazione, una paratia per far sì che le mie sciocchezze, qui, non scivolino oltre, di là dove stanno i miei affetti privati, non si mescolino alle cose delle quali non parlo qui.

«Coraggio», mi hai detto quel giorno tremendo per me e così ho fatto, sono andato avanti senza lasciare nulla indietro. E così farò adesso, visto che mi diresti anche oggi, alla tua maniera, «Coraggio, cìcio». D’accordo, piglio il coraggio e vado, accolgo tutto quanto, moltissimi anni belli e la sofferenza e poi l’assenza che sarà, d’accordo, prendo la vita intera con quel che riserva e la porto con me ma L., porcocane, che dolore mi hai dato.

dal 22 novembre 2005

Nel 2005 non avevo nulla a che fare con lei, accolsi la sua elezione con indifferenza. La CDU e le sue posizioni mi erano talmente distanti che la presi come l’ennesima elezione di un destrocristiano in Germania.

Poi sono passati sedici anni dalla sua nomina a cancelliera, ne son successe di ogni e lei è diventata, di fatto, il baluardo europeo – anzi, dell’UE – di fronte a posizioni di apertura su immigrazione, diritti civili, sviluppo energetico del futuro. Certo, in un’Europa sostanzialmente debole ma almeno c’era lei. E che dire? Mi ci sono affezionato, politicamente ed emotivamente, e molte volte, molte, ho pensato con gratitudine al fatto che ci fosse lei a tenere dritta la barra dell’Europa. E ora sì, ora sono pure un filo preoccupato del fatto che se ne vada. Già. Come si cambia, eh? Non l’avrei detto.

[Qui un documentario di ARTE che fa un dettagliato bilancio di questi sedici anni].

cacchio, Bart

Merda, come volevo bene a Bart. Avevamo vent’anni, anzi no, eravamo nella metà verso i trenta, noi usciti da lettere che facevamo i colloqui di lavoro in quell’era precaria dominata da Berlusconi e dall’ex-sinistra dei capitani coraggiosi e delle fondazioni, e ci facevamo beffe dei ciccioni pelati che nel mondo del lavoro sudavano cinismo e rassegnazione. E venivamo presi per il culo. Non diventeremo mai come loro, era il messaggio che non c’era bisogno di dirci, renderemo epico il quotidiano. Era un’immagine, ciccioni-pelati lo si è dentro, quando ci si lagna del lunedì e ci si agita il venerdì, quando si cerca il mare in laguna e poi ci si lamenta perché è brutto, quando si compra una Skoda e si pensa di avere una fuoriserie o, pure, si è vili e si sparla della moglie quando non c’è.
E il senso di tutto era che non diventeremo mai così, anche se potremo essere ciccioni e pelati fuori, non c’entra, pensavamo. Bart raccontava una storia, una storia in cui un guardiano di un obitorio in Russia, in qualche oblast dell’accidenti, alla fine si scopava i cadaveri. Poi un giorno una si sveglia, la stavano per cremare e lei si sveglia. E lui? Chissà che spavento e poverello l’hanno messo in galera perché dice che in Russia è reato la necrofilia. Capito? Cioè uno già ha il problema che si scopa i cadaveri e poi gli si svegliano e lo mettono pure in galera, capito?
Ecco, se avete riso siete come noi.
Bart no, non diventerà mai un ciccione pelato cinico e vile, resterà sempre fermo a quella magnifica instantanea del 2001 e alla sua sregolatezza (con genio, lui). Anche Libero De Rienzo non lo diventerà, perché accidenti se n’è andato ieri e mi dispiace davvero molto. E di certo lui non lo era. Io cercherò di non diventarlo, lo faccio da sempre, per non tradire i noi di allora.

(E sono diventato pelato, fuori, e tendo al sovra, che fatica, Bart).

«combatto non per la patria ma per rivedere il volto di mia madre»

È morto Angelo Del Boca, storico rigoroso. Fu il maggior storico della questione coloniale italiana, fece molto per fare chiarezza, eliminare tanta spazzatura di propaganda fascista, di qualunquismo post bellico, di invenzioni di convenienza che inquinavano la storiografia delle conquiste italiane in Africa. Fondamentale il suo Italiani, brava gente?, e il punto interrogativo è fondamentale, che sfatò quell’idea orrenda per cui sì, noi italiani certo eravamo andati a prenderci le colonie ma non eravamo certo come quegli altri, i tedeschi, magari gli inglesi o i portoghesi o gli spagnoli, quelli sì che erano cattivi, noi no, noi avevamo tutto sommato il cuore buono. Oleografia un po’ stile Mediterraneo, se il paragone può reggere. Balle, come Del Boca dimostrò con grande perizia. La bufala era però talmente forte che tutt’oggi persiste anche in numerose persone di buona fede ed è ciò che tocca fare a noi, ora: utilizzare gli strumenti di cui Del Boca ci ha dotato per contrastare queste convinzioni idiote. E la questione è ben viva, come dimostrano i fatti recenti della statua di Montanelli. Fu, anche, partigiano. Spiace, una fortuna averlo avuto.

c’è molto da guardare

Molto amato, anche attraverso Alice, per cose come “segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire”, quando faceva scalo a Grado e per quel magnifico periodo da ultrà del Catania con la cresta. E per quella scrittura automatica dei testi che non eri mai sicuro di aver capito cosa dicesse il testo e scoprivi poi anni dopo di aver sempre cantato “c’è un concentro di gravità permanente”. Ciao, Franco Battiato. E grazie di tutto.