le cose che poi non ci sono più

Colin O’Brien ha fotografato Londra dal 1948, fin da quando aveva otto anni.
Se dovessi sintetizzare l’idea che sta dietro alle fotografie di O’Brien – una, almeno, oltre a dire che mi piacciono molto – direi che correva a fotografare le cose che di lì a poco sarebbero scomparse. Per esempio:

Tre persone fumano nell’ultimo giorno in cui lo si può fare nei pub e nei luoghi pubblici, 2007 – Colin O’Brien

Intuito e lungimiranza, ecco cosa ci vuole. E uno sguardo laterale alle cose, come questo – meraviglioso – qui sotto, che ha davvero in sé il senso della fine e della festa, insieme, in senso strettamente anglosassone.

Tre uomini addormentati su una panchina dopo l’ultima partita dell’Arsenal all’Highbury Stadium, 2006 – Colin O’Brien

E poi, l’ultima corsa del 38:

L’ultimo giorno degli autobus Routemaster sulla linea 38, da Clapton Pond a Victoria Station, 2005 – Colin O’Brien

O l’ultimo tram londinese:

“Quando avevo 12 anni i tram smisero di circolare così scattai una foto con il tramviere in posa”, 1952 – Colin O’Brien

E poi, come accade, a non esserci più è stato lui, Colin O’Brien, che è mancato lo scorso agosto. Le sue foto di cose che scompaiono, però, ci sono ancora tutte.

E c’è anche lui.

la combinazione fatale delle lettere

Hillary Clinton, intervistata dalla CNN durante un incontro organizzato dalla Ong Women for Women International a New York, sostiene di aver avuto la vittoria alle presidenziali in pugno

«almeno fino a quando non si sono combinate assieme la lettera di James Coley, il direttore dell’Fbi, e i documenti di WikiLeaks Russia che hanno instillato dubbi tra le persone che pensavano di votarmi e che si sono spaventate».

Non ha ancora capito, vabbuò: amici come prima, d’altronde di fronte a certe batoste tendiamo un po’ tutti a raccontarcela lieve.

[No, non ce la faccio: cazzo, Hillary, no: sei proprio tu, è proprio colpa tua, non ti hanno votato proprio perché sei tu. Niente lettere o complotti. Uff, qualcuno deve pur dirtelo, mi spiace].

reckless, romantic, funny and often poignant lives of a committed group of roadies

Serve avere una passione non superficiale per la musica.
Bisogna avere in saccoccia parecchi concerti, avere un certo curriculum: aver preso la pioggia sotto un palco, o in fila fuori, aver preso freddo, molto, e caldo, altrettanto, aver sentito concerti brutti e concerti favolosi, aver sentito concerti in cui si sentiva molto male, aver comprato tanti biglietti per posti in cui poi non si è andati, aver comprato biglietti e averli rivenduti con la morte nel cuore, aver comprato biglietti per concerti e averli pagati uno sproposito. Insomma, bisogna sapere cosa si prova a stare seduti per terra con gli amici e una birra alla fine di un concerto, quando le luci sono accese e lassù stanno smontando il palco, e si chiacchiera estatici in attesa di essere scopati via dai roadies.

Poi serve avere dentro di sé quella poesia particolare che sta in un testo di una canzone, capirla e sentirla, anche qui in modo non superficiale: allora sì, è probabile che vi possa piacere, come è piaciuta a me, Roadies.

Roadies è una serie televisiva che racconta le vicende di un gruppo di – appunto – roadies al seguito del tour invernale della Staton-House Band (eheh). Ideata, scritta e girata da Cameron Crowe, che prima di fare il regista lavorava da Rolling stone e ha girato anche Almost Famous, è una serie che, come dicevo, può essere apprezzata solo da chi ha masticato tanta, tanta musica. Rock, preferibilmente.
Perché poi, ovviamente, di musica ce n’è dentro a tonnellate, per dire: The Head and the Heart, Reignwolf, Lindsey Buckingham, Lucius, Halsey, Jim James, Phantogram, John Mellencamp, Eddie Vedder, Robyn Hitchcock, Jackson Browne, Greg Leisz, Gary Clark Jr., Nicole Atkins compaiono nelle puntate. E se ne sente moltissima che, magari, un europeo non conosce più di tanto (che meraviglia la ‘canzone del giorno’).

Poi, però, siccome viviamo in un mondo di minchioni senza passioni e di persone superficiali, la serie è stata cancellata per bassi ascolti dopo la prima stagione. Bene, andiamo avanti così. Restano dieci puntate da godersi, almeno per me, come se sentissi un disco. Più volte.