americani all’estero, votate!

Il partito socialista danese ha pensato di incoraggiare gli americani residenti all’estero, in Danimarca in questo caso, a votare alle elezioni presidenziali americane, visto che la cosa avrebbe potuto avere (condizionali strani, ora) conseguenze serie.
Hanno pensato di farlo in questo modo, puro genio:

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questa è una gif, dovrebbe animarsi

Poi è andata come è andata, e gli occhi matti ce li sorbiremo tutti.

I closed the book on us, at least a hundred times

È morto Leonard Cohen, proprio mentre io prendevo il suo nuovo – e ultimo – disco, You want it darker. Non che tra le due cose ci sia una relazione, è solo per dire che ha lavorato fino all’ultimo, sia perché senza dubbio gli piaceva, sia perché aveva ancora delle cose da dire, sia per una storia recente di soldi e di furti.
Alcuni mesi fa aveva dichiarato al New Yorker di essere pronto per la morte: i suoi ottantadue anni, la testa meravigliosa che aveva, complessa e profonda, una certa consuetudine con la malinconia e le riflessioni sulle vicende tristi dell’esistenza, la vita monacale trascorsa per quindici anni, lo hanno di certo reso preparato più di molti altri. E poi il passare del tempo, che alcuni mesi fa, appunto, si era portato via Marianne, sua ma non più sua.

Ho amato parecchi suoi dischi, tutti sostanzialmente nella prima parte della sua carriera: la meravigliosa triade 1967: Songs of Leonard Cohen, 1969: Songs from a Room, 1971: Songs of Love and Hate, tutti strepitosi (cito, tra le tante: Suzanne, Sisters of Mercy, So Long, Marianne, Bird on the Wire, Famous Blue Raincoat, Love calls you by your name, ma sarebbero da citare quasi tutti e tre i dischi, senza scordare The Partisan), che così tanto hanno influenzato i cantautori italiani dotati di fiuto e me.

Ma il disco che ho amato di più, che ho consumato, è stato senza dubbio New Skin for the Old Ceremony, del 1974.

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Ironico, amaro e dolce, spiritoso e colto («You were the father of modern medicine, I was Mr. Clean / You where the whore and the beast of Babylon, I was Rin Tin Tin / And is this what you wanted / to live in a house that is haunted / by the ghost of you and me?»), malinconico e allegro, è per me il suo disco più bello e il suo lascito più memorabile. L’ho veramente ascoltato tanto.

Cinque canzoni da questo disco che secondo me valgono in assoluto, in ordine di pubblicazione:

  1. Is this what you wanted: in apertura del disco, malinconica e divertente allo stesso tempo, esattamente come doveva essere Cohen;
  2. Chelsea Hotel #2: di una bellezza lancinante, due vite e un incontro in una canzone meravigliosa, «that was New York, We were running for the money and the flesh / (…) I need you / I dont’ need you / And all of that jiving around»;
  3. Field Commander Cohen: forse la mia preferita, la canzone in cui usò per primo parole che nessuno avrebbe mai usato in una canzone («Field Commander Cohen, he was our most important spy. / Wounded in the line of duty, / Parachuting acid into diplomatic cocktail parties, / Urging Fidel Castro to abandon fields and castles»), a parte il neopremio Nobel, chiaro, lenta e dondolante;
  4. Why Don’t You Try: bellissima quando al verso «Why don’t your try to forget him?» attacca una chitarrina tanto bella quanto beffarda, per spiegare che c’è tanta vita là fuori: «Just open up your dainty little hand. / You know this life is filled with many sweet companions, / many satisfying one-night stands» e il clarinetto in fondo dà un tocco di meraviglia;
  5. I Tried to Leave You: forse una delle più poetiche, con quel verso bellissimo, «I closed the book on us, at least a hundred times» e il piano tutto stonato alla fine, da locale alla chiusura;
  6. Who by fire: quasi tutta cantata in doppia voce, una femminile bellissima che controcanta rendendo meraviglioso quando dicono: «and who shall I say…».

Ecco, sono sei e non cinque, non ce l’ho fatta a sceglierne così poche. Ma avrebbero dovuto essere undici, almeno almeno, per rendere giustizia a questo disco.
Grazie, signor Cohen.

essere una persona vera

Perché se sei una persona vera, sei di certo non innocente ma innocentissimo.
Così la trascrizione letterale del fondamentale intervento di Antonio Razzi al momento della condanna di Berlusconi, agosto 2013:

«Perché è stato condannato? Il reato?… Ehm… In qualsiasi Paese del mondo il reato che viene accusato, perché è innocente, che è per questioni di… di… di dichiarazioni dei redditi… in Svizzera ad esempio non va assolutamente in galera! Il reato? Beh, tecnicamente io non sono un professore… reato di falsa… di redditi… quello, quello… io il giro di soldi non l’ho capito, per me è innocentissimo. Su qualsiasi cosa che noi parlammo, lui è innocente, perché è una persona vera».

E ciò è detto su qualsiasi cosa che noi parlammo. Il bel contributo proviene da qui.
Domanda: ma se uno non è una persona vera, che è? Una persona immaginaria?

2008-2016

Fare il Presidente degli Stati Uniti è davvero un lavoro logorante. Altro chi il potere non ce l’ha. Nel 2009 l’ex presidente era un ragazzone:

che piaceva davvero a tutti. Due anni dopo era già ingrigito, dimagrito e nel 2016 è così, come lo ricordiamo ora:

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Ancora affascinante, per carità, in questi otto anni io sono peggiorato più di lui, ma lo sforzo subìto si vede. Buona pensione, signore.

«me lo state uccidendo!»

Un diario, un racconto giorno per giorno dal primo agosto 2013 («Rigetta nel resto il ricorso del Berlusconi, nei cui confronti dichiara, ai sensi dell’articolo 624, comma 2, codice…»), il giorno della condanna, ai primi di ottobre, due mesi dopo, l’affidamento ai servizi sociali.

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Come sempre accade, rileggere di fila tutti gli avvenimenti di un periodo fa molto più effetto: erano giorni schizofrenici, deliranti, faticosissimi, stupidi; plotoni di subumani a pretendere l’«agibilità politica» un giorno e la santificazione quello dopo, minacciando dimissioni di massa e la caduta del governo Letta a piè sospinto. Che poi cadrà, sì, ma da sinistra, peggio. E i subumani a defilarsi appena possibile, qualcuno al governo, qualcuno sotto le pietre in attesa di un nuovo padrone.
C’erano i deputati PDL che, per dirne una, si riunirono a Montecitorio per i saluti prima delle ferie estive (perché sì, è stato condannato: ma vogliamo saltare le ferie?) e un simpaticissimo deputato, Simone Baldelli, pensò bene di presentarsi vestito da donna per fare una ridicolissima imitazione della presidente Boldrini: si può vedere. Il clima e il periodo era quello, da piangere. E Baldelli, bravo lui, oggi è ben impegnato: vicepresidente della Camera.

Rileggendo e, quindi, ripensandoci, mi viene un pensiero, più che altro: mille, mille, mille e mille (e ancora mille) volte meglio questo governo, questo clima, questo dibattito politico, quest’aria. Che potrà non piacere Renzi, per carità, si potrà essere contro il referendum, e ci mancherebbe, ma quelli erano tempi davvero schifosi, con il paese sull’orlo dell’isteria continua, un piagnisteo e una sceneggiata continua. Grazie a dio oggi è passata. E chi dice il contrario non ricorda o non lo sa.

finalmente

È oggi, ci siamo finalmente: questi due anni di campagna elettorale mi hanno davvero prostrato, tra caucus, dibattiti in Utah, frasi sessiste e tasse non pagate.

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Ma oggi ci siamo, possiamo davvero rilassarci per almeno un-sei-mesi, quando vedremo Clinton alle prese con la Siria e i problemi veri.

Aggiornamento del 9/11: Clinton=Trump. Come analista politico valgo pochissimo.
Ma siamo in tanti.