Non male, in effetti:
«La vita non imita l’arte,
imita la cattiva televisione»
Il concetto è di Woody Allen.
Non male, in effetti:
«La vita non imita l’arte,
imita la cattiva televisione»
Il concetto è di Woody Allen.
Capita anche in città, specie se c’è un fiume.
Una bisciona, innocua. Nel riflesso sull’acqua si coglie una zona precisa della città.
La notizia ha alcuni giorni: l’amministrazione comunale di Braunau am Inn, paese natale di Hitler, dopo svarianti tentativi di acquisto andati a vuoto, ha deciso di espropriare la casa natale del führer per poi abbatterla, così da non lasciare luoghi utili agli appassionati e nostalgici per le loro riunioni commemorative.

Superata la prima sorpresa per un qualsiasi austriaco che intraprende un’iniziativa antinazista (non sono sarcastico: l’anima austriaca all’interno del nazismo è sempre stata potentissima, da Hitler a Kaltenbrunner passando per una quasi entusiastica adesione all’Anschluss, per approdare poi a Kurt Waldheim), mi sono fermato a pensare: in fin dei conti la casa natale dovrebbe avere un’importanza relativa, visto che nessuna delle gesta che hanno reso Hitler quello che è stato si è compiuta lì (a parte delle energiche colazioni, ma forse nemmeno, vista la costituzione); piuttosto, gli edifici a Monaco, a Berlino, il nido d’aquila, che so che altro, insomma i luoghi di azione effettiva. E invece no – o meglio non solo – la casa natale per-noi-genere-umano riveste sempre grandissima importanza, perché tutto lì è cominciato e si è formato.
Ora non voglio sfociare nella psicologia da minimarket, per carità, mi colpisce solo l’importanza che diamo ai luoghi natii, rispetto ai luoghi dove poi, effettivamente, sono accadute le cose.
Dio, come sono contento di non dover andare a scuola.
I Temptations, i Miracles, Stevie Wonder, Martha & the Vandellas e le Supremes tutti insieme? Sì, è stato possibile. E non erano nemmeno tutti. Si potrebbero aggiungere, per dire, The Jackson 5, Marvin Gaye, The Commodores, Tammi Terrell, Dusty Springfield, Gladys Knight & the Pips, The Isley Brothers, The Marvelettes. Un bel gruppone, isn’tit?

I Temptations, i Miracles, Stevie Wonder, Martha & the Vandellas e le Supremes alla EMI Records nel marzo 1965
Il tutto ha un nome solo: Motown (o Motown records se volete fare la figura di quelli che la sanno lunga). E un posto solo: Detroit. C’è un sito fatto molto bene sulla Motown (quella classica, quella di Gordy, non la odierna), questo: la sezione ‘playlist‘ offre delle ottime listone di cose da sentire già belle pronte, bravissimi (di mezzo c’è Spotify che a me rompe moltissimo, ma qui non è il caso di parlarne oltre). È poi appena uscito un bel librone, Motown – Il sound della giovane America di Adam White & Barney Ales, quattrocento succulente paginone illustrate per i devoti del genere.

Gli artisti Motown negli anni Sessanta
Poi c’era Gordy, sì, e le cose che non andavano. Vabbè, qui si celebra, un’altra volta.
Come è noto, erano queste le parole che si leggevano sul cancello di ingresso nel Lager di Auschwitz. Il loro significato letterale è «il lavoro rende liberi»; il loro significato ultimo è assai meno chiaro, non può che lasciare perplessi, e si presta ad alcune considerazioni.
Il Lager di Auschwitz era stato creato piuttosto tardi; era stato concepito fin dall’inizio come campo di sterminio, non come campo di lavoro. Divenne campo di lavoro solo verso il 1943, e soltanto in misura parziale ed in modo accessorio; e quindi credo da escludersi che quella frase, nell’intento di chi la dettò, dovesse venire intesa nel suo senso piano e nel suo ovvio valore proverbiale-morale.
È piú probabile che avesse significato ironico: che scaturisse da quella vena di umorismo pesante, protervo, funereo, di cui i tedeschi hanno il segreto, e che solo in tedesco ha un nome. Tradotta in linguaggio esplicito, essa, a quanto pare, avrebbe dovuto suonare press’a poco cosí:
«Il lavoro è umiliazione e sofferenza, e si addice non a noi, Herrenvolk, popolo di signori e di eroi, ma a voi, nemici del terzo Reich. La libertà che vi aspetta è la morte».
In realtà, e nonostante alcune contrarie apparenze, il disconoscimento, il vilipendio del valore morale del lavoro era ed è essenziale al mito fascista in tutte le sue forme. Sotto ogni militarismo, colonialismo, corporativismo sta la volontà precisa, da parte di una classe, di sfruttare il lavoro altrui, e ad un tempo di negargli ogni valore umano. Questa volontà appare già chiara nell’aspetto antioperaio che il fascismo italiano assume fin dai primi anni, e va affermandosi con sempre maggior precisione nella evoluzione del fascismo nella sua versione tedesca, fino alle massicce deportazioni in Germania di lavoratori provenienti da tutti i paesi occupati, ma trova il suo coronamento, ed insieme la sua riduzione all’assurdo, nell’universo concentrazionario.
Allo stesso scopo tende l’esaltazione della violenza, essa pure essenziale al fascismo: il manganello, che presto assurge a valore simbolico, è lo strumento con cui si stimolano al lavoro gli animali da soma e da traino.
Il carattere sperimentale dei Lager è oggi evidente, e suscita un intenso orrore retrospettivo. Oggi sappiamo che i Lager tedeschi, sia quelli di lavoro che quelli di sterminio, non erano, per cosí dire, un sottoprodotto di condizioni nazionali di emergenza (la rivoluzione nazista prima, la guerra poi); non erano una triste necessità transitoria, bensí i primi, precoci germogli dell’Ordine Nuovo. Nell’Ordine Nuovo, alcune razze umane (ebrei, zingari) sarebbero state spente; altre ad esempio gli slavi in genere ed i russi in specie sarebbero state asservite e sottoposte ad un regime di degradazione biologica accuratamente studiato, onde trasformarne gli individui in buoni animali da fatica, analfabeti, privi di qualsiasi iniziativa, incapaci di ribellione e di critica.
I Lager furono dunque, in sostanza, «impianti piloti», anticipazioni del futuro assegnato all’Europa nei piani nazisti. Alla luce di queste considerazioni, frasi come quella di Auschwitz, «Il lavoro rende liberi», o come quella di Buchenwald, «Ad ognuno il suo», assumono un significato preciso e sinistro. Sono, a loro volta, anticipazioni delle nuove tavole della Legge, dettata dal padrone allo schiavo, e valida solo per quest’ultimo.
Se il fascismo avesse prevalso, l’Europa intera si sarebbe trasformata in un complesso sistema di campi di lavoro forzato e di sterminio, e quelle parole, cinicamente edificanti, si sarebbero lette sulla porta di ingresso di tutte le officine e di tutti i cantieri.In «Triangolo Rosso», Aned, novembre 1959.
Questo e molti altri articoli di Primo Levi si trovano in L’asimmetria e la vita. Articoli e saggi 1955-1987, Einaudi, o in Opere, stesso editore, 1997.
I votanti previsti per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti 2016 sono circa ottanta milioni. Pochini, invero, per la nostra idea di suffragio universale: un quarto del totale, gli è che là bisogna registrarsi per votare. Di questi ottanta milioni, un quarto circa ha già votato.
Il significa che venti milioni di elettori sono del tutto indifferenti alle questioni di questi giorni: mail, fisco, molestie.
Un disco ampiamente sottovalutato, dico io, è The National Health dei Maxïmo Park.

Uscito tre anni dopo l’ottimo Quicken the Heart (2009), non ha colpito più di tanto l’immaginario dei fans, me compreso: ascoltato e messo via. Poi, come a volte capita, mi è capitato di nuovo tra le mani e, fortuna!, l’ho capito. The National Health, The Undercurrents, Write This Down, Wolf Among Men, Until the Earth Would Open (sopra tutte) per dirne cinque, tutti ottimi pezzi. Non sarà il loro disco migliore ma io consiglio: recuperare. E consiglio di non dare ascolto a quei matti di OndaRock cui si deve essere inceppato il traduttore recensionedellaminchia-italiano:
«Post-punk al giulebbe per nuovi hipster dal ruolo poco chiaro: da una parte esercizi nuovi (la lezione retronuevo dei Pains Of Being Pure At Heart?) o reinventati (l’olografia degli Smiths) dall’altra impotenti episodi muscolari. Di fatto è un loffio concept politico, come lo reciterebbe Miss Universo, ma – è ovvio – importa di più notare verve e accelerazione, rimembranze del periodo d’oro, e un trasporto che appartiene alle sfumature crepuscolari di Paul Smith».
Eh? Ma perdavero? A OndaRock gli è rimasto acceso il Polygen…
Certo che questi atleti del salto in lungo sincronizzato sono davvero straordinari.

[Angel Jimenez Cabeza, cubano, saltatore di F13 long jump, vincitore di due medaglie d’oro nel 2004 e nel 2012]
Oggi sono stato in biblioteca e, una volta di più, ho approfittato dei magnifici saggi Laterza, che sono solitamente proprio belli e ben fatti, sia che si parli di Carlo Magno o dell’antifascismo di Amendola, costano poco e danno molto: ho preso il libro qui sotto.
E sono stato rapito dalla copertina, troppo buffa.

Arrrgh, il crostaceo gigante finanziario ha attaccato la città, moriremo tutti!
Bellissima. Grazie, signor Laterza.