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Non mi piacciono i memoriali contemporanei, perché intrisi di retorica media, cioè misurata; i memoriali risorgimentali, per dire, sono più significativi perché eccessivi, epici, eroici, tutto insieme purché esagerato. Pugnaronvi alla nobile morte.

Nella World Trade Center Plaza a New York hanno costruito, sui perimetri delle basi delle due torri, due vasche di marmo nero, per ricordare i caduti.

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L’acqua scivola sulle pareti senza fare troppo rumore e poi scivola di nuovo all’interno del quadrato al centro, sparendo dove non si vede. Sulle balaustre che circondano le vasche sono incisi i nomi dei caduti, disposti secondo criteri di relazione tra loro.

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Per essere chiaramente uno spazio irrisolto, e tale sarà finché il ricordo sarà vivo, devo ammettere che è emozionante, nel senso che la sensazione di vuoto fisico che le vasche creano si percepisce chiaramente, la mancanza di qualcosa (per i newyorkesi anche di qualcuno, chiaramente) è ciò che io ho sentito di più.
Fa anche impressione quanto siano piccole, nel senso che la base delle torri era un quadrato di cinquanta metri suppergiù, il che visto da vicino è uno spazio piuttosto ridotto (il concetto è piuttosto ovvio, visto che costruiscono per questo motivo in verticale ma ammetto che da vicino fa un certo effetto) ed è difficile farlo collimare razionalmente con i 2.983 nomi incisi sulle placche.

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A ogni modo, io ho trovato il memoriale pienamente riuscito, coinvolgente per l’assenza che demarca, lo stesso precipitare dell’acqua in un luogo inaccessibile e che non si vede dà il senso della sparizione, insomma un memoriale contemporaneo significativo, che mi ha dato da pensare. (Le foto sono mie, spero diano un’idea).

11 de septiembre de 1973

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«Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi. Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore».
(Estratto dall’ultimo discorso radiofonico di Salvador Allende, poche ore prima della sua morte, l’11 settembre 1973. Figura controversa ma senz’altro un simbolo).

lo scambio di libri in tedeschia

In Germania il book crossing è preso molto seriamente ed è, pure, piuttosto utilizzato.
Capita infatti abbastanza spesso, girolando per città tedesche, di incappare in punti di prelievo e deposito, come questo a Heidelberg.

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O questo ad Hannover.

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Ovviamente perché funzioni non servono solo i lettori ma un alto grado di civiltà e rispetto della cosa comune che non è facilissimo trovare in tutti i paesi.
Civiltà + amore per la lettura, mmm, una combinazione esplosiva.

e 23 minuti

Il 23 settembre del 1896 la regina Vittoria annotò soddisfatta sul proprio diario di aver superato i 59 anni di regno del suo bisnonno re Giorgio III, stabilendo così il nuovo record inglese.
Domani 9 settembre 2015, Elisabetta II annoterà sul suo diario, ammesso che ne abbia uno, di aver battuto il record della regina Vittoria, con 23.226 giorni, 16 ore e 23 minuti, al ventiquattresimo minuto. Ovvero, sessantatre anni e rotti di regno.
Il tutto dovrebbe avvenire, ovviamente, verso l’ora del tè.

Cattura

Sessantatre anni di regno non sono certo pochi, io direi che sono pure molti se non troppi, in realtà non sono granché, perché collocano Elisabetta II a un bassissimo 48º posto nella classifica dei regnanti più incartapecoriti sul trono della storia umana.

Eleonora d’Aquitania (66 anni e 358 giorni, 34º posto), Francesco Giuseppe I (67 anni e 355 giorni, 32º posto), persino Luigi XIV, il Re Sole (72 anni e 110 giorni, 12º posto) le stanno davanti di parecchio.
Ma il vero recordman assoluto, nonché primo in classifica, è re Sobhuza II dello Swaziland, regnante per 82 anni e 254 giorni dal 10 dicembre 1899 al 21 agosto 1982, niente di meno. Tutto intento nell’arte del governo trovò il tempo per sposare 70 donne e avere 210 figli tra il 1920 e il 1970.

Qualche maldicente sostiene che il faraone Pepi II abbia regnato più a lungo ma noi, qui, affezionati a Ngwenyama Sobhuza II, non gli crediamo di certo.