quando la Storia ha una faccia

Oggi è morto Mario Fiorentini, partigiano animatore del GAP di Roma. Fu lui a intuire la possibilità dell’attentato di via Rasella ai danni della colonna di SS, non vi partecipò perché aveva parenti che abitavano in zona ed essere riconosciuto avrebbe compromesso l’intera operazione.

Centotre anni, i conti son fatti: aveva ventiquattro anni, era tra i vecchi di quel gruppo di cui facevano parte anche, per dirne due, Carla Capponi e Rosario Bentivegna. Ora non resta più nessuno in vita, resta la memoria che un Feltri qualsiasi può tentare di insozzare se non stiamo accorti.
Per questo siamo qui, anche oggi.

sé stesso, sé stessi, séstessoséstessi, qual’è in futuro

Luca Serianni, dopo l’incidente di tre giorni fa, se n’è andato.

Che perdita. Non solo per quanto ha fatto, che per fortuna resta, o per quanto stava facendo, sempre di grande qualità vedi il recente lavoro sulla lingua di Dante, ma per i suoi interventi in favore della lingua e dell’uso, come sempre precisi e puntuali, indicativi e mai prescrittivi, soprattutto esatti e diretti nel cuore della questione.
Tutte le volte che mi abbia detto di mettere un accento su una consonante e andare nel deserto a guidare una tribù di Ubangi, io l’ho fatto. Sé stessi, sempre. Grazie, Professore. Grazie di cuore.

quella linea di demarcazione tra Peter Moore e me

Alla fine di aprile è mancato Peter Moore, a lungo direttore creativo di Nike, negli anni Ottanta, e di Adidas negli anni Novanta, entrambi decenni in cui le due aziende si sono lanciate, o rilanciate, notevolmente. Non per caso.
Moore era grafico, influenzato da Jasper Johns e Rauschenberg fin dagli inizi, disegnò le prime Air Jordan e il logo Wings, entrambe di clamoroso successo ma non le sue cose migliori, a parer mio. Fece poi un sacco di cose, ricordo un poster molto divertente in cui Moses Malone, Moses appunto, nella biblica valle dei palloni da basket guidava il suo popolo, bei tempi in cui ci si prendeva anche un po’ in giro. Prese McEnroe e rifiutò Lendl, «he’s a fucking communist», eheh, proprio no, non è che uno può capirle tutte, anche se disegna da dio. Ma la disfida sul campo fu anche questione di marchi, Lendl se lo prese l’Adidas.
Anche Moore passò alla concorrenza, anzi agli arcinemici, nel 1989 e contribuì in modo determinante al rilancio dell’azienda, ridisegnandone tra l’altro il logo, creando il Mountain che ancora ben resiste.

Chi si diletti o abbia a che fare con le questioni di grafica, ben sa quanto i dettagli facciano la differenza, quanto optare per una soluzione o un’altra renda un progetto valido e duraturo o, al contrario, una boiata pazzesca. Per fare un esempio pratico, io il logo Adidas Mountain di Moore, per mio modo ed esperienza, l’avrei chiuso nella parte superiore in modo diverso, ovvero portandolo alla forma triangolare e inclinando le rette superiori seguendo una linea non tracciata, quella in rosso.

Ed ecco la differenza tra un logo magnifico, il suo, e una schifezza colossale, la mia. Un dettaglio, piccolo ed enorme, che traccia la distanza tra lui e me. O, peggio, li avrei fatti tutti della stessa altezza, inguardabili. Maledetto Moore, hai vinto anche stavolta.
Fece molte altre cose, come i grandi grafici si disegnava i biglietti d’auguri per natale, dipingeva, «There’s a big difference between graphic design and painting. As a graphic designer, you solve your client’s problems. As a painter, communication is personal. The problems to solve are your own», chiaro. Il tocco era inconfondibile anche all’interno di un contesto molto più vivace di quello di oggi, le campagne Nike della fine degli anni Settanta, la geniale «There’s no finish line», erano poetiche ed evocative, ecco quella di Moore che molto si avvicina alla fotografia d’arte, più che alla comunicazione pubblicitaria.

Eh, niente, quella cosa là è purtroppo passata, un clima che se n’è andato. Oggi se il committente fa i mattoni, vuole i mattoni, niente da fare. Le idee poetiche e ispirate non passano, qui bisogna fatturare e il cliente deve vedere i mattoni. E noi gli diamo i mattoni, si discute meno e si va al fondo. È giusto? Ovviamente no, bisognerebbe ribellarsi ogni volta ma i fracassamattoni sono tanti e la pressione esterna è quasi sempre superiore. Ma ci si prova comunque, e riguardare le cose di Moore, tutto sommato, aiuta a rimettersi in carreggiata e ritrovare la giusta spinta antimattone.

«pidocchi ci chiamavano a noi sloveni»

È morto Boris Pahor. Ultracentenario, conobbe il successo e il riconoscimento del valore di ciò che raccontava ben dopo i novant’anni, in Italia, e qualche anno prima in Francia. Necropoli è un libro di memorie importante, scritto in maniera magistrale, l’ho letto come tutti dopo il 2008, quando lo abbiamo scoperto. Per questo lascia un po’ straniti Rumiz che oggi definisce Pahor «lo scrittore del secolo», avrà le proprie ragioni, per fortuna è vissuto abbastanza per vedere riconosciuta la propria opera. Era sloveno ed era uno che non taceva, molte cose si spiegano anche così.
Il fatto che lo stesso giorno in cui Pahor se ne va alcuni criminali vandalizzino la tomba di Alfredo Rampi ricoprendola di svastiche mi dice una cosa sola, la solita: nulla è mai acquisito, la memoria va alimentata ogni giorno. Niente di nuovo, continueremo a farlo, è di certo davvero un peccato insensato che persino Pahor non lasci un segno indelebile nella coscienza di tutti.

l’invasione, giorno quarantasei: e se fossi io?

Una persona cara, non saprei se chiamarla un’amica, una persona cui sono di certo riconoscente e cui voglio bene, è in Ucraina. È lì perché è il suo paese, è lei che negli anni mi ha sempre parlato di una guerra in Ucraina e io, lo devo dire, ho sempre sottostimato le sue parole, pensando all’occupazione successiva al 2014. No. Lei è là perché ha fatto una scelta, una di quelle quasi definitive, è infatti entrata in convento. Non so esattamente dove, diciamo nella zona di Leopoli. A settembre, quando ha finalmente deciso, era contenta, convinta di sé. Ci siamo sentiti poi poco, qualche messaggio qua e là, qualche augurio alle date comandate, perché il convento ha le proprie regole, e ci mancherebbe. Dall’invasione, ci siamo sentiti più spesso, può evidentemente utilizzare di più il telefono, è necessario. Non immagino cosa significhi sentire le bombe precipitare, non riesco a quantificare la preoccupazione per la famiglia che lei ha, provo compassione e sono preoccupato. Lei mi risponde gentilmente con voce tesa ma pacata che al momento non c’è da preoccuparsi, io invariabilmente insisto proponendole ospitalità qui, per lei e famiglia, garantendole ogni appoggio, lei con pazienza mi dice ogni volta che non ha intenzione di scappare.
Non posso certo io dirle quel che dovrebbe fare, le mie sono supposizioni, frasi fatte, non so cosa significhi abbandonare la propria casa, natale o adottiva, materiale o spirituale, per causa di un invasore. Non lo so ma provo lo stesso a dirle ogni volta che se dovesse avere bisogno, ci sono, ci siamo. Lei lo sa, credo dai e dai l’abbia capito, al momento non ha intenzione di chiedere, né per sé né per i suoi. E poi, conclude le nostre conversazioni con la frase di rito: «il Signore provvederà». Già.
Mica posso discutere il Signore, quello con la esse maiuscola, tantomeno con lei, che è una professionista. Non solo non ne avrei la capacità, ma non avrebbe nemmeno senso, mi dico. Perché dovrei cercare di scalfire la sua fede, di insinuare un dubbio proprio in questo momento, quando lei ne ha probabilmente più bisogno? E in nome di cosa? Di una ragionevolezza che per me, qui, seduto al pc in casa mia preparando la cena mi pare avere tutta la fondatezza del mondo? Però sono preoccupato, quante volte mi sono chiesto se sarei in grado di capire il momento in cui è il caso di scappare, quel momento oltre il quale non è più possibile farlo. Quante volte mi sono chiesto perché di fronte a catastrofi così evidenti le persone non siano scappate per tempo, penso alla Germania del 1933, per fare un esempio concreto. La risposta è facile, le cose non sono mai così semplici né evidenti e le persone non sono sciocche, ciò che non è avvenuto è perché non poteva avvenire, almeno non come lo immagino io. E la risposta è, inoltre, no. Non saprei riconoscere il momento per scappare, l’ultima occasione. Io, come loro, non lo riconoscerei.
Allora provo a insistere, devo provarci, lei chiude il discorso. Il Signore, ci penserà lui.
L’ultima volta sono andato oltre. Senti, le ho detto, sebbene io sia del parere diverso è giusto che tu pensi che provvederà il Signore a te, ai tuoi cari, al tuo paese, immagino. E se, le ho chiesto, e se fossi io il modo in cui il Signore sta provvedendo a te? Se io – io come chiunque altro, sia chiaro – fossi l’inconsapevole mezzo con il quale ti viene offerta una via di sopravvivenza o, almeno, di vita migliore, temporanea? Tace. Non ti aspetterai che si manifesti di persona per dirti che quella è la via e dandoti indicazioni su cosa fare, vero? Lo sappiamo entrambi che, comunque, non agisce così, la maggior parte delle volte, secondo quanto dicono. Se io fossi il gessetto sulla lavagna di un disegno più grande? Tace ancora un po’, poi taglia corto, «siamo nelle mani del Signore, sarà quel che sarà». E bon, ci risentiamo. A volte guardo le date delle ultime connessioni per sapere che si è collegata, quindi immagino stia bene, spero. Almeno ha la connessione e c’è, mi dico.

Poi sto lì, ci ripenso, e mi dico che potrei anche essere un inconsapevole mezzo per portarla alla rovina, per farle fare la scelta sbagliata, dal punto di vista delle possibilità è esattamente la stessa cosa. E mi richiedo, ancora: è il momento di scappare, l’ultimo? Dovrei insistere? Cosa potrebbe comprendere in più grazie alla mia insistenza? Nulla. È quello che mi dico, nulla. Perché è un dilemma, lo sarà finché le condizioni non peggioreranno o miglioreranno a tal punto da chiarire la bontà di una scelta, non c’è soluzione. C’è la sua soluzione, quello che deciderà di fare e nel momento che riterrà giusto, impossibile dirlo da fuori. Che poi, ci penso, è quel che dice lei: provvederà qualcuno o qualcosa. Cioè a un certo punto qualcosa cambierà e lei agirà di conseguenza. È giusto. E con che diritto, io, qui, faccio pressione perché faccia una cosa o un’altra? Avrà ben altre preoccupazioni più importanti del parlare con me, del mio dialoghino teologico da balera, vivaddio?, le tirano i missili vicino. Lo sa che se ha bisogno qui c’è posto, basta, mi dico. Sì, va bene così. Provvederà, magari lei stessa. Mi metto quieto.
Poi, dopo qualche giorno, la sento. E insisto di nuovo.

l’invasione, giorno quarantatre: convivere

Il 31 marzo ho riconosciuto con esattezza il giorno, il momento esatto in cui ci siamo stufati di questa guerra: per la prima volta da un mese – a parte la débâcle della nazionale di calcio, quella batterebbe anche un’invasione aliena ostile – le notizie dall’Ucraina sono scivolate oltre la quinta posizione nelle testate online, sopraffatte dalle dimissioni di Fedez e da chissà che altro, non ricordo più. Siamo durati più di un mese, comunque, e già non è poco. Abbiamo trascurato molte cose, la pandemia per esempio, il dibattito sulle spese militari, la nuova villa di Pier Silvio, come gestire la negatività senza abbandonarsi al mito dell’ottimismo (questa è Repubblica, ovvio), insomma, è lecito ripiegare. Non lo dico pensandone male, è umano, è ragionevole, è pure molto difficile vivere in uno stato di perenne angoscia e non è il caso di farlo se non c’è un motivo drammatico diretto, bombe che cadono. Un giusto mezzo, come sempre. Il dibattito non si è interrotto, comunque, diversificato semmai: c’è chi ragiona sul gas russo e sulle vie per rendersi indipendenti energeticamente (no, non è possibile nel breve), c’è chi si occupa delle presunte malattie di Putin, chi sparnega geopolitica dalle cene alle conversazioni da caffè e ha una ragione per tutto, affastellando considerazioni indimostrabili. E poi i fatti hanno riportato in alto le notizie di guerra, purtroppo.

Poi c’è, naturalmente, a chi non importa nulla. Perché finché non se ne viene toccati, le cose non esistono. Non è un piano, una scelta, è proprio un modus vivendi, una natura, una costituzione direi. Certo, manifestano contrizione quando capita che qualcun altro ne parli, perché così si deve fare in pubblico, ma si vede bene che non c’è coinvolgimento, non c’è compassione. Di questi non mi importa un fico secco, trovo che abbiano un modo terribile di stare al mondo e che siano in sostanza nocivi per la riuscita delle cose, per cui se posso li ignoro. Ecco perché cerco di andare il meno possibile in ufficio, mi sento circondato.
Piuttosto, la rete di persone volonterose si è fatta davvero concreta e reale: se è ormai facile trovare un modo per inviare in Ucraina medicinali, vestiti, cibo, persino armi, le associazioni, le cooperative, gli enti che sono attivi sul territorio e che assistono i profughi e chi li ospita in ogni aspetto della vita quotidiana riescono a fornire un’assistenza davvero sostanziale, dai pacchi di cibo, alle lenzuola, asciugamani, vestiti, tutto quanto possa servire. Lo so direttamente, mi sono attivato per rendere disponibile una casa per chi dovesse averne bisogno, le associazioni ci sono e aiutano moltissimo. Il consiglio è, dunque, passare da loro piuttosto che direttamente in prefettura o comune, per questo motivo. A me, poi, per altre vie sono arrivati un italiano e un’austriaca di Kitzbühel, chissà, faccio una battuta dicendo che non sono certo di poter garantire il medesimo tenore di vita austriaco di quelle zone.

Kyiv, distretto di Obolon, mural di Sasha Korban

Ho conosciuto persone, perlopiù donne sole che coppie, che hanno aperto le porte di casa propria a un’altra donna, magari con bambini. A loro va tutta la mia ammirazione, io ho messo a disposizione una casa in cui non abito, questo è proprio un altro conto, un altro grado di umanità e di condivisione. Certo, non lo potrei fare, non è previsto e non è affatto sensato, ma comunque non sono certo che sarei in grado di farlo. Ed è qui che si allarga il cuore, a me almeno, vedendo persone in grado di spingersi così in là, rispetto a me. Brave, sento di doverle aiutare indirettamente.
Un amico – ti leggerai, C. – mi propone di reimpaginare un libretto di poesie di donne ucraine che vivono in Italia da parecchio, un gesto laterale di sostegno, comunque, alla causa. Ci sto, lo facciamo, e devo dire che qualche problemino con il cirillico – oh, cirillico ucraino, mica russo o bielorusso o kamtchatko – lo incontriamo, in modo divertente parlandoci entrambi con grossi punti interrogativi in testa, usando google translate che traduce alla viva il parroco e cercando di mettere gli a capo nei posti giusti, distinguendo a malapena una parola dall’altra. Lo stranguglione che mi ha pigliato quando mi sono accorto che mettendo il corsivo alcune lettere cambiavano lo lascio comprendere a chi abbia mai fatto lavori del genere. È così, è giusto, a saperlo prima. Ma manca poco al visto-si-stampi, ce la facciamo, servirà anche questo, a qualcuno.
A me, di sicuro.

l’invasione, giorno ventuno: cosa dobbiamo fare, noi

Il Consiglio d’Europa ha deciso – non fidatevi dell’ANSA – di espellere la Russia dai propri membri.

Sebbene girino parecchie versioni, probabilmente dovuti a traduzioni errate, non è stata la Russia ad andarsene quanto il contrario. Poco fa la bandiera è stata ammainata, come si vede qui sotto (la foto del tweet sopra è evidentemente d’archivio).

Se l’invito è a non confondere il Consiglio d’Europa con altri organi dell’UE, ed è una buona occasione per capire cosa invece sia, è comunque un passo indietro per tutti, come era inevitabile. Difficile fare passi avanti con i carri armati. Dai negoziati in corso oggi trapelano alcune bozze di accordo, che prevederebbero il cessate il fuoco e il ritiro, la neutralità ucraina, il divieto di basi straniere su suolo ucraino, un non meglio chiaro status legale per i russi in territorio ucraino (Russia ceases fire and withdraws; Ukrainian “neutrality” without Nato; Kyiv keeps its army but can’t host foreign bases; Russian gets legal status in Ukraine). Pare comunque che non vi siano progressi positivi. Qualche commentatore ha letto la notizia dell’altro ieri – la Russia avrebbe chiesto ai cinesi armi e soldi, detta male – come un tentativo dell’intelligence americana di far venire allo scoperto la Cina, finora silente e priva di una posizione chiara. Tutto da verificare. E bisogna fidarsi poco di quanto dichiarato in tempi di guerra. E a me fa impressione anche solo dirlo.

L’altra sera, con un nutrito gruppo di amici, si parlava della guerra. È necessario farlo, perché chiunque di noi, consciamente o meno, misura la propria angoscia sulle reazioni delle persone di cui si fida, mentre ci si scambiano informazioni. Funziona così, serve. Abbiamo messo a fuoco come sia necessario distinguere le diverse tipologie di lettura che di questa guerra si possono fare. Dal punto di vista ideologico, per esempio, è chiaro che il trasporto avuto finora per situazioni come in Cile nel ’73, in Argentina poco dopo, in Palestina, ha poco a che fare con la situazione attuale, dato che – a meno che non si sia stipendiati da Mosca – né con la Russia né, ideologicamente, con l’Ucraina. Nonostante l’evidente sopruso. Dal punto di vista umanitario, invece, compassionevole, tutte le guerre dovrebbero essere uguali e le reazioni di chi non è coinvolto anche. Ma sappiamo che non è così. La distanza, per esempio, conta molto. E se le immagini che da anni arrivano dalla Siria raccontano di un mondo diverso, con luoghi, case, abiti, volti non familiari, quelle dell’Ucraina invece sono più vicine, è un mondo che si ritrova a Vienna, a Budapest, in Bulgaria, nella ex Jugoslavia, la cultura non è distante, le case sono simili, le facce anche, e per questo la sentiamo come una guerra in Europa, oltre alla posizione geografica. Ma non vale per tutti, alcuni di noi si sentono vicini, altri no, ma non per questo meno consapevoli, almeno al nostro tavolo.
Mi colpisce, invece, moltissimo – e mi dà molto molto fastidio, lo dico – la reazione di parecchie altre persone, anzi l’assenza di reazione: poiché l’invasione non ha effetti diretti sulle loro vite, nessuna ripercussione al momento, l’argomento non esiste. Non viene proprio toccato, l’alzata di spalle è inevitabile e il cambio di discorso immediato, e si parla di serie tv, di vacanze, oddio, del tempo. Lo vedo tutti i giorni in ufficio, mi snerva e mi ferisce, perché su molte altre questioni non ce la faremo, se le persone non si sentono coinvolte. E sì che, il clima per esempio, le ripercussioni ci sono eccome, come in questa guerra. Ma qualcuno ci penserà, atteggiamento simile negli scorsi due anni. Ossignore.

Un amico sapiente di cose ignote, mi racconta di Mariupol e di come se ne fosse occupato a un certo punto della sua vita. Perché quello «era uno dei centri sul Mar d’Azov abitati dai pochissimi ma antichissimi parlanti di dialetti neogreci di origine anatolica», io già fatico a seguire ma lo so, immagino i millenni, i movimenti delle persone, le lingue, le culture nate e poi trasformate, mi sono messo come altri a leggere una storia dell’Ucraina e della Russia, lo volevo già fare, tanto vale. Questo è facile, al massimo capita di sentire rammarico, il difficile è incontrare ucraini qui in Italia che difendono a spada tratta Putin e l’intervento russo, e lì è difficile, davvero difficile. Anche perché, a parte l’evidente ingiustizia, è poi complicato parlare di una situazione che intravediamo a malapena da due settimane, infarcita di notizie scollegate di divulgatori video. Per carità, non c’è altro modo, in tempi brevi, ma i millenni riassunti in poche frasi li reggo poco.
Una persona cui voglio molto bene mi ha invitato a proseguire con la vita, a non tralasciarla, a non lasciarla scorrere via, sebbene la testa sia rivolta ad altro e alle situazioni dolorose che ci circondano. Ha ragione, così farò, anche se ora non mi viene niente da scrivere, non ho la leggerezza necessaria per farlo in questo momento. Ma devo. Una cosa non deve escludere l’altra. E lei anche, l’ho invitata a fare la stessa cosa, di rimando. Era un ottimo consiglio, talmente buono che allora vale per tutti i sensibili pensanti. Focalizzati, concentrati sulle cose importanti, pronti, ma senza tralasciare ciò che abbiamo e di cui dobbiamo prenderci cura, ciò che siamo e ciò che abbiamo da dare e da prendere.

l’invasione, giorno sedici: quanto dura la mia compassione?

Facile dire facciamo fuori Putin. E poi? Perché gli errori madornali sono già stati fatti, per restare in tempi recenti, con Saddam e Gheddafi, appuntarsi la medaglietta di liberatori per poi consegnare i rispettivi paesi al caos, generare l’ISIS, le guerre tra bande, lo sfruttamento dell’immigrazione e la detenzione illegale e tutto ciò che ne consegue. Bisogna sapere con precisione da che padella ma soprattutto in che brace si vuole cadere. E questo vale anche per questa invasione, nel senso che la frattura all’interno del popolo ucraino – qualche iddio pietoso mi perdoni per le generalizzazioni – è ormai del tutto consumata da decenni di dipendenza prima e di guerra dal 2014 ora, e sarà difficile ricomporre la distanza tra filorussi e filoucraini senza che sfoci essa stessa in una guerra civile. Come mi faceva notare un amico, con il quale peraltro concordavamo sul fatto che si dice NATO ma si intende UE, se non politicamente almeno per tipologia di vita e sviluppo, lo spostamento a occidente dell’Ucraina – libertà economiche e civili, politiche, di dissenso, tenore di vita e così via – mette in crisi l’esistenza stessa della Russia, ne mina alle fondamenta la natura stessa. Almeno della Russia putiniana, se questa non è una lettura che risente di schemi di analisi vetusti.
Comincio a temere che sarà lunga.

Rothko, ma non penso indicasse l’Ucraina. O sì?

Alcuni giorni fa, questa cosa non voglio lasciarla cadere, il Corriere è uscito in edicola allegando una bandiera ucraina al giornale, riutilizzando lo slogan usato ai tempi per Charlie Hebdo: «Siamo tutti ucraini». Per carità, ben intenzionati e sinceri democratici tutti, ma no, perdio no: non ero Hebdo allora e non sono ucraino ora. Non è nemmeno la terza via di Montanari di qualche giorno fa, è proprio il rifiuto di un modo vigliacchetto di sintetizzare la disapprovazione per un sopruso, se fossimo davvero ucraini – almeno non filorussi – allora saremmo intervenuti militarmente, altroché. E invece no, non lo siamo affatto, basta per favore con queste semplificazioni idiote. Almeno il primo quotidiano del paese, eddai.
Devo ritrattare una cosa detta ieri, errata: la pronuncia Ucràina – lo dice la Crusca, quindi mi allineo senza dubbio – non è russa, bensì semplicemente più arcaica di Ucraìna. Non c’è, quindi, prevaricazione culturale. L’invito, dunque, è a utilizzare ciò che si preferisce, senza sfumature di qualità. E allora io torno al mio più confortevole Ucràina, che si confà anche meglio al mio arcaismo di facciata.

Queste considerazioni mi fanno comprendere che sto lentamente tornando alla vita normale, nel senso che l’angoscia e la preoccupazione restano, l’impegno per essere utile per gli ucraini pure, ma dopo due settimane cominciano a riaffacciarsi le abitudini e le attività consuete, che si inframezzano alle notizie di guerra. È un processo normale, lo so, lo facciamo tutti per una semplice questione di sopravvivenza al di fuori – fossimo parte coinvolta sarebbe tutt’altro, è ovvio – e lo spavento e l’ansia dei primi giorni pian piano si attenuano. È del tutto vero che ci abituiamo a tutto, serve solo il tempo giusto. È anche una strategia, perché qui le cose hanno tutta l’aria di proseguire a lungo, lo sospettavamo fin dall’inizio. È successo anche con la pandemia. Non avevo più ascoltato musica, non avevo più letto i miei libri, non ero più andato a camminare in montagna, non ero più uscito a cena. Ora pian piano mi accorgo che sto ricominciando. Non mi pare di correre il rischio di dimenticare, è sempre la parte centrale della mia giornata, ne parlo comunque con amici e conoscenti, la tensione non diminuisce oltre un certo livello, però le cose effettivamente cambiano. Si fanno anche più sfumate, nel senso che l’appoggio incondizionato che provavo due settimane fa ora è più circoscritto, è rivolto alle vittime, non a tutti gli ucraini indistintamente. Forse è un errore, forse è sbagliato, lo è di certo nei confronti di chi invece questa situazione la subisce da settimane con intensità crescente, è vero. Inutile però far finta che la distanza non conti, perché conta, eccome. E il trasporto, la compassione, la simpatia – tutti in senso etimologico – tanto sono intensi al momento quanto poi tendono a scemare nel tempo, perché semplicemente i battiti cardiaci non si normalizzerebbero, la vita sarebbe stravolta. Dico questo, lo ripeto, perché ne siamo al di fuori. O, meglio, ne siamo dentro ma in maniera diversa. Come è emerso da alcune conversazioni in questi giorni, siamo in guerra anche noi, inutile far finta che non sia così. Ma in una guerra diversa, sanzioniamo creando danni e ne subiamo di conseguenza, per ora costi energetici, forse la pasta, non tanto ma è così. Non ci bombardano, grazie a dio, ma siamo comunque in conflitto, in quello che molti analisti chiamano da parecchio tempo «la guerra contemporanea». E riconoscerlo è già un passo avanti, secondo me.

l’invasione, giorno quindici: cosa possiamo fare da qui, compreso mettere gli accenti nei posti giusti

L’invasione prosegue. I colloqui, stavolta in Turchia, paiono non aver dato risultati apprezzabili, a tirar missili prima o poi si prendono centrali nucleari, settimana scorsa, od ospedali, l’altro ieri. Ma evitare i civili non pare affatto una preoccupazione russa, anzi. Se dagli Stati Uniti, Harris, fanno sapere di aver consegnato dei missili patriots alla Polonia, e la cosa non rassicura per nulla, da Mosca invece riportano che Putin ha avuto telefonate con Macron, l’unico a tenere un filo costante, e Scholz. Riesco a malapena a figurarmi quale possa essere il tenore di questo tipo di telefonate, ho anzi il sospetto che non mi piacerebbe sentirle. La Svezia, nel frattempo, che storicamente è uno dei paesi più intimoriti dalle recrudescenze russe, annunciano che investiranno il due per cento del PIL nazionale in riarmo, “as soon as practically possible”. Di contro, il governo russo fa sapere che non parteciperà più alle sedute del consiglio d’Europa. La seduta di oggi di Putin e del comitato centrale sarà dedicata alle strategie per ridurre l’impatto delle sanzioni, dicono, il che posso immaginare includa anche l’ipotesi di nazionalizzare le proprietà delle aziende straniere che hanno interrotto i rapporti commerciali con il paese. Vengono mandate in onda immagini di moscoviti all’assalto dei negozi che chiuderanno a breve, dalle mutande da Victoria’s secret ai panini da McDonald’s. Ovvii i paragoni infausti e gli articoli che parlano di ritorno all’URSS.

Notizie sparse, insomma, il clima non è buono e non tira aria di grandi aperture o distensioni. Qui ci si organizza per quel che si può, spedire beni in Ucraina, si continua, accogliere i profughi in arrivo. La pressione sui paesi limitrofi è ovviamente molto alta, oltre il milione nella sola Polonia, dove abito io le prefetture stanno raccogliendo le adesioni di hotel e residence, facendosì carico delle spese per una quota pro capite di circa ventisei euro al giorno. Tra le cose che possono, in qualche misura, contribuire, un amico mi propone di aiutarlo a ripubblicare un libro di pensieri poetici di donne ucraine. Volentieri, alla fine delle finite molti di noi, io di sicuro, hanno bisogno di agire, di fare qualcosa che sia utile. Per impostare il lavoro, oggi ho installato la lingua ucraina sul pc e, per un momento, tutto il computer era in cirillico. Sono dovuto andare a memoria delle posizioni del pulsanti per rimettere la solita lingua, perché ancora l’ucraino lo mastico poco. Però è stato buffo, è stato un attimo di partecipazione più profonda.

Tu cosa fai per l’Ucraina? Eh, io ho messo la lingua nel computer e da alcuni giorni lo uso così. Resistenza! Vabbè. Almeno ho imparato che sarebbe meglio dire Ucraìna e non Ucràina come io ho sempre detto, sebbene entrambe le pronunce siano tollerate. In particolare, perché la mia, Ucràina, è la pronuncia russa e, di conseguenza, anche in questo cerchiamo di essere corretti. Peraltro, nella stessa ricerca ho anche imparato che si pronuncia narvàlo e non nàrvalo, ho sempre sbagliato anche quella. Bene. Andiamo avanti così.