Yogi Berra, non Yogi bear

Apprendo oggi della dipartita di Yogi Berra, che non è appunto l’orso che ruba i cestini dei picnic e non è, tantomeno, un santone indiano: è piuttosto un famoso giocatore di baseball, pare di quelli grandi, collega e pari di Di Maggio.
Bene, pare che Yogi Berra sia ricordato anche per le sue frasi lapidarie, spesso al confine tra aforismo, nonsense e paronimia. Per esempio, pare sia sua la nota frase:

It ain’t over ‘til it’s over

che è un invito a non mollare prima del fischio finale, se non ricordo male usata pure in alcuni film (Animal House?).
Meno comprensibile è un’altra sua frase ripetuta spesso (lo scopro oggi):

When you come to a fork in the road, take it.

Capisco l’invito a prendere una decisione, ma prendere un bivio di una strada non significa nulla se non c’è la direzione. Penso.
La migliore, che voglio fare mia in determinate occasioni, è invece la più completa sbandata che gli usciva sovente dalla bocca:

I really didn’t say everything I said.

Certo, come no? C’è un corollario, con cui la frase continua, che è: “Then again, I might have said ‘em, but you never know“. Meglio, ma resta sempre un pazzo, in qualche modo.

Quello che è interessante per me è che Yogi Berra era un campione involontario della paronimia, ovvero lo scambio, voluto o accidentale, di parole somiglianti nella forma ma diverse nel significato. La più diffusa in italiano è, forse, una cosa tipo: “Non spiaccica una parola di inglese“. Ne faremo un gioco, chissà.
La paronimia, e qui viene ancor il più bello, è detta in inglese “malapropism“, derivato a sua volta da Mr. Malaprop, un personaggio della commedia The Rivals di R. B. Sheridan, così chiamato dalla locuzione francese “mal à propos“. Quando il sindaco di Boston, per fare un esempio celebre, disse “Texas has a lot of electrical votes” al posto di “electoral votes” fece chiaramente un malapropismo.

E ora vi saluto e mi vado a fare una speronata di spaghetti.

part of the hoax

Sabato si va a vedere Dismaland, finalmente. Con un breve giro a Bristol, a comprare cartoncini. ovvio.

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Comunque, come ogni bravo visitatore che vuole il massimo dall’esperienza decido di acquistare i biglietti in anticipo sul sito: carte di credito varie perché non si sa mai, paypal, dito sul maus, ora giusta, ci sono. Aprite pure le vendite.
Lo dico in qualche maniera modesta ma sono un discreto professionista degli acquisti di biglietti onlain, quindi non temo nulla.

Ebbene? Dopo un’ora e mezza in cui il sito mi ha comunicato quattro volte di non aver portato a buon fine la pratica di pagamento, due crash completi, liste di attesa che sparivano e ricominciavano, una lentezza disarmante, a un certo punto è andato tutto in sold out. Cazzo.
Quindi: niente biglietti. Frustrazione. Come può essere?

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Poi un dubbio, forse un’illuminazione: una ricerca, breve.
Banksy’s Dismaland: is the ticket frustration part of the experience?“, il Guardian. “People wanting to buy tickets for Banksy’s new Dismaland show have been finding it impossible and the question being asked was: is the miserable frustration meant to be part of the experience?“.
Ma certo, che imbecille, imbecille, superimbecille: ecco l’esperienza, io come un cretino con una carta di credito in mano che mi incazzo, frustrato, perché non riesco a pagare.

Quell’uomo è, ancora una volta di più, un genio.
(Speriamo di trovare i biglietti alla biglietteria, per poter comprare un palloncino).