ciao, ragazza

Non conoscevo di persona Elisabetta Imelio (lei è quella col basso che salta di qua e di là), non amavo molto i Prozac+, certo ho saltato come tanti su Acido acida, ho seguito marginalmente i Sick Tamburo, ciò nonostante a lei volevo bene. Come si vuole bene a una coetanea con cui, bene o male, sei cresciuto, hai fatto percorsi diversi ma bene o male non troppo divergenti, ogni tanto senti che fa delle cose, le senti e sei contento che stia bene e che faccia cose.
Ecco, proprio per questo motivo è da ieri che sento un dolore qui, di quelli che fanno male perché è morta una persona come te che avevi seguito in qualche maniera, che si era incazzata a vent’anni per Berlusconi, la guerra, il terrorismo, i governi del cazzo, Genova, la guerra nella ex-Jugoslavia e così via esattamente come te. I compagni, in senso letterale. Ecco perché oggi anche a me fa male.
Ciao, Elisabetta.

ma che messia? È solo un ragazzaccio viziato

Ancora sulla scomparsa di Terry Jones: una parte non trascurabile del bello delle persone che interpretano, girano, scrivono, pensano, dicono, diffondono, immaginano cose significative è che quando, purtroppo, se ne vanno a noi resta la possibilità di rivedere, rileggere, riascoltare ciò che ci hanno lasciato. Pare una banalità a dirla o leggerla ma non lo è.
Una nuova assunzione di numerose puntate del Flying Circus mi ha sì portato la malinconia per la morte di Jones e per il fatto che oggi nessuno è all’altezza di quelle meraviglie ma me la sono anche fatta addosso dal ridere, come accade tutte le benedette volte. Quindi? Grazie Terry Jones e grazie a tutte le persone come Terry Jones. Un accidenti, invece, al tristo mietitore e alla mousse di pesce.

A margine, rimando a una cosa che avevo scritto in riferimento alla scomparsa di un altro Monty Python, Graham Chapman, indimenticato.

ciao diretùr

Piero Scaramucci, uno dei fondatori di Radio Popolare, giornalista RAI per una vita e un sacco di altre cose. Incontrato molte volte in manifestazione e dove bisognava essere (vedi il discorso dell’ultimo 25 aprile, rifiutato dal Comune di Pavia), ma è per i microfoni aperti alla radio che mi mancherà.
Perché la domanda è: stiamo tirando su le persone giovani in grado di prendere il posto di quelle, libere e giuste, che se ne vanno? Perché io ci conto, se no siamo davvero fottuti.

F4!

Mattia Torre, una delle poche teste pensanti con meno di novant’anni in Italia, se n’è andato. E la perdita per tutti è davvero molto grave.

Esistono monologhi, spettacoli, podcast disponibili in rete con ciò che Torre ha scritto. Serie tv, Boris, Dov’è Mario? e La linea verticale, un film e, naturalmente, i suoi libri sono reperibili senza troppa fatica. Questo breve monologo qui sopra, interpretato da Mastandrea, è nel suo ultimo libro: In mezzo al mare. Sette atti comici, 2019, Mondadori. Qui Migliore, spettacolo teatrale con, ancora, Mastandrea come voce recitante, qui invece Gola e altri racconti.
Mi dispiace molto, Torre era brillante e arguto, oltre che spiritoso, e ora, qui, siamo tutti più poveri di idee.

on the road to Phelamanga

Nel 1987 ho comprato il mio primo 45 giri.
Era “Scatterlings of Africa” di Johnny Clegg & Savuka. In un miscuglio di zulu, inglese, slang, di danze dai movimenti curiosi a gran ritmo, di rivendicazioni politiche contro l’apartheid, di sentimenti sinceri di comunanza e fratellanza, diventò in breve una delle mie canzoni.

Johnny Clegg è un musicista, ballerino, antropologo sudafricano, detto “lo Zulù bianco”, fece molto per la ricerca su usi e costumi delle popolazioni sudafricane, fece molto per la libertà di Mandela e per la fine dell’apartheid tutto, fece molto per il proprio paese. E fece parecchia bella musica, in particolare “Third world child”, il suo disco che mi emoziona di più.

Nel 1991, mentre passeggiavo per strada a Parigi, vidi un musicista su un ponte che suonava il sassofono: era lui. Gli feci una foto che ho ancora appesa in casa, cui sono affezionato perché è un bel pezzo della mia giovinezza, musicale, politica e sentimentale. Nel 2000 decisi di andare in Sudafrica anche per lui, Johnny Clegg, perché volevo vedere come fosse il paese di cui cantava e per cui aveva tanto lottato, quando “Asimbonanga” diventò l’inno dell’United Democratic Front. Affascinante e complicato, come lui, il paese.

Ieri Johnny Clegg se n’è andato ed è un altro pezzetto della mia storia, come di tanti altri, che se ne va. Non si perdono la musica e il messaggio, non si perde l’allegria e non si perde il ritmo, non si perdono la serietà e il gioco, non si perde il desiderio di libertà e di giustizia.
Fai buon viaggio.

Asimbonang ‘umfowethu thina
Laph’ekhona
Laph’wafela khona

(We have not seen our brother / in the place where he is / in the place where he died)